mercoledì

memorie di un cazzone





Dopo "memorie di una geisha" è il momento di "memorie di un cazzone".
Del resto non sono una gesiha...


G. la conoscevo da anni, circa una ventina; lavorava nella banca dove facevo accreditare lo stipendio.
Il tutto si manteneva su binari professionali anche se non potevo non notare il generoso decolleté che mostrava.
Non sono mai stato un tettofilo ma lo sono diventato, dal momento che la mia attrazione per il genere "curvy/chubby" è notorio.
Un giorno, però, il tutto prese una piega più personale quando restai nel suo ufficio a chiacchierare con lei o, meglio, a ricevere un suo lungo sfogo legato, soprattutto, alla fine di una storia che durava da anni con il suo ex.
Si perché sono un chiacchierone instancabile ma anche un buon ascoltatore e, se richiesto, cerco di far riflettere le persone, di far vedere loro tutta la faccenda sotto una luce differente.

Da quel momento il nostro rapporto divenne più amichevole e non solo legato al tipo di conto corrente da scegliere piuttosto che a come investire quei due Euro che mi ritrovo sul conto.
Un sms ogni tanto, un paio di battute sul social network più famoso e una sera mi invita a cena in un locale dalle sue parti.
Ovviamente accetto anche se non mi aspetto certo un dopocena particolarmente porno.

La sera del nostro appuntamento vado da lei e l'aspetto sotto casa.
Esce e, a piedi, ci dirigiamo verso questo locale.
Cibo e compagnia davvero gradevoli ma non avevo dubbi riguardo alla compagnia.
Ho spesso incontrato persone, donne soprattutto, in grado di farmi stare davvero bene senza necessariamente infilarsi la cappella del mio cazzo in gola.

Una volta lasciato il locale ci dirigiamo passeggiando e chiacchierando verso casa sua e solo quando arriviamo davanti al suo portone intuisco che la serata non si è ancora conclusa.
Mi invita a salire su da lei e poco dopo ci ritroviamo seduti sul divano a bere rum...e dire che già il vino bevuto a cena aveva già fatto il suo effetto.

I miei sensi percepiscono la sua voglia di "altro".
Non so spiegare come mai, se inconsciamente percepisco e decodifico i segnali del corpo ma sento questo e decido, comunque, di tirarla un po' per le lunghe, almeno fino a quando mi avvicino a lei e la bacio.

La foga con cui mi infila la lingua in bocca non lascia adito a interpretazioni: non aspettava altro.
Restiamo sul divano a baciarci a lungo e le mani che inizialmente indugiavano in zone del corpo "innocenti" iniziano a spostarsi verso zone più sensuali.
La mia mano si è insinuata sotto la sua maglia, ha tirato su la coppa del reggiseno e inizia a palpeggiarle una tetta mentre il palmo viene solleticato da un capezzolo duro almeno come il mio cazzo che, nel frattempo, è stato liberato da pantaloni, boxer, e viene adesso masturbato delicatamente.

Le nostre bocche si staccano sono per raggiungere la camera da letto.
La fermo, le sgancio i pantaloni e li faccio scendere con le mutandine, pochi movimenti e le ho tolto anche gli stivali.
La spingo sul letto, mi inginocchio, afferro con le mani la zona all'altezza delle ginocchia, le spalanco le cosce ed inizio a leccarla.
In effetti i baci devono essere stati di suo gradimento visto come è bagnata e visto il tempo che impiega a venire.
Rimango sempre in quella posizione, inginocchiato ai piedi del letto, ancora vestito, con solo il cazzo fuori dai pantaloni; lei non ha ancora terminato di contorcersi dal precedente orgasmo che prendo tra le labbra il suo clito e con due dita inizio a masturbarla.
Mi piace succhiarle delicatamente il clitoride mentre con la lingua lo lecco velocemente.
Il suo orgasmo viene manifestato ancora una volta contorcendosi e serrando le cosce.

È giunto il momento di cambiare posizione; mi alzo, mi spoglio velocemente, e, mentre inizio a baciarla per condividere il suo sapore, inizio a scoparla.
La sua fica è talmente bagnata che non è certo un problema farlo scivolare dentro.
La mia velocità è sincronizzata con il suo respiro e aumenta non appena vedo che con la mano scende a masturbarsi.
Grazie al mio cazzo e le sue dita eccola di nuovo mugolare di piacere.


Le sussurro se le va di succhiarmi il cazzo mentre la lecco ed in pochi istanti mi ritrovo steso sulla schiena, con la sua passera incollata alla mia bocca, e la sua che ingoia il mio cazzo.
Ho ormai perso la cognizione del tempo. Non riesco a definire per quanto tempo restiamo in quella posizione a goderci le nostre bocche ma sono abbastanza lucido da sentire un paio di altri suoi orgasmi.
Il mio turno arriva poco dopo, masturbandomi.
Non è insolito che scopi per diverso tempo senza sborrare.
Il sesso mi piace, lo godo al 100% anche senza venire ma l'eccitazione è tale che voglio anche io chiudere in bellezza.

Una mezz'oretta a letto a chiacchierare abbracciati, qualche bacio, qualche carezza ed è già ora di partire per tornare a casa.
Ho un bel po' di chilometri da percorrere e li faccio con in suo sapore in bocca e sulle dita, molto delicato, quasi impercettibile.

Ci sono state altre notti insieme e poi fine.
Si perché è così che mi piace, un discorso in realtà mai chiuso definitivamente ma la vita va in questo modo, continua.
Può essere che avermi nel letto sia piacevole, il mio essere un "finto" altruista (finto altruista perché il mio piacere è direttamente proporzionale a quello che faccio provare e quindi più gode lei e più godo io...un altruismo interessato quindi) ma una donna ha spesso bisogno d'altro di un uomo con il quale condividere un po' di più che il letto ogni tanto.

Gianna Jessen



 è un'attivista statunitense.

Nata alla trentesima settimana di gravidanza di sua madre, una diciassettenne del Tennessee, a seguito di un tentativo di aborto salino non andato a buon fine, in quanto il feto sopravvisse all'iniezione di una soluzione salina nell'utero e fu espulso ancora vivo nonostante 18 ore di esposizione alla soluzione. L'anossia dovuta alla soluzione salina le causò una paralisi cerebrale e muscolare. L'aborto era stato programmato dalla associazione abortista Planned Parenthood, la più importante degli Stati Uniti, cui la madre di Gianna si era rivolta per interrompere la gravidanza.
Adottata a 3 anni, superò le difficoltà motorie indotte dalla paralisi e riuscì a camminare senza tutore, seppure con notevoli difficoltà.
Attiva nei movimenti che si oppongono all'aborto, ha raccontato la sua storia al Congresso degli Stati Uniti d'America e alla Camera dei Comuni del Regno Unito.
Il suo caso fu raccontato in occasione del novantesimo anniversario dalla fondazione di Planned Parenthood, celebrata dal Senato del Colorado, quando il senatore Ted Harvey invitò la Jessen a raccontare la sua storia ai membri del Senato. Inoltre, per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema dell'aborto, nel 2006 è riuscita a partecipare e a completare la maratona di Londra, nonostante la difficoltà a correre.
Nel 1999 uscì una sua biografia, curata dall'autrice statunitense Jessica Shaver.

 

sabato

crisi greca: assalto ai supermercati




“La Grecia è crollata, definitivamente, sotto il peso dei debiti contratti con la BCE.
Stanno assaltando i supermercati. Ma non si tratta di banditi armati. Si tratta di gente inviperita e affamata, che non impugna neanche una pistola, con la complicità dei commessi che dicono loro “prendete quello che volete, noi facciamo finta di niente”. Si tratta della rivolta di 150 imprenditori agricoli, produttori di agrumi, che si sono rifiutati categoricamente di distruggere tonnellate di arance e limoni per calmierare i prezzi, come richiesto dall’Unione Europea. Hanno preso la frutta, l’hanno caricata sui camion e sono andati nelle piazze della città con il megafono, regalandola alla gente, raccontando come stanno le cose.
Si tratta di 200 produttori agricoli, ex proprietari di caseifici, che da padroni della propria azienda sono diventati impiegati della multinazionale bavarese Muller che si è appropriata delle loro aziende indebitate, acquistandole per pochi euro sorretta dal credito agevolato bancario,quelli  hanno preso i loro prodotti della settimana, circa 40.000 vasetti di yogurt (l’eccellenza del made in Greece, il più buon yogurt del mondo da sempre) li hanno caricati sui camion e invece di portarli al Pireo per imbarcarli verso il mercato continentale della grande distribuzione, li hanno regalati alla popolazione andandoli a distribuire davanti alle scuole e agli ospedali.
Si tratta anche di due movimenti anarchici locali, che si sono organizzati e sono passati alle vie di fatto: basta cortei e proteste, si va a rapinare le banche: nelle ultime cinque settimane le rapine sono aumentate del 600% rispetto a un anno fa. Rubano ciò che possono e poi lo dividono con la gente che va a fare la spesa. La polizia è riuscita ad arrestarne quattro, rei confessi, ma una volta in cella li hanno massacrati di botte senza consentire loro di farsi rappresentare dai legali. Lo si è saputo perché c’è stata la confessione del poliziotto scrivano addetto alla mansione di ritoccare con il Photoshop le fotografie dei quattro arrestati, due dei quali ricoverati in ospedale con gravi lesioni.
E così, è piombata la sezione europea di Amnesty International, con i loro bravi ispettori svedesi, olandesi e tedeschi, che hanno realizzato una inchiesta, raccolto documentazione e hanno denunciato ufficialmente la polizia locale, il ministero degli interni greco e l’intero governo alla commissione diritti e giustizia dell’Unione Europea a Bruxelles, chiedendo l’immediato intervento dell’intera comunità continentale per intervenire subito ed evitare che la situazione peggiori.
Siamo venuti così a sapere che il più importante economista tedesco, il prof. Hans Werner Sinn, (consigliere personale di Frau Angela Merkel) sorretto da altri 50 economisti, avvalendosi addirittura dell’appoggio di un rappresentante doc del sistema bancario europeo, Sir Moorald Choudry (il vice-presidente della Royal Bank of Sctoland, la quarta banca al mondo) hanno presentato un rapporto urgente sia al Consiglio d’Europa che alla presidenza della BCE che all’ufficio centrale della commissione bilancio e tesoro dell’Unione Europea, sostenendo che “la Grecia deve uscire, subito, temporaneamente dall’euro, svalutando la loro moneta del 20/ 30%, pena la definitiva distruzione dell’economia, arrivata a un tale punto di degrado da poter essere considerata come “tragedia umanitaria” e quindi cominciare anche a ventilare l’ipotesi di chiedere l’intervento dell’Onu”.
Silenzio assoluto.
Nessuna risposta.
Censura totale.
Nessun candidato alle elezioni in Italia ha fatto menzione della situazione greca attuale

fonte: quellichelafarmacia.com

lunedì

John Dillinger


John Herbert Dillinger è stato un criminale statunitense, rapinatore di banche attivo durante il periodo della grande depressione.
Nella cultura popolare viene rappresentato come un gangster americano vestito impeccabilmente, che imbraccia un mitra Thompson.
John Dillinger cominciò la sua carriera di rapinatore il 6 settembre 1924, a vent'anni, quando rapinò la drogheria vicino casa propria, a Mooresville, nell'Indiana. Arrestato e rilasciato grazie all'intercessione della matrigna, John continuò sulla cattiva strada fino ad arrivare ad altre rapine, ben più pesanti, che gli costarono un nuovo arresto in quel di Dayton, nell'Ohio, dal cui carcere fu trasferito nella prigione di Michigan City, da dove fuggì in combutta con alcuni uomini della sua gang. Tornato alle rapine, John Dillinger rimase impresso alle vittime di tali crimini per la foggia elegante dei suoi abiti, il cappello in stile e la qualità del suo cappotto di alta sartoria: il suo stile fascinoso, infatti, contribuì non poco a fare di lui un mito. Considerato dall'FBI e dal suo direttore J. Edgar Hoover il nemico pubblico n. 1, Dillinger si guadagnò la fama di moderno Robin Hood del crimine quando, al termine delle abituali rapine, immedesimandosi perfettamente in quegli anni di grave crisi economica, prese l'abitudine di dare alle fiamme i registri contabili su cui erano annotati i debiti e le ipoteche delle persone in difficoltà economiche, riuscendo ad attirare su di sé la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro e la simpatia di buona parte dell’opinione pubblica. Nonostante la sua verve ed il suo stile mai troppo brutale, però, verso la fine della sua "epopea", isolato dalla malavita, che temeva di attirare su di sé l'attenzione della polizia, ma isolato anche grazie ai metodi innovativi di ricerca dell'FBI, Dillinger si alleò con la gang di un altro noto criminale dell'epoca, cioè "Baby Face" Nelson, che era ben più rude e privo di scrupoli di Dillinger (e che assieme a lui arrivò a dividersi la fama di "nemico pubblico") per operare nuove rapine e rimpolpare le casse della sua gang.


Taglia su John Dillinger

Negli anni trenta, pur di far perdere le sue tracce, Dillinger tentò persino di cancellare le proprie impronte digitali con l'acido ma il cerchio che gli si stava stringendo attorno non si fermò dal chiudersi.
A Tucson, nel marzo 1934, fu infatti arrestato in un hotel, assieme a buona parte della sua gang, grazie a circostanze fortuite, ma il 3 marzo 1934 evase ancora, stavolta dalla prigione di Crown Point, nell'Indiana, dove era stato rinchiuso (e dove fu immortalato in alcune famose foto che lo ritrassero ironicamente abbracciato al direttore del carcere) arrivando a scatenare un vero e proprio caso politico nazionale.
Purtroppo per lui la fuga momentanea non fu foriera di salvezza perché per scappare John Dillinger prese in ostaggio alcuni agenti e rubò la vettura del direttore del carcere (pare fischiettando canzonette) con la quale varcò il confine dello stato dell'Indiana. Così facendo, infatti, Dillinger commise un reato federale, cosa che permise all'FBI (forte di una nuovissima legge sul furto d'auto varata dal Congresso americano) di intervenire e quindi, dopo 4 mesi dalla sua fuga, riacciuffarlo. Dillinger fu identificato e ucciso a tradimento con cinque colpi d'arma da fuoco da alcuni agenti dell'FBI mentre si trovava all'esterno di un cinema di Chicago, dal quale usciva assieme alle prostitute Polly Hamilton e Ana Cumpanas dopo aver assistito alla proiezione del film poliziesco Manhattan Melodrama con Clark Gable (che è un film di gangster). John Dillinger morì il 22 luglio 1934, quando aveva appena 31 anni.
A tradirlo fu proprio Ana Cumpanas, conosciuta nell'ambiente dell'epoca anche come Anna Sage ed in seguito nota come la "Donna in Rosso" (per via del colore sgargiante dell'abito indossato per farsi riconoscere dalla polizia), la quale passò ai servizi segreti le informazioni cruciali utili per incastrare il criminale in cambio della sua permanenza in America (onde evitare, quindi, l'espulsione in Romania, sua terra natale, senza per altro riuscirvi, visto che l'espulsione fu poi confermata).
Partecipò all'agguato decisivo anche Melvin Purvis, giovane G-Man nominato in prima persona da J. Edgar Hoover per coordinare le ricerche di Dillinger assieme agli uomini del nuovo FBI, tra cui l'esperto investigatore Charles Winstead. Lo stesso Melvin Purvis, infine, lasciò l'FBI solo un anno dopo la morte di Dillinger e morì a causa di un colpo partito accidentalmente dalla propria pistola nel 1960, anche se non si esclude però la possibilità che si sia suicidato.
Nonostante la sua morte prematura e la sua vita criminale, John Dillinger, rapinatore fascinoso ed elegante, è rimasto noto nell'immaginario collettivo come una sorta di eroe popolare dell'America della grande depressione. Negli Stati Uniti esiste anche un museo a lui dedicato.
Il regista cinematografico italiano Marco Ferreri ha girato nel 1969 un film che lo cita nel titolo e nei contenuti: Dillinger è morto.

fonte: Wikipedia

domenica

Robert Stroud


Robert Franklin Stroud è stato un criminale statunitense. Noto come il Birdman of Alcatraz (L'ornitologo di Alcatraz), Stroud si guadagnò questo soprannome ad Alcatraz perché ammirava sempre gli uccelli. Si dice che tenesse degli uccelli al penitenziario di Leavenworth (Kansas) finché non fu trasferito ad Alcatraz.

Primi anni

Robert Stroud nacque a Seattle, Washington da Elizabeth e Ben Stroud, immigrati di nazionalità tedesca (la madre) e austro-ungherese (il padre). Robert fu il primogenito della coppia, anche se la madre aveva già due figlie da un precedente matrimonio. Nel 1903, all'età di 13 anni, fuggì da casa. Nel 1908, si stabilì nella città di Cordova, Alaska dove incontrò e iniziò una relazione con la trentaseienne Kitty O'Brien, una ballerina e prostituta. A novembre, si trasferirono assieme a Juneau.

Arresto, processo e imprigionamento

Secondo la versione di Stroud, il 18 gennaio 1909, mentre era al lavoro, un loro conoscente, tale F. K. "Charlie" Von Dahmer picchiò la sua compagna Kitty. Quella notte, Stroud affrontò Von Dahmer, ne nacque una colluttazione e lo uccise con un colpo d'arma da fuoco. Secondo la polizia la donna dopo essere arrivata a Juneau aveva continuato a prostituirsi. Stroud fu arrestato più tardi e gli fu trovato il portafoglio di Von Dahmer in tasca. Nonostante la madre Elisabeth ricorresse ai servizi di un avvocato per il processo, il 23 agosto 1909 Stroud fu condannato per omicidio colposo alla pena di 12 anni da scontarsi nel penitenziario federale sull'Isola di McNeil.

La vita di prigione

Mentre era in prigione Stroud aggredì un inserviente dell'infermeria che lo aveva denunciato alla direzione perché gli aveva chiesto di ottenere della morfina tramite minacce ed in seguito pugnalò un detenuto, che era coinvolto nel contrabbando di narcotici. Il 5 settembre 1912, Stroud fu condannato a sei mesi supplementari per l'assalto e fu trasferito dall'Isola di McNeil al penitenziario federale di Leavenworth (Kansas). Al penitenziario venne a trovarlo dopo otto anni il fratello. Quando gli fu vietato di ricevere la visita della madre Stroud pugnalò ed uccise una guardia carceraria, Andrew Turner, il 26 marzo 1916. Fu condannato a morte per impiccagione, con ordine di attendere l'esecuzione in isolamento, ma il processo fu invalidato. In un secondo processo fu condannato all'ergastolo, ma anche quel giudizio fu annullato dalla Corte Suprema. Il 28 giugno 1918, con un terzo processo, Stroud fu nuovamente condannato a morte. La Corte Suprema intervenne e il 23 aprile 1920 sospese l'esecuzione. A questo punto, la madre di Stroud si appellò al presidente Wilson e a sua moglie, e la condanna a morte fu commutata in ergastolo. Il direttore di Leavenworth, T. W. Morgan, che non approvava tale decisione, ordinò che Stroud venisse tenuto in isolamento per tutta la durata della pena.

Alcatraz

Stroud fu trasferito al famigerato penitenziario di Alcatraz il 19 dicembre 1942. Là trascorse sei anni in segregazione e gli fu permesso di accedere alla biblioteca della prigione, dove cominciò a studiare legge. Stroud scrisse e pubblicò due libri: un'autobiografia e un trattato sulla vita in prigione. Nel 1959, gravemente ammalato, fu trasferito al Centro Medico per prigionieri federali di Springfield nel Missouri. Tutti i suoi tentativi di essere liberato, basati sulle sue condizioni di salute e sulla estrema crudeltà di una detenzione così lunga, non ebbero successo e il 21 novembre 1963, Robert Franklin Stroud morì al Centro Medico di Springfield, all'età di 73 anni dopo 54 anni di reclusione dei quali ben 42 in segregazione. Nell'ultimo periodo della sua vita Stroud si dedicò allo studio del francese. Robert Stroud è seppellito a Metropolis, Illinois (Contea di Massac).

Il libro e il film

Stroud divenne protagonista di un libro del 1955, di Thomas E. Gaddis, Birdman of Alcatraz, il quale ispirò il film del 1962 di John Frankenheimer intitolato appunto L'uomo di Alcatraz.

fonte: Wikipedia

Pietro Caruso

è stato un funzionario italiano, questore fascista di Roma durante l'ultima parte della seconda guerra mondiale sino al 4 giugno 1944, condannato a morte dall'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo.
Figlio del Prof. Cosimo Caruso e di Giuseppina Pisanti, è ultimo di cinque figli. All'età di otto anni fu mandato nel Collegio di San Lorenzo ad Aversa. Acquisito il Diploma di Istituto Tecnico nel 1917, frequentò il corso da allievo ufficiale di complemento (tenuto presso il Palazzo Reale di Caserta) facendo parte della terza compagnia comandata dal Tenente Mercuri. Conseguito il grado di aspirante, fu assegnato a un reggimento di bersaglieri e partì per il fronte nella metà dell'anno 1918, poco prima il termine della prima guerra mondiale.
Nell'immediato dopoguerra fu vittima di una truffa intentata nei suoi confronti da tali avvocato Vincenzo Albano e ingegnere De Falco, che gli fece perdere la somma (allora considerevole) di 70.000 lire. Nonostante la condanna di uno dei truffatori, non riuscì a recuperare il denaro perso, motivo per il quale contrasse una forma di malattia nervosa da stress che gli causò anche un'alopecia da cui, in seguito, guarì. Pietro Caruso si iscrisse al Partito Nazionale Fascista sin dal 1º febbraio 1921 e partecipò alla marcia su Roma il 28 ottobre 1922: apparteneva alla squadra d'azione "la Serenissima" a Napoli, allora comandata da Mancuso.
Il 3 marzo 1923 diviene capomanipolo delle camicie nere e successivamente passo alla milizia portuaria a Napoli sino alla 1933 quando a seguito di presunti ammanchi (per i quali fu istruito anche un procedimento penale) fu trasferito a Trieste ove rimarrà sino al gennaio 1944, raggiungendo il grado di primo seniore. Nel 1944 fu nominato questore a Verona rimanendo con questa carica nella città solo una quindicina di giorni, giusto il tempo necessario per dirigere l'ordine pubblico in occasione della fucilazione dei membri del Gran Consiglio condannati a morte dal tribunale speciale. Egli tuttavia non partecipò all'esecuzione anche se vi assistette in qualità di questore.
Fu successivamente nominato Questore di Roma e il primo giorno in cui assunse le funzioni (2 febbraio del 1944) gli fu ordinato di recarsi a dirigere un rastrellamento: non riconosciuto fu lui stesso fermato, trasportato in caserma e rilasciato dopo due ore. Quando si insediò alla Questura di Roma constatò che i rapporti tra le Autorità Italiane e i tedeschi erano di assoluta subordinazione e non di collaborazione in quanto «essi [i tedeschi, n.d.r.] impartivano ordini tassativi ai quali non ammettevano repliche o discussioni di sorta». Pietro Caruso (come risulta dagli atti del suo processo) trovò che già funzionavano in Roma le squadre speciali per la repressione dell'antifascismo di Pietro Koch e di Giuseppe Bernasconi. Tali squadre, sempre secondo quanto dichiarato da Pietro Caruso, non avevano alcun rapporto di subordinazione con la Questura di Roma anzi agivano in modo autonomo senza rendere conto alcuno degli arresti e delle requisizioni da esse eseguite.
Pietro Caruso ebbe a lamentarsi con il Capo e con il Vice Capo della Polizia del modus operandi di tali formazioni. Il 23 marzo 1944 Pietro Caruso si trovava presso i locali della federazione repubblicana fascista sita in Via Veneto e appena saputo dell'attentato di via Rasella si recò sul luogo dell'attentato dove, peraltro, fu violentemente redarguito dal Generale Kurt Maeltzer. Un milite portuario che gli faceva da scorta in automobile, mentre risaliva in Via Quattro Fontane, rimase ucciso da un colpo d'arma da fuoco sparato dai tedeschi.
Pietro Caruso, dopo l'attentato di via Rasella fu chiamato da Herbert Kappler a redigere un elenco di 80 persone da giustiziare che fu ridotto, dopo le sue rimostranze, al numero di 50. Il Caruso ebbe a dichiarare, nell'udienza del 20 settembre 1944, che a tale ordine si oppose dicendo che non vi poteva incondizionatamente aderire e che ne avrebbe dovuto parlare con il Ministro degli Interni che sapeva essere a Roma. Sempre secondo le sue dichiarazioni rese durante il processo, Pietro Caruso il 24 marzo a mattina si sarebbe recato all'Hotel Excelsior di Roma per conferire con il Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi al quale avrebbe detto «Io mi rimetto a voi», con la speranza che il Ministro avesse provveduto direttamente con Herbert Kappler.
Il Ministro avrebbe tuttavia risposto «Che cosa posso fare? Bisogna che tu glieli dia se no chissà cosa succede. Sì, sì, dalli». Tali dichiarazioni trovano riscontro nella sentenza di condanna a morte pronunciata dall'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo, dove si si legge «il Caruso che pur ebbe a sentire la repugnanza di quanto gli si chiedeva, ritenne di conferire nelle prime ore del giorno con il Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi, alloggiato all'Albergo Excelsior il quale, ancora a letto, gli avrebbe, a suo dire, dichiarato che non era possibile non ottemperare alle pretese tedesche». Sempre nell'udienza del 20 settembre 1944 il Caruso, durante la sua deposizione ebbe a dichiarare di non aver preparato lui direttamente la lista delle persone da giustiziare, lista peraltro in parte redatta da Pietro Koch e che per completarla dette incarico al Capo di Polizia Ferrara sostenendo di non conoscere nessuno dell'elenco a eccezione di Maurizio Giglio.
Herbert Kappler, il comandante tedesco della Gestapo di Roma, organizzò l'eccidio delle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, come ritorsione per l'attentato di via Rasella del giorno prima compiuto da partigiani comunisti dei GAP contro una colonna di soldati tedeschi. Alle Fosse Ardeatine i nazisti assassinarono e trucidarono 335 persone scelte tra ebrei, partigiani (molti dei quali appartenenti alla formazione "Bandiera Rossa") o semplici sospetti. Nella sua deposizione al processo, come teste dell'accusa, il Professore Attilio Ascarelli confermò che le salme esumate furono effettivamente 335. Domenica 4 giugno 1944, mentre gli anglo-americani si apprestavano a entrare in Roma il Caruso, alla guida di una autocolonna, scappava verso nord, con una Alfa Romeo carica d'oro, di gioielli, 5 orologi "a saponetta" da uomo, molte sterline e lire.
La vettura di Caruso perse il contatto con la colonna a causa delle ripetute incursione aeree alleate, perdendosi nella zona del lago di Bracciano. Ritrovata la strada per Firenze, a seguito di nuovi mitragliamenti aerei, per evitare un'auto tedesca urtò contro un albero. Pietro Caruso (insieme a un milite) rimase ferito riportando una lussazione del femore. Un'ambulanza tedesca lo trasportò all'Ospedale di Viterbo dove Pietro Caruso, nonostante avesse un documento falso, fornì le sue vere generalità. Nessuno fece caso all'identità del ferito a eccezione di un avvocato romano, casualmente presente, che lo riconobbe. Dopo aver subito un intervento chirurgico, vanamente Pietro Caruso, anche offrendo denaro e gioielli, chiese di essere trasportato al nord. Lasciato solo, fu arrestato dai partigiani e fu tradotto, dopo una breve degenza presso l'Ospedale di Bagnoregio, a Regina Coeli.


Donato Carretta, accusato da una donna nel corso del processo contro Caruso

Durante il processo, il pubblico tenterà di linciarlo, ma non riuscendoci se la prenderà con Donato Carretta, ex direttore del carcere di Regina Coeli, presente in aula come testimone per l'accusa e che sarà gettato a morire nel Tevere e successivamente appeso a testa in giù all'entrata di Regina Coeli. Il processo sarà breve (20 e 21 settembre 1944) e Pietro Caruso venne condannato a morte per fucilazione alla schiena. Durante il processo l'avvocato difensore di fiducia Francesco Spezzano cercherà di porre all'attenzione della Corte i problemi psichici presenti nella famiglia di Pietro Caruso senza, però, mai chiedere una perizia psichiatrica.
Poi scriverà un'ultima lettera alla moglie e invierà una copia del De Vita Christiana di Sant'Agostino alla figlia con la seguente dedica: «A te figlia mia bella e dolcissima questo libro di consigli e di preghiere che mi hanno fatto affrontare con serenità e con la fede in Cristo anche l'estremo supplizio. Dio ti benedica. Roma 22 settembre 1944». Sarà giustiziato il 22 settembre 1944 nel cortile del Forte Bravetta a Roma e pochi istanti prima della fucilazione Pietro Caruso "con voce ferma" grida «viva l'Italia» e «mirate bene». Oltre al Colonnello Pollock (in rappresentanza delle forze alleate) assistettero all'esecuzione il Consigliere di Corte d'Appello addetto all'Alta Corte, avv. Francesco De Scisciolo, e il Cancelliere dott. Bruno Moser, col medico delle carceri dott. Mario Spallone.

fonte: Wikipedia






sabato

Mario Roatta


Nel 1906 divenne sottotenente di fanteria. Dopo aver frequentato la scuola di guerra venne trasferito con il grado di capitano allo stato maggiore dell'esercito. Durante la prima guerra mondiale combatté sia sul fronte francese che su quello italiano; venne promosso nel 1917 a tenente colonnello, e decorato con tre medaglie d'argento al valore militare. Nel primo dopoguerra fu addetto militare presso le ambasciate italiane a Varsavia (1927-1931, con competenza su Riga, Tallinn ed Helsinki). Nel 1930 fu promosso colonnello.
A Varsavia, sempre all'inizio del 1930, Roatta compì un'analisi dei concetti di impiego tattico dello Stato Maggiore francese, entrando in stretto contatto con gli ufficiali superiori francesi che dirigevano la scuola di guerra polacca.
Dopo un periodo al comando dell'84º Reggimento "Venezia", nel 1934 divenne capo del Servizio Informazioni Militari, e vi rimase fino all'agosto 1939, anche se solo sul piano formale, poiché dal 1936 fu nominato comandante del Corpo Truppe Volontarie (CTV) italiane nella guerra civile spagnola, al fianco degli insorti nazionalisti guidati da Franco.
Il controllo effettivo del SIM era passato nelle mani del colonnello Paolo Angioy. Fu infatti, secondo risultanze giudiziarie, Roatta insieme ad Angioy, al colonnello Santo Emanuele ed al maggiore Roberto Navale l'ideatore del piano per uccidere i fratelli Rosselli e numerosi antifascisti che avevano trovato asilo in paesi vicini. Sia il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano che il suo capo di gabinetto Filippo Anfuso sarebbero stati a conoscenza dell'operazione. Nel frattempo Roatta divenne generale di brigata.
Nominato addetto militare a Berlino dal luglio al novembre 1939 seguì, con questa veste, la crisi di Danzica e lo scoppio della seconda guerra mondiale. Sempre da Berlino, ebbe competenza anche su Svezia, Danimarca, Finlandia e Lituania, e redasse quindi importanti e dettagliati rapporti sull'apparato militare degli Stati baltici a poche settimane dall'invasione sovietica. In un altro rapporto dell'ottobre, mise in evidenza i positivi risultati delle truppe corazzate e meccanizzate della Wehrmacht.
Tornato in Italia fu nominato sottocapo di stato maggiore nel 1940. Con questo incarico riuscì ad eludere i tedeschi nella preparazione dei piani di attacco a sorpresa della Grecia e della Jugoslavia. Dal 24 marzo 1941 fino al gennaio 1942 fu capo di stato maggiore. Il 18 marzo 1942 venne nominato comandante della 2a Armata in Croazia dove ordinò nella guerra partigiana di "...applicare le sue disposizioni senza false pietà", dando così inizio ad una vera e propria azione di terrore contro i civili che davano supporto logistico alle bande partigiane. Applicando la circolare 3C dove si diceva di applicare il criterio della Testa per dente, vennero devastati numerosi villaggi e trucidati circa l'1% della popolazione slovena.
Il 5 febbraio 1943 venne posto al comando della 6a Armata in Sicilia, mentre il 1º giugno venne nuovamente nominato capo di stato maggiore, carica che mantenne fino al 12 novembre 1943, quando venne destituito da ogni incarico.

Il Governo Badoglio

Con l'insediamento del nuovo governo retto da Badoglio, Roatta conservò la sua carica di capo di stato maggiore dell'esercito. Toccò a lui, durante il difficile periodo dei 45 giorni, reprimere le manifestazioni per la fine del regime, attraverso la cosiddetta "circolare Roatta" in cui si dava ordine alle forze armate e alle forze dell'ordine di intervenire, anche con la forza, nella repressione di ogni manifestazione.
« ...poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine....muovendo contro gruppi di individui che perturbimo ordine o non si attengano prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento e si faccia fuoco a distanza, anche con mortai e artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. »
(La circolare diffusa da Roatta)
Fu in seguito a questi ordini di Roatta che nei cinque giorni successivi al 25 luglio 1943 si ebbero, negli scontri, 93 morti, 536 feriti e 2.276 arresti.
Il 9 settembre 1943 come molti ufficiali del suo rango lasciò Roma insieme al Re Vittorio Emanuele III e a Badoglio, imbarcandosi sulla corvetta Baionetta, che lo portò nelle retrovie Alleate del sud Italia. Fu accusato per la mancata difesa di Roma, città di cui era responsabile e che era stata rapidamente occupata dalla Wehrmacht tedesca.

Il processo per "crimini di guerra" e per la "Mancata difesa di Roma"

Il 16 novembre 1944 fu arrestato nel corso delle indagini della Commissione d'inchiesta per la mancata difesa di Roma, poi nel 1945 fu chiamato in giudizio dall'Alto Commissariato per la punizione dei delitti fascisti per l'omicidio dei fratelli Rosselli.
Il 4 marzo 1945, alla vigilia del giorno previsto per il deposito delle conclusioni della commissione d'inchiesta, evase dall'ospedale militare presso il Liceo Virgilio, probabilmente grazie alla complicità del servizio segreto britannico e del generale Taddeo Orlando, comandante generale dell'Arma e già subalterno di Roatta in Croazia, raggiunse prima il Vaticano e poi, con la moglie, la Spagna, dove fu protetto dal governo di Francisco Franco. Immediata fu la reazione popolare e le manifestazioni, durante le quali morì, in circostanze non precisate, il tappezziere Pietro Gualdani. Manifestazioni alimentate dalle polemiche posizioni di socialisti ed azionisti (Saragat scrisse che "il suo silenzio era d'oro per molte persone") che accusavano gli ambienti dell'esercito di proteggere i fascisti. Il giorno successivo Orlando fu destituito.
La settimana dopo la fuga, fu condannato all'ergastolo per quanto emerso circa la mancata difesa di Roma, ma la commissione gli attribuì responsabilità riguardanti anche la disfatta dell'8 settembre nel suo complesso. Poté giovarsi dell'amnistia del 1946 e di quella definitiva del 1953. Al termine dell'iter giudiziario fu prosciolto e la sentenza annullata nel 1948.
Ritornò dalla Spagna solo nel 1966 e morì a Roma nel 1968. Prima di morire scrisse un famoso memoriale difensivo: Sciacalli addosso al SIM (Roma 1955).

Le responsabilità imputategli

di aver proceduto su ordine di Mussolini allo sterminio del popolo sloveno;Le accuse mosse al generale Roatta erano:
  • quale principale responsabile, nella sola provincia di Lubiana, della fucilazione di circa 1.000 ostaggi, della uccisione proditoria di 8.000 persone, dell'incendio di 3.000 case, dell'internamento di 35.000 persone, della distruzione di 800 villaggi, della morte per fame nel campo di concentramento di Arbe di 4.500 persone;
  • di aver infranto disposizioni della Convenzione internazionale dell'Aja relativa ai prigionieri, ai feriti e agli ospedali;
  • di aver disposto la fucilazione di partigiani fatti prigionieri e di ostaggi, di internare i componenti di intere famiglie e villaggi e di consegnare i civili in massa ai tribunali militari;
  • di aver disposto che i civili fossero ritenuti responsabili di tutti gli atti di sabotaggio commessi nelle vicinanze della loro abitazione e che per rappresaglia si potesse sequestrare il loro patrimonio, distruggere le loro case e procedere al loro internamento;
  • di aver disposto di consegnare ai tribunali militari i partigiani catturati feriti, le donne e gli uomini inferiori ai 18 anni e di fucilare sul posto tutti gli altri partigiani caduti prigionieri.
Mentre le responsabilità morali ed oggettive imputate a Roatta dall'Italia sono:
  • l'aver messo a disposizione del regime uno strumento militare quale era il SIM, sviandolo dai suoi compiti di istituto con la caccia ed eliminazione dei capi antifascisti;
  • il non avere infine saputo affrontare con responsabilità e capacità di comando i difficili momenti che sono andati dal 25 luglio all'8 settembre 1943, compresa la mancata difesa di Roma.
Di contro, in base a diverse testimonianze di ebrei croati sopravvissuti, si è ricostruito che la 2a Armata italiana, con Roatta e i suoi ufficiali superiori, si prodigò nel garantire salvezza tra il 1942 e il 1943 alle comunità ebree di Dalmazia ed a quelle che sfuggivano al genocidio perpetrato dagli ustascia croati e dai nazisti nella zona di occupazione tedesca. Roatta diede rifugio, distribuì generi di prima necessità e cure, permise ai bambini di continuare i propri studi. Lo stesso vale per le minoranze serbe nella zona di occupazione italiana. La 2a Armata decise in più occasioni di proteggere i villaggi serbi e la popolazione ortodossa dai massacri croati. Bande di cetnici furono persino armate dagli italiani ed inquadrate come forze ausiliarie. Analoghe testimonianze provengono dagli archivi tedeschi i quali sostengono che le truppe al comando di Roatta si interposero spesso tra gli ustascia e le comunità in pericolo. Ciò nonostante truppe italiane, dietro suo ordine diretto o raccomandazione generale, fucilarono prigionieri partigiani, rifiutarono la resa ad alcuni reparti titini, torturarono nazionalisti e comunisti presi prigionieri, giustiziarono sbandati, applicarono le feroci logiche della rappresaglia, prelevarono ostaggi tra la popolazione civile, e fecero terra bruciata dei villaggi che davano ricovero ai partigiani. Quello che Roatta intendè sempre impedire fu la violenza indiscriminata e razzista di una popolazione contro l'altra, fermo restando che non fu mai contrario alla pulizia etnica della Dalmazia occupata dagli italiani

fonte: Wikipedia