2014-03-12

Sicilia morente


LA SICILIA MUORE SOTTO GLI IDROCARBURI




di Gianni Lannes

Un inferno in terra che uccide il mare, mentre gli onorevoli (locali, nazionali ed europei) eletti in questa isola si grattano ma intascano soldi pubblici. La nocività ambientale come fattore unico di profitto economico. I primi a pagare in termini di palpabile deterioramento e perdita della vita sono stati gli operai, unitamente a cittadine e cittadini. Anche i bimbi si sono ammalati e sono morti di tumore.

I dati ufficiali: su 13 mila bambini nati dal 1991 al 2002, ben 520 hanno malformazioni importanti, uno su sei più del doppio della media nazionale, mentre la percentuale dei neonati microcefali è dieci volte di più che nel resto dell'Italia. La città di Gela è ormai ammorbata dai veleni, con il mare al mercurio, l'acqua al benzene e i prodotti della terra agli oli combustibili.
Nel 2006, offuscando la verità, il ministro dell’Ambiente, tale Alfonso Pecoraro Scanio (esponente dei Verdi) ha dichiarato ufficialmente e testualmente in risposta ad un’interrogazione parlamentare: 

«Il Ministero della Salute ha fatto presente in merito alla patogenesi dei difetti congeniti, che nella grande maggioranza dei casi, essa è dovuta a interazioni tra predisposizioni genetiche e fattori esogeni».

 La Direzione ministeriale per la qualità della vita ha riferito che «l'area in questione costituita dai territori dei Comuni di Gela, Butera e Niscemi (Caltanissetta), per un'estensione complessiva di circa 671 kmq, è stata ricompresa nei siti inquinati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN) ai sensi della legge 26/98 con decreto ministeriale 10 gennaio 2000, ed è stata dichiarata anche ad elevato rischio di crisi ambientale.

Si tratta di un territorio dichiarato dal Consiglio dei Ministri (con delibera del 30 novembre 1990) “Area di elevato rischio di crisi ambientale” e che si trova al centro della Sicilia; non è, dunque, un'area perimetrica lontana dai centri urbani, ma, viceversa, ricade nel territorio del comune di Gela, la cui vita ed esistenza non è balzata agli onori della cronaca in quanto primo insediamento del popolo greco nella penisola, ma piuttosto perché luogo di violenza ambientale e oltraggio del diritto alla salute dei cittadini.

L'area è fortemente condizionata dall'esistenza del polo industriale di rilevanti dimensioni: in particolare vi sono sei insediamenti produttivi soggetti agli obblighi previsti dal decreto legislativo 17 agosto 1999, numero 334, recante «Attuazione della direttiva 96/82/CE relativa al controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose», tra cui gli Stabilimenti Polimeri Europa S.p.A. e la Raffineria di Gela S.p.A..

 Nel comune di Gela in provincia di Caltanissetta esiste un arcipelago di 28 "isole" e di 6 “aree attrezzate” che si estende per il totale di una superficie di 5 mila chilometri quadrati e che si affaccia su una porzione di mare di circa 46 chilometri. A collegare terra e mare è disposto un pontile con diga lungo circa 3 chilometri e largo 10 metri e che consente l'attracco di anche sei petroliere simultaneamente; un sistema di boe, a 5.400 metri dalla costa, è riservato a navi fino a 80 mila tonnellate. 

Su queste “isole” si sviluppano impianti di produzione di cloro, soda, dicloretano, di stoccaggio di concimi complessi, di raffinazione del petrolio ed alcuni giacciono dismessi e in attesa di bonifica,  una barriera fisica in cemento-bentonite, per una lunghezza di circa  chilometri, lo mette in minima e scarsa parte in sicurezza. I dati relativi al monitoraggio idrochimico della falda, infatti, evidenziano la non efficacia dell'intervento adottato, in quanto viene riscontrata una concentrazione di arsenico pari a 25 mila volte la concentrazione limite accettabile indicata dal decreto legislativo 3 aprile 2006, numero 152; la situazione non appare migliore sulle "Isole".

Dai risultati analitici delle campagne di monitoraggio delle acque di falda, si rilevano presso queste superamenti giudicati rilevanti, secondo le tabelle del predetto decreto legislativo, per arsenico, mercurio, nichel, cadmio, benzene, e cloruro di vinile. È presente anche una diffusa contaminazione da composti alifatici clorurati cancerogeni; contigui ad alcune di queste “isole”, vi sono campi adibiti ad uso agricolo, dove sono insediate cascine ad abitazione ed aree di libero accesso ed in cui le concentrazioni dei singoli parametri chimici corrispondono o sono simili alle caratteristiche chimiche delle acque di falda; a quanto consta agli interpellanti, da uno studio epidemiologico descrittivo condotto nell'area geografica in questione, sono stati rilevati significativi eccessi di rischio rispettivamente dell'80 per cento, del 30 per cento e del 10 per cento in caso di patologie come la labiopalatoschisi, i difetti dei setti cardiaci e le malformazioni totali. Sono stati messi, inoltre, in evidenza numerosi eccessi di prevalenza di malformazioni congenite.

Dal 2002, ma solo perché prima l’inquinamento atmosferico non si misurava, sono stati registrati notevoli superamenti (sfondamenti) dei valori limite, o dei valori limite aumentati dei margini di tolleranza, stabiliti per biossido di zolfo, biossido di azoto, materiale articolato e benzene. A seguito dei superamenti registrati, la Regione avrebbe dovuto predisporre e adottare, ai sensi dell'articolo 8 dello stesso decreto legislativo numero 351/1999, dal 2003 appositi piani e programmi di risanamento della qualità dell'aria: tuttavia, non risultano ancora eventuali azioni o misure adottate al fine di ridurre i livelli degli inquinanti nelle zone interessate dai superamenti; inoltre, la normativa vigente stabilisce l'obbligo di monitoraggio ed obiettivi di qualità per gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), limitatamente alle aree urbane a maggior rischio di inquinamento rispetto a tali inquinanti.

La Regione avrebbe dovuto effettuare su tutto il territorio una valutazione preliminare della qualità dell'aria - ambiente relativamente agli IPA e ad alcuni metalli, ma ad oggi non risultano i dati sulle concentrazioni di tali inquinanti, né informazioni sulla valutazione degli stessi nel territorio regionale.


Ad aggravare questa situazione di grave inquinamento ambientale sono intervenute,   le disposizioni normative che hanno modificato il decreto legislativo 5 febbraio 1997, numero 22, che introducevano la novità, in deroga a tale regime, di consentire l'uso del petcoke nell'ambito del luogo di produzione per alimentare impianti di combustione. Con queste disposizioni, il limite delle emissioni inquinanti in atmosfera veniva portato ad un livello pari a cinque volte quello previsto per gli inceneritori; l'esigenza dell'innovazione normativa sembra sia stata fondata anche dal fatto che nei citati impianti di Gela, che appartengono all' ENI-Agip, veniva adottata la tecnica più evoluta che permetteva una combustione ambientalmente “sicura” di petcoke; tale tecnica, sistema SNOX, in realtà ha dimostrato di non risolvere adeguatamente il problema dell'emissione dei metalli, che costituiscono un pericoloso ed insidioso effetto collaterale dell'utilizzo del petcoke.

Nella fase di conversione in legge del predetto decreto, il Governo esprimeva orientamento favorevole rispetto ad un ordine del giorno che, ad onta dell'ampia formulazione e dunque della universale applicazione sul territorio nazionale delle nuove disposizioni, delimitava l'ambito di applicazione delle medesime misure esclusivamente alla realtà industriale del petrolchimico di Gela. A quanto consta, la giustificazione di fondo a questa vera e propria lex specialis risiedeva nel fatto che, a seguito dell'intervento della magistratura che aveva messo sotto sequestro gli impianti di stoccaggio del petcoke, l'ENI-Agip aveva sospeso l'attività di tutto l'impianto e ne minacciava la chiusura definitiva per ragioni di antieconomicità gestionale; ciò avrebbe provocato la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro e il relativo impoverimento,o peggio annichilimento, delle attività dell'indotto che insistono sul territorio; tale possibile decisione suonò quasi come un ricatto, che inevitabilmente condizionò le realtà sociali e politiche, locali e nazionali, che si opposero con forza alla chiusura degli impianti. Il Parlamento deliberò dunque, senza operare il giusto bilanciamento e contemperamento degli interessi a confronto, in quanto derogò all'essenziale, e superiore, diritto alla salute (garantito sulla carta dalla Costituzione, all'articolo 2, anzitutto, e successivamente nello specifico articolo 32) subordinandolo a quello del lavoro e dello sviluppo economico, indicati solo nei successivi articoli che compongono il Titolo III della Costituzione stessa.

A ciò si aggiunga anche il fatto che, proprio nel 2000, il bilancio di esercizio dell'ENI-Agip aveva registrato un avanzo netto di 14 mila miliardi di lire e, proprio per questo, si era avviata la stagione della sua privatizzazione. Se in Italia ben sei centrali termoelettriche su sette funzionano a gas, con impatti e ripercussioni ambientali meno dannosi, non appare chiaro per quale motivo la sola città di Gela dovrebbe essere esclusa da tale possibilità, dal momento che una siffatta conversione dell'impianto potrebbe essere immediatamente realizzata.


Come? Mediante l’eliminazione del petcoke come combustibile per il funzionamento della centrale termoelettrica dell'impianto petrolchimico dell'Eni-Agip di Gela; l’adozione di tecnologie più moderne di alimentazione della predetta centrale, quali ad esempio la Eny Slurry Technology (EST) oppure la Gas To Liquid (GTL), già utilizzate dall'ENI in altri suoi impianti e che non registrano incidenze nefaste sul piano ambientale e su quello sanitario.

Ma fondamentalmente procedere subito ad un piano di risanamento ambientale del territorio devastato dalla presenza del complesso petrolchimico, con il certo consenso di tutti i soggetti, territoriali e non, sensibili alla tutela dei valori primari dell'ambiente e della salute.

fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it

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