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venerdì

William B. Seabrook: vita e avventure di un cannibale gentiluomo


Lo vedete quell’uomo, appoggiato al bancone del bar? Sì, quello con i baffi. La testa che ciondola sul bicchiere di whisky.
Il suo nome è William Buehler Seabrook. Seguitemi, sediamoci qui, lontani dal trambusto del jazz e dagli schiamazzi del bar, e vi racconterò la sua storia… Cosa bevete? Beh, visto che parliamo di lui, vi consiglio un cocktail che ha brevettato mentre era ricoverato in manicomio e cercava di disintossicarsi. L’ha chiamato Asylum Cocktail: una parte di gin, una parte di pernod e un tocco di granatina, non shakerato e su cubetti di ghiaccio.
Già, William Seabrook è davvero “bigger than life”. A dire il vero, la sua vita sarebbe sufficiente a riempire due o tre esistenze “normali”. Se cercate il suo nome su Wikipedia, scoprirete che è uno scrittore della cosiddetta “lost generation”, la generazione di scrittori americani che raggiunse la maggiore età in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale. A differenza di Hemingway, Steinbeck, Dos Passos e compagnia, Seabrook ha dei titoli piuttosto esotici da vantare nel curriculum: lo si ricorda come esploratore e avventuriero, come occultista, come sadico dedito al bondage e, addirittura, come cannibale. Inoltre, ha un merito del tutto incontestabile: è l’uomo che ha introdotto la parola “zombie” nel vocabolario americano, trapiantandola dall’isola di Haiti, sulla quale aveva assistito a frenetiche cerimonie voo-doo.


Cominciamo dall’inizio: William Buehler Seabrook nasce nel 1884 a Westminster, nel Maryland. Suo padre è un avvocato di successo che decide di convertirsi in ministro protestante, condannando la famiglia alla povertà. Sua madre ha una personalità forte e dispotica e ha con il bambino un rapporto problematico: si ipotizza che la successiva passione di Seabrook per il sadomasochismo e le donne legate si origini da questo trauma irrisolto.
All’età di otto anni viene affidato ai nonni paterni, che avranno una forte influenza sulla sua personalità: dalla nonna “Piny”, un’anziana signora con un debole per il laudano, erediterà l’interesse per la spiritualità e la mistica, dal nonno, editore di un giornale della Lega della Temperanza, la passione per la scrittura e la magia della carta stampata.
Finito il college, il giovane Seabrook viene introdotto come impiegato nelle ferrovie, ma abbandona il lavoro per diventare un cronista del giornale locale, l’Augusta Chronicle. Ben presto, però, la vita del giornalista di provincia inizia a stargli stretta, così William intraprende la prima delle molte fughe che caratterizzeranno la sua esistenza: fughe dal grigiore della vita borghese, dalla routine delle convenzioni e, in ultima analisi, fughe da se stesso.
Si trasferisce in Svizzera, dove studia filosofia e metafisica all’Università di Ginevra. In Europa, conduce una vita vagabonda: si mantiene scrivendo piccoli reportage di viaggio, visita monumenti e cattedrali, impara il Francese e l’Italiano. Tornato negli Stati Uniti nel 1912, farà tesoro di queste sue conoscenze linguistiche ed entrerà nelle grazie del celebre cantante lirico Enrico Caruso (1873-1921), diventando un benestante e apprezzato giornalista d’opera. Risale a questo periodo il suo primo matrimonio con Katherine Pauline Edmondson.
Gli agi e la fama, però, non riescono ad appagare le ansie metafisiche di William, che si sente come un topo imprigionato “in una luminosa, pulita e scintillante trappola”, ma pur sempre una trappola. Sceglie così di rincorrere la “vita vera”, il sogno di un’esistenza autentica e senza compromessi, nella speranza di scrivere un’opera letteraria capace di lasciare un segno. La prima Guerra Mondiale che sta insanguinando l’Europa gli pare una buona occasione per inseguire l’avventura: proprio come Hemingway, Seabrook si arruola volontario nell’American Field Service nel 1915, prestando servizio in Francia, dove guida le ambulanze. Una bomba fumogena al cloro gli danneggia i polmoni e nel 1916 la sua esperienza bellica giunge già al termine: rientrato negli Stati Uniti, il benestante suocero gli da in gestione un fattoria con annessi campi di cotone in Georgia, trasformandolo, suo malgrado, in un “gentiluomo del Sud”.
L’agricoltura e l’economia domestica non sono le maggiori doti di Seabrook, che passa il tempo a bere bourbon fatto in casa e a cacciare conigli per sfuggire alla noia. La vita coniugale, inoltre, non appaga le fantasie di bondage e donne incatenate che infestano la mente dello scrittore, che trova in Deborah Luris una complice e un’amante per assecondarle.
Tra il 1917 e il 1918, il “latifondista per caso” riceve una visita importante: Aleyster Crowley (1875-1947) trascorre “sei deliziose settimane nel Sud”, nella sua tenuta. Di Crowley si è detto tutto e il contrario di tutto: molto spesso viene citato come “satanista”, sebbene la classificazione sia impropria. In realtà lo “stregone di Cambridge” fu un esoterista raffinato, cresciuto nell’alveo dell’Ordine Ermetico della Golden Dawn, un’associazione occultistica britannica di fine Ottocento, che raccoglieva intellettuali e letterati di spicco quali William Butler Yeats. Crowley si distaccò polemicamente dall’ordine e operò una sorta di rivoluzione copernicana in seno alle correnti occultistiche, dando origine al sistema denominato Magick, una rielaborazione psicologica della magia, ottenuta ibridando la tradizione occidentale con influssi orientali quali il tantrismo.


La sedicente Bestia 666 aveva molto in comune con Seabrook, a partire dall’amore per l’avventura (nel 1902 Crowley fu protagonista della prima spedizione per raggiungere la base del K2, ma non riuscì a scalarlo). Entrambi, poi, erano caratterizzati da una curiosità insaziabile, da costumi sessuali decisamente disinibiti, dal disprezzo per la vita borghese e dalla predilezione per gli stati di coscienza alterati (mentre Seabrook predilesse sempre l’alcol, Crowley fu un pioniere nell’uso di droghe, inclusa l’eroina).
Non è un caso, dunque, che i due si intendono bene tra di loro : conversano di esoterismo, fanno esperimenti medianici, e Seabrook finanzia una spedizione di Crowley sul fiume Hudson. Qui il teurgo trascorrerà quaranta giorni in totale solitudine, scrivendo frasi occulte (tra cui il suo celebre “Fai ciò che vuoi”) in gigantesche lettere vermiglie sulle scogliere affacciate sul fiume. Per ragioni sconosciute, tuttavia, l’idillio tra i due uomini andò guastandosi: il 20 settembre 1942, alla morte di Seabrook, il cosiddetto “uomo più malvagio del mondo” annotò nel suo diario: “il cane-suino W.B. Seabrook si è ucciso, finalmente”.
Per Seabrook è tempo di nuove avventure: nel 1925, viaggia in Medio Oriente, dove scriverà il suo primo libro dal titolo “Adventures in Arabia”, nel quale racconta, con un rispetto raro a quei tempi, la vita dei beduini del deserto, dei drusi e dei misteriosi Yaziditi, conosciuti come gli “adoratori del diavolo”.
Il libro ha un ottimo riscontro di pubblico e, sull’onda del successo, Seabrook intraprende la sua seconda avventura, questa volta nel Mar dei Caraibi, ad Haiti, per indagare sulle oscure pratiche del Vudu. Anche in questo caso, l’esperienza si trasformerà in un libro, Magic Island, pubblicato nel 1929. Come anticipato sopra, il libro introduce lo zombie al grande pubblico, consegnando alla cultura occidentale un archetipo destinato a fiorire rigogliosamente nell’ambito cinematografico. Cercando di spiegare questo stato di esistenza sospesa tra la vita e la morte, lo scrittore ipotizza che le causa non sia di origine soprannaturale, ma piuttosto chimica, riconducibile a qualche sostanza somministrata ai cosiddetti “morti viventi”, capace di alterare in modo permanente il loro stato percettivo. Con questa teoria, Seabrook anticipa i lavori della scrittrice Zora Neale Hurston e dell’etnobotanico Wade Davis, dal quale il regista Wes Craven ricaverà il suo film più bello, Il serpente e l’arcobaleno.
Durante il suo soggiorno ad Haiti, Seabrook incontra un’anziana sacerdotessa di nome Maman Célie, che diventerà sua protettrice e guida nei misteri del vudu. In sua compagnia, lo scrittore assisterà ad alcune cerimonie: tra galli decapitati e capre sgozzate, vedrà i corpi degli astanti venire posseduti dai “loa” e divincolarsi con movimenti frenetici. Seabrook non ha la spocchia né il distacco metodologico dell’antropologo: beve rum e sangue in compagnia dei celebranti, prende parte ai riti anziché giudicarli dall’alto di una pretesa superiorità culturale. Al momento della pubblicazione, tuttavia, gli stereotipi razzisti si insinueranno negli articoli da lui venduti alle riviste: Seabrook non può essere ricordato come un paladino dei diritti degli afro-americani, ma gli deve comunque venire riconosciuta un’apertura mentale non comune a quei tempi.


Al viaggio ad Haiti, segue quello in Africa, in Costa d’Avorio, nel 1929. Questa volta, l’obiettivo del reporter è il cannibalismo, che sarà il fil rouge della sua inchiesta. Dopo insistenti richieste al re tribale Mon Po, il giornalista riesce a farsi ammettere a un pasto cannibale, pratica che è stata progressivamente abbandonata perché proibita dalle autorità coloniali francesi. Nel corso del pasto, tuttavia, si rende conto di essere stato ingannato: la carne che gli viene servita è quella di una scimmia. Ciononostante, nel libro che seguirà, Jungle Ways del 1930, l’autore dichiarerà di essersi nutrito di carne umana, con vino rosso e riso per contorno.
La sincerità è una dote che non può venire contestata a Seabrook, che nei suoi libri squadernò senza esitazione e senza veli pratiche e perversioni capaci di scandalizzare anche un lettore contemporaneo. L’aver dichiarato il falso in un reportage doveva creargli non pochi problemi, o, forse, il desiderio non realizzato lo tormentava. Tornato a Parigi dal suo viaggio africano, Seabrook decide di colmare la lacuna: acquista da un obitorio il collo di un ciclista morto in un incidente stradale e lo consuma, dopo averlo fatto cucinare da un cuoco parigino (al quale viene presentata come “carne di capra africana”). Il verdetto di Seabrook è che la carne umana “sa di vitello”, e contraddice gran parte delle descrizioni precedenti di esploratori ed etnologi, che la volevano più affine al maiale.
A Parigi, lo scrittore, giunto all’apice del suo successo, ha una nuova compagna, Marjorie Worthington, che sposerà nel 1935. In Francia, il cannibale frequenta il fior fiore degli intellettuali dell’epoca: James Joyce, Thomas Mann, Aldous Huxley, Gertrude Stein, che gli darà dei suggerimenti per migliorare la sua prosa. Seabrook fuma oppio, tiene feste in cui donne incatenate pendono dal soffitto e soprattutto beve, sprofondando progressivamente nel vortice dell’alcolismo. L’artista surrealista Man Ray documenta con foto alcune delle pratiche BDSM dello scrittore e addirittura disegna alcuni dei collari e degli strumenti di restrizione che Seabrook usa per legare le sue modelle: la serie di foto si chiamerà “Le fantasie del Signor Seabrook”.
Il vizio del bere si impossessa progressivamente dell’anima di William Seabrook, trasformando lo scrittore acclamato in un ubriacone incapace di scrivere. Dopo aver toccato il fondo, decide di farsi internare nel manicomio di New York, il Bloomingdale Insane Asylum, dove trascorrerà sette mesi nel tentativo di liberarsi dal demone della bottiglia. Ne uscirà ristabilito, ma con l’errata presunzione di potersi concedere ancora un bicchiere ogni tanto: la sua vittoria sarà soltanto un successo temporaneo, preludio ad eccessi ancora peggiori. La sua esperienza di disintossicazione diventa uno dei suoi libri più riusciti: Asylum, del 1935.
Uscito dal manicomio, Seabrook e la sua nuova moglie si ritirano nella campagna newyorkese di Rhine Back, sul fiume Hudson, una roccaforte dell’alta borghesia americana. Manco a dirlo, la sonnolenta vita di campagna gli viene ben presto a noia, così il fienile della proprietà viene adibito a luogo di evasione e teatro di “esperimenti” sul paranormale. Tra le sue pareti, Seabrook mette in scena rituali dal sapore crowleyano, sui quali innesta le sue fantasie sessuali, che prevedono donne consenzienti e retribuite incatenate e “punite” con la deprivazione della possibilità di nutrirsi e di respirare. Il risultato di queste sperimentazioni, a metà tra il soprannaturale e il “dilettevole”, sarà il libro Witchcraft: its power in the world today, del 1940.
La relazione con la moglie Marjorie viene progressivamente incrinata dagli “esperimenti” di Seabrook: il loro matrimonio si conclude nel 1939, ma lo scrittore, ormai completamente prono all’alcol e deciso a “bere fino alla morte”, si risposerà ancora una volta, nel 1942, con la reporter di guerra Constance Kuhr, che darà alla luce il suo unico figlio.
Mentre la drammatica vita personale di Seabrook segue i suoi meandri tortuosi, il mondo è dilaniato dalla Seconda Guerra Mondiale. Il nostro tenta, per un’ultima volta, di evadere da sé stesso e dal fondo della bottiglia arruolandosi come reporter nell’esercito, ma il suo piano non va a buon fine a causa di un incidente stradale.
Dimesso dall’ospedale, minato nel fisico e nella mente da anni di eccessi, William Seabrook si suicida con una massiccia dose di sonniferi, il 20 settembre del 1945.

Avete finito il vostro drink? Si è fatto tardi e l’aria fumosa di questo bar mi è venuta a noia. Ora che conoscete la sua storia, potete pensare quello che volete del Signor Seabrook: potete condannarlo, ammirarlo o cercare di comprenderlo.
Potete trovare buone ragioni per amarlo, e altrettanto valide motivazioni per odiarlo. Avrete ragione in ogni caso, ma a lui, di sicuro, non importerà molto dei vostri giudizi.

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L’articolo che avete letto è in gran parte ispirato alla graphic novel The abominable Mr. Seabrook di Joe Ollman, pubblicato da Drawn & Quarterly nel 2017. Il fumetto è un vero e proprio capolavoro, maturato in dieci anni di lavoro. Senza dubbio, la migliore biografia a fumetti che chi scrive abbia mai letto. Attualmente, il testo, pubblicato in Canada, non è ancora stato tradotto in Italiano.

Gian Mario Mollar

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

GIAN MARIO MOLLAR
Classe 1982, si è laureato a pieni voti in Filosofia presso l’Università di Torino, con una tesi sul neoplatonismo magico. Uomo dagli interessi eclettici e disparati, dalla pesca all’esoterismo, dal trekking alla letteratura, da bambino ha incontrato Tex e Zagor, e da allora prova un’attrazione irresistibile per la Frontiera Americana, che rappresenta per lui il luogo dell’avventura e del sogno. Attualmente collabora con siti internet quali Farwest.it e Axis Mundi, nonché con la rivista Tepee di Soconas Incomindios, un comitato di solidarietà con i popoli nativi americani. Nei suoi scritti cerca di evidenziare aspetti insoliti e poco conosciuti dell’epopea western, il cosiddetto Weird West, una terra di mezzo in cui folclore e leggenda si fondono con la storia. Nel gennaio 2019 uscirà il suo primo libro, I misteri del Far West, per i tipi di Edizioni Il Punto d’Incontro.

sabato

i gemelli Colloredo, fenomeni da baraccone


Sono definite fenomeni da baraccone le persone che si esibiscono negli spettacoli che furono in voga, principalmente negli Stati Uniti, a partire dal XIX secolo fino alla prima metà del XX secolo. Questi spettacoli a pagamento (in inglese: freak show) consistevano nell'esibizione di persone o animali con aspetto insolito o anomalo, quali ad esempio l'altezza, la presenza di malattie o di rare malformazioni fisiche, al fine di impressionare gli spettatori e attirare visitatori alle fiere. Nei freak show venivano mostrate, ad esempio, coppie di gemelli siamesi, persone molto basse o molto alte, con caratteri sessuali secondari tipici del sesso opposto, affette da malattie particolari o con molti tatuaggi o piercing. Negli spettacoli si esibivano anche performer con capacità e abilità estreme, come i mangiafuoco ed i mangiaspade. Il diverso attira da sempre la curiosità della popolazione. Già nel corso del XVI secolo il cardinale Ippolito de Medici possedeva una collezione d’essere umani di diverse razze. Il cardinale si vantava di disporre d’uomini e donne di oltre venti diverse lingue: tartari, turchi, mori, indiani e varie etnie africane. Il cardinale Ippolito de Medici precursore di quest’ignobile usanza – anche se occorre specificare che, con molta probabilità, altri prima di lui vollero dimostrare la superiorità di una certa etnia rispetto ad un’altra. Il cardinale Ippolito non fu l’unico italiano precursore di quest’orrore umano: il tanto amato Cristoforo Colombo portò con se dei nativi americani, dai suoi viaggi, alla corte del Re di Spagna. Nel XVI secolo iniziarono ad affermarsi anche le mostre dei cosiddetti fenomeni da baraccone; divennero un passatempo popolare in Inghilterra. Le deformità iniziarono ad essere viste come fonti d’interesse e d’intrattenimento per le folle che accorrevano numerose a tali rappresentazioni. Un famoso, e precoce, esempio di tali spettacoli fu l’esibizione dei gemelli Lazzaro e Giovanbattista Colloredo alla corte di Carlo I d’Inghilterra. 


I gemelli Colloredo nacquero a Genova nel 1617. 
Erano gemelli siamesi, in altre parole una coppia di gemelli uniti in una parte del corpo alla nascita. Il termine siamese deriva dal caso più celebre, quello di Chang ed Eng Bunker, gemelli nati nel Siam, l’attuale Thailandia, nel 1811 ed uniti al torace da una striscia di cartilagine. I gemelli Bunker avevano il fegato in comune. I Bunker emigrarono negli Stati Uniti e lavorarono per il circo Barnum. Sposarono due sorelle ed ebbero 21 figli. Vissero sino a 62 anni d’età. 


I gemelli, meglio conosciuti come fratelli, Colloredo erano Lazzaro ed il parassitico Giovanbattista: la parte superiore del corpo di Giovanbattista e la sua gamba sinistra sporgevano dal corpo di Lazzaro (malgrado alcune rappresentazioni giovanili dei Colloredo mostrano la gamba destra sporgere dal corpo di Lazzaro). Giovanbattista non parlava e teneva gli occhi chiusi e la bocca costantemente aperta. Secondo alcune testimonianze dell’epoca, Lazzaro quando non si esibiva teneva coperto, con un mantello, il fratello per evitare attenzioni non necessarie. Secondo l’anatomista danese Thomas Bartholin, noto per essere stato il primo a descrivere completamente il sistema linfatico umano, se qualcuno premeva sul petto di Giovanbattista, il fratello parassitico, egli muoveva le mani, le orecchie e le labbra. 
Per guadagnarsi da vivere, Lazzaro girò l’Europa e visitò Basilea e Copenaghen prima d’imbarcarsi per la Scozia, nel 1642. 


Successivamente si trasferirono a Londra. Il 4 novembre del 1637 Sir Henry Herbert, Master of the Revels della città di Londra, concedette una licenza di pubblico spettacolo della durata di sei mesi “a Lazzaro per mostrare suo fratello Battista”. Lazzaro riscontrò rapidamente un notevole successo e la letteratura di strada non perse l’occasione di immortalarne l’ascesa. Tra le più conosciute quella di Robert Milbourne, del 1637, e quella di Martin Parker, The two inseparable brothers. 
Abbandonata l’Inghilterra, i Colloredo visitarono Danzica e viaggiarono in Germania ed in Italia. Le ultime informazioni risalgono al 1646, per cui la morte è da considerarsi posteriore a questa data.

Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio. Nel 2018 pubblica il suo secondo libro, in collaborazione con Rosella Reali, per la casa editrice Albatros dal titolo E' una storia da non raccontare. 

chi era la Venere del Botticelli?

Particolare della Nascita di Venere, Sandro Botticelli

La Nascita di Venere è un dipinto a tempera su tela di lino di Sandro Botticelli, databile al 1482-1485 circa. Realizzata per la villa medicea di Castello, l'opera d'arte è attualmente conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze. Opera iconica del Rinascimento italiano, spesso assunta come simbolo della stessa Firenze e della sua arte, faceva forse anticamente pendant con l'altrettanto celebre Primavera sempre di Botticelli, con cui condivide la provenienza storica, il formato e alcuni riferimenti filosofici. Rappresenta una delle creazioni più elevate dell'estetica del pittore fiorentino, oltre che un ideale universale di bellezza femminile. La Nascita di Venere è da sempre considerata l'idea perfetta di bellezza femminile nell'arte, così come il David è considerato il canone di bellezza maschile; Poiché entrambe le opere sono conservate a Firenze, i fiorentini si vantano di possedere i canoni delle bellezze artistiche all'interno delle mura cittadine. 

Nascita di Venere, Sandro Botticelli

La ricostruzione storica delle vicende legate alla Nascita di Venere, ricostruite da Horne nel 1908, ha molte analogie con quella della Primavera. Vasari, nel 1550, citò il dipinto assieme alla Primavera nella villa di Castello, che all'epoca di Botticelli era di proprietà dei fratelli Giovanni e Lorenzo de’ Medici Popolani, cugini più giovani di Lorenzo il Magnifico. Ciò ha fatto spesso supporre che il committente fosse Lorenzo il Popolano, che si era fatto dipingere la Primavera, e che i due dipinti facessero parte di un medesimo ciclo mitologico di cui faceva parte anche la Pallade e il centauro, sempre agli Uffizi, e Venere e Marte nella National Gallery di Londra. In realtà nessuna opera in cui sia riconoscibile la nascita di Venere è elencata negli inventari della villa del 1498, 1503 e 1516, per cui venne sicuramente lì trasportata in un secondo momento prima della visita di Vasari. Al tempo del riferimento vasariano l'edificio era di proprietà di Cosimo I de' Medici, che aveva sì potuto ereditare il dipinto dai suoi antenati del ramo "Popolano", ma anche averlo acquistato per conto personale o averlo sottratto durante una confisca di stato. La prima menzione in un inventario della villa risale al 1598. La Nascita di Venere è in genere considerata opera anteriore alla Primavera. Secondo alcuni entrambe le opere risalgono a un periodo vicino, dopo il ritorno del pittore da Roma per affrescare alcune scene nella cappella Sistina (1482) o immediatamente prima del viaggio (1478 per Crowe e Cavalcaselle). Secondo altri la Primavera sarebbe stata dipinta prima e la Nascita di Venere dopo il viaggio. La Yashiro indicò il 1487, Salvini il 1484; la critica moderna propende oggi invece per il 1486. 
La Nascita di Venere da sempre incuriosisce i critici d’arte ed il pubblico indistinto. Uno dei motivi di questa sfrenata curiosità risiede nel tentativo d’interpretare quale personaggio femminile possa aver posato per il pittore, donando ai posteri l’immortale bellezza. Molti ritengono d’aver trovato in Simonetta Vespucci la ragazza che fece perdere la testa alla Firenze rinascimentale. 

Ritratto ideale di dama, Sandro Botticelli

Chi era Simonetta Vespucci? 
Simonetta nacque dai nobili genovesi Gaspare Cattaneo della Volta e Cattochia Spinola il 28 gennaio 1453, membro della nobile famiglia Cattaneo. I suoi genitori divennero noti per aver dato i natali a questa leggendaria "Venere vivente". Nell'aprile del 1469, quando aveva appena sedici anni, sposò il giovanissimo Marco Vespucci, cugino lontano del navigatore Amerigo Vespucci, nella chiesa gentilizia di San Torpete, alla presenza del Doge di Genova e di tutta l'aristocrazia cittadina. Marco Vespucci, accolto dai Cattaneo, si era innamorato perdutamente della bella Simonetta e il matrimonio era stato una logica conseguenza, visto l'interesse dei Cattaneo a legarsi con una potente famiglia di banchieri fiorentini, intimi dei Medici. Dopo il matrimonio, la coppia si stabilì a Firenze, città dei Vespucci. L'arrivo degli sposi coincise con l'assunzione di Lorenzo il Magnifico a capo della Repubblica. I due fratelli Lorenzo e Giuliano accolsero gli sposi nel palazzo Medici di via Larga e in loro onore organizzarono una sontuosa festa nella villa di Careggi. Si susseguirono brevi anni di feste e ricevimenti in una vita sontuosa di cui la corte medicea era il centro. L'apice si raggiunse con il "Torneo di Giuliano", un torneo cavalleresco svoltosi in Piazza Santa Croce nel 1475. Qui Giuliano de' Medici, secondo quanto immortalato dal poemetto Stanze per la giostra di Giuliano de' Medici di Agnolo Poliziano, vi vinse un ritratto di Simonetta, messo in palio. Simonetta fu la trionfatrice e fu proclamata "regina del torneo". 

Ritratto ideale di dama, Sandro Botticelli

La sua grazia aveva ormai conquistato tutti a Firenze, in primis Giuliano che divenne il suo amante. Molti ricercatori, nel corso del tempo, hanno voluto, o desiderato, riconoscere il suo volto nella Venere o nella Primavera di Sandro Botticelli. Alcuni di loro, in conformità ad una leggenda, hanno pensato, e raccontato, che Botticelli avrebbe chiesto d’essere sepolto di fianco a Simonetta Vespucci nella chiesa fiorentina d’Ognissanti. Sandro Botticelli e Simonetta sono effettivamente sepolti nella stessa chiesa, ma il motivo è molto semplice e delude le attese romantiche di molti: le tombe delle due famiglie si trovavano antecedentemente nella stessa chiesa; la famiglia Vespucci era titolare di una cappella mentre i membri della famiglia Botticelli venivano sepolti nel cimitero della chiesa d’Ognissanti. L’esistenza di Simonetta, purtroppo, fu breve anche se ricca di soddisfazioni. Circa un anno dopo il trionfo nel Torneo di Giuliano, del 1475, morì a causa della tisi, o della pesta. Gli occhi si chiusero a soli ventitré anni, creando dolore nella Firenze rinascimentale. Lorenzo il Magnifico dedicò alla ragazza un sonetto dove l’immagina salita in cielo ad arricchire il firmamento. Simonetta, in breve tempo, divenne la personificazione del concetto di bellezza. Oltre a Lorenzo il Magnifico, altri poeti dedicarono le proprie opere alla bellissima ragazza: Bernardo Pulci scrisse una lirica dal nome In morte di Simonetta Cattaneo genovese ed Angelo Poliziano l’immaginò come una ninfa nell’opera Stanze per la giostra del magnifico Giuliano di Pietro de’ Medici. 

Simonetta Vespucci come Cleopatra, Piero di Cosimo

Simonetta rappresentò la musa ispiratrice anche dei pittori fiorentini? 
In questo caso le certezze svaniscono. Lo storico dell’arte Aby Warburg, vissuto a cavallo tra ottocento e novecento, pensò di trovare nell’opera di Poliziano la fonte che avrebbe ispirato Sandro Botticelli per la realizzazione dei suoi capolavori. Un’ulteriore fonte d’ispirazione, per la vulgata secondo la quale Simonetta fosse la Venere di Botticelli, si trova, secondo Warburg e non solo, negli scritti di Giorgio Vasari. Secondo il pittore e storico dell’arte italiana, nel guardaroba di Cosimo I figuravano due teste di femmina di profilo, una delle quali si dice fu l’innamorata di Giuliano de’ Medici. 
Accantonando Botticelli, esistono opere di altri artisti che ritraggono Simonetta Vespucci? 
La più celebre è il Ritratto di Simonetta Vespucci come Cleopatra di Piero di Cosimo, nato nel 1462. Quando la ragazza morì, nel 1475, Piero aveva appena 13 anni. Si potrebbe pensare che l’opera sia un omaggio postumo alla bellezza della ragazza? 
Concludendo, quale può essere la verità circa Simonetta Vespucci nelle vesti della Venere di Botticelli? 
Non esiste un solo documento che provi che Simonetta abbia posato per Botticelli. 

Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

Bibliografia 
Finestre sull’Arte, Simonetta Vespucci: era davvero musa e amante di Sandro Botticelli? , marzo 2017 

Marcello Vannucci, Le donne di casa Medici, Newton Compton Editori, Roma 1999, ristampato nel 2006 

Bruno Santi, Botticelli, in I protagonisti dell'arte italiana, Scala Group, Firenze 2001 

Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999 

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio. Nel 2018 pubblica il suo secondo libro, in collaborazione con Rosella Reali, per la casa editrice Albatros dal titolo E' una storia da non raccontare. 

domenica

la madre migrante


Dorothea Lange nacque ad Hoboken il 26 maggio del 1895. Il suo nome completo era Dorothea Margaretta Nutzhorm, ma decise di farsi chiamare Lange assumendo il cognome della madre. A soli 7 anni,nel 1902, fu colpita dalla poliomielite che le causò un permanente deficit alla gamba destra. Dorothea reagì con molta determinazione studiando fotografia a New York. Nel 1918 partì per una spedizione fotografica attraverso il mondo; quando finirono i soldi, Dorothea decise di fermarsi a San Francisco dove aprì uno studio di fotografia. Negli anni successivi divenne parte integrante della vita della città, anche in seguito al matrimonio con il pittore Maynard Dixon, dal quale ebbe due figli. In seguito alla Grande Depressione iniziò un’attenta ricognizione tra i disoccupati ed i senza tetto della California. Dorothea divenne famosa fotografando i contadini che abbandonavano le campagne a causa del Dust Bowl, le famose tempeste di sabbia che desertificarono oltre 400 000 chilometri quadrati degli Stati Uniti. 


Le sue foto attrassero l’attenzione della popolazione e degli economisti, uno di questi, Paul S. Taylor, le commissionò un’ampia documentazione fotografica. Tra il 1935 e il 1939, fece un gran numero di reportage, sempre sulla condizione d’immigrati, braccianti e operai. Il 1935 fu anche l'anno in cui Dorothea divorziò da Dixon, sposando Paul Taylor che divenne l'uomo-chiave della sua attività professionale: ai reportage fotografici della moglie, Taylor contribuì con interviste, raccolte di dati e analisi statistiche. Alcuni scatti di Dorothea Lange, grazie alla frequente pubblicazione dei suoi lavori nelle riviste dell'epoca, diventarono molto famosi. Su tutte, Migrant mother, la Mamma migrante, che fu probabilmente quella che tuttora è considerata un'icona della storia della fotografia: il soggetto è Florence Leona Christine Thompson immortalata nei pressi di un campo di piselli in California. Esiste un curioso fatto che riguarda questa fotografia: nello scatto originale (conservato alla Library of Congress di Washington), appare il dito di una mano in basso a destra, che però nella foto andata in diffusione di stampa è stato ritoccato. Sul sito della Library of Congress è possibile visionarle entrambe.


Chi era Florence Leona Christine Thompson e perché quella fotografia divenne un’icona fotografica della Grande Depressione?
Florence nacque il 1º settembre 1903 a Tahlequah nell'Oklahoma, da Jakson Christine e Mary Jane Cobbo. Poco dopo la sua nascita, i genitori si separarono e la madre si risposò con Charle Akman. Florence visse insieme alla sua famiglia in una piccola fattoria nei dintorni di Tahlequah in Oklahoma. All’età di 16 anni Florence sposò Cleo Owens; un anno dopo il matrimonio, la coppia ebbe la prima figlia, Violet, seguita dalla seconda figlia, Viola, e dal terzo figlio, Leroy. Dopo la nascita del terzo figlio, nel 1921 la famiglia si trasferì nella Contea di Stone in Missouri. Dieci anni dopo, nel 1931, la famiglia si trasferì in California, stabilendosi in una fattoria dove coltivava il terreno di una famiglia dell’alta borghesia. Sempre nel 1931 Florence rimase incinta del suo sesto figlio ed il marito Cleo morì a causa della tubercolosi. Dopo la perdita del marito, Florence, rimasta sola con sei figli, oltre a continuare il lavoro alla fattoria, iniziò a lavorare in un ristorante come cameriera e come donna delle pulizie presso famiglie dell’alta società. 


Nel 1933 la famiglia migrò verso Shafter, in California, dove Florence incontrò il suo successivo marito, Jim Hill, con il quale ebbe altri tre figli. Durante gli anni Trenta lavorarono come migranti in varie fattorie della California e dell’Arizona per mantenere la famiglia. Nel marzo del 1936, Florence insieme ai suoi figli, viaggiando per raggiungere l'Arizona, per motivi di manutenzione all'auto si dovette fermare in un campo di migranti e poveri, Nipomo Mesa. La fotografa Dorothea Lange, per puro caso, sostò nello stesso campo pochi giorni dopo l'arrivo di Florence. Girando nel campo Dorothea vide una tenda al cui interno si trovava Florence insieme ai suoi sette figli, così incuriosita si avvicinò a Florence chiedendole se poteva scattare delle fotografie. Inizialmente Florence fu contraria, ma Dorothea la convinse, affermando che le foto sarebbero servite per cercare di cambiare le menti chiuse di coloro che reputavano i migranti e i poveri delle nullità, mostrando come vivessero realmente e quanto dovessero lottare per mantenere le famiglie. 


Florence accettò a patto che Dorothea non le chiedesse il nome per poterlo poi usare nelle note delle foto, rimanendo così nell'anonimato. Dorothea pubblicò le fotografie, e quella denominata la "Madre Migrante", divenne nel corso degli anni una delle icone più famose e simboliche di tutta l'America. Dopo l'uscita delle fotografie Florence si trasferì a Modesto con la sua famiglia, dove trovò lavoro in un ristorante e in un ospedale come donna delle pulizie per mantenere i suoi figli. Dopo anni dall'uscita delle foto e con la rivelazione dell'identità della Madre Migrante, Florence confessò che negli scatti fatti nel campo con i figli stava posando, cercando di rappresentare la povertà. Florence collaborò con Dorothea, nonostante la diversità tra le loro vite; una di povertà assoluta, mentre l'altra ricca di fama. Dopo la fine della seconda guerra mondiale Florence, separatasi da Jim Hill e rimasta sola con i figli, migrò a Modesto, sempre in California, dove, lavorando in un ospedale come donna delle pulizie, incontrò George Thompson e dopo pochi mesi lo sposò. George e Florence vissero una vita tranquilla insieme fino a quando lei iniziò ad avere problemi cardiaci, tanto da dover essere ricoverata in ospedale per sottoporsi ad un’operazione. I figli, non avendo i soldi necessari per pagare l’operazione della madre, usarono il suo nome d’arte, la Madre Migrante, riuscendo a raccogliere ben oltre quindicimila dollari in donazione. L’intervento subito però riuscì solamente a dare il tempo necessario a Florence di tornare a casa, dove morì poco dopo a causa di un infarto cardiaco, il 16 settembre 1983.


Nel 1941 in una mostra fotografica il negativo della foto della "Madre Migrante" fu modificato, togliendo un pollice della fotografa Dorothea, e l'originale fu tenuto nascosto dato il suo gran valore economico e culturale. Alla fine degli anni sessanta furono ritrovati in un cassonetto della spazzatura i 31 negativi originali di Dorothea completi di firma e note, tra cui il negativo originale non modificato. Nel 1998, attraverso Celebrate the Century, la fotografia ritoccata della Madre Migrante divenne un francobollo del servizio postale statunitense. Due figlie di Florence erano ancora vive quando furono stampati i francobolli, in violazione dei regolamenti del servizio postale, che vietano di rappresentare sui francobolli persone viventi. 


Nello stesso mese i negativi con le varie note e firme scritte a mano della Lange furono venduti per 244.500 dollari a Sotheby's New York. Nel 2002 la foto della "Madre Migrante" fu venduta da Christie’s a New York per 141.500 dollari. Nell'ottobre del 2005 un anonimo comprò dei negativi riguardanti la Madre Migrante per 296.000 dollari, quasi sei volte il loro valore stimato alla prima offerta.

Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

Bibliografia
Dizionario della fotografia Volume II Einaudi voce Dorothea Lange

The History Place - Dorothea Lange Photo Gallery: Migrant Farm Families, su historyplace.com

A True Picture Of Hard Times, su articles.dailypress.com

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio. Nel 2018 pubblica il suo secondo libro, in collaborazione con Rosella Reali, per la casa editrice Albatros dal titolo E' una storia da non raccontare. 

giovedì

Alfonsina Strada, il diavolo in gonnella


Alfonsa Rosa Maria Morini nacque a Castelfranco Emilia il 16 marzo del 1891. Alfonsa era la seconda dei dieci figli di Carlo Morini e Virginia Marchesini, coppia di braccianti che lavoravano nelle campagne emiliane. Carlo, trentunenne alla nascita di Alfonsa, lavorava a Castelfranco Emilia da circa tre anni mentre la madre, di dieci anni più giovane del marito, era originaria di Riolo. 
I genitori di Alfonsa erano analfabeti e nonostante l'indigenza, l'ambiente insalubre e le malattie che si propagavano per la pianura padana alla fine del XIX secolo, decisero di allevare anche i bimbi abbandonanti provenienti dagli orfanotrofi del vicinato. In cambio della loro attività, ricevettero un sussidio economico utile a mantenere tutti i bambini. Dopo la nascita del terzo figlio, 1895, Carlo e Virginia decisero di trasferirsi rinunciando ai bimbi affidati loro. La loro nuova vita iniziò a Castenaso, nei pressi di Bologna. In quel luogo videro la luce i successivi sette figli della famiglia Morini. 


Il 1901 fu l'anno della svolta per la piccola Alfonsa, nel frattempo soprannominata Alfonsina. Il padre entrò in possesso di una bicicletta al limite della rottamazione, ma ancora funzionante. Alfonsina imparò immediatamente a pedalare su quell'arnese non funzionante. 
La bicicletta divenne una passione e, come ci ricordava Fabrizio De André, la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie. In breve tempo divenne una protagonista delle scarse strade di Castenaso. All'età di quattordici anni trovò il modo di partecipare alle prime competizioni agonistiche, mentendo ai propri genitori ai quali diceva che si recava alla messa domenicale. 
Quando sua madre scoprì la partecipazione di Alfonsina alle competizioni disse alla figlia che per continuare a correre avrebbe dovuto sposarsi ed andare via, lontano dalla casa nella quale stava crescendo. 
All'età di quattordici anni, nel 1905, sposò un meccanico di Milano, Luigi Strada, con il quale si trasferì nella città meneghina. Suo marito divenne il primo sostenitore della giovane Alfonsina e, come si direbbe oggi, ricoprì il ruolo di manager. 


Nel 1907, l'allora sedicenne Alfonsina, andò a Torino poiché nel capoluogo piemontese le donne su due ruote non destavano scandalo. In Piemonte iniziò a gareggiare seriamente, battendo la famosa Giuseppina Carignano, aggiudicandosi così il titolo di miglio ciclista italiana. Nello stesso periodo conobbe Carlo Messori che la convinse ad andare a San Pietroburgo, in Russia. Durante il breve periodo russo ottenne un importante riconoscimento dallo Zar Nicola II. 
Nel 1911, a Moncalieri, stabilì il record mondiale di velocità femminile superando quello stabilito, otto anni prima, dalla ciclista francese Louise Roger. Quest'impresa spalancò le porte del ciclismo su pista alla giovane Alfonsina che negli anni seguenti ottenne numerosi successi in Francia, vedendo incrementare notevolmente la propria popolarità. 
Nel 1917 si presentò alla redazione della Gazzetta per chiedere l'iscrizione al Giro di Lombardia, che fu accettata. Il 4 novembre dello stesso anno prese il via insieme agli altri 43 ciclisti in gara, tra cui il campionissimo Costante Girardengo. La ragazza chiuse ad un'ora e mezza dal vincitore, il belga Thys, scortata da due ciclisti, Sigbaldi e Augé. Anche l'anno seguente, il 1918, si presentò alla partenza del Giro di Lombardia, che chiuderà ventunesima a circa 23 minuti dal vincitore. 


L'obiettivo dichiarato di Alfonsina divenne quello di partecipare al Giro d'Italia. 
Riuscì anche in questo. 
Nel 1924, tra mille polemiche, l'amministratore della Gazzetta dello Sport consentì ad Alfonsina di partecipare al Giro d'Italia. I ciclisti, pensando che fosse una pagliacciata, opposero una strenua resistenza, ma alla fine la ragazza, sotto il nome di Alfonsin Strada di Milano, apparve nelle liste di partenza. La Gazzetta dello Sport tenne nascosto sino al giorno della prima tappa la vera identità di Alfonsina. 
Purtroppo giunse fuori tempo massimo durante la tappa L'Aquila-Perugia. Dopo un acceso dibattito, gli organizzatori optarono per la partecipazione alle tappe rimanenti della ragazza, ma i suoi tempi non sarebbero stati conteggiati ai fini della classifica. 
Dei 90 ciclisti partiti da Milano, solamente in 30 completarono la corsa a tappe e tra essi Alfonsina Morini Strada. 


Il maschilismo, radicalmente diffuso, impedì alla ragazza di prendere parte alla competizione negli anni successivi. 
Incurante di questi comportamenti, Alfonsina continuò a gareggiare ottenendo grandissime soddisfazioni e vincendo ben 36 corse. 
Il 13 settembre del 1959, in una banale domenica di fine estate, Alfonsina Morini Strada morì all'età di 68 anni a bordo di una macchina che sfrecciava per le strade di Milano. 


Un doveroso ricordo per la donna che osò sfidare Girardengo e gli altri campioni del periodo a cavallo della prima guerra mondiale.

Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

Bibliografia
Paolo Facchinetti, Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada, Portogruaro, Ediciclo Editrice, 2004

Beppe Conti, Le donne dei campioni. Le grandi storie d'amore degli assi del ciclismo, gli scandali, i drammi, Milano, Gruppo Editoriale Armenia, 2008

Tommaso Percivale, Più veloce del vento, Trieste, Einaudi Ragazzi, 2016

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio. Nel 2018 pubblica il suo secondo libro, in collaborazione con Rosella Reali, per la casa editrice Albatros dal titolo E' una storia da non raccontare.