2011-11-15

Renato Curcio




è un ex terrorista, editore e saggista italiano, tra i fondatori delle Brigate Rosse.
Figlio di Jolanda Curcio, una giovane ragazza-madre nata ad Orsara di Puglia, emigrata a Roma, e di Renato Zampa, fratello del regista cinematografico Luigi Zampa. I primi anni della sua vita sono molto difficili, sia per le difficoltà scolastiche che per la precarietà dei lavori della madre.
Fino ai 10 anni vive a Torre Pellice (TO), con la famiglia materna, crescendo in un contesto valdese-protestante. Nella sua autobiografia racconta che la morte dello zio Armando, operaio della FIAT ucciso da un gruppo di nazisti la sera della liberazione di ritorno da Torino, lo segna profondamente, dal punto di vista affettivo e non da quello politico: rispondendo alla domanda di Scialoja se l'immagine della morte dello zio avesse contato molto per lui, Curcio rispose "Moltissimo dal punto di vista umano e affettivo. Sul piano politico non direi. Per tanti anni non ho attribuito nessuna valenza politica al dolore di quel ricordo. Solo molto più tardi quando ero già a Trento, ho scoperto il significato della morte di zio Armando". Il suo primo "nome di battaglia" da brigatista fu proprio "Armando".
Dopo le scuole elementari, viene iscritto al collegio cattolico "Don Bosco" di Centocelle, a Roma, dove viene bocciato. Dopo questo insuccesso scolastico viene mandato ad Imperia ed affidato ad una nuova famiglia di amici della madre. Finita la scuola di avviamento, a quindici anni, il padre gli trova un posto come ascensorista all'Hotel Cavalieri di Milano. Dopo un anno di lavoro come ascensorista, si ricongiunge alla madre, che nel frattempo ha rilevato una pensione a San Remo (IM). Si iscrive e poi si diploma con ottimi voti come perito chimico all'Istituto Contardo Ferrini di Albenga (SV).
I suoi primi approcci politici vanno in direzione dell'estrema destra, secondo quanto contenuto in alcuni opuscoli riconducibili a quest'area. Ad Albenga milita dapprima nel gruppo "Giovane nazione", quindi in "Giovane Europa", due piccole organizzazioni che riprendono le tesi nazional-socialiste di Jean Thiriart. Curcio viene anche citato come capo della sezione di Albenga e celebrato il suo zelo militante nella Rivista "Giovane Nazione": bisogna notare, tuttavia, che nell'autunno '63 Curcio già frequenta l'Università di Trento - città in cui si è trasferito giugno '62 dopo un anno trascorso a Genova - e i suoi studenti. Curcio non ha mai fatto riferimento a questa sua militanza nell'estrema destra, affermando anzi di aver cominciato ad occuparsi di politica quando era già all'Università di Trento, "e neanche subito".
Dopo un anno trascorso in condizioni precarie a Genova, dove vive di piccoli espedienti, nel 1963 si iscrive all'Istituto Superiore di Scienze Sociali (poi Università) di Trento, al corso di laurea in sociologia. Lì, tra i vari corsi, le cronache raccontano che Curcio seguisse con particolare interesse le lezioni di un allora giovanissimo Romano Prodi, all'epoca assistente universitario del professor Beniamino Andreatta.
A Trento, intorno al 1964, lavora come portaborse del vicesindaco di Trento Iginio Lorenzi, socialista, scomparso nel 2004. Viene poi coinvolto dalla mobilitazione studentesca, che a Trento inizia prima di altrove con l'occupazione dell'università. Nel 1965 entra a far parte del G.D.I.U.T., il gruppo trentino dell’Intesa Universitaria, fondato da Marco Boato, in cui si ritrovavano giovani di ispirazione cristiana, ma politicamente laici. In tale contesto conosce Margherita Cagol, studentessa cattolica che sarà la sua compagna fino alla morte. Matura il proprio credo ideologico all'interno delle lotte universitarie e aderisce ad alcuni piccoli gruppi d'estrema sinistra. Per un certo periodo condivide l'abitazione con Mauro Rostagno, soprannominato il "Che" di Trento, che sarà uno dei fondatori di Lotta Continua.Nel 1967 forma un gruppo di studio denominato Università Negativa, in cui viene svolto un lavoro di formazione teorica con una rilettura di testi ignorati dai corsi universitari tra i quali Mao Zedong, Herbert Marcuse, Che Guevara, Raniero Panzieri, Amilcar Cabral. Entra a far parte della redazione della rivista "Lavoro Politico" di ispirazione marxista-leninista: dai suoi articoli traspare una critica verso il "filocastrismo" e verso l'avventurismo di chi arrivava a proporre azioni armate in Italia; come si legge testualmente " è solo un piccolo borghese in cerca di emozioni e non un vero rivoluzionario" chi queste azioni proponeva, poiché la presa del potere da parte del proletariato è un processo lungo che non può essere ridotto alla sola parola d'ordine della guerriglia.
Pur avendo completato tutti gli esami, fa la scelta politica di non laurearsi.
Il primo agosto 1969 sposa, nel Santuario di San Romedio in Val di Non, con rito misto, cattolico-valdese, Margherita Cagol.

La nascita della lotta armata

L’8 settembre 1969 Curcio, Cagol ed altri fondano il Collettivo Politico Metropolitano (CPM): è questo il periodo in cui vengono introdotti nelle fabbriche e in cui conoscono i giovani che faranno parte delle future Brigate Rosse. Nel clima dell'"Autunno caldo", nel novembre 1969, Curcio partecipa al convegno di Chiavari. Stando a quanto riportato da Giorgio Galli, all'Hotel Stella Maris di Chiavari, di proprietà di un istituto religioso, si riuniscono una settantina di appartenenti al Collettivo politico metropolitano di Milano. Tra di loro ci sono molti di coloro che - nell'anno successivo - fondano le Brigate Rosse. Secondo Curcio quando il movimento trovò la "strada sbarrata", di fronte all'alternativa se "vivere o no in democrazia tutelata" alcuni come lui "dissero no". E nacque la lotta armata, quasi per necessità. Nella sua relazione a Chiavari, Curcio cita un noto rivoluzionario brasiliano, Marcelo de Andrade, il quale asseriva che "Ogni alternativa proletaria al potere è - fin dall'inizio - politico-militare, nel senso che la lotta armata cittadina costituisce la via principale alla lotta di classe". Dunque, in questa occasione, Curcio si mostra favorevole alla presa delle armi da parte dell'avanguardia proletaria. Ma la sua posizione e quella di qualche altro oratore rimane, al momento, minoritaria. Il CPM, però, si trasforma in un gruppo più centralizzato, Sinistra Proletaria, che stampa anche due numeri di una rivista. Le posizioni di molti di coloro che avevano rifiutato la lotta armata cominciano a mutare con la strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre dello stesso 1969.
Nel settembre 1970 si tiene il Convegno di Pecorile, con il quale ha fine l'esperienza di Sinistra Proletaria: alcuni, tra cui Curcio, Cagol, Alberto Franceschini, decidono di passare alla lotta armata. Il 17 settembre 1970 si ha la prima azione politico-militare firmata "Brigate Rosse": viene incendiata l'automobile di un dirigente della Sit Siemens, Giuseppe Leoni nel quartiere Lorenteggio di Milano. Sui volantini distribuiti si legge che quello era l'esempio da dare ai crumiri ed ai "dirigenti-bastardi". SIT Siemens, Pirelli, Alfa Romeo: queste sono le prime industrie ove si insedia il partito armato. Da questo momento la storia di Curcio coincide con quella delle Brigate Rosse (vedasi la voce relativa, "Brigate Rosse"), anche se la sua partecipazione alle azioni, inizialmente attentati incendiari ai danni di automobili di dirigenti di fabbrica e di avversari politici, è inizialmente molto limitata. Curcio, infatti, si connota come "ideologo" dell'Organizzazione e, per evitare il rischio di essere ucciso, si occupa principalmente della stesura di documenti e dell'elaborazione teorica dell'Organizzazione. Nell'estate del 1972, dopo una prima ondata di arresti, si trasferisce con sua moglie Margherita a Torino, dove fondano una nuova colonna dell'organizzazione e passano alla clandestinità completa.

L'arresto e la carcerazione

Curcio è, per un quadriennio, assieme a Margherita Cagol ed ad Alberto Franceschini, nel direttorio delle BR.
Tra le azioni rivendicate dalle BR in quel periodo, l'omicidio di Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, militanti del MSI il 17 giugno 1974, uccisi nella sede del MSI in via Zabarella a Padova. Curcio, condannato come mandante di quegli omicidi, scrisse il volantino di rivendicazione insieme agli altri dirigenti delle BR non senza titubanza, specificando come l'evento non fosse stato pianificato dall'organizzazione.
Silvano Girotto, che fu per ragioni ideologiche il principale artefice del primo arresto di Curcio, interrogato il 26 settembre 1974 da Giancarlo Caselli riferisce alcune parole di Curcio relative alla pratica di lotta armata, dove specificava che "bisognava anche sapere che, se necessario, le BR uccidevano".
Circa vent'anni dopo il fatto invece (nel 1993), il duplice omicidio viene ricordato da Curcio nella sua autobiografia/intervista con Mario Scialoja come un "incidente di percorso, un episodio non voluto". Curcio parla apertamente di "disastro politico" e di "errore grave", in quanto l'azione dei militanti padovani compromise l'immagine delle BR.
Senza curarsi del fatto che dopo quegli omicidi le BR avevano emesso un volantino di rivendicazione di cui lui stesso era stato ritenuto autore, Curcio nell'intervista spiega che a quel tempo l'eventualità che l'organizzazione commettesse degli omicidi e ne subisse era un principio accettato nella logica della pratica rivoluzionaria, ma afferma che "uccidere consapevolmente in quel periodo lo escludevo: ritenevo che per il nostro tipo di organizzazione sarebbe stato un passo controproducente e negativo".
Risulta però chiaro che susseguentemente al duplice omicidio, Curcio ed il direttorio BR agiscono con il fine di professionalizzare la preparazione militare dei brigatisti. Infatti, attraverso il dottor Enrico Levati e l'avvocato Giovanbattista Lazagna, giungono in contatto con Silvano Girotto detto "Frate Mitra" che, d'accordo con i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa cercava il contatto con le BR e queste, affascinate dalla sua fama di frate guerrigliero gli propongono di divenire loro addestratore militare.
Rispondendo alle domande della Commissione Parlamentare d'inchiesta sul terrorismo Girotto ricorda le parole dei brigatisti nel corso dei tre incontri succedutisi tra luglio e settembre 1974. "Moretti disse: "siamo così carichi di odio che le nostre pistole sparano da sole". E Curcio aggiunse: "sì, però per il momento ci spariamo sui piedi, abbiamo bisogno di lui"." L'8 settembre 1974, data fissata per il terzo incontro con Silvano Girotto, Renato Curcio insieme a Franceschini viene arrestato a Pinerolo mentre si reca al luogo convenuto per l'incontro.
Come conseguenza di un'azione diretta e guidata da 'Mara', Curcio evade dal carcere nel febbraio 1975 e rientra nelle Brigate Rosse, dove però ormai le sue posizioni sono marginali.
Sua moglie Margherita Cagol, detta "Mara", viene uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri nel giugno del 1975, in cui rimane ucciso anche l'appuntato Giovanni D'Alfonso e ferito gravemente il tenente Umberto Rocca, durante la liberazione dell'industriale Gancia, sequestrato a scopo di autofinanziamento del gruppo. Il 18 gennaio 1976 Curcio viene riarrestato insieme a Nadia Mantovani in un appartamento a Via Maderno, a Milano.
Con la morte di Margherita Cagol e con la carcerazione di Curcio e di Franceschini, la direzione del movimento passa in mano ad esponenti della cosiddetta "ala militarista" con a capo Mario Moretti. Nel giugno del 1976 vengono uccisi il Procuratore Generale Francesco Coco e la sua scorta: si tratta del primo omicidio premeditato delle Brigate Rosse anche se le prime due vittime delle Br erano state Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola.
Il 10 maggio 1978, il giorno dopo l'omicidio seguito al rapimento dell'onorevole Aldo Moro, alla caserma Lamarmora a Torino, dove si celebra il processo ad alcuni dei capi storici delle BR, Renato Curcio prende la parola e attraverso un comunicato, condiviso con altri imputati, celebra così la morte del segretario della D.C. "... Ecco perché noi sosteniamo che l'atto di giustizia rivoluzionaria esercitato dalle Brigate Rosse nei confronti del criminale politico Aldo Moro, (...), è il più alto atto di umanità possibile per i proletari comunisti e rivoluzionari, in questa società divisa in classi."
Curcio viene espulso dall'aula così come il coimputato Alberto Franceschini che cerca, subito dopo di lui, di ripetere le parole del comunicato, presto interrotto dall'intervento della forza pubblica.
Curcio viene condannato come mandante dell’omicidio di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, venendo riconosciuto come autore del proclama delle BR rivendicante gli omicidi.
Curcio non si è mai dissociato né pentito. Ha rivendicato tutte le azioni brigatiste fino alla metà degli anni '80, criticando però davanti ai giudici le sue vecchie scelte.
Nel 1987 con una lettera aperta, firmata insieme a Mario Moretti ed altri, dichiara chiusa l’esperienza della lotta armata, rilevandone l’inattualità.

Dibattito sulla grazia a Curcio (Cossiga, 1991)

Nell'agosto 1991, Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica, propone di concedere la grazia a Renato Curcio. È un atto inusuale perché Cossiga propone la grazia pubblicamente, condizionandola però al riconoscimento da parte delle forze politiche, e soprattutto del Governo e del Parlamento di un valore politico più generale della stessa.
Inizia un dibattito che vede coinvolto il mondo politico e la stampa.
Marco Pannella inserisce questa vicenda (settimo paragrafo del documento), nella sua denuncia nei confronti del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga per attentato alla Costituzione il 26 novembre 1991. Sotto accusa sono le modalità della proposta di grazia e il presunto stravolgimento della prassi costituzionale consolidata.
La figlia di Giralucci, Silvia, scrive quanto segue allo stesso presidente Cossiga in una lettera pubblica: "La grazia è un'ingiustizia che ci offende, sia come familiari delle vittime del terrorismo, che come privati cittadini. Mia madre ed io avevamo già espresso parere negativo alla grazia... La nostra vita è stata profondamente segnata da quell'episodio, è una vita non completa, non normale. Perché dobbiamo concedere una vita normale a chi non ha permesso che la nostra fosse tale? Hanno stroncato e segnato irreversibilmente troppe vite per avere il diritto di godersi la loro. Constatatone il fallimento, vorrebbero, e lei con loro, considerare la loro esperienza storicamente sorpassata, ma il dolore mio e della mia famiglia non è ancora storia, è vita".
Il figlio di Giuseppe Mazzola, alla proposta di grazia a Curcio richiede la sospensione dello status di cittadinanza italiana suo, dei fratelli e della madre fino allo scadere del mandato presidenziale di Cossiga.
Di fronte alla esplicita iniziativa del Presidente Cossiga sulla concessione della grazia a Renato Curcio, tra parecchie polemiche, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti concorda, fatto che spinge il Ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, a rivendicare le proprie prerogative in materia presentando infatti un ricorso per conflitto di attribuzione nei confronti della Presidenza della Repubblica e della Presidenza del Consiglio.
Il processo costituzionale fu poi dichiarato estinto (ord. n. 379 del 1991), senza che la Corte si esprimesse, in quanto lo stesso Ministro Martelli rinunciò al ricorso e, dall'altra parte, il Presidente Cossiga non tornò sull'argomento grazia a Curcio.

Oggi

Nel 1990 fonda, insieme a Stefano Petrelli e Nicola Valentino, la casa editrice Sensibili alle foglie, una cooperativa di cui è l'attuale direttore editoriale.
Appena ottenuta la semilibertà 7 aprile 1993, l'allora direttore de Il Giorno, Paolo Liguori gli offrì un posto da giornalista ma lui declinò l'offerta perché prematura. Renato Curcio fu scarcerato nell'ottobre del 1998, quattro anni prima della scadenza della pena.
Curcio si è risposato nel 1995 con Maria Rita Prette (un'ex terrorista di 20 anni più giovane) e con lei ha avuto una figlia. Abita in un casolare a Carru' (Cuneo) e scrive libri sul mondo del lavoro, sulla condizione carceraria, su internati nei manicomi giudiziari e portatori di handicap.

fonte: Wikipedia

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