martedì

Giovanna di Castiglia



Giovanna di Trastamara, o Giovanna di Aragona e Castiglia detta la Pazza, in catalano Joana d'Aragó i de Castella o Joana la Boja, in castigliano Juana I de Trastámara, o Juana la Loca, fu duchessa consorte di Borgogna, delle Fiandre e altri titoli dal 1496 al 1506, principessa delle Asturie dal 1498 al 1504 e principessa di Girona dal 1498 al 1516, regina di Castiglia e León dal 1504 al 1555, poi regina dell'Alta Navarra dal 1515 al 1555 e, infine, regina di Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca, Sicilia e Napoli e contessa di Barcellona e delle contee catalane dal 1516 al 1555.

Discendente dal casato di Trastamara, era la figlia terzogenita del re di Sicilia e re della corona d'Aragona e futuro re dell'Alta Navarra, Ferdinando II (unico figlio maschio nato dal duca di Peñafiel, re di Navarra e re della corona d'Aragona, Giovanni II e dalla sua seconda moglie Giovanna Enriquez, figlia dell'ammiraglio di Castiglia, signore di Medina de Rioseco e Conte di Melgar, Federico Enriquez) e della regina di Castiglia e León, Isabella di Castiglia, figlia del re di Castiglia e León, Giovanni II e di Isabella del Portogallo, figlia di don Giovanni d'Aviz (figlio del re del Portogallo, Giovanni I del Portogallo e di sua moglie, Filippa di Lancaster), e di Isabella di Braganza, figlia del duca di Braganza, Alfonso, e di Beatriz Pereira de Alvim, l'unica figlia di Nuno Álvares Pereira, conestabile del regno e conte di Arraiolos, Barcelos e Ourém.
Fu la madre di Carlo di Gand, futuro imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Carlo V. Sua sorella fu Caterina di Aragona, sventurata prima moglie del sovrano inglese Enrico VIII.

Politica matrimoniale e successione al trono spagnolo

La politica matrimoniale tipica per l'epoca, di Ferdinando e Isabella, Reyes Católicos come li aveva titolati nel 1494 papa Alessandro VI Borgia, sempre attenta a intrecciare unioni utili agli interessi della casata sul piano internazionale, portò matrimoni molto prestigiosi ai cinque figli:

Isabella (1470-1498) venne data in sposa ad Alfonso d'Aviz, erede al trono della corona portoghese ma che morì pochi mesi dopo le nozze; (in seconde nozze sposò poi Manuele I re del Portogallo);
Giovanni (1478-1497) erede al trono, sposò la figlia dell'Imperatore Massimiliano I, Margherita d'Asburgo duchessa di Borgogna;
Maria (1482-1517), sposò il vedovo della sorella di Manuele I del Portogallo;
Caterina (1485-1536) fu sposa di Arturo d'Inghilterra e alla morte di questo fu sposa poi ripudiata di suo cognato, Enrico VIII Tudor;
Per quanto riguarda Giovanna fu deciso che sarebbe diventata moglie di Filippo d'Asburgo detto Filippo il Bello, secondo figlio dell'imperatore Massimiliano I.

Questa unione è considerata una delle scelte di politica matrimoniale meglio riuscite nella storia europea: l'erede di Giovanna e di Filippo sarebbe divenuto possessore di un territorio vastissimo oltre che pretendente alla Corona imperiale.

Il tema della pazzia

Le ricerche di Gustav Adolf Bergenroth e gli studi di Karl Hillebrand gettano nuova luce su un fatto storico archiviato frettolosamente; secondo questi studiosi, sotto la voce pazzia. Fatto che ha visto vittima non solo una Regina ma anzitutto una donna sacrificata, secondo questi studiosi, non alla ragion di stato bensì all'egoismo personale e politico di un padre prima, di un figlio poi, con un breve intermezzo coniugale in cui un marito colpiva negli affetti e nella femminilità una donna, la cui vera colpa era di essere Regina e di avere espresso, fin dalla fanciullezza, un anticonformismo religioso inconsueto per i tempi.

Questo atteggiamento le aveva scatenato contro la madre Isabella Regina di Castiglia, la parte più retriva della gerarchia cattolica e di Ferdinando II d'Aragona, che ne facevano strumento di costruzione di una recente unità nazionale e di consenso alla propria politica. Lo studioso tedesco Bergenroth, nella seconda metà dell'Ottocento, con un lavoro da certosino e con spirito investigativo minuzioso ha scavato negli archivi di Simancas riuscendo ad aprire quegli armadi segreti che per più di quattro secoli avevano celato documenti che avrebbero dato un corso diverso alla storia di Giovanna di Castiglia. Quei documenti furono messi a disposizione della comunità storica con la loro pubblicazione nel Calendar of letters, despaches and State papers relating to negotiations between England and Spain, 1868.

Si dischiuse, così, un nuovo scenario storico che ha portato Hillebrand al riesame del caso e a conclusioni che divergono dalla versione più conosciuta ricostruendo, sulla base dei nuovi ritrovamenti documentali, la vicenda storica e umana di Giovanna di Castiglia.
Il tema della follia di Giovanna di Castiglia ha suscitato, anche di recente, l'interesse di storici e scrittori. Alcuni autori non lo hanno approfondito ritenendolo trascurabile nel gioco della "grande storia", mentre altri hanno messo in dubbio la versione ufficiale della pazzia di Giovanna, pur riconoscendole un certo anticonformismo.
È tuttavia impossibile, dati il tempo trascorso, la documentazione frammentaria, la marginalità storica della questione, eliminare dubbi in un senso o nell'altro e sciogliere così definitivamente l'enigma della presunta pazzia di Giovanna.

Lo scenario politico spagnolo

Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia, genitori di Giovanna, l'Aragona e la Castiglia non si erano fuse in uno stato unitario (nel senso moderno del termine), ma erano rimaste due Corone autonome, sottoposte alle proprie leggi. Isabella rimaneva la sovrana (Reina proprietaria) di quest'ultima, atteso che vigeva il sistema politico del cosiddetto stato patrimoniale. La conseguenza fu che gli affari relativi alle due Corone venivano trattati «come se fossero l'uno un problema esclusivamente castigliano e l'altro un problema aragonese, e cioè li si affrontò come se l'unione fra le due corone non fosse mai avvenuta».

Ferdinando aveva acquisito con il matrimonio la Corona di Castiglia, ma con poteri più limitati di quelli della moglie Isabella, che rimaneva la Reina proprietaria. Nel 1504 Isabella confermò questo principio stabilendo, nel testamento, che alla propria morte Ferdinando avrebbe dovuto restituire la Corona di Castiglia alla figlia Giovanna, propria erede diretta. In una situazione normale Giovanna sarebbe diventata di diritto Reina proprietaria di Castiglia, vanificando così le ambizioni del padre e del suo disegno politico. In questo contesto si svolse la tragedia di Giovanna.

L'anticonformismo di Giovanna

Giovanna fin dalla fanciullezza dimostrò un carattere non convenzionale e anticonformista, in un ambiente tetro, retrivo e storicamente difficile per la Reconquista e in cui la religione era un elemento importante dell'identità nazionale.
Se, una volta ultimata la Reconquista con la sconfitta definitiva di Boabdil, ultimo re musulmano di Granada, 2 gennaio 1492, e con l'ingresso ufficiale dei Re cattolici in Granada, 6 gennaio 1492 la nazione era sotto controllo dal punto di vista militare, vi erano tensioni politiche e socio-religiose. Sotto l'aspetto politico si era nella fase di consolidamento del potere reale, teso alla costruzione di una nascente unità nazionale; sotto l'aspetto socio-religioso incombeva il problema dei musulmani (moros), degli ebrei e delle eresie, problema risolto drasticamente con l'espulsione delle comunità giudaiche e dei moros.
Giovanna era forse giovanilmente e caratterialmente ribelle e suscitava scandalo nella corte reale della madre, che la sottoponeva ad una disciplina sempre più rigida. La sua freddezza nei confronti del Cattolicesimo e dei suoi metodi si rivelarono una miscela esplosiva.

Giovanna e Filippo d'Asburgo

All'età di 17 anni Giovanna viene data in sposa all'arciduca Filippo d'Asburgo per ragioni di alleanze politiche.
Il viaggio per giungere alla nuova corte fu lungo e travagliato. Giovanna si separò dalla sua terra nell'agosto del 1496, quando il mare che bagna la costa cantabrica lo permise: il viaggio via terra attraversando la nemica Francia era impensabile. Il 21 ottobre 1496 furono celebrate le nozze a Lier in veste ufficiale, in quanto Filippo era rimasto talmente affascinato dalla bellezza e dalla forza di Giovanna da volerla sposare (e consumare il matrimonio) nel giorno stesso dell'arrivo di Lei nelle Fiandre. I cortigiani vedevano Filippo e Giovanna come una coppia perfetta. Nonostante fossero solo degli adolescenti, insieme si dilettavano. Iniziarono ben presto a conoscersi e ad amarsi come se non appartenessero alla famiglia reale.

Giovanna e Filippo si insediarono a Bruxelles dove nacque la loro prima figlia, Eleonora.
La prematura morte del fratello Giovanni, a distanza di un anno da quella della sorella Isabella, regina del Portogallo, e del suo erede Miguel avvenuta nel 1500 pochi mesi dopo la nascita di Carlo, secondo figlio di Giovanna, fecero sì che Giovanna divenisse l'erede al trono di Castiglia.

Se sotto l'aspetto politico il matrimonio era stato un successo diplomatico lo era stato anche sotto l'aspetto coniugale. Giovanna era solita respingere il marito quando questo degnava d'attenzione altre dame, riuscendo ad allontanarlo per mesi e a farlo cadere in depressione, mentre lui scatenava drammatiche scene di gelosia. Nel novembre del 1504, alla morte della madre, si aprì il problema della successione che per Giovanna ebbe sviluppi drammatici. Con l'inizio del problema della successione, iniziarono anche i problemi fra la coppia. Reso folle dall'ambizione e dalla sete di potere, Filippo voleva a tutti i costi impossessarsi del trono che spettava legittimamente alla consorte. La loro relazione si mantenne appassionata e salda anche nei periodi di odio, grazie al carattere forte di Giovanna e all'affetto cieco ed esagerato che Filippo nutriva per lei. Alla nascita di Fedrinando, Giovanna rimase in Spagna, mentre Filippo tornò nelle Fiandre per motivi politici. Quando si riunirono, la loro relazione si complicò poiché, nell'anno in cui Giovanna era stata assente, Filippo era stato con un'altra donna, per di più francese. L'ira di Giovanna fu presto sostituita da indifferenza. Nonostante i due non rinunciassero alla passione (nacque infatti un'altra figlia), qualcosa era cambiato. Filippo si ammalò e Giovanna si rifiutò di abbandonarlo, nonostante fossero ormai nemici dichiarati per il trono di Spagna. Quando lui morì, iniziarono le patologia di una presunta follia di Giovanna causata dal dolore per la sua scomparsa.

È facile comprendere che Giovanna, fanciulla diciassettenne, vivesse il matrimonio con Filippo il Bello come un atto liberatorio, e, oltretutto, sviluppando un forte sentimento d'amore verso lo sposo, sentimento che si accorgerà ben presto di essere ricambiato con stucchevole devozione. Giovanna manifestò subito anche nella nuova casa il proprio temperamento poco ortodosso verso la religione, e poco dopo sviluppò un forte risentimento e una grande gelosia verso il marito.

Le reazioni di Giovanna aumentarono il disappunto di Isabella, opportunamente informata dal frate Tommaso di Matienzo che aveva inviato alla figlia per recuperarla alla religione. Agli occhi della madre Giovanna appariva quasi eretica e pertanto non poteva essere nel pieno delle sue facoltà mentali. Questa situazione conflittuale faceva il gioco di Ferdinando, che non voleva perdere la Corona di Castiglia a favore della figlia e del genero, ma anche degli ambienti religiosi.
Filippo, d'altra parte, voleva gestire da solo il regno che la moglie avrebbe ereditato e che un'opportuna demenza della stessa gli avrebbe consegnato. Forse è in ragione di ciò che Isabella nominò nel suo testamento il marito Ferdinando reggente incondizionato della Corona di Castiglia.

La successione al trono

Alla morte di Isabella, 26 novembre 1504, Ferdinando assunse immediatamente la reggenza facendola acclamare dalle Cortes a Toro. Fu immediata la protesta del genero Filippo che non voleva perdere la Castiglia ed era pronto allo scontro armato, scontro che venne, tuttavia, evitato dall'arte diplomatica di Ferdinando. Si arrivò così all'accordo di Villafáfila in base al quale Ferdinando cedeva la Castiglia a Filippo, convenendo con un secondo trattato l'esclusione di Giovanna dal governo a causa del suo presunto stato mentale alienato ma, subito dopo, dichiarò di avere subìto un'estorsione da parte del genero, che accusò di tenere prigioniera Giovanna, e smentì il trattato appena firmato, affermando che Giovanna doveva mantenere i propri diritti di Reina proprietaria della Castiglia.
In questa controversia appare evidente la contraddizione tra la prima dichiarazione di incapacità della figlia e la successiva affermazione dei diritti regali della stessa: una volta folle, un'altra savia.
In effetti sia Ferdinando che Filippo

« ambedue hanno interesse ad accreditare l'idea che Giovanna sia incapace di governare. »
(J. Perez, Isabella e Ferdinando, p. 320, op. cit. in bibliografia.)

Sopravvenne provvidenziale la morte di Filippo, 25 settembre 1506, su cui si sospettò non fosse estranea la mano di Ferdinando, e Giovanna divenne un'ambitissima vedova, erede di una prestigiosa Corona.
Qui cominciò la tragedia di Giovanna di Castiglia: il padre Ferdinando, reggente, scrisse a tutte le Corti lamentando la demenza della figlia causata dall'improvvisa morte dell'amato sposo. Nacque la leggenda, opportunamente esaltata e diffusa, degli strani comportamenti di Giovanna, vedova inconsolabile, verso il feretro del marito, comportamenti di cui non vi è documentazione o testimonianza che non provenga dagli ambienti di corte.
Dalla morte della madre e fino alla sua, Giovanna detenne solo formalmente il titolo di regina di Castiglia, in quanto il vero potere fu esercitato da una serie di quattro diversi reggenti.

Prigionia

Dalla morte del marito, 1506, e fino al 1520 Giovanna venne confinata, per ordine del padre, nel Castello di Tordesillas, completamente isolata dal mondo esterno, e vi rimase anche quando morto il padre Ferdinando, 23 gennaio 1516 a Madrigalejo, la Spagna, ormai unita, passò al figlio Carlo di Gand, poi meglio conosciuto come Carlo V.
Il 4 novembre 1517 Carlo, che non vedeva la madre da dieci anni, essendo stato allevato nelle Fiandre dalla zia Margherita, visitò la madre, di cui non ricordava le sembianze e di cui aveva solo sentito descrivere la follia. L'incontro, peraltro, era dettato dalla necessità di ottenere la legittimazione alla assunzione del potere, ma la situazione per Giovanna non cambiò.

Carlo temeva le idee poco convenzionali della madre specie per quanto riguarda la religione. Un governo della madre avrebbe avuto effetti dirompenti su quegli interessi del clero e della nobiltà che si erano consolidati negli anni della reggenza di Ferdinando. Avrebbe altresì escluso dalla gestione della corona lui e l'entourage fiammingo di cui era circondato e che si stava arricchendo enormemente alle sue spalle.
Un'incapacità mentale di Giovanna faceva comodo a molti e ovviamente gli interessati ne erano consapevoli. Carlo continuò la politica del nonno lasciando la madre nella stessa condizione in cui l'aveva trovata: prigioniera nel palazzo di Tordesillas.

«Egli sacrificò risolutamente la madre alla sua missione, come Filippo aveva sacrificato la moglie alla sua avarizia, come Ferdinando aveva immolato la figlia ai suoi piani politici»

Carlo pose a custodia di Giovanna il marchese di Denia, don Bernardino de Sandoval y Royas che si dimostrò un feroce aguzzino non migliore del suo predecessore Ferrer, che, peraltro, dichiarava di non avere mai sottoposto la Regina alla tortura della cuerda se non per ordine del padre Ferdinando.

La prigionia di Giovanna, regina di Castiglia, a Tordesillas fu estremamente dura, per quanto coerente con i tempi, e resa ancora più dura sia dal rigoroso isolamento a cui fu sottoposta sia dai tentativi di costringerla a pratiche religiose, come la confessione, che ostinatamente rifiutava.
Il marchese di Denia manifestò uno zelo esemplare nella sua funzione di carceriere-aguzzino, come dimostra la corrispondenza intrattenuta con Carlo, nella quale a volte gli ricordava che prima dei sentimenti filiali dovevano venire gli interessi politici: a volte suggeriva di applicare alla Regina la tortura perché questa sarebbe stata utile alla sua salvezza e certamente avrebbe reso un servizio a Dio e spesso gli ricordava che egli agiva nel suo esclusivo interesse. Il marchese allontanava quei frati che, messi vicino alla Regina nel tentativo di convertirla, ne divenivano, invece, amici e difensori, come accadde per frate Juan di Avila. Di tutto veniva sempre informato il figlio Carlo, che temeva una Giovanna libera e attiva, che potesse infiammare il serpeggiante sentimento popolare antifiammingo, mettendo in pericolo il suo potere.

Rivolta dei Comuneros

Da tempo covava in Castiglia un forte risentimento contro Carlo e i fiamminghi del suo seguito per la rapacità con cui esercitavano il potere e per averne monopolizzato quasi tutte le leve. A ciò si aggiungeva il fatto che Carlo si sarebbe dovuto allontanare per cingere la corona imperiale cui era pervenuto dopo la morte del nonno Massimiliano in seguito a una confusa serie di intrighi e immense somme di danaro spese per comprare i voti necessari all'elezione. In effetti Carlo partì il 20 maggio 1520 lasciando come suo reggente l'odiato fiammingo Adriano di Utrecht, futuro papa Adriano VI.

Alla fine del maggio 1520 scoppiò la cosiddetta rivolta dei Comuneros, con carattere prevalentemente antifiammingo, a capo della quale emerse Juan de Padilla. Nell'agosto dello stesso anno i rivoltosi occuparono Tordesillas, allontanarono il Denia liberando Giovanna, convinti del suo buono stato mentale e cercando di farla passare dalla loro parte. Giovanna ricevette diverse volte i rappresentanti degli insorti ma non accettò mai di porsi in contrasto con il figlio mettendosi dalla loro parte anche se l'avevano liberata: rifiutò sempre di firmare qualsiasi documento che legittimasse la loro azione.

È in questa situazione che dimostrò con il suo comportamento di non essere folle preservando gli interessi del figlio. Lo stesso Adriano di Utrecht, che era stato fatto Vescovo di Tolosa, comunicava a Carlo che tutti testimoniavano della sanità mentale di Giovanna precisandogli anche: «…vostra altezza ha usurpato il titolo reale e ha tenuto prigioniera a forza la regina, che è del tutto assennata, sotto il pretesto che è folle…».

La rivolta venne repressa con la battaglia finale di Villalar, il 23 aprile 1521 e i suoi capi furono giustiziati.

L'epilogo

Dopo il fallimento della rivolta dei comuneros vi fu una sorta di restaurazione: prevalse la grande nobiltà, trionfò l'ortodossia religiosa più conformista, Giovanna fu ricacciata in una seconda prigionia, ancora più dura e crudele della precedente, sotto la custodia del Denia, richiamato per l'occasione, ancora più ostile e livido per le vessazioni subite durante la rivolta.
Lentamente, dopo una serie infinita di piccole e grandi angherie, Giovanna fu ridotta ad uno stato bestiale da cui la liberò solo la morte: venerdì 12 aprile 1555 venerdì Santo, dopo avere rifiutato per l'ennesima volta la confessione, morì assistita da Francisco de Borja, che testimoniò la sua lucidità. Giovanna fu sepolta nella Capilla Real (Cappella Reale) della cattedrale di Granada, insieme al marito e ai Re Cattolici.

Giovanna venerava il padre di cui però fu vittima, ma egli ravvisava in lei pensieri non abbastanza ortodossi, e non abbastanza disposti a seguirlo nella prediletta politica di Inquisizione e di roghi.
Giovanna di Castiglia passò alla storia con il soprannome di Pazza, un epiteto dai risvolti ingiuriosi, e forse alla fine lo diventò dopo 46 anni di prigionia durissima, quasi ininterrotta.
Michael Prawdin ha visto in questo il segreto di Tordesillas: la ragion di stato sarebbe stata la causa della prigionia di Giovanna, con il pretesto della sua follia, e ciò l'avrebbe resa veramente tale.
Giovanna dimostrò fino all'ultimo una fermezza e un forza morale che la prigionia dura, spietata e senza alcun privilegio per la sua posizione regale era riuscita a piegare. A distanza di pochi mesi dalla morte di Giovanna, il figlio Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero abdicherà e morirà tre anni dopo nel Monasterio de Yuste, (Cáceres), il 21 settembre 1558.

Secondo G. Belli, Giovanna, Reina proprietaria di Castiglia e di León, di Galizia, di Granada, di Siviglia, di Murcia e Jaén, di Gibilterra, delle Isole Canarie, delle Indie Occidentali, di Aragona, di Navarra, di Napoli e Sicilia, contessa di Barcellona e signora di Vizcaya, «non era pazza bensì vittima delle circostanze politiche dell'epoca»

fonte: Wikipedia

domenica

Andrea Gallo



Andrea Gallo si sentì attratto fin da piccolo dalla spiritualità dei salesiani di San Giovanni Bosco, ed entrò nel 1948 nel loro noviziato di Varazze, proseguendo poi a Roma gli studi liceali e filosofici.

Nel 1953 chiese di partire per le missioni, e venne mandato in Brasile, a San Paolo, dove compì gli studi teologici. La dittatura al potere in Brasile lo costrinse però, in un clima per lui insopportabile, a ritornare in Italia l'anno dopo[fu espulso o chiese di tornare? Inoltre nel 1953 il governo brasiliano non era dittatoriale].

Continuò quindi gli studi a Ivrea e venne ordinato presbitero il 1º luglio 1959.

Un anno dopo venne inviato come cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori. Lì cercò di introdurre un'impostazione educativa diversa, cercando di sostituire i metodi unicamente repressivi con una pedagogia della fiducia e della libertà. Da parte dei ragazzi c'era interesse per quel prete che permetteva loro di uscire, di andare al cinema e di vivere momenti comuni di piccola autogestione, lontani dall'unico concetto fino allora costruito, cioè quello dell'espiazione della pena.

Dopo tre anni venne spostato ad altro incarico (senza spiegazioni, sostiene don Andrea), e nel 1964 decise di lasciare la congregazione salesiana e chiese di incardinarsi nella diocesi genovese perché «La congregazione salesiana si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale».

Ottenuta l'incardinazione, il cardinale Siri, arcivescovo di Genova in quel momento, lo inviò a Capraia, allora sotto la giurisdizione dell'arcidiocesi del capoluogo ligure, per svolgere l'incarico di cappellano del carcere. Due mesi dopo venne destinato in qualità di vice parroco alla parrocchia del Carmine, dove rimase fino al 1970, anno in cui il cardinale Siri lo trasferì nuovamente a Capraia.

Nella parrocchia del Carmine don Andrea fece scelte di campo con gli emarginati. La parrocchia diventò un punto di aggregazione di giovani e adulti di ogni parte della città, in cerca di amicizia e solidarietà con i più poveri e con gli emarginati, che al Carmine trovavano un punto di ascolto.

Secondo la "comunità" di don Andrea, l'episodio che provocò il suo trasferimento fu un incidente verificatosi nell'estate del 1970 per quanto don Gallo disse durante una sua omelia domenicale. Nel quartiere era stata scoperta una fumeria di hashish e l'episodio aveva suscitato indignazione nell'alta borghesia residente. Don Andrea, prendendo spunto dal fatto, ricordò nell'omelia che rimanevano diffuse altre droghe, per esempio quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare «inadatto agli studi"» se figlio di povera gente, oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare «azione a difesa della libertà». Don Andrea fu "accusato" di essere comunista; le accuse si moltiplicarono in breve tempo e questo sarebbe stato il motivo per cui la curia decise il suo allontanamento.

Il provvedimento dell'arcivescovo provocò nella parrocchia e nella città un movimento di protesta, ma la curia non tornò indietro e ingiunse a don Andrea di obbedire. Tuttavia egli rinunciò all'incarico offertogli all'isola di Capraia, ritenendo che lo avrebbe totalmente e definitivamente isolato.

La Canonica della Parrocchia della SS. Trinità e di San Benedetto, sede della comunità di San Benedetto al PortoQualche tempo dopo venne accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, don Federico Rebora, e insieme a un piccolo gruppo diede vita alla sua comunità di base, la Comunità di San Benedetto al Porto. Da allora si è impegnato sempre di più per la pace e nel recupero degli emarginati, chiedendo anche la legalizzazione delle droghe leggere: nel 2006 si è fatto multare, compiendo una disobbedienza civile, fumando uno spinello nel palazzo comunale di Genova per protestare contro la legge sulle droghe. È un grande amico di Vasco Rossi e di Piero Pelù, impegnati anch'essi per la legalizzazione delle droghe leggere.

Don Gallo durante la manifestazione a Verona del 25 aprile 2008Sin dal 2006 ha appoggiato attivamente il movimento No Dal Molin di Vicenza che si oppone alla costruzione di una nuova base militare Usa nella città veneta. Ha partecipato a varie manifestazioni, in particolare a quella del 17 febbraio 2007 che ha visto la presenza di oltre 130.000 persone. Più volte don Andrea si è recato a Vicenza in occasione dell'annuale Festival No Dal Molin. Il 10 maggio 2009 ha acquistato assieme ad oltre 540 persone il terreno dove sorge il Presidio Permanente No Dal Molin per mettere radici sempre più profode nella difesa a oltranza del territorio e dei beni comuni.

Nel marzo del 2007 è uscito il libro Io Cammino con gli Ultimi, scritto insieme allo scrittore genovese Federico Traversa.

Nell'aprile del 2008 ha aderito idealmente al V2-Day organizzato da Beppe Grillo.

Il 27 giugno 2009 ha partecipato al Genova Pride 2009, lamentando le incertezze della Chiesa cattolica nei confronti degli omosessuali. Don Gallo ha presentato anche il primo calendario Trans della storia italiana, con le trans storiche del Ghetto di Genova, quelle trans cantate da Fabrizio De André. Il 15 agosto 2011 è stato premiato come Personaggio Gay dell'Anno da Gay.it, nel corso della manifestazione Mardi Gras, organizzata dal Friendly Versilia e tenutasi a Torre del Lago Puccini.

Don Gallo ha anche tenuto l'orazione funebre al funerale di Fernanda Pivano a Genova il 21 agosto 2009.

Il 4 dicembre 2009 gli è stato assegnato il Premio Fabrizio De André, di cui è stato uno dei più grandi amici, consistente nel Quartaro d'oro, antica moneta della Repubblica genovese. Il premio è stato consegnato presso il salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi di Genova.

Il 17 novembre 2010 è uscito in tutte le librerie il libro Sono venuto per servire, scritto a quattro mani da don Andrea e da Loris Mazzetti, già collaboratore stretto di Enzo Biagi. Sulla quarta di copertina è citata una frase di Mazzetti che si riferisce al centrosinistra: «Peccato che Don sia un prete. Se fosse un politico avremmo trovato il nostro leader».

Don Gallo ha partecipato a La lunga notte, primo album solista di Cisco (ex cantante dei Modena City Ramblers).

Nel 2012 don Gallo ha sostenuto Marco Doria alle primarie del centrosinistra di Genova per la designazione del candidato sindaco, poi vinte dallo stesso Doria

fonte: Wikipedia

sabato

metanolo di vino





Lo scandalo del vino al metanolo, fu una truffa perpetrata mediante adulterazione di vino da tavola con il metanolo che si verificò in Italia nel 1986.

Fatti

Il fatto accadde il 17 marzo 1986 quando l'ingestione del prodotto adulterato causò l'avvelenamento e l'intossicazione di parecchie decine di persone, per la maggior parte risiedenti in Lombardia, Piemonte e Liguria cui provocò danni personali gravissimi (cecità, danni neurologici) ed in 23 casi la morte. Le vittime avevano bevuto vino proveniente e prodotto dalle cantine della ditta Ciravegna di Narzole in provincia di Cuneo, vino a cui i titolari, padre e figlio Ciravegna, avevano aggiunto dosi elevatissime di metanolo per alzare la gradazione alcolica, ignorandone la tossicità per l'organismo. D'altra parte il metanolo si ottiene in maniera naturale dalla fermentazione dell'uva, e quantità esigue di esso sono quindi considerate normali nella misura compresa tra 0,6 e 0,15 ml su 100 ml di alcol etilico complessivo, ma una dose eccessiva può rivelarsi letale, come nel caso occorso. Dalla metà di dicembre 1985 al marzo 1986 fu infatti impiegata una quantità di metanolo di circa 2 tonnellate e mezzo. Il metanolo era un elemento più a buon mercato dello zucchero in quanto, all'epoca, sgravato dall'imposta di fabbricazione. Il vino avvelenato prodotto dai Ciravegna venne imbottigliato e successivamente commercializzato dalla ditta Vincenzo Odore di Incisa Scapaccino in provincia di Asti. Nel Marzo 1986, dopo i primi tre decessi, dalla procura partirono comunicazioni giudiziarie per le ipotesi di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, violazione dell'art. 22, comma 2, lett. d) del D.P.R. 12 febbraio 1965, n.162, e di lì a pochi giorni scattò l'arresto per i titolari Ciravegna. Tra tutte le persone coinvolte, Giovanni Ciravegna è stato infatti successivamente identificato come il principale responsabile, Già nel 1984 l'Ispettorato centrale repressione frodi (ICRF) di Treviso fece visita alla ditta contestando un uso improprio ed eccessivo di metanolo. A seguito del controllo e delle analisi condotte fu eseguito un sequestro preventivo e parti' contestualmente una denuncia della quale non si ebbe più traccia, tanto che i titolari continuarono a produrre vino indisturbati fino all'accadimento dell'evento drammatico.

Conseguenze, indagini e condanne

Il ricovero ospedaliero di una donna intossicata, salvatasi ma rimasta non vedente, permise nel 1986 di scoprire che numerose aziende vinicole vendevano del "vino" prodotto con miscele di liquidi e alcol metilico sintetico, un composto inodore usato per lacche e vernici. In tutto furono una sessantina le aziende coinvolte, secondo le indagini coordinate dalla Procura di Milano, che in capo a cinque settimane fece piena luce sullo scandalo. Questo ebbe pesanti ripercussioni anche sul mercato del vino italiano in generale: solo l'anno prima l'export italiano era cresciuto del 17% in quantità e del 20% in valore; il 1986 si chiuse con una contrazione del 37% degli ettolitri e la perdita di un quarto del valore incassato l'anno prima. A differenza di altri paesi usuali importatori di vino italiano, in Germania addirittura la fornitura italiana venne bloccata per settimane alla dogana, in quanto le autorità tedesche non si fidarono dei controlli messi in atto da parte dei laboratori italiani, e dunque affidarono a propri istituti d'analisi le verifiche a campione sugli stock, che peraltro corrisposero al 100% con i risultati dei controlli effettuati in Italia.
Le ditte ufficialmente inquisite a seguito dello scandalo furono: Ditta Odore Vincenzo di Incisa Scapaccino (Asti); Ditta Ciravegna Giovanni di Narzole (Cuneo); Ditta Fusco Antonio di Manduria (Taranto); Ditta Giovannini Aldo di Quincinetto (Torino); Ditta Baroncini Angelo di Solarolo (Ravenna); Industrie enologiche Bernardi Primo S.n.c. di Mezzano Inferiore (Parma); Ditta Piancastelli Roberto di Riolo Terme (Ravenna). Furono inoltre interessate dalle sofisticazioni tre province della Toscana, rispettivamente quella di Firenze, Pisa e Lucca. Nel 1992 si concluse il processo di primo grado, presso la prima sezione della Corte d'Assise di Milano, con condanne sino a 16 anni di reclusione. In particolare Giovanni e Daniele Ciravegna, i due principali imputati, sono stati condannati rispettivamente a 14 e 4 anni di carcere. Giovanni Ciravegna, dopo essere uscito dal carcere nel 2001 sfruttando alcuni cavilli legali, è tuttora produttore di vino in proprio e vive nella sua casa nelle Langhe. A seguito dell'inchiesta, altre bottiglie di vino al metanolo furono rintracciate inoltre presso le aziende vinicole di Veronella e Monteforte d'Alpone, in provincia di Verona, e Gambellara, in provincia di Vicenza. Il titolare dell'azienda di Veronella verrà successivamente arrestato.

La questione dei mancati risarcimenti alle vittime

In merito ai risarcimenti per le vittime del metanolo, attualmente l'associazione Vittime del metanolo si batte per veder riconosciuto il diritto a indennizzi per le famiglie colpite, che ad anni di distanza non sono ancora stati riconosciuti, anche se ci sono state interrogazioni parlamentari e diverse iniziative in merito. Gli imputati inoltre, ed in particolare i Ciravegna, che avrebbero dovuto pagare pesantissime sanzioni pecuniarie, si sono sempre dichiarati ufficialmente "nullatenenti", escamotage con il quale sono riusciti ad oggi ad evitare il pagamento di qualsiasi somma per i risarcimenti.

A vent'anni di distanza, nuovi scandali per sofisticazione dei vini

Lo scandalo del vino all'acido e la truffa del Brunello "taroccato"

A seguito dello scandalo del vino al metanolo ci fu una profonda sensibilizzazione nell'opinione pubblica e segno tangibile di questo rinnovato interesse per la sicurezza alimentare fu la nascita e la diffusione capillare su tutto il territorio italiano dei NAS (Nucleo anti-sofisticazione) dei Carabinieri a controllo e tutela della qualità dei prodotti, sequestri e alla contestazione del reato di sofisticazione alimentare.

Lo scandalo del Brunello e del Chianti adulterati

Clamore sta destando l'inchiesta in Toscana sulla presunta truffa del Brunello contraffatto che ha investito anche il Chianti DOCG e IGT, in cui risultano implicate 42 aziende attualmente indagate, e in particolare la magistratura ha apposto i sigilli alle ditte Antinori, Frescobaldi, Banfi, Argiano per consentire le indagini. Nella fattispecie, le Fiamme Gialle avrebbero scoperto diverse vasche in cui sarebbero stati compiuti veri e propri shake di vini, prima dell'imbottigliamento e poi spacciati come Brunello. In particolare si presume l’utilizzo di Cabernet, Merlot e Syrah per ammorbidire il Brunello. Inoltre secondo le indagini sarebbero state utilizzate uve e vitigni non permessi dal disciplinare di produzione. I primi sviluppi in merito all'inchiesta sul Brunello e sul Chianti sono emersi il 10 dicembre 2009, quando la Guardia di Finanza di Siena ha rilasciato un comunicato dove riferisce che a seguito dei minuziosi controlli effettuati "il GIP presso il Tribunale di Siena ha accolto le richieste di sequestro preventivo avanzate per le ipotesi di reato di associazione a delinquere e frode in commercio aggravata". In base al comunicato ufficiale le persone coinvolte sono dunque 17, tra cui enologi e imprenditori vinicoli e 42 le aziende vinicole interessate presso cui sono state eseguite altrettante perquisizioni e sequestri.

Il caso del vino all'acido: "Velenitaly"

Secondo alcuni media vi sarebbero stati, nel solo 2008, 70 milioni di ettolitri di vino a basso costo a rischio, venduto in tutta Italia . Si sono sollevate tuttavia feroci contestazioni e un coro di critiche verso gli articoli di denuncia da parte de L'Espresso, accusato di "lanciare il sasso e non fare i nomi", di "inventarsi" scandali ad hoc e di mandare in crisi senza motivo un intero settore. Il ministro Emma Bonino, in un'intervista del 7 aprile 2008, parlò addirittura di "autolesionismo", pur ammettendo la possibilità dell'esistenza di un rischio per i cittadini. Tuttavia, proprio sull'onda di questa denuncia, scattò nel 2008 l'operazione Vendemmia sicura, peraltro già partita nel dicembre 2007, che in prima istanza vide coinvolte circa 20 aziende di cui 8 solo al Nord. Le indagini verterono su situazioni che avrebbero messo potenzialmente a repentaglio la salute dei consumatori come verificarono gli stessi inquirenti, infatti dopo gli esami effettuati sul vino sequestrato negli stabilimenti di Veronella, le procure di Verona e Taranto contestarono il reato di adulterazione. Si sarebbe trattato più precisamente della presenza nel vino di sostanze quali l'acido cloridrico e l'acido solforico, e non sono escluse altre sostanze gravemente dannose per la salute. Nell'aprile del 2008, l'allora ministro per le Politiche agricole Paolo De Castro, in merito all'intera vicenda e alle inchieste delle procure di Taranto e Verona, parlo' di "capillari indagini del Corpo Forestale dello Stato e dell'Ispettorato Controllo Qualita'" e di "pochi malfattori, tra l'altro gia' noti alle forze dell'ordine per analoghe vicende pregresse (che) non fanno certo l'immagine di un intero settore". La vicenda è stata oggetto di un'interrogazione da parte della Commissione Europea e la stampa specializzata si è successivamente riferita allo scandalo indicandolo come Velenitaly, in quanto scoppiato poco prima che fosse inaugurato il Vinitaly. L'operazione "Vendemmia sicura" si concluse nel 2008, con un bilancio di 140.000 ettolitri di vino sofisticato, numerose ispezioni presso soggetti e cantine in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio e Puglia, circa 200 violazioni accertate di cui 111 penali, e 566 persone segnalate dai Carabinieri. Nel novembre 2008 è stato disposto il dissequestro per circa 8.600 ettolitri di vino sofisticati per aggiunta di zuccheri estranei, a seguito di una disposizione della Procura della Repubblica di Taranto.

Scandali internazionali del vino

Nel giugno 2009 si è avuta notizia di un simile scandalo a Bali, dove sono morte almeno 25 persone per circostanze del tutto analoghe. Nel dicembre 2010 in Cina sono state arrestate 6 persone accusate di aver adulterato il vino, inducendo le autorità locali a chiudere decine di aziende vinicole e a ritirare dal mercato centinaia di bottiglie, già presenti sugli scaffali dei diversi magazzini. La notizia è stata riportata dall'Agenzia di Stato e dalla televisione di stato cinese

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domenica

Levi Strauss



nato Löb Strauß, è stato un imprenditore tedesco naturalizzato statunitense, fondatore del noto marchio di abbigliamento Levi Strauss & Co.
Levi Strauss nacque in una famiglia di ebrei bavaresi (il padre era Hirsch Strauss e la madre Rebecca Haas). Partito dal porto di Bremerhaven, lasciò, come molti connazionali, la Germania per giungere negli Stati Uniti, sbarcando a New York. Qui i due fratelli maggiori, Jonas e Louis, avevano impiantato con successo un'industria di abbigliamento. Dopo avervi passato appena due giorni, si trasferì da un altro parente immigrato, lo zio Daniel Goldman, che teneva un ranch a Louisville in Kentucky. Vi passò altri cinque anni, durante il quale imparò la lingua, sperando di diventare un uomo d'affari indipendente, sebbene avrebbe dovuto succedere allo zio nella gestione del ranch. Nel 1847 anche la madre e due sorelle raggiunsero New York per aiutare i Jonas e Louis nella loro fiorente attività.
A partire dal 1850, Löb inglesizzò il proprio nome in Levi e nel 1853 divenne cittadino americano. Quindi si trasferì a San Francisco, in California, regione che attraversava un momento di forte sviluppo dovuto al fenomeno della corsa all'oro: sperava infatti di impiantarvi un'industria tessile che potesse sfruttare la richiesta di particolari tessuti utili al lavoro nelle miniere, ai carri dei pionieri (i conestoga) e alle vele delle imbarcazioni. Così, con il cognato David Stern, aprì l'ingrosso Levi Strauss & Co. Levi era tra l'altro solito fare il venditore ambulante per le miniere, trasportando la propria mercanzia su un carro e per i minatori inventò un nuovo tipo di indumento, oggi noto come salopette. Più tardi utilizzò allo scopo la tela detta serge de Nîmes, oggi nota con la sua contrazione denim.
Il 20 maggio 1873, il sarto Jacob Davis condivise con Strauss il brevetto del suo tessuto, rafforzato attorno alle tasche con rivetti di rame.
Levi morì nel 1902 e fu sepolto a Colma. Lasciò l'azienda ai quattro nipoti Jacob, Louis, Abrahm e Sigmund Stern.

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Howard Hughes




Howard Robard Hughes, Jr. è stato un imprenditore, regista, aviatore e produttore cinematografico statunitense.
È famoso per aver ideato, progettato e costruito, tra i suoi diversi aeroplani, l'Hughes H-4 Hercules, comunemente noto come Spruce Goose, e per il suo autodistruttivo ed eccentrico comportamento negli ultimi anni di vita. Tra i film più conosciuti da lui prodotti o diretti figurano Gli angeli dell'inferno (1930), di cui curò la regia e che dedicò interamente al mondo dell'aviazione, Lo sfregiato (1932), e Il mio corpo ti scalderà, (1943), un western che fece scalpore per il debutto della conturbante attrice Jane Russell.
Hughes fu una personalità complessa, contraddittoria ma - a detta di molti - estremamente geniale e dotata di grande iniziativa. Originario - forse - della cittadina texana di Humble (anche se ufficialmente risulta nato a Houston), soffrì in realtà a lungo di disturbi mentali (dovuti quasi certamente ad una forma di sifilide contratta in gioventù), con violente e frequenti crisi di ossessione compulsiva che lo costringevano ad autorecludersi nella propria abitazione.
A quello che veniva considerato fra gli anni trenta e gli anni quaranta l'uomo più ricco e potente degli Stati Uniti, sono state attribuite relazioni con diverse attrici, fra cui Katharine Hepburn, Bette Davis, Jean Harlow e Ava Gardner. Fu sposato dal 1957 al 1971 con l'attrice Jean Peters. Hughes ebbe diversi guai con l'establishment politico e industriale, probabilmente proprio a causa del proprio carattere eccentrico. Dal 1948 al 1955 ebbe il controllo dell'importante major cinematografica RKO Pictures, che dovette però poi cedere in virtù delle leggi antitrust.
Ugualmente, sorte non migliore ebbe la sua casa di produzione di aerei, la Hughes Aircraft, entrata prepotentemente in competizione sul mercato aeronautico USA e per la quale il produttore investì una grande fortuna. Né la compagnia aerea TWA. Si vide spesso preclusa la corsa all'Oscar - evidentemente a causa dei dissapori con diversi membri della MPAA (Motion Picture Association of America) - e trascorse gli ultimi anni di vita in giro per il mondo, con frequenti soste in cliniche di lusso. Morì durante un volo di trasferimento dal Messico verso l'ospedale metodista di Houston, dove si sarebbe dovuto sottoporre a un nuovo ricovero.
Vita, opere, passione e (geniale) follia di Howard Hughes sono state spesso rievocate per il cinema e per la televisione (ma anche il mondo dei fumetti si è occupato di lui). In tempi recenti la figura del produttore-aviatore è stata raccontata - con enfatico ardore ma anche, a detta dei critici, con sufficiente aderenza alla realtà - nel film The Aviator del 2004, diretto da Martin Scorsese ed interpretato da Leonardo DiCaprio, premiato con tre Golden Globe e cinque Oscar. È stato anche protagonista indiretto del film L'imbroglio - The Hoax, girato da Lasse Hallström nel 2006, in cui un giornalista, interpretato da Richard Gere, inventa un libro-intervista proprio su Hughes. Prima di lui fu Orson Welles nel film F for Fake del 1975 a raccontare le immaginarie vicende di un falsario sedicente biografo del magnate texano

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martedì

Galeazzo Ciano




Gian Galeazzo Ciano, detto Galeazzo, conte di Cortellazzo e Buccari, è stato un diplomatico e politico italiano.
Fu ambasciatore e ministro della Cultura e degli Esteri. Figlio dell'ammiraglio Costanzo Ciano e di Carolina Pini, nel 1930 sposò Edda Mussolini.

Durante la prima guerra mondiale si trasferì con la famiglia a Venezia, dove frequentò il liceo ginnasio Marco Polo; in seguito si trasferì a Genova, dove conseguì la maturità classica. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, fu ammesso in diplomazia ed inviato come addetto di ambasciata a Rio de Janeiro. Il 24 aprile 1930 sposò Edda Mussolini, con la quale subito dopo partì per Shanghai come console. Rientrato in Italia, il 1 agosto 1933 venne nominato capo dell'Ufficio stampa da Mussolini (per il controllo e la guida dei mezzi di comunicazioni di massa) con il titolo di sottosegretario alla stampa e alla cultura. Nel 1935 divenne ministro della Cultura popolare, MINCULPOP, quindi partì volontario per la guerra d'Etiopia, ove si distinse come pilota di bombardieri e fu decorato.
Nel 1936 fu nominato Ministro degli Esteri, subentrando, nella carica, allo stesso Mussolini (sottosegretario, dal 1932 al 1936, era stato Fulvio Suvich, che in ossequio alla nuova linea di politica estera del Duce era stato "allontanato" in qualità di ambasciatore a Washington, così come Grandi, quattro anni prima, era stato "spedito" ambasciatore a Londra). Nel 1937, su probabili pressioni del Duce, fu coinvolto nel duplice omicidio dei fratelli Carlo Rosselli e Nello Rosselli, colpevoli d'essere i fondatori del movimento antifascista Giustizia e Libertà (come testimonia lo storico Giordano Bruno Guerri e trucidati in Francia da sicari della Destra estrema, anche se le relative pagine del Diario sono state manomesse).
Ciano si era guadagnato una certa confidenza da parte di Umberto di Savoia, il figlio di Vittorio Emanuele III, con il quale condivideva una certa mentalità e un notevole charme, anche se Ciano era certamente meno discreto del principe. Divenne il corrispondente preferito tra Umberto (e Maria José) ed il movimento fascista. Questa amicizia era considerata produttiva sia dal re che dal dittatore, poiché i due sarebbero stati i rispettivi eredi della Corona e del governo ed i buoni rapporti fra i futuri eredi rassicuravano i congiunti circa la tenuta futura degli equilibri raggiunti. Il sovrano lo aveva insignito del Collare della Santissima Annunziata, una delle più alte onorificenze regali.
Probabilmente con una qualche approvazione da parte di Umberto, Ciano tenne l'Italia distante dalla Germania hitleriana il più a lungo possibile, con l'aiuto dell'ambasciatore a Berlino, Bernardo Attolico. Ciano percepì chiaramente il pericolo che Hitler rappresentava anche per l'Italia, quando i Nazisti uccisero il Primo Ministro austriaco Dollfuss, che aveva avuto degli stretti legami con la famiglia Mussolini (la moglie di Dollfuss si trovava in vacanza in Italia a casa del Duce quando il marito fu assassinato), e poté scorgere in questa azione di forza un freddo avviso delle intenzioni del Führer.
Poco a poco, in seguito ad una sequela di incontri con Joachim von Ribbentrop e Hitler che portarono il 22 maggio 1939 alla sottoscrizione del Patto d'Acciaio, Ciano (praticamente costretto dal suocero a sottoscriverlo, malgrado i suoi tentativi di temporeggiare, per le informazioni che il Ministro degli Esteri britannico Anthony Eden sollecitato da Dino Grandi, gli aveva fatto pervenire) consolidò i suoi dubbi sulla nazione alleata, ed ebbe diverse divergenze col suocero. Alla fine, come scrisse nei suoi diari, non era sicuro se augurare agli italiani "una vittoria o una sconfitta tedesca".

Il regno d'Albania

Nel frattempo, il 7 aprile del 1939, un venerdì santo, l'Italia aveva invaso e poco dopo conquistato il Regno d'Albania. Tirana era da tempo nella sfera di influenza italiana e l'impresa, militarmente non impegnativa, e resa non ardua dall'irrisoria resistenza incontrata, consistette in pratica solo dello sbarco di un piccolo contingente di truppe italiane nei quattro principali porti albanesi, e provocò una decina di morti in scontri con bande di malviventi.
Il progetto, già proposto in precedenza, fu prestamente approntato allorché la Germania, nel marzo 1939, inviò le sue truppe in Cecoslovacchia e vi stabilì il protettorato di Boemia e Moravia; all'interno dell'Asse, queste operazioni avevano - ad effetti di opinione pubblica - consolidato l'immagine dei tedeschi ed allo stesso tempo indebolito quella degli italiani, integrando una sorta di gerarchia di fatto. Ciano annotò che Mussolini reagì con stizza alla notizia delle conquiste tedesche, non preventivamente concordate e preannunciategli solo per cenni sommari, e che fu particolarmente urtato dalle entusiastiche comunicazioni che il cancelliere nazista gli trasmise, giudicandole irritanti "partecipazioni". Sotto quindi primariamente un profilo di immagine, le azioni tedesche segnalavano con imbarazzante evidenza una disparità di potenza cui occorreva rimediare, sia per mantenere il consenso in patria, sia per evitare di perdere autorevolezza (e conseguentemente i contatti) con le altre potenze europee.
Di un'espansione verso l'Albania o verso il Regno di Jugoslavia, a Roma si era già discusso a fondo da molto tempo; per quanto riguardava l'Albania, il discorso era stato anzi affrontato proprio con Belgrado, con Stojadinović prima e con Cvektoviĉ poi, ma quest'ultimo aveva declinato l'offerta di una spartizione, anche per l'elevata presenza di albanesi sul territorio jugoslavo, e ne era sortito un trattato (1937) contenente un patto di non aggressione che in realtà era un nulla osta ad un'eventuale azione italiana su Tirana (oltre che un tentativo di re Paolo di tener lontane Italia e Germania). Sebbene anche l'Italia avesse sul proprio suolo molti immigrati albanesi, questa condizione fu interpretata da Ciano come una facilitazione: se era agevole, sostenne, gestirli in patria, forse ancora più agevole, concluse, doveva essere gestirli a casa loro, ed organizzò personalmente l'intera operazione, che sarebbe restata tutta segnata dalla sua impronta.
La Germania, del resto, aveva più volte indicato di non nutrire interessi su queste aree, quindi l'operazione non avrebbe creato imbarazzi con l'alleato; e quantunque l'Italia avesse nel frattempo sviluppato, con Ciano buon protagonista, la più importante attività diplomatica su tutta l'area dei Balcani, la Germania preservava un controllo di fatto sull'intera economia della regione, potendo quindi guardare con una certa indifferenza alle faccende politiche locali.
Il paese, neanche 150 chilometri dalle coste pugliesi, era di fatto fin dalla prima guerra mondiale profondamente influenzato dall'Italia, che aveva accettato nel settembre del 1928 l'auto-proclamazione di re Zog I (Ahmed Bey Zogu), in seguito accusato di essere un tiranno incline all'arricchimento personale ed al nepotismo. Mentre Zog, all'arrivo degli italiani, riparava in Grecia, la conquista fu perfezionata con l'offerta della corona d'Albania a Vittorio Emanuele III il 16 aprile 1939, con una piccola cerimonia svoltasi al Quirinale.
Il governo dell'Albania fu affidato al luogotenente del re Francesco Jacomoni di San Savino, che lo mantenne fino all'8 settembre del 1943; si trattò di un governo di facciata, con ministri albanesi affiancati da consiglieri italiani con poteri di controfirma. Circa il ruolo di Ciano nella vicenda albanese, quantunque non formalmente onorato di alcuna carica specifica diretta, soprattutto nella storiografia anglosassone è comunemente ritenuto il vero "reggente" della colonia, ed anche nella storiografia italiana lo si menziona spesso come "viceré", poiché di fatto come tale ebbe a condursi. L'intitolazione alla moglie di un porto (Porto Edda), ma più ancora la scoperta promozione della soppressione del Ministero degli Esteri e di quello della Difesa di Tirana, ruoli devoluti al governo di Roma con un "trattato" del 3 giugno, indicano la centralità del suo ruolo; anche la costituzione del Partito Fascista Albanese, sollecitata da Achille Starace già dal mese di aprile (quando trionfalmente sbarcò in Albania salutato da 19 salve di cannone), fu sottoposta all'autorizzazione di Ciano, che la concesse solo nel mese di giugno, e che ne permise la formalizzazione solo nel marzo dell'anno successivo ponendovi a capo l'amico personale Tefik Mborja.
Il 13 aprile, Ciano si rivolse subito agli albanesi come gestore diretto della loro Nazione, garantendo loro che le loro aspirazioni nazionali sarebbero state sostenute dall'Italia anche in ordine all'espansione dei confini, questione che in pratica si riferiva al recupero delle zone asseritamente "albanesi" nei territori greco e jugoslavo; essendo i proclami diretti al Ministero degli Esteri albanese (che di lì a poco sarebbe stato soppresso) fonte di inquietudini per i paesi vicinanti, a questi Ciano si affrettò a segnalare (una settimana dopo, a Venezia) il disinteresse italiano per l'argomento e la strumentalità delle dichiarazioni. Ciò nonostante, fece istituire un ufficio speciale per l'irredentismo che fra i suoi compiti non palesi aveva anche quello di preparare un struttura militare clandestina per il momento, ritenuto non lontano, in cui fosse esplosa una crisi in Jugoslavia. Da molte fonti è stato asserito che in coincidenza temporale con l'annessione, le fortune personali di Ciano siano cresciute in modo oscuro quanto rapido.

La guerra

All'inizio della seconda guerra mondiale, quando le sue posizioni anti-tedesche erano oramai note (Hitler avrebbe avvisato Mussolini tempo dopo: Ci sono dei traditori nella tua famiglia), molti osservatori ritengono che sia stata di Ciano la maggiore influenza nella formulazione della "non belligeranza", locuzione ad effetto cui corrispondeva una posizione dell'Italia assolutamente fumosa, per un verso non concorde nell'aggredire, per un altro non discorde con l'aggressore; ma al contempo d'accordo con gli aggressori e solidale con gli aggrediti.
A questa morbida quanto inconcludente situazione si era giunti con una sua intuizione, tradottasi nell'invio di una famosa lettera a Hitler (il quale premeva perché l'Italia aprisse il fuoco) in cui si chiedevano alla Germania una mole incredibile di mezzi ed armamenti (che si calcolò avrebbero richiesto per il solo trasporto ben 11.000 treni), e dinanzi a questa richiesta i nazisti allentarono le pressioni, almeno per un po'. Ciano aveva sommessamente invitato i responsabili militari a non fare, nello stilare la loro lista della spesa, "del criminoso ottimismo".
L'Italia, però, non era in guerra, e questo - considerati i patti - parve comunque un ottimo risultato. Il Patto d'Acciaio prevedeva infatti l'obbligo di prestare immediato ausilio militare (indipendentemente dalle eventuali cause di conflitto):
Art. 3. - Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell'aria.".
Quando l'Italia entrò in guerra fu Ciano, dato il ruolo, a consegnare le dichiarazioni agli ambasciatori di Francia e Regno Unito. Pochi mesi dopo fu l'ideatore della guerra alla Grecia. Forse - è stato ipotizzato - ingannato dalla troppo facile conquista albanese, e considerando che ad Atene, retto dal generale Ioannis Metaxas, vigeva un regime militare non ostile all'Italia (e che anzi mostrava simpatie verso la formula totalitaristica e, in piccolo, cercava di apprendere dall'esperienza italiana), Ciano ritenne che si sarebbe trattato di un'altra operazione facile, ed anzi così la definì nei suoi Diari, "utile e facile". Utile sarebbe stata perché avrebbe completato un arco di influenza sui Balcani che avrebbe costituito l'appoggio meridionale alle espansioni tedesche nella Mitteleuropa. Facile fu considerata perché il paese, ritenuto non ostile, ed effettivamente povero, fu valutato male armato e peggio motivato per poter resistere. Qualcuno ha sostenuto che Ciano abbia utilizzato denaro per corrompere esponenti greci, ma non ve ne sono prove, mentre è certo che partecipò ai primi bombardamenti sulla Grecia nella sua veste di pilota militare.
L'invasione si trasformò in breve tempo in un disastro militare, che vide le truppe italiane ricacciate in Albania, ciò che non era stato messo in conto: infatti i greci ebbero una reazione di orgoglio e, pur se in condizioni di inferiorità tecnologica, reagirono all'attacco con imprevista partecipazione, respingendo gli italiani e causando anche le dimissioni (prontamente accolte) di Pietro Badoglio, su cui ebbero un loro peso anche le scomode ma sincere osservazioni scandalizzate di Roberto Farinacci.
Dinanzi alle difficoltà che invece furono incontrate, registrando le prime avvisaglie di negatività delle vicende belliche, Ciano non tardò a tornare su posizioni più dubitative, esprimendo le sue perplessità sia "in famiglia" che ad altri gerarchi. Anche a causa delle cariche ricoperte, con particolare riguardo ai rapporti con il Regno Unito, una più intensa frequentazione operativa lo condusse ad ispessire il rapporto con Grandi, che, morto Italo Balbo, restava l'esponente più indipendente del vertice del fascismo.
Nel 1942 Vittorio Emanuele III lo nomina Conte di Buccari, in aggiunta al titolo di Conte di Cortellazzo che era stato conferito a suo padre Costanzo dopo la prima guerra mondiale. Nella primavera del 1943, in occasione di una minirivoluzione delle cariche istituzionali con la quale Mussolini sperava di riaffidare i posti-chiave a uomini di certa fiducia, Ciano venne mandato come ambasciatore in Vaticano. Con la fine dell'incarico di ministro finì anche la stesura dei celebri Diari, terminata l'8 febbraio 1943.
È in questo momento che il suo rapporto con Monsignor Montini - in seguito papa - raggiunse la maggiore intensità, tenendo il fascismo in contatto con tutte le principali potenze internazionali, attraverso la mediazione dell'influente sacerdote. La gestione di questo importantissimo canale diplomatico in questa fase era tutt'altro che un compito secondario: malgrado il Concordato, la Chiesa preservava una pesantissima influenza sull'Italia, che esercitava di fatto condizionando il consenso dei credenti, ed inoltre si muoveva autonomamente per intessere rapporti e relazioni internazionali capaci di salvaguardare i suoi propri interessi. Interlocutore estraneo abitante nella stessa casa, il Vaticano rappresentava per l'Italia un singolarissimo problema: non si poteva porvisi in antagonismo, ma nemmeno se ne potevano condividere le mire, che essenzialmente tendevano a garantire alla Chiesa la preservazione dei suoi privilegi inducendola a preferire quella fazione che, vincendo, più sontuosamente avesse potuto concedergliele, e non si poteva quindi farvi affidamento. Se per un verso la Santa Sede era infatti un ponte non ufficiale verso i paesi avversari, per altro verso era in grado, attraverso questa interposizione, di filtrare (ed opportunamente condizionare) gli eventuali contatti secondo il suo interesse.

Il 25 luglio

Il 25 luglio 1943, quando l'opposizione interna guidata da Dino Grandi (che si coordinava con il Quirinale) stava infine per sconfiggere Mussolini, Ciano vi si unì. Al Gran Consiglio del fascismo, infatti, votò l'ordine del giorno di Grandi (insieme ad altri diciotto gerarchi), approvando perciò l'indicazione contenuta nella mozione, volta a che il re riprendesse in mano l'esercito ed il governo della nazione; in pratica, quello di Ciano fu un voto pesantissimo e dalle conseguenze irreversibili contro il suocero. Va notato che questi avrebbe avuto modo di fermare l'azione di questa fronda, invece, rinunziando in un certo senso ad opporsi, la agevolò sia convocando il Gran Consiglio (che non si riuniva da diversi anni e che non era ritenuto da autorevoli giuristi dell'epoca competente a deliberare sul tema dei rapporti istituzionali tra Governo e Monarchia), sia consentendo di mettere ai voti la mozione.
Si è a lungo congetturato sulle reali motivazioni dell'adesione di Ciano alla proposta di Grandi, tenuto conto che al voto sul famoso ordine del giorno, dovrebbe esser giunto dopo averne discusso col Duce, informatone dallo stesso Grandi con qualche giorno di anticipo (ma anche Mussolini, è stato fatto notare, doveva essere ben al corrente dell'adesione del genero). Probabilmente Ciano condivideva con gli altri due gerarchi la considerazione che il tempo del fascismo fosse venuto ad esaurimento, ma magari ritenendosi ancora candidato alla successione, pensava che in una nuova gattopardesca riformulazione poco sarebbe cambiato e che sarebbe rimasto in auge.
Il voto di Ciano fu, sotto un profilo di pubblica immagine, il colpo più grave inferto al prestigio del capo del regime, cui di fatto pareva che nemmeno il genero desse più fiducia. Le previsioni ottimistiche di Ciano, che si prefigurava rimpasti ed aggiustamenti all'italiana dopo questa sorta di golpe (disse infatti a Bottai di attendersi che ci si sarebbe "aggiustati"), naufragarono insieme alla disillusione di Grandi, che credeva di aver operato per consegnare il comando al generale Caviglia e che invece vide salire al potere il poco gradito Badoglio.
Badoglio avrebbe d'un tratto bruciato tutte le aspettative dei gerarchi, schierando una compagine d'apparato tutta "del re" ed iniziando immediatamente la defascistizzazione dello Stato. Se Bottai ne era quasi contento, Grandi ne era sorpreso (ma più che altro del poco nitido atteggiamento del sovrano); Ciano fu invece quello che si trovò maggiormente spiazzato e, a differenza degli altri due, tardò a mettersi in salvo. Nello sconcerto, acuito poco dopo dall'armistizio di Cassibile, cercò invano di organizzare un esilio protetto per la sua famiglia, ma il Vaticano si rifiutò di nasconderli. Apparentemente i tedeschi sembravano intenzionati ad aiutarli a raggiungere la Spagna, ma invece li arrestarono, e spedirono l'ex ministro a Verona, già in territorio della Repubblica Sociale Italiana, dove restò detenuto.

La fine

Ciano fu infatti estradato in Italia, sotto esplicita richiesta del neonato Partito Fascista Repubblicano, il 18 ottobre 1943 per essere incarcerato; anche Edda ed i figli vennero rimpatriati (sempre nel territorio della Repubblica di Salò).
Ad opera di Alessandro Pavolini si allestiva infatti il processo ai "traditori" del 25 luglio, ed il voto al Gran Consiglio fu considerato alto tradimento (sebbene si trattasse giuridicamente di una grossolana forzatura, resa peraltro di improbabile giustificabilità procedurale con l'applicazione di norme penali retroattive) e, dopo un drammatico processo pubblico, noto come il processo di Verona, Ciano venne riconosciuto colpevole insieme a Marinelli, Gottardi, Pareschi ed al vecchio Maresciallo Emilio De Bono (oltre che a molti altri gerarchi contumaci). L'11 gennaio 1944 avvenne la sua esecuzione al poligono di tiro di Verona, insieme agli altri quattro ex-gerarchi. La morte fu affrontata dal genero del Duce con grande fermezza d'animo e dignità. Ciano non venne ucciso immediatamente, fu necessario il colpo di grazia con due proiettili alla testa. Un cineoperatore tedesco realizzò dell'esecuzione un crudo filmato, che scomparso nel nulla durante i primi governi De Gasperi, è stato ritrovato grazie a Renzo De Felice.
Si è molto discusso se questa conclusione significò che Mussolini non volle proteggere il suo congiunto, o semplicemente che non poté. Molti osservatori fanno notare che se Mussolini avesse commutato la condanna a morte di Ciano, lui stesso avrebbe perso ogni residua credibilità (tuttavia fu proprio Alessandro Pavolini ad impedire che al Duce fossero inoltrate le domande di grazia, la notte precedente l'esecuzione). È noto che quando venne informata, Edda, sinceramente innamorata di Ciano, attraversò mezza Italia con mezzi di fortuna per raggiungere il quartier generale della RSI e quindi la prigione, ma tutti i suoi tentativi di soccorso, comprese le intuibili drammatiche suppliche al padre (che pure la teneva per figlia prediletta), furono vani.
Ad ogni modo, dopo l'esecuzione Edda fuggì in Svizzera portando con sé i diari del marito, nascosti sotto la camicetta. Il corrispondente di guerra Paul Ghali del Chicago Daily News apprese del suo segreto internamento in un convento svizzero ed organizzò la pubblicazione dei diari. Essi rivelano la storia segreta del regime fascista dal 1939 al 1943 e sono considerati una fonte storica primaria (i diari sono strettamente politici e contengono poco della vita privata di Ciano).

I diari

I diari che Ciano scrisse nel periodo in cui fu Ministro degli Esteri, nella loro minuziosità rappresentano una fonte storica di primaria importanza.
Considerati in genere (a partire dallo studio di Mario Toscano) come vergati con una certa sincerità di fondo, descrivono la fase storica più critica del Novecento italiano, disvelando ragioni e motivi di molti fatti che ebbero capitale importanza. Grazie a questi dati è oggi possibile ricostruire (intanto con massima utilità cronologica) gli avvenimenti del periodo visti dall'interno dell'apparato del regime.
Va detto però che, quasi ovviamente, diversi approfondimenti hanno cercato di indagare la fedeltà storica di quanto narratovi. A partire da una banale confusione di nomi fra Roma e Rommel (il generale tedesco), che conteneva in sé un anacronismo foriero di più di qualche dubbio. La circostanza, precisamente, riguarda il racconto del notissimo telegramma inviato a Mussolini dal generale Rodolfo Graziani dall'Africa, e si legge il nome di Rommel al 12 dicembre del 1940 (peraltro erroneamente indicato al giorno 13), ma il generale non ebbe a che fare con materie italiane (escluse le vicende di Caporetto della prima guerra mondiale) se non con il suo arrivo in Africa nella primavera del 1941 ed il testo si riferiva evidentemente a Roma.
La discrepanza fu scoperta da Andreas Hillgruber e portò David Irving a negare l'attendibilità addirittura dell'intera opera, ma anche a ritenere responsabile dell'errore Renzo De Felice, curatore di un'edizione abbastanza nota ed in posizione quantomeno isolata rispetto alle tendenze storiografiche del tempo.
Si era raccolta l'informazione - rilasciata da parte di persone del suo entourage - che Ciano, dopo la rimozione dal Ministero (febbraio '43), avesse dedicato molto tempo alla riscrittura di alcuni brani e l'ipotesi (che al tempo riscosse numerosi conforti testimoniali) allarmò gli storici, i quali appena possibile effettuarono confronti fra le copie che erano state microfilmate da Allen Dulles dalle agende di Edda; si scoprirono in effetti diverse manipolazioni apportate dallo stesso Ciano, che alla grossa aveva cancellato un certo numero di date, ma proprio la grossolanità delle cancellazioni portò ad escludere che si fosse dedicato ad una riscrittura integrale (che, si desunse, non avrebbe lasciato evidenze).
Anche una lettura contenutistica, del resto, fa escludere che possa aver operato riscritture di comodo: nel '43 era già assai imbarazzante la sua notissima affermazione del 12 ottobre 1940, quando definiva "utile e facile" la guerra alla Grecia che stava per cominciare, ma la frase non fu rimossa (così come altre ugualmente rivelatesi infelici) e questo contrasterebbe almeno col carattere dell'autore, reputato vanitoso da diversi critici. Pare invece alquanto probabile che abbia riscritto le pagine relative al 26, 27 e 28 ottobre 1940.

Una figura controversa

La figura di Ciano è tra le più controverse dell'intero regime. Considerato da molti un fatuo enfant gâté, uno snob, un uomo con poco spessore, aperto alla corruzione ed alla crudeltà (il suo comportamento in Albania venne sempre considerato come tale), fu anche visto come un traditore (e morì per questo); secondo altri, invece, sarebbe stato l'unico a combattere seriamente la pericolosa alleanza tra Italia e Germania. Si è detto che abbia forse mostrato un certo coraggio nel votare contro il suo parente, esponendosi ad un isolamento quasi certo.
Uomo di indubbia intelligenza, che visse le proprie idee a volte coerentemente, a volte in maniera pusillanime, ma seppe avere una certa dignità specialmente dal crollo del regime in poi; gli fu attribuita la capacità di una visione politica più acuta di quella del Duce e di un coraggio personale maggiore di quello del Re. Fu però, indubbiamente, l'uomo più odiato del fascismo fino alla sua morte; il Duce riceveva settimanalmente lettere anonime e non, di protesta sulla sua condotta scellerata di spendaccione e viveur, e sul suo nepotismo senza freni, eppure nei suoi diari egli svicola su tutto ciò quasi fosse una nota a margine, parte di un gioco umano più ampio dove tutto, in vista del fine ultimo, è giustificato.
Galeazzo Ciano fu un ragazzo allevato tra miti più grandi di lui e in posizioni di eccezionale rilevanza non proprio meritate, ma crebbe tutto a un colpo alla fine della sua vita diventando infine, nell'ora più triste, quello che aveva immaginato di essere.

Eredi

Galeazzo ed Edda Mussolini ebbero tre figli:
Fabrizio Ciano, 3º conte di Cortellazzo e Buccari (Shanghai, 1 ottobre 1931 - San José, (Costa Rica), 8 aprile 2008), sposò Beatriz Uzcategui Jahn, senza eredi.
Raimonda Ciano (Roma, 12 dicembre 1933 - Roma, 24 maggio 1998), sposata al nobile Alessandro Giunta (1929), figlio di Francesco Giunta e di Zenaida del Gallo Marchesa di Roccagiovine (Roma, 1902 - San Paolo, 1988)
Marzio Ciano, (Roma, 18 dicembre 1937 - 11 aprile 1974), sposò Gloria Lucchesi dalla quale ebbe:
Pietro Francesco, 4º conte di Cortelazzo e Buccari (18 luglio 1962), che da Alessandra Monzini ha avuto due gemelli:
Carlo e Marzio (Roma, 21 novembre 2009), gli ultimi eredi di Galeazzo Ciano
Lorenzo (15 marzo 1965).

Onorificenze

Onorificenze italiane

Onorificenze straniere