2012-07-29

Pietro Caruso

è stato un funzionario italiano, questore fascista di Roma durante l'ultima parte della seconda guerra mondiale sino al 4 giugno 1944, condannato a morte dall'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo.
Figlio del Prof. Cosimo Caruso e di Giuseppina Pisanti, è ultimo di cinque figli. All'età di otto anni fu mandato nel Collegio di San Lorenzo ad Aversa. Acquisito il Diploma di Istituto Tecnico nel 1917, frequentò il corso da allievo ufficiale di complemento (tenuto presso il Palazzo Reale di Caserta) facendo parte della terza compagnia comandata dal Tenente Mercuri. Conseguito il grado di aspirante, fu assegnato a un reggimento di bersaglieri e partì per il fronte nella metà dell'anno 1918, poco prima il termine della prima guerra mondiale.
Nell'immediato dopoguerra fu vittima di una truffa intentata nei suoi confronti da tali avvocato Vincenzo Albano e ingegnere De Falco, che gli fece perdere la somma (allora considerevole) di 70.000 lire. Nonostante la condanna di uno dei truffatori, non riuscì a recuperare il denaro perso, motivo per il quale contrasse una forma di malattia nervosa da stress che gli causò anche un'alopecia da cui, in seguito, guarì. Pietro Caruso si iscrisse al Partito Nazionale Fascista sin dal 1º febbraio 1921 e partecipò alla marcia su Roma il 28 ottobre 1922: apparteneva alla squadra d'azione "la Serenissima" a Napoli, allora comandata da Mancuso.
Il 3 marzo 1923 diviene capomanipolo delle camicie nere e successivamente passo alla milizia portuaria a Napoli sino alla 1933 quando a seguito di presunti ammanchi (per i quali fu istruito anche un procedimento penale) fu trasferito a Trieste ove rimarrà sino al gennaio 1944, raggiungendo il grado di primo seniore. Nel 1944 fu nominato questore a Verona rimanendo con questa carica nella città solo una quindicina di giorni, giusto il tempo necessario per dirigere l'ordine pubblico in occasione della fucilazione dei membri del Gran Consiglio condannati a morte dal tribunale speciale. Egli tuttavia non partecipò all'esecuzione anche se vi assistette in qualità di questore.
Fu successivamente nominato Questore di Roma e il primo giorno in cui assunse le funzioni (2 febbraio del 1944) gli fu ordinato di recarsi a dirigere un rastrellamento: non riconosciuto fu lui stesso fermato, trasportato in caserma e rilasciato dopo due ore. Quando si insediò alla Questura di Roma constatò che i rapporti tra le Autorità Italiane e i tedeschi erano di assoluta subordinazione e non di collaborazione in quanto «essi [i tedeschi, n.d.r.] impartivano ordini tassativi ai quali non ammettevano repliche o discussioni di sorta». Pietro Caruso (come risulta dagli atti del suo processo) trovò che già funzionavano in Roma le squadre speciali per la repressione dell'antifascismo di Pietro Koch e di Giuseppe Bernasconi. Tali squadre, sempre secondo quanto dichiarato da Pietro Caruso, non avevano alcun rapporto di subordinazione con la Questura di Roma anzi agivano in modo autonomo senza rendere conto alcuno degli arresti e delle requisizioni da esse eseguite.
Pietro Caruso ebbe a lamentarsi con il Capo e con il Vice Capo della Polizia del modus operandi di tali formazioni. Il 23 marzo 1944 Pietro Caruso si trovava presso i locali della federazione repubblicana fascista sita in Via Veneto e appena saputo dell'attentato di via Rasella si recò sul luogo dell'attentato dove, peraltro, fu violentemente redarguito dal Generale Kurt Maeltzer. Un milite portuario che gli faceva da scorta in automobile, mentre risaliva in Via Quattro Fontane, rimase ucciso da un colpo d'arma da fuoco sparato dai tedeschi.
Pietro Caruso, dopo l'attentato di via Rasella fu chiamato da Herbert Kappler a redigere un elenco di 80 persone da giustiziare che fu ridotto, dopo le sue rimostranze, al numero di 50. Il Caruso ebbe a dichiarare, nell'udienza del 20 settembre 1944, che a tale ordine si oppose dicendo che non vi poteva incondizionatamente aderire e che ne avrebbe dovuto parlare con il Ministro degli Interni che sapeva essere a Roma. Sempre secondo le sue dichiarazioni rese durante il processo, Pietro Caruso il 24 marzo a mattina si sarebbe recato all'Hotel Excelsior di Roma per conferire con il Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi al quale avrebbe detto «Io mi rimetto a voi», con la speranza che il Ministro avesse provveduto direttamente con Herbert Kappler.
Il Ministro avrebbe tuttavia risposto «Che cosa posso fare? Bisogna che tu glieli dia se no chissà cosa succede. Sì, sì, dalli». Tali dichiarazioni trovano riscontro nella sentenza di condanna a morte pronunciata dall'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo, dove si si legge «il Caruso che pur ebbe a sentire la repugnanza di quanto gli si chiedeva, ritenne di conferire nelle prime ore del giorno con il Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi, alloggiato all'Albergo Excelsior il quale, ancora a letto, gli avrebbe, a suo dire, dichiarato che non era possibile non ottemperare alle pretese tedesche». Sempre nell'udienza del 20 settembre 1944 il Caruso, durante la sua deposizione ebbe a dichiarare di non aver preparato lui direttamente la lista delle persone da giustiziare, lista peraltro in parte redatta da Pietro Koch e che per completarla dette incarico al Capo di Polizia Ferrara sostenendo di non conoscere nessuno dell'elenco a eccezione di Maurizio Giglio.
Herbert Kappler, il comandante tedesco della Gestapo di Roma, organizzò l'eccidio delle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, come ritorsione per l'attentato di via Rasella del giorno prima compiuto da partigiani comunisti dei GAP contro una colonna di soldati tedeschi. Alle Fosse Ardeatine i nazisti assassinarono e trucidarono 335 persone scelte tra ebrei, partigiani (molti dei quali appartenenti alla formazione "Bandiera Rossa") o semplici sospetti. Nella sua deposizione al processo, come teste dell'accusa, il Professore Attilio Ascarelli confermò che le salme esumate furono effettivamente 335. Domenica 4 giugno 1944, mentre gli anglo-americani si apprestavano a entrare in Roma il Caruso, alla guida di una autocolonna, scappava verso nord, con una Alfa Romeo carica d'oro, di gioielli, 5 orologi "a saponetta" da uomo, molte sterline e lire.
La vettura di Caruso perse il contatto con la colonna a causa delle ripetute incursione aeree alleate, perdendosi nella zona del lago di Bracciano. Ritrovata la strada per Firenze, a seguito di nuovi mitragliamenti aerei, per evitare un'auto tedesca urtò contro un albero. Pietro Caruso (insieme a un milite) rimase ferito riportando una lussazione del femore. Un'ambulanza tedesca lo trasportò all'Ospedale di Viterbo dove Pietro Caruso, nonostante avesse un documento falso, fornì le sue vere generalità. Nessuno fece caso all'identità del ferito a eccezione di un avvocato romano, casualmente presente, che lo riconobbe. Dopo aver subito un intervento chirurgico, vanamente Pietro Caruso, anche offrendo denaro e gioielli, chiese di essere trasportato al nord. Lasciato solo, fu arrestato dai partigiani e fu tradotto, dopo una breve degenza presso l'Ospedale di Bagnoregio, a Regina Coeli.


Donato Carretta, accusato da una donna nel corso del processo contro Caruso

Durante il processo, il pubblico tenterà di linciarlo, ma non riuscendoci se la prenderà con Donato Carretta, ex direttore del carcere di Regina Coeli, presente in aula come testimone per l'accusa e che sarà gettato a morire nel Tevere e successivamente appeso a testa in giù all'entrata di Regina Coeli. Il processo sarà breve (20 e 21 settembre 1944) e Pietro Caruso venne condannato a morte per fucilazione alla schiena. Durante il processo l'avvocato difensore di fiducia Francesco Spezzano cercherà di porre all'attenzione della Corte i problemi psichici presenti nella famiglia di Pietro Caruso senza, però, mai chiedere una perizia psichiatrica.
Poi scriverà un'ultima lettera alla moglie e invierà una copia del De Vita Christiana di Sant'Agostino alla figlia con la seguente dedica: «A te figlia mia bella e dolcissima questo libro di consigli e di preghiere che mi hanno fatto affrontare con serenità e con la fede in Cristo anche l'estremo supplizio. Dio ti benedica. Roma 22 settembre 1944». Sarà giustiziato il 22 settembre 1944 nel cortile del Forte Bravetta a Roma e pochi istanti prima della fucilazione Pietro Caruso "con voce ferma" grida «viva l'Italia» e «mirate bene». Oltre al Colonnello Pollock (in rappresentanza delle forze alleate) assistettero all'esecuzione il Consigliere di Corte d'Appello addetto all'Alta Corte, avv. Francesco De Scisciolo, e il Cancelliere dott. Bruno Moser, col medico delle carceri dott. Mario Spallone.

fonte: Wikipedia






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