domenica

Levi Strauss



nato Löb Strauß, è stato un imprenditore tedesco naturalizzato statunitense, fondatore del noto marchio di abbigliamento Levi Strauss & Co.
Levi Strauss nacque in una famiglia di ebrei bavaresi (il padre era Hirsch Strauss e la madre Rebecca Haas). Partito dal porto di Bremerhaven, lasciò, come molti connazionali, la Germania per giungere negli Stati Uniti, sbarcando a New York. Qui i due fratelli maggiori, Jonas e Louis, avevano impiantato con successo un'industria di abbigliamento. Dopo avervi passato appena due giorni, si trasferì da un altro parente immigrato, lo zio Daniel Goldman, che teneva un ranch a Louisville in Kentucky. Vi passò altri cinque anni, durante il quale imparò la lingua, sperando di diventare un uomo d'affari indipendente, sebbene avrebbe dovuto succedere allo zio nella gestione del ranch. Nel 1847 anche la madre e due sorelle raggiunsero New York per aiutare i Jonas e Louis nella loro fiorente attività.
A partire dal 1850, Löb inglesizzò il proprio nome in Levi e nel 1853 divenne cittadino americano. Quindi si trasferì a San Francisco, in California, regione che attraversava un momento di forte sviluppo dovuto al fenomeno della corsa all'oro: sperava infatti di impiantarvi un'industria tessile che potesse sfruttare la richiesta di particolari tessuti utili al lavoro nelle miniere, ai carri dei pionieri (i conestoga) e alle vele delle imbarcazioni. Così, con il cognato David Stern, aprì l'ingrosso Levi Strauss & Co. Levi era tra l'altro solito fare il venditore ambulante per le miniere, trasportando la propria mercanzia su un carro e per i minatori inventò un nuovo tipo di indumento, oggi noto come salopette. Più tardi utilizzò allo scopo la tela detta serge de Nîmes, oggi nota con la sua contrazione denim.
Il 20 maggio 1873, il sarto Jacob Davis condivise con Strauss il brevetto del suo tessuto, rafforzato attorno alle tasche con rivetti di rame.
Levi morì nel 1902 e fu sepolto a Colma. Lasciò l'azienda ai quattro nipoti Jacob, Louis, Abrahm e Sigmund Stern.

fonte: Wikipedia

Howard Hughes




Howard Robard Hughes, Jr. è stato un imprenditore, regista, aviatore e produttore cinematografico statunitense.
È famoso per aver ideato, progettato e costruito, tra i suoi diversi aeroplani, l'Hughes H-4 Hercules, comunemente noto come Spruce Goose, e per il suo autodistruttivo ed eccentrico comportamento negli ultimi anni di vita. Tra i film più conosciuti da lui prodotti o diretti figurano Gli angeli dell'inferno (1930), di cui curò la regia e che dedicò interamente al mondo dell'aviazione, Lo sfregiato (1932), e Il mio corpo ti scalderà, (1943), un western che fece scalpore per il debutto della conturbante attrice Jane Russell.
Hughes fu una personalità complessa, contraddittoria ma - a detta di molti - estremamente geniale e dotata di grande iniziativa. Originario - forse - della cittadina texana di Humble (anche se ufficialmente risulta nato a Houston), soffrì in realtà a lungo di disturbi mentali (dovuti quasi certamente ad una forma di sifilide contratta in gioventù), con violente e frequenti crisi di ossessione compulsiva che lo costringevano ad autorecludersi nella propria abitazione.
A quello che veniva considerato fra gli anni trenta e gli anni quaranta l'uomo più ricco e potente degli Stati Uniti, sono state attribuite relazioni con diverse attrici, fra cui Katharine Hepburn, Bette Davis, Jean Harlow e Ava Gardner. Fu sposato dal 1957 al 1971 con l'attrice Jean Peters. Hughes ebbe diversi guai con l'establishment politico e industriale, probabilmente proprio a causa del proprio carattere eccentrico. Dal 1948 al 1955 ebbe il controllo dell'importante major cinematografica RKO Pictures, che dovette però poi cedere in virtù delle leggi antitrust.
Ugualmente, sorte non migliore ebbe la sua casa di produzione di aerei, la Hughes Aircraft, entrata prepotentemente in competizione sul mercato aeronautico USA e per la quale il produttore investì una grande fortuna. Né la compagnia aerea TWA. Si vide spesso preclusa la corsa all'Oscar - evidentemente a causa dei dissapori con diversi membri della MPAA (Motion Picture Association of America) - e trascorse gli ultimi anni di vita in giro per il mondo, con frequenti soste in cliniche di lusso. Morì durante un volo di trasferimento dal Messico verso l'ospedale metodista di Houston, dove si sarebbe dovuto sottoporre a un nuovo ricovero.
Vita, opere, passione e (geniale) follia di Howard Hughes sono state spesso rievocate per il cinema e per la televisione (ma anche il mondo dei fumetti si è occupato di lui). In tempi recenti la figura del produttore-aviatore è stata raccontata - con enfatico ardore ma anche, a detta dei critici, con sufficiente aderenza alla realtà - nel film The Aviator del 2004, diretto da Martin Scorsese ed interpretato da Leonardo DiCaprio, premiato con tre Golden Globe e cinque Oscar. È stato anche protagonista indiretto del film L'imbroglio - The Hoax, girato da Lasse Hallström nel 2006, in cui un giornalista, interpretato da Richard Gere, inventa un libro-intervista proprio su Hughes. Prima di lui fu Orson Welles nel film F for Fake del 1975 a raccontare le immaginarie vicende di un falsario sedicente biografo del magnate texano

fonte: Wikipedia

martedì

Galeazzo Ciano




Gian Galeazzo Ciano, detto Galeazzo, conte di Cortellazzo e Buccari, è stato un diplomatico e politico italiano.
Fu ambasciatore e ministro della Cultura e degli Esteri. Figlio dell'ammiraglio Costanzo Ciano e di Carolina Pini, nel 1930 sposò Edda Mussolini.

Durante la prima guerra mondiale si trasferì con la famiglia a Venezia, dove frequentò il liceo ginnasio Marco Polo; in seguito si trasferì a Genova, dove conseguì la maturità classica. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, fu ammesso in diplomazia ed inviato come addetto di ambasciata a Rio de Janeiro. Il 24 aprile 1930 sposò Edda Mussolini, con la quale subito dopo partì per Shanghai come console. Rientrato in Italia, il 1 agosto 1933 venne nominato capo dell'Ufficio stampa da Mussolini (per il controllo e la guida dei mezzi di comunicazioni di massa) con il titolo di sottosegretario alla stampa e alla cultura. Nel 1935 divenne ministro della Cultura popolare, MINCULPOP, quindi partì volontario per la guerra d'Etiopia, ove si distinse come pilota di bombardieri e fu decorato.
Nel 1936 fu nominato Ministro degli Esteri, subentrando, nella carica, allo stesso Mussolini (sottosegretario, dal 1932 al 1936, era stato Fulvio Suvich, che in ossequio alla nuova linea di politica estera del Duce era stato "allontanato" in qualità di ambasciatore a Washington, così come Grandi, quattro anni prima, era stato "spedito" ambasciatore a Londra). Nel 1937, su probabili pressioni del Duce, fu coinvolto nel duplice omicidio dei fratelli Carlo Rosselli e Nello Rosselli, colpevoli d'essere i fondatori del movimento antifascista Giustizia e Libertà (come testimonia lo storico Giordano Bruno Guerri e trucidati in Francia da sicari della Destra estrema, anche se le relative pagine del Diario sono state manomesse).
Ciano si era guadagnato una certa confidenza da parte di Umberto di Savoia, il figlio di Vittorio Emanuele III, con il quale condivideva una certa mentalità e un notevole charme, anche se Ciano era certamente meno discreto del principe. Divenne il corrispondente preferito tra Umberto (e Maria José) ed il movimento fascista. Questa amicizia era considerata produttiva sia dal re che dal dittatore, poiché i due sarebbero stati i rispettivi eredi della Corona e del governo ed i buoni rapporti fra i futuri eredi rassicuravano i congiunti circa la tenuta futura degli equilibri raggiunti. Il sovrano lo aveva insignito del Collare della Santissima Annunziata, una delle più alte onorificenze regali.
Probabilmente con una qualche approvazione da parte di Umberto, Ciano tenne l'Italia distante dalla Germania hitleriana il più a lungo possibile, con l'aiuto dell'ambasciatore a Berlino, Bernardo Attolico. Ciano percepì chiaramente il pericolo che Hitler rappresentava anche per l'Italia, quando i Nazisti uccisero il Primo Ministro austriaco Dollfuss, che aveva avuto degli stretti legami con la famiglia Mussolini (la moglie di Dollfuss si trovava in vacanza in Italia a casa del Duce quando il marito fu assassinato), e poté scorgere in questa azione di forza un freddo avviso delle intenzioni del Führer.
Poco a poco, in seguito ad una sequela di incontri con Joachim von Ribbentrop e Hitler che portarono il 22 maggio 1939 alla sottoscrizione del Patto d'Acciaio, Ciano (praticamente costretto dal suocero a sottoscriverlo, malgrado i suoi tentativi di temporeggiare, per le informazioni che il Ministro degli Esteri britannico Anthony Eden sollecitato da Dino Grandi, gli aveva fatto pervenire) consolidò i suoi dubbi sulla nazione alleata, ed ebbe diverse divergenze col suocero. Alla fine, come scrisse nei suoi diari, non era sicuro se augurare agli italiani "una vittoria o una sconfitta tedesca".

Il regno d'Albania

Nel frattempo, il 7 aprile del 1939, un venerdì santo, l'Italia aveva invaso e poco dopo conquistato il Regno d'Albania. Tirana era da tempo nella sfera di influenza italiana e l'impresa, militarmente non impegnativa, e resa non ardua dall'irrisoria resistenza incontrata, consistette in pratica solo dello sbarco di un piccolo contingente di truppe italiane nei quattro principali porti albanesi, e provocò una decina di morti in scontri con bande di malviventi.
Il progetto, già proposto in precedenza, fu prestamente approntato allorché la Germania, nel marzo 1939, inviò le sue truppe in Cecoslovacchia e vi stabilì il protettorato di Boemia e Moravia; all'interno dell'Asse, queste operazioni avevano - ad effetti di opinione pubblica - consolidato l'immagine dei tedeschi ed allo stesso tempo indebolito quella degli italiani, integrando una sorta di gerarchia di fatto. Ciano annotò che Mussolini reagì con stizza alla notizia delle conquiste tedesche, non preventivamente concordate e preannunciategli solo per cenni sommari, e che fu particolarmente urtato dalle entusiastiche comunicazioni che il cancelliere nazista gli trasmise, giudicandole irritanti "partecipazioni". Sotto quindi primariamente un profilo di immagine, le azioni tedesche segnalavano con imbarazzante evidenza una disparità di potenza cui occorreva rimediare, sia per mantenere il consenso in patria, sia per evitare di perdere autorevolezza (e conseguentemente i contatti) con le altre potenze europee.
Di un'espansione verso l'Albania o verso il Regno di Jugoslavia, a Roma si era già discusso a fondo da molto tempo; per quanto riguardava l'Albania, il discorso era stato anzi affrontato proprio con Belgrado, con Stojadinović prima e con Cvektoviĉ poi, ma quest'ultimo aveva declinato l'offerta di una spartizione, anche per l'elevata presenza di albanesi sul territorio jugoslavo, e ne era sortito un trattato (1937) contenente un patto di non aggressione che in realtà era un nulla osta ad un'eventuale azione italiana su Tirana (oltre che un tentativo di re Paolo di tener lontane Italia e Germania). Sebbene anche l'Italia avesse sul proprio suolo molti immigrati albanesi, questa condizione fu interpretata da Ciano come una facilitazione: se era agevole, sostenne, gestirli in patria, forse ancora più agevole, concluse, doveva essere gestirli a casa loro, ed organizzò personalmente l'intera operazione, che sarebbe restata tutta segnata dalla sua impronta.
La Germania, del resto, aveva più volte indicato di non nutrire interessi su queste aree, quindi l'operazione non avrebbe creato imbarazzi con l'alleato; e quantunque l'Italia avesse nel frattempo sviluppato, con Ciano buon protagonista, la più importante attività diplomatica su tutta l'area dei Balcani, la Germania preservava un controllo di fatto sull'intera economia della regione, potendo quindi guardare con una certa indifferenza alle faccende politiche locali.
Il paese, neanche 150 chilometri dalle coste pugliesi, era di fatto fin dalla prima guerra mondiale profondamente influenzato dall'Italia, che aveva accettato nel settembre del 1928 l'auto-proclamazione di re Zog I (Ahmed Bey Zogu), in seguito accusato di essere un tiranno incline all'arricchimento personale ed al nepotismo. Mentre Zog, all'arrivo degli italiani, riparava in Grecia, la conquista fu perfezionata con l'offerta della corona d'Albania a Vittorio Emanuele III il 16 aprile 1939, con una piccola cerimonia svoltasi al Quirinale.
Il governo dell'Albania fu affidato al luogotenente del re Francesco Jacomoni di San Savino, che lo mantenne fino all'8 settembre del 1943; si trattò di un governo di facciata, con ministri albanesi affiancati da consiglieri italiani con poteri di controfirma. Circa il ruolo di Ciano nella vicenda albanese, quantunque non formalmente onorato di alcuna carica specifica diretta, soprattutto nella storiografia anglosassone è comunemente ritenuto il vero "reggente" della colonia, ed anche nella storiografia italiana lo si menziona spesso come "viceré", poiché di fatto come tale ebbe a condursi. L'intitolazione alla moglie di un porto (Porto Edda), ma più ancora la scoperta promozione della soppressione del Ministero degli Esteri e di quello della Difesa di Tirana, ruoli devoluti al governo di Roma con un "trattato" del 3 giugno, indicano la centralità del suo ruolo; anche la costituzione del Partito Fascista Albanese, sollecitata da Achille Starace già dal mese di aprile (quando trionfalmente sbarcò in Albania salutato da 19 salve di cannone), fu sottoposta all'autorizzazione di Ciano, che la concesse solo nel mese di giugno, e che ne permise la formalizzazione solo nel marzo dell'anno successivo ponendovi a capo l'amico personale Tefik Mborja.
Il 13 aprile, Ciano si rivolse subito agli albanesi come gestore diretto della loro Nazione, garantendo loro che le loro aspirazioni nazionali sarebbero state sostenute dall'Italia anche in ordine all'espansione dei confini, questione che in pratica si riferiva al recupero delle zone asseritamente "albanesi" nei territori greco e jugoslavo; essendo i proclami diretti al Ministero degli Esteri albanese (che di lì a poco sarebbe stato soppresso) fonte di inquietudini per i paesi vicinanti, a questi Ciano si affrettò a segnalare (una settimana dopo, a Venezia) il disinteresse italiano per l'argomento e la strumentalità delle dichiarazioni. Ciò nonostante, fece istituire un ufficio speciale per l'irredentismo che fra i suoi compiti non palesi aveva anche quello di preparare un struttura militare clandestina per il momento, ritenuto non lontano, in cui fosse esplosa una crisi in Jugoslavia. Da molte fonti è stato asserito che in coincidenza temporale con l'annessione, le fortune personali di Ciano siano cresciute in modo oscuro quanto rapido.

La guerra

All'inizio della seconda guerra mondiale, quando le sue posizioni anti-tedesche erano oramai note (Hitler avrebbe avvisato Mussolini tempo dopo: Ci sono dei traditori nella tua famiglia), molti osservatori ritengono che sia stata di Ciano la maggiore influenza nella formulazione della "non belligeranza", locuzione ad effetto cui corrispondeva una posizione dell'Italia assolutamente fumosa, per un verso non concorde nell'aggredire, per un altro non discorde con l'aggressore; ma al contempo d'accordo con gli aggressori e solidale con gli aggrediti.
A questa morbida quanto inconcludente situazione si era giunti con una sua intuizione, tradottasi nell'invio di una famosa lettera a Hitler (il quale premeva perché l'Italia aprisse il fuoco) in cui si chiedevano alla Germania una mole incredibile di mezzi ed armamenti (che si calcolò avrebbero richiesto per il solo trasporto ben 11.000 treni), e dinanzi a questa richiesta i nazisti allentarono le pressioni, almeno per un po'. Ciano aveva sommessamente invitato i responsabili militari a non fare, nello stilare la loro lista della spesa, "del criminoso ottimismo".
L'Italia, però, non era in guerra, e questo - considerati i patti - parve comunque un ottimo risultato. Il Patto d'Acciaio prevedeva infatti l'obbligo di prestare immediato ausilio militare (indipendentemente dalle eventuali cause di conflitto):
Art. 3. - Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell'aria.".
Quando l'Italia entrò in guerra fu Ciano, dato il ruolo, a consegnare le dichiarazioni agli ambasciatori di Francia e Regno Unito. Pochi mesi dopo fu l'ideatore della guerra alla Grecia. Forse - è stato ipotizzato - ingannato dalla troppo facile conquista albanese, e considerando che ad Atene, retto dal generale Ioannis Metaxas, vigeva un regime militare non ostile all'Italia (e che anzi mostrava simpatie verso la formula totalitaristica e, in piccolo, cercava di apprendere dall'esperienza italiana), Ciano ritenne che si sarebbe trattato di un'altra operazione facile, ed anzi così la definì nei suoi Diari, "utile e facile". Utile sarebbe stata perché avrebbe completato un arco di influenza sui Balcani che avrebbe costituito l'appoggio meridionale alle espansioni tedesche nella Mitteleuropa. Facile fu considerata perché il paese, ritenuto non ostile, ed effettivamente povero, fu valutato male armato e peggio motivato per poter resistere. Qualcuno ha sostenuto che Ciano abbia utilizzato denaro per corrompere esponenti greci, ma non ve ne sono prove, mentre è certo che partecipò ai primi bombardamenti sulla Grecia nella sua veste di pilota militare.
L'invasione si trasformò in breve tempo in un disastro militare, che vide le truppe italiane ricacciate in Albania, ciò che non era stato messo in conto: infatti i greci ebbero una reazione di orgoglio e, pur se in condizioni di inferiorità tecnologica, reagirono all'attacco con imprevista partecipazione, respingendo gli italiani e causando anche le dimissioni (prontamente accolte) di Pietro Badoglio, su cui ebbero un loro peso anche le scomode ma sincere osservazioni scandalizzate di Roberto Farinacci.
Dinanzi alle difficoltà che invece furono incontrate, registrando le prime avvisaglie di negatività delle vicende belliche, Ciano non tardò a tornare su posizioni più dubitative, esprimendo le sue perplessità sia "in famiglia" che ad altri gerarchi. Anche a causa delle cariche ricoperte, con particolare riguardo ai rapporti con il Regno Unito, una più intensa frequentazione operativa lo condusse ad ispessire il rapporto con Grandi, che, morto Italo Balbo, restava l'esponente più indipendente del vertice del fascismo.
Nel 1942 Vittorio Emanuele III lo nomina Conte di Buccari, in aggiunta al titolo di Conte di Cortellazzo che era stato conferito a suo padre Costanzo dopo la prima guerra mondiale. Nella primavera del 1943, in occasione di una minirivoluzione delle cariche istituzionali con la quale Mussolini sperava di riaffidare i posti-chiave a uomini di certa fiducia, Ciano venne mandato come ambasciatore in Vaticano. Con la fine dell'incarico di ministro finì anche la stesura dei celebri Diari, terminata l'8 febbraio 1943.
È in questo momento che il suo rapporto con Monsignor Montini - in seguito papa - raggiunse la maggiore intensità, tenendo il fascismo in contatto con tutte le principali potenze internazionali, attraverso la mediazione dell'influente sacerdote. La gestione di questo importantissimo canale diplomatico in questa fase era tutt'altro che un compito secondario: malgrado il Concordato, la Chiesa preservava una pesantissima influenza sull'Italia, che esercitava di fatto condizionando il consenso dei credenti, ed inoltre si muoveva autonomamente per intessere rapporti e relazioni internazionali capaci di salvaguardare i suoi propri interessi. Interlocutore estraneo abitante nella stessa casa, il Vaticano rappresentava per l'Italia un singolarissimo problema: non si poteva porvisi in antagonismo, ma nemmeno se ne potevano condividere le mire, che essenzialmente tendevano a garantire alla Chiesa la preservazione dei suoi privilegi inducendola a preferire quella fazione che, vincendo, più sontuosamente avesse potuto concedergliele, e non si poteva quindi farvi affidamento. Se per un verso la Santa Sede era infatti un ponte non ufficiale verso i paesi avversari, per altro verso era in grado, attraverso questa interposizione, di filtrare (ed opportunamente condizionare) gli eventuali contatti secondo il suo interesse.

Il 25 luglio

Il 25 luglio 1943, quando l'opposizione interna guidata da Dino Grandi (che si coordinava con il Quirinale) stava infine per sconfiggere Mussolini, Ciano vi si unì. Al Gran Consiglio del fascismo, infatti, votò l'ordine del giorno di Grandi (insieme ad altri diciotto gerarchi), approvando perciò l'indicazione contenuta nella mozione, volta a che il re riprendesse in mano l'esercito ed il governo della nazione; in pratica, quello di Ciano fu un voto pesantissimo e dalle conseguenze irreversibili contro il suocero. Va notato che questi avrebbe avuto modo di fermare l'azione di questa fronda, invece, rinunziando in un certo senso ad opporsi, la agevolò sia convocando il Gran Consiglio (che non si riuniva da diversi anni e che non era ritenuto da autorevoli giuristi dell'epoca competente a deliberare sul tema dei rapporti istituzionali tra Governo e Monarchia), sia consentendo di mettere ai voti la mozione.
Si è a lungo congetturato sulle reali motivazioni dell'adesione di Ciano alla proposta di Grandi, tenuto conto che al voto sul famoso ordine del giorno, dovrebbe esser giunto dopo averne discusso col Duce, informatone dallo stesso Grandi con qualche giorno di anticipo (ma anche Mussolini, è stato fatto notare, doveva essere ben al corrente dell'adesione del genero). Probabilmente Ciano condivideva con gli altri due gerarchi la considerazione che il tempo del fascismo fosse venuto ad esaurimento, ma magari ritenendosi ancora candidato alla successione, pensava che in una nuova gattopardesca riformulazione poco sarebbe cambiato e che sarebbe rimasto in auge.
Il voto di Ciano fu, sotto un profilo di pubblica immagine, il colpo più grave inferto al prestigio del capo del regime, cui di fatto pareva che nemmeno il genero desse più fiducia. Le previsioni ottimistiche di Ciano, che si prefigurava rimpasti ed aggiustamenti all'italiana dopo questa sorta di golpe (disse infatti a Bottai di attendersi che ci si sarebbe "aggiustati"), naufragarono insieme alla disillusione di Grandi, che credeva di aver operato per consegnare il comando al generale Caviglia e che invece vide salire al potere il poco gradito Badoglio.
Badoglio avrebbe d'un tratto bruciato tutte le aspettative dei gerarchi, schierando una compagine d'apparato tutta "del re" ed iniziando immediatamente la defascistizzazione dello Stato. Se Bottai ne era quasi contento, Grandi ne era sorpreso (ma più che altro del poco nitido atteggiamento del sovrano); Ciano fu invece quello che si trovò maggiormente spiazzato e, a differenza degli altri due, tardò a mettersi in salvo. Nello sconcerto, acuito poco dopo dall'armistizio di Cassibile, cercò invano di organizzare un esilio protetto per la sua famiglia, ma il Vaticano si rifiutò di nasconderli. Apparentemente i tedeschi sembravano intenzionati ad aiutarli a raggiungere la Spagna, ma invece li arrestarono, e spedirono l'ex ministro a Verona, già in territorio della Repubblica Sociale Italiana, dove restò detenuto.

La fine

Ciano fu infatti estradato in Italia, sotto esplicita richiesta del neonato Partito Fascista Repubblicano, il 18 ottobre 1943 per essere incarcerato; anche Edda ed i figli vennero rimpatriati (sempre nel territorio della Repubblica di Salò).
Ad opera di Alessandro Pavolini si allestiva infatti il processo ai "traditori" del 25 luglio, ed il voto al Gran Consiglio fu considerato alto tradimento (sebbene si trattasse giuridicamente di una grossolana forzatura, resa peraltro di improbabile giustificabilità procedurale con l'applicazione di norme penali retroattive) e, dopo un drammatico processo pubblico, noto come il processo di Verona, Ciano venne riconosciuto colpevole insieme a Marinelli, Gottardi, Pareschi ed al vecchio Maresciallo Emilio De Bono (oltre che a molti altri gerarchi contumaci). L'11 gennaio 1944 avvenne la sua esecuzione al poligono di tiro di Verona, insieme agli altri quattro ex-gerarchi. La morte fu affrontata dal genero del Duce con grande fermezza d'animo e dignità. Ciano non venne ucciso immediatamente, fu necessario il colpo di grazia con due proiettili alla testa. Un cineoperatore tedesco realizzò dell'esecuzione un crudo filmato, che scomparso nel nulla durante i primi governi De Gasperi, è stato ritrovato grazie a Renzo De Felice.
Si è molto discusso se questa conclusione significò che Mussolini non volle proteggere il suo congiunto, o semplicemente che non poté. Molti osservatori fanno notare che se Mussolini avesse commutato la condanna a morte di Ciano, lui stesso avrebbe perso ogni residua credibilità (tuttavia fu proprio Alessandro Pavolini ad impedire che al Duce fossero inoltrate le domande di grazia, la notte precedente l'esecuzione). È noto che quando venne informata, Edda, sinceramente innamorata di Ciano, attraversò mezza Italia con mezzi di fortuna per raggiungere il quartier generale della RSI e quindi la prigione, ma tutti i suoi tentativi di soccorso, comprese le intuibili drammatiche suppliche al padre (che pure la teneva per figlia prediletta), furono vani.
Ad ogni modo, dopo l'esecuzione Edda fuggì in Svizzera portando con sé i diari del marito, nascosti sotto la camicetta. Il corrispondente di guerra Paul Ghali del Chicago Daily News apprese del suo segreto internamento in un convento svizzero ed organizzò la pubblicazione dei diari. Essi rivelano la storia segreta del regime fascista dal 1939 al 1943 e sono considerati una fonte storica primaria (i diari sono strettamente politici e contengono poco della vita privata di Ciano).

I diari

I diari che Ciano scrisse nel periodo in cui fu Ministro degli Esteri, nella loro minuziosità rappresentano una fonte storica di primaria importanza.
Considerati in genere (a partire dallo studio di Mario Toscano) come vergati con una certa sincerità di fondo, descrivono la fase storica più critica del Novecento italiano, disvelando ragioni e motivi di molti fatti che ebbero capitale importanza. Grazie a questi dati è oggi possibile ricostruire (intanto con massima utilità cronologica) gli avvenimenti del periodo visti dall'interno dell'apparato del regime.
Va detto però che, quasi ovviamente, diversi approfondimenti hanno cercato di indagare la fedeltà storica di quanto narratovi. A partire da una banale confusione di nomi fra Roma e Rommel (il generale tedesco), che conteneva in sé un anacronismo foriero di più di qualche dubbio. La circostanza, precisamente, riguarda il racconto del notissimo telegramma inviato a Mussolini dal generale Rodolfo Graziani dall'Africa, e si legge il nome di Rommel al 12 dicembre del 1940 (peraltro erroneamente indicato al giorno 13), ma il generale non ebbe a che fare con materie italiane (escluse le vicende di Caporetto della prima guerra mondiale) se non con il suo arrivo in Africa nella primavera del 1941 ed il testo si riferiva evidentemente a Roma.
La discrepanza fu scoperta da Andreas Hillgruber e portò David Irving a negare l'attendibilità addirittura dell'intera opera, ma anche a ritenere responsabile dell'errore Renzo De Felice, curatore di un'edizione abbastanza nota ed in posizione quantomeno isolata rispetto alle tendenze storiografiche del tempo.
Si era raccolta l'informazione - rilasciata da parte di persone del suo entourage - che Ciano, dopo la rimozione dal Ministero (febbraio '43), avesse dedicato molto tempo alla riscrittura di alcuni brani e l'ipotesi (che al tempo riscosse numerosi conforti testimoniali) allarmò gli storici, i quali appena possibile effettuarono confronti fra le copie che erano state microfilmate da Allen Dulles dalle agende di Edda; si scoprirono in effetti diverse manipolazioni apportate dallo stesso Ciano, che alla grossa aveva cancellato un certo numero di date, ma proprio la grossolanità delle cancellazioni portò ad escludere che si fosse dedicato ad una riscrittura integrale (che, si desunse, non avrebbe lasciato evidenze).
Anche una lettura contenutistica, del resto, fa escludere che possa aver operato riscritture di comodo: nel '43 era già assai imbarazzante la sua notissima affermazione del 12 ottobre 1940, quando definiva "utile e facile" la guerra alla Grecia che stava per cominciare, ma la frase non fu rimossa (così come altre ugualmente rivelatesi infelici) e questo contrasterebbe almeno col carattere dell'autore, reputato vanitoso da diversi critici. Pare invece alquanto probabile che abbia riscritto le pagine relative al 26, 27 e 28 ottobre 1940.

Una figura controversa

La figura di Ciano è tra le più controverse dell'intero regime. Considerato da molti un fatuo enfant gâté, uno snob, un uomo con poco spessore, aperto alla corruzione ed alla crudeltà (il suo comportamento in Albania venne sempre considerato come tale), fu anche visto come un traditore (e morì per questo); secondo altri, invece, sarebbe stato l'unico a combattere seriamente la pericolosa alleanza tra Italia e Germania. Si è detto che abbia forse mostrato un certo coraggio nel votare contro il suo parente, esponendosi ad un isolamento quasi certo.
Uomo di indubbia intelligenza, che visse le proprie idee a volte coerentemente, a volte in maniera pusillanime, ma seppe avere una certa dignità specialmente dal crollo del regime in poi; gli fu attribuita la capacità di una visione politica più acuta di quella del Duce e di un coraggio personale maggiore di quello del Re. Fu però, indubbiamente, l'uomo più odiato del fascismo fino alla sua morte; il Duce riceveva settimanalmente lettere anonime e non, di protesta sulla sua condotta scellerata di spendaccione e viveur, e sul suo nepotismo senza freni, eppure nei suoi diari egli svicola su tutto ciò quasi fosse una nota a margine, parte di un gioco umano più ampio dove tutto, in vista del fine ultimo, è giustificato.
Galeazzo Ciano fu un ragazzo allevato tra miti più grandi di lui e in posizioni di eccezionale rilevanza non proprio meritate, ma crebbe tutto a un colpo alla fine della sua vita diventando infine, nell'ora più triste, quello che aveva immaginato di essere.

Eredi

Galeazzo ed Edda Mussolini ebbero tre figli:
Fabrizio Ciano, 3º conte di Cortellazzo e Buccari (Shanghai, 1 ottobre 1931 - San José, (Costa Rica), 8 aprile 2008), sposò Beatriz Uzcategui Jahn, senza eredi.
Raimonda Ciano (Roma, 12 dicembre 1933 - Roma, 24 maggio 1998), sposata al nobile Alessandro Giunta (1929), figlio di Francesco Giunta e di Zenaida del Gallo Marchesa di Roccagiovine (Roma, 1902 - San Paolo, 1988)
Marzio Ciano, (Roma, 18 dicembre 1937 - 11 aprile 1974), sposò Gloria Lucchesi dalla quale ebbe:
Pietro Francesco, 4º conte di Cortelazzo e Buccari (18 luglio 1962), che da Alessandra Monzini ha avuto due gemelli:
Carlo e Marzio (Roma, 21 novembre 2009), gli ultimi eredi di Galeazzo Ciano
Lorenzo (15 marzo 1965).

Onorificenze

Onorificenze italiane

Onorificenze straniere

lunedì

Giangiacomo Feltrinelli



« Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell'imminenza di una reazione fascista in Italia »

(Leo Valiani)

soprannominato Osvaldo, è stato un editore e attivista italiano.
Fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e, nel 1970, dei GAP (Gruppi d'Azione Partigiana), una delle prime organizzazioni armate di sinistra della stagione degli Anni di piombo.
Giangiacomo Feltrinelli nasce da una delle più ricche famiglie italiane, originaria di Feltre e il cui progenitore della dinastia sarebbe un certo Pietro da Feltre. Il titolo nobiliare di cui si può fregiare è quello di Marchese di Gargnano. Il padre Carlo Feltrinelli è presidente di numerose società tra cui il Credito Italiano e l'Edison, e proprietario di aziende come la Bastogi, la società di costruzioni Ferrobeton Spa e la Feltrinelli Legnami, società leader nel settore del commercio di legname con l'Unione Sovietica. Alla morte del padre, avvenuta nel 1935, la madre, Gianna Elisa Gianzana Feltrinelli, nel 1940 si sposa in seconde nozze con il famoso inviato del Corriere della Sera Luigi Barzini. Durante il periodo della guerra la famiglia lascia Villa Feltrinelli di Gargnano a nord di Salò, che diventerà la residenza di Benito Mussolini, e si ritira nella villa "La Cacciarella" dell'Argentario, realizzata su progetto degli architetti Ponti e Lancia, trascorrendo nella residenza il periodo che va dall'estate del 1942 alla primavera del 1944. Nel 1944, dopo un colloquio con Antonello Trombadori, Giangiacomo decide di arruolarsi nel Gruppo di Combattimento "Legnano", partecipando così attivamente alla lotta antifascista.

La militanza comunista

Nel 1945 Feltrinelli aderì al Partito comunista, che sostenne anche con ingenti contributi finanziari.Nel 1948, nell'Europa devastata dalla guerra, iniziò a raccogliere documenti sulla storia del movimento operaio e sulla storia delle idee dall'illuminismo ai giorni nostri, gettando così le basi per la biblioteca di uno dei più importanti istituti di ricerca sulla storia sociale. Nasce così a Milano la Biblioteca Feltrinelli, che in seguito diverrà Fondazione.

La casa editrice

Alla fine del 1954 fu fondatore della casa editrice Giangiacomo Feltrinelli Editore che già negli anni cinquanta pubblicò bestseller di rilievo internazionale come Il dottor Živago che Borís Pasternàk terminò nel 1955 e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Il primo libro edito dalla casa editrice milanese fu l'autobiografia dell'allora primo ministro indiano Nehru.
L'editore milanese entrò in possesso del romanzo di Pasternàk nel 1956 a Berlino e affidò la traduzione in italiano a Pietro Zveteremich. Il libro fu pubblicato il 23 novembre 1957 e tre anni dopo, nell'aprile del 1960 raggiunse le 150.000 copie vendute. Per il 50º compleanno della casa editrice ne è uscita in libreria una ristampa della prima edizione. Il dottor Živago porterà Pasternàk al Premio Nobel nel 1958. In Italia il Partito Comunista, appoggiato dal governo dell'Unione Sovietica, condusse una forte campagna diffamatoria nei confronti del libro e forti pressioni giunsero anche da Pietro Secchia affinché il libro non fosse pubblicato in Italia. Il partito decise poi di ritirare la tessera di Feltrinelli.
Il 14 luglio del 1958 conosce la tedesca Inge Schoenthal, sua futura moglie.
Nel 1964 si reca a Cuba ed incontra il leader della rivoluzione Fidel Castro, sostenitore dei principali movimenti di liberazione sudamericani e internazionali, con cui stabilirà una lunga amicizia. Nel 1967 Feltrinelli arriva in Bolivia ed incontra Régis Debray, che nel paese latino vive in clandestinità. L'editore è arrestato a seguito dell'intervento dei servizi segreti americani. Insieme a lui viene fermato anche il colonnello Roberto Quintanilla, che, poco tempo dopo, presenziò all'amputazione delle mani di Che Guevara. Intanto Castro affida all'editore italiano l'opera di Che Guevara, "Diario in Bolivia", che diventerà uno dei principali best-seller della casa milanese. Feltrinelli entra in possesso di Guerrillero Heroico, la famosa foto del Che scattata da Alberto Korda il 5 marzo 1960, in occasione delle esequie delle vittime dell'esplosione della fregata La Coubre.

La spedizione sardista

Nel 1968, Giangiacomo Feltrinelli si recò in Sardegna, secondo i documenti scoperti dalla Commissione Stragi nel '96, per prendere contatto con gli ambienti della sinistra e dell'indipendentismo isolano; nelle intenzioni di Feltrinelli, vi era il progetto di trasformare la Sardegna in una Cuba del Mediterraneo e avviare una esperienza analoga a quella di Che Guevara e Fidel Castro. Tra le idee dell'editore c'era quella di affidare le truppe ribelli del bandito Graziano Mesina, allora latitante. Mesina fu poi convinto a non partecipare all'iniziativa di Feltrinelli grazie all'intervento del SID, nella persona di Massimo Pugliese, ufficiale dei servizi che riuscì successivamente a far saltare completamente l'iniziativa.

Attività clandestina

Il 12 dicembre 1969, ascoltata alla radio la notizia della strage di Piazza Fontana, Feltrinelli, che si trovava in una baita di montagna, decise di tornare a Milano. Apprese però che forze dell'ordine in borghese presidiavano l'esterno della casa editrice ed immaginando che potessero essere costruite prove contro di lui nel successivo procedere della magistratura si trovarono effettivamente indizi in tal senso, Feltrinelli, che da tempo temeva un colpo di Stato di stampo neofascista e che aveva preso a finanziare i primi gruppi di estrema sinistra (e che avrà anche contatti con Renato Curcio e Alberto Franceschini, i fondatori delle Brigate Rosse), decise di passare alla clandestinità. In una lettera inviata allo staff della casa editrice, all'Istituto e alle librerie e in un'intervista rilasciata alla rivista Compagni spiegò la sua decisione, tirando per primo fuori l'idea che dietro le bombe - ve n'erano state più d'una in diversi punti d'Italia - non vi fosse, come tutti sospettavano, compreso il PCI dell'epoca, gli anarchici ma lo Stato, utilizzando tra i primi il termine "Strategia della tensione". La sua riflessione politica successiva lo portò a scelte estreme, fondando nel 1970 i GAP. I GAP (Gruppi d'Azione Partigiana) erano un gruppo paramilitare che come altri riteneva che Togliatti avesse ingannato i partigiani, prima promettendo e lasciando sperare nella Rivoluzione, e poi all'ultimo il 22 giugno 1946 bloccando la rivoluzione comunista in Italia. Ma, a differenza di quelli successivi e della moda imperante, non prendeva le distanze dall'Urss in nome di "una rivoluzione più rivoluzionaria", ma anzi riteneva che nonostante tutto l'Urss fosse l'unica speranza per il successo della rivoluzione nel mondo.

La morte

Giangiacomo Feltrinelli morì il 14 marzo 1972. Le ipotesi sulle cause della morte sono diverse; fatto certo è che Il suo corpo fu rinvenuto, dilaniato da un'esplosione mentre, alcuni sostengono, stava preparando un'azione di sabotaggio, ai piedi di un traliccio dell'alta tensione a Segrate, nelle vicinanze di Milano. Altri sostengono che sia stata opera della CIA in accordo con i servizi italiani. La tesi dell'omicidio fu sostenuta, a caldo, da un manifesto, firmato, fra gli altri, da Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari, che iniziava con le parole "Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato", ma fu smentita dall'inchiesta condotta dal pubblico ministero Guido Viola. Nel 1979, al processo contro gli ex membri dei Gap (confluiti nelle Brigate Rosse), gli imputati (fra cui Renato Curcio ed Augusto Viel) emisero un comunicato che dichiarava: "Osvaldo non è una vittima ma un rivoluzionario caduto combattendo" e confermava la tesi dell'incidente durante l'esecuzione dell'attentato. Feltrinelli (nome di battaglia Osvaldo), era giunto a Segrate, con due compagni, C.F. e Gunter (pseudonimo), su un furgone attrezzato come un camper sul quale dormiva e si spostava quando era in Italia. Secondo una testimonianza di primissima mano, su quel furgone ci sarebbero dovuti essere trecento milioni che l'editore avrebbe poi donato personalmente al giornale Il manifesto una volta giunto a Roma, dove avrebbe dovuto dirigersi dopo l'attentato. Quei soldi non furono mai trovati.
Sulla sua morte le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, trovata nel loro covo di Robbiano di Mediglia, (MI). Personaggio chiave per capire la vicenda - perché vi partecipò, per sua stessa ammissione mentre veniva interrogato dalle Br, che registrarono su nastro, - è un certo Gunter, nome di battaglia di un membro dei Gap di Feltrinelli di cui però non si è mai saputo il vero nome. Il personaggio era un esperto di armi ed esplosivi (sembra che avesse preparato lui stesso la bomba che poi uccise Feltrinelli) e chiese di entrare nelle Brigate Rosse dopo la morte dell'editore. Secondo una recente pubblicazione, Gunter sarebbe scomparso nel 1985.Da quanto dichiarato dal capo storico delle BR Alberto Franceschini, il timer trovato sulla bomba che uccise Feltrinelli, era un orologio Lucerne. Soltanto in un altro attentato venne usato un orologio di quel tipo, cioè in quello all'ambasciata americana di Atene il 2 settembre '70 ad opera della giovane milanese Maria Elena Angeloni e di uno studente di nazionalità greco-cipriota. Quella bomba, come nel caso di Feltrinelli, funzionò male, tanto che a rimanere uccisi furono gli stessi attentatori. I due erano partiti da Milano, così come l'esplosivo. Quell'attentato, era stato organizzato da Corrado Simioni, deus ex machina del Superclan e membro della struttura Hyperion di Parigi, a cui si sospetta facessero riferimento organizzazioni terroristiche come OLP, IRA, ETA e ovviamente, ma solo dopo una certa fase, le Br.
Secondo Alfredo Mantica, senatore di AN nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Feltrinelli collaborò direttamente alla progettazione dell'attentato, ad Amburgo, in Germania, contro il console boliviano ed ex capo della polizia dello stesso Paese, Roberto Quintanilla. Sempre secondo Mantica, Feltrinelli fornì anche l'arma utilizzata da Monika Ertl, esecutrice materiale dell'omicidio e giovane militante dell'ELN. Nella rivendicazione, Quintanilla venne indicato come responsabile della cattura e dell'uccisione di Ernesto "Che" Guevara. L'uccisione di Quintanilla avvenne il 1 Aprile 1971 e la pistola utilizzata era regolarmente registrata a nome di Feltrinelli (Jurgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara Storia di Monika Ertl, 2011 trad da "Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte del Monika Ertl", 2009) Quintanilla, aveva avuto parte anche nell'arresto, in Bolivia, di Giangiacomo Feltrinelli quando, nel 1967, egli s'era recato nel Paese sudamericano per richiedere e sostenere la liberazione di Regis Debray; inoltre lo stesso console aveva partecipato, nel 1969 a La Paz, alla cattura, alla tortura e alla barbara uccisione di Inti Peredo, nuovo comandante dell'ELN. Questi, uno dei pochi superstiti della disfatta di Vallegrande del 1967, stava riorganizzando la guerriglia.

Curiosità

Sia per la pubblicazione del romanzo Il dottor Živago che per la famosa immagine del Che scattata da Alberto Korda Feltrinelli non fu costretto a pagare i diritti d'autore.
È parente (cugino della madre) di Giovanna Mezzogiorno

fonte: Wikipedia

venerdì

Patrice Lumumba




Patrice Émery Lumumba è stato un politico della Repubblica Democratica del Congo.
Fu il primo premier della neonata Repubblica Democratica del Congo, tra il giugno ed il settembre del 1960.

L'educazione

Lumumba aveva frequentato la scuola dei missionari cattolici a Onalaua, poi, allievo brillante, una scuola protestante tenuta da svedesi. Lavorò come impiegato in una società mineraria della provincia di Kivu fino al 1945, poi come giornalista a Léopoldville (oggi Kinshasa) e a Stanleyville (oggi Kisangani), scrivendo per diversi giornali. Nel settembre del 1954 ricevette lo statuto di "immatriculé" (cioè "registrato" per merito civico: il riconoscimento ufficiale da parte dell'amministrazione coloniale belga che l'indigeno era un evolué. All'epoca era stato rilasciato a 200 persone su 13 milioni di abitanti).
Nel 1955 creò l'associazione "APIC" (Associazione del Personale Indigeno della Colonia), ed ebbe occasione d'intrattenersi con il re Baldovino I del Belgio, all'epoca in viaggio nel Congo, sulla situazione della popolazione congolese. Il ministro del Congo dell'epoca, Auguste Buisseret, voleva che il Congo si evolvesse e in particolare voleva istituire una scuola pubblica. Lumumba aderì così al movimento liberale, insieme ad altri notabili congolesi. Con molti di loro, fece anche un viaggio in Belgio su invito del primo ministro.

La lotta per l'indipendenza

Nel 1957 gli fu inflitto un anno di prigione per una storia di corrispondenza sottratta ad un europeo, iscritto ad una setta rosacrociano-massonica, l'AMORC. Liberato in anticipo, riprese l'attività politica e andò a fare il direttore commerciale di una fabbrica di birra. In quell'epoca il governo adottò alcune misure liberalizzatrici, autorizzando l'esistenza di sindacati e partiti politici.
Nel 1958, in occasione dell'Esposizione Universale, alcuni congolesi furono invitati in Belgio. Lumumba vi partecipò e ne approfittò per contattare gli ambienti anticoloniali. Tornato in Congo, il 5 ottobre 1958 Lumumba creò a Léopoldville il Movimento Nazionale Congolese (MNC), e in questa veste partecipò alla conferenza panafricana di Accra. Al ritorno riuscì ad organizzare una riunione per rendere conto dei lavori della conferenza, nel corso della quale rivendicò l'indipendenza di fronte a più di diecimila persone.
Nell'ottobre 1959 cominciarono le prime contese politiche: il MNC ed altri partiti indipendentisti organizzarono una riunione a Stanleyville. Malgrado il forte sostegno popolare di cui godeva, le autorità belghe cercarono di isolare Lumumba - il risultato fu una sommossa con una trentina di morti. Lumumba fu arrestato alcuni giorni dopo, giudicato e condannato a 6 mesi di prigione, il 21 gennaio 1960. Nello stesso tempo, però, le autorità belghe organizzavano riunioni con gli indipendentisti, alle quali partecipò anche Lumumba, liberato di fatto il 26 gennaio.
Con generale sorpresa, il Belgio accordò l'indipendenza al Congo. La data fu fissata al 30 giugno.

Una breve carriera politica

Il MCN (ora diventato MNCL, Movimento Nazionale Congolese di Liberazione) vinse con i suoi alleati le elezioni organizzate per maggio e il 23 giugno 1960, Patrice Emery Lumumba divenne il 1° Primo Ministro del Congo indipendente e toccò a lui pronunciare lo storico "discorso dell'indipendenza".
Ma le autorità belghe (e soprattutto le compagnie minerarie) non pensavano ad un'indipendenza piena ed intera: una buona parte dell'amministrazione e i quadri dell'esercito restavano belgi. Lumumba sfidò l'ex potenza coloniale decretando l'africanizzazione dell'esercito. Il Belgio rispose inviando truppe in Katanga (la regione mineraria) e sostenendo la secessione di questa regione guidata da Mosè Kapenda Tschombe.
A settembre, il presidente Joseph Kasa-Vubu revocò Lumumba e gli altri ministri nazionalisti. Lumumba dichiarò che sarebbe rimasto in carica e su sua richiesta il parlamento, acquisito alla sua causa, revocò il presidente Kasa-Vubu.
La politica di Lumumba era antisecessionista, anticolonialista, antimperialista, filocomunista e mirava a diminuire il potere e l'influenza delle tribù e a una maggiore giustizia sociale e autonomia del paese
In dicembre il colonnello Mobutu, succeduto a Kasa-Vubu, con un colpo di stato fece arrestare Lumumba mentre passava il fiume Sankuru, e lo trasferì al campo militare di Thysville. Il 17 gennaio 1961, Lumumba e due suoi fedeli (Mpolo e Okito) furono trasferiti in aereo alla presenza dei loro grandi nemici a Elisabethville (l'attuale Lubumbashi), in Katanga.
Furono giustiziati la sera stessa alla presenza di Tshombe, Munongo, Kimba e di altri dirigenti del Katanga secessionista. L'indomani i resti delle vittime furono fatti sparire nell'acido e nel corso degli anni varie ossa appartenenti al cranio e allo scheletro di Lumumba furono trovate. Molti dei suoi sostenitori furono giustiziati nei giorni seguenti, pare con la partecipazione di mercenari belgi. Lumumba fu molto rimpianto da tutta la comunità dei paesi non allineati e da numerosi esponenti politici (quali ad esempio Che Guevara che protestò vibrantemente contro il suo assassinio), compreso uno dei suoi boia, il generale Mobutu, che lo consacrò nel 1966 eroe nazionale (ma è probabile che questa mossa fu dettata dalla demagogia del dittatore). Il ritorno dall'Egitto di sua moglie Pauline e dei suoi figli fu considerato un evento nazionale.
Lumumba fu il primo, e per oltre quarant'anni l'unico, dirigente politico democraticamente eletto nella Repubblica Democratica del Congo.

Guerra fredda

Ci si è molto interrogati sul ruolo delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti, nella morte di Lumumba, favorita con il pretesto che la sua politica filocomunista faceva temere una deriva dell'ex Congo Belga verso l'URSS. In effetti Lumumba fece appello ai russi, al momento della guerra del Katanga, perché l'ONU non rispose alle sue richieste di aiuto militare per mettere fine alla guerra civile.
In realtà, nel 1960-1961 truppe ONU erano presenti, in Congo, ma con scarse forze e prevalentemente dedicate al recupero dei civili e a missioni di supporto. In una di queste missioni, a Kindu, furono attaccati e uccisi, l'11 novembre 1961, 13 uomini dell'Aeronautica Militare Italiana in missione ONU. Successive indagini alle quali partecipò anche il governo congolese di Leopoldville fuorno in grado di appurare in che a massacrare i militari italiani furono dei reparti congolesi ammutinati
Oggi si sa che la CIA aiutò finanziariamente gli avversari di Lumumba e fornì armi a Mobutu. Il governo belga ha riconosciuto, nel 2002, una responsabilità negli eventi che portarono alla morte di Lumumba:

"Alla luce dei criteri applicati oggi, alcuni membri del Governo di allora ed alcuni personaggi belgi dell'epoca portano una indiscutibile responsabilità, negli eventi che hanno condotto alla morte di Patrice Lumumba. Il Governo considera perciò appropriato porgere alla famiglia di Patrice Lumumba e al popolo congolese il proprio profondo e sincero rincrescimento e le proprie scuse per il dolore che è stato loro inflitto da quell'apatia e da quella fredda neutralità".

Il generale Gerard Soete ha descritto come Lumumba fu ucciso per mano dei suoi sottoposti.

«Avevamo fucilato Lumumba nel pomeriggio - racconta Soete alla commissione parlamentare belga incaricata delle indagini a 40 anni di distanza dall’omicidio -. Poi tornai nella notte con un altro soldato, perché le mani dei cadaveri spuntavano ancora dal terriccio. Prendemmo l’acido che si usa per le batterie delle automobili, dissotterrammo i corpi, li facemmo a pezzi con l’accetta; poi li sciogliemmo in un barile, facendo tutto di fretta, perché non ci vedesse nessuno».

Fonte: Missioni Consolata, "Le mani sul Congo", numero monografico ottobre/novembre 2004.

fonte: Wikipedia