domenica

ricomincio da tre



 è un film diretto dal regista Massimo Troisi. È il primo film dietro la macchina da presa dell'attore napoletano. Uscito nel 1981, ebbe un grande successo di pubblico e critica, tanto da valergli incassi record e la vittoria di due David di Donatello, quello per il miglior film e per il miglior attore.

Ancora oggi, il film detiene il record di maggiore permanenza nelle sale cinematografiche italiane, con più di 600 giorni di programmazione.

Incassò circa 15 miliardi di lire.

« Troisi: Chell ch’è stato è stato... basta, ricomincio da tre...
Arena: Da zero!...
Troisi: Eh?...
Arena: Da zero: ricomincio da zero.
Troisi: Nossignore, ricomincio da... cioè... tre cose me so' riuscite dint'a vita, pecché aggia perdere pure chest? Aggia ricomincià da zero? Da tre! »

(Massimo Troisi a Lello Arena nella scena che ispira il titolo del film)

Napoli, primi anni del dopo-terremoto. Gaetano (Massimo Troisi) è un ragazzo timido che vive con il padre (monco di una mano, che aspetta il miracolo della ricrescita), la madre, il fratello e la sorella. Stanco della vita da provincialotto fatta di famiglia, di banali uscite con gli amici, fra cui l'affezionato amico Lello Sodano (Lello Arena), col quale ha un rapporto spassosamente conflittuale, e di un alienante lavoro in una azienda alimentare, decide di trasferirsi a Firenze da sua zia, la sorella del padre.

Gaetano decide quindi di partire facendo l'autostop. L'automobilista che gli offre un passaggio (Michele Mirabella) si rivela però essere un depresso con tendenze suicide, che ha deciso di farla finita proprio con un incidente d'auto. Gaetano riesce a dissuaderlo dai propositi suicidi e accetta di accompagnarlo a un centro di igiene mentale, a Firenze. Dopo un improbabile quanto esilarante dialogo con un paziente del centro (Marco Messeri), qui Gaetano incontra l'infermiera Marta (Fiorenza Marchegiani), dalla quale rimane colpito.

Finalmente, giunge a casa della zia che deve, tuttavia, abbandonare poco dopo poiché la stessa zia intrattiene un rapporto con un amante che tiene nascosto alla famiglia, e si trasferisce a casa di un predicatore amico della zia, chiamato Frank. Il giorno dopo il cambio di casa, Gaetano reincontra Marta. Tra i due inizia una forte amicizia. Frank, nel frattempo, coinvolge Gaetano nelle sue predicazioni, portandolo a casa della signora Ida, un'anziana donna dal carattere duro e dalla mentalità retriva, madre di Robertino, un attempato ragazzo che a causa dell'oppressione materna è cresciuto con molte timidezze e complessi.

Pochi giorni dopo arriva in visita a Firenze anche Lello, che trova alloggio in una pensione, e Gaetano riesce ad avere un appuntamento con Marta. I due si scoprono innamorati, e Gaetano rimane dapprima a dormire da lei, poi si trasferisce definitivamente a casa sua. Un giorno, mentre tutti gli amici, compreso Lello, sono riuniti a casa di Marta e Gaetano, la ragazza, che sta scrivendo un romanzo con l'aiuto di un'amica, scrive un capitolo incentrato su un tradimento compiuto dalla protagonista del libro, che narra in prima persona, con un adolescente. Lello sospetta che Marta stia scrivendo fatti a lei veramente accaduti, e cerca di avvertire Gaetano che lo zittisce un po' piccato.

Successivamente Marta rivela a Gaetano di essere incinta e di non sapere chi sia il padre, confessando così di averlo davvero tradito con un adolescente, e che quindi il sospetto di Lello si era dimostrato fondato. Gaetano ci resta male, ma cerca un po' goffamente di fare buon viso a cattivo gioco, approfittando del ritorno a San Giorgio per il matrimonio di sua sorella Rosaria (Cloris Brosca) per chiarirsi un po' le idee. Al matrimonio, Gaetano capisce di essere innamorato di Marta e decide quindi di ritornare a Firenze.

La storia si conclude dunque con una memorabile scena che vede i due protagonisti, Gaetano e Marta, discutere sulla decisione del nome da dare al bambino.

Incassi e successo

Fulvio Lucisano, produttore del film, nell'intervista per l'edizione in DVD di "Ricomincio da tre", ricorda che portò il film in prima proiezione assoluta a Messina, quando altrove nessuno era interessato: da quell'entusiasmante debutto iniziò l'enorme successo del film che in seguito divenne campione di incassi al botteghino italiano. Lo stesso Troisi fu acclamato dal pubblico ricevendo molti premi per la regia e per l'interpretazione di Gaetano.

Premi e riconoscimenti

Il film riesce a ottenere numerosi premi tra cui il David di Donatello 1981 per il miglior attore a Massimo Troisi e anche per il miglior film. Inoltre Troisi vince anche il Nastro d'Argento, e il Globo d'Oro.

Con questo film, Troisi guadagna fama e popolarità in Italia, lasciando il teatro e dedicandosi al cinema. Con lui segue anche la figura di Lello Arena, il quale come Troisi abbandona il teatro per dedicarsi al grande schermo. Nel secondo film anche Arena otterrà il David di Donatello per il miglior attore non protagonista.

Fiorenza Marchegiani, otterrà una Targa Mario Gromo.

Cast

Massimo Troisi interpreta Gaetano, napoletano timido nonché protagonista del film.
Lello Arena, interpreta Lello, il miglior amico di Gaetano. Dopo l'interpretazione negli spettacoli del trio La Smorfia, Arena viene scelto da Troisi nella partecipazione del suo primo film, scelta che Troisi eseguirà più volte.
Fiorenza Marchegiani, interpreta Marta, la fidanzata di Gaetano. Troisi la scelse nella pellicola che poi segnò il debutto cinematografico nella carriera dell'attrice.
Marco Messeri interpreta il malato mentale.
Renato Scarpa è Robertino, a cui Troisi cerca di far cambiare vita perché succube della madre.
Laura Nucci interpreta il ruolo della signora Ida, madre di Robertino.

fonte: wikipedia


tratta degli schiavi africani



L'espressione tratta atlantica si riferisce al commercio di schiavi di origine africana attraverso l'Oceano Atlantico fra il XVI e il XIX secolo. La pratica di deportare schiavi africani verso le Americhe fu un elemento fondamentale della nascita e dello sviluppo delle colonie europee prima del Sud e Centroamerica e poi anche del Nordamerica.

Cause

Nel XVI secolo, le grandi potenze europee (Spagna, Portogallo, Inghilterra e Olanda) iniziarono a creare insediamenti in America. Gran parte dei vantaggi economici erano legati alla creazione di piantagioni (per esempio di canna da zucchero); soprattutto con la penetrazione portoghese in Brasile, a questo si aggiunse la prospettiva di ricavare dalle colonie risorse minerarie. In entrambi i casi si richiedeva l'uso di grandi quantità di manodopera per il lavoro pesante. Inizialmente, gli europei tentarono di far lavorare come schiavi gli indigeni americani; questa soluzione tuttavia risultò insufficiente, soprattutto a causa dell'alta mortalità delle popolazioni native dovuta a malattie importate dai conquistatori europei (come il vaiolo) e alla loro conformazione fisica non adatta a quel genere di lavoro.

Nello stesso periodo, gli europei entrarono in contatto con la pratica nordafricana di far schiavi i prigionieri di guerra. I re locali delle regioni nella zona dei moderni Senegal e Benin spesso barattavano questi schiavi con gli europei. Gli schiavi africani erano decisamente più adatti, dal punto di vista fisico, a sopportare il lavoro forzato, perciò i portoghesi e gli spagnoli se li procurarono per mandarli nelle colonie americane, dando inizio al più grande commercio di schiavi della storia, quello attraverso l'Oceano Atlantico. La tratta degli schiavi attraverso l'Atlantico assunse rapidamente proporzioni senza precedenti, dando origine nelle Americhe a vere e proprie economie basate sullo schiavismo, dai Caraibi fino agli Stati Uniti meridionali. Complessivamente, qualcosa come 12 milioni di schiavi attraversarono l'oceano (la stima è approssimata. La BBC parla di 11 milioni. L'Enciclopedia Britannica ritiene che la migrazione forzata fino al 1867 sia quantificabile tra 7 e 10 milioni. L'Encyclopedia of the middle passage fa una stima tra 9 a 15 milioni. La maggior parte degli storici contemporanei stima che il numero di schiavi africani trasbordati nel Nuovo Mondo sia tra 9,4 e 12 milioni); si tratta di una delle più grandi migrazioni della storia (e certamente la più grande deportazione), che portò anche a notevoli squilibri tra la popolazione bianca e quella nera (nella Giamaica dell'inizio dell'Ottocento il rapporto arrivò a 1 a 20), e la superiorità numerica causò per gli schiavisti un continuo pericolo di rivolta degli schiavi.

Potenze europee come Portogallo, Regno Unito, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e il Brandeburgo, come anche mercanti provenienti dal Brasile e dal nordamerica presero parte a questo commercio.

Nel corso del diciottesimo secolo si stima che siano stati trasbordati oltre Atlantico sei milioni di individui di origine africana,il Regno Unito può ritenersi responsabile di quasi due milioni e mezzo di questi.
Il 16 giugno 1452 Papa Niccolò scrive la bolla Dum Diversas, indirizzata al re del Portogallo Alfonso V. Riconosce al re portoghese le nuove conquiste territoriali; lo autorizza ad attaccare, conquistare e soggiogare i Saraceni, i pagani e altri nemici della fede; a catturare i loro beni e le loro terre; a ridurre gli indigeni in schiavitù perpetua e trasferire le loro terre e proprietà al re del Portogallo e ai suoi successori. La bolla Veritas Ipsa di Papa Paolo III del 2 giugno 1537,conosciuta anche col nome di Sublimis Deus o di Excelsus, scomunica tutti coloro che "praefatos Indios quomodolibet in servitutem redigere aut eos bonis suis spoliare" (tutti coloro che ridurranno in schiavitù gli indios o li spoglieranno dei loro beni). In questa bolla il Pontefice condanna le tesi razziste, riconosce agli indiani, cristiani o no, la dignità di persona umana, vieta di ridurli in schiavitù e giudica nullo ogni contratto redatto in tal senso. Il Papa mette così fine alle numerose dispute tra teologi e università, soprattutto spagnole, circa l'umanità degl'indios d'America e sulla possibilità di ridurli in schiavitù. Il Papa tenendo conto della dottrina teologica e della documentazione a lui pervenuta volle porre fine alle dispute ed emanò il verdetto: «Indios veros homines esse». Soprattutto il commercio interessò le potenze protestanti, sebbene i Cattolici spagnoli e Portoghesi li acquistassero nelle colonie sfidando la scomunica.

Il numero complessivo di africani morti attribuibili direttamente alla traversata atlantica è stimato in due milioni; un bilancio più ampio degli africani morti a causa della schiavitù tra il 1500 e il 1900 fa ritenere che la cifra salga a quattro milioni. Lo storico William Rubinstein sostiene che di questi 10 milioni probabilmente 6 sono da attribuire a razzie o guerre tribali finalizzate alla fornitura di uomini e donne per i mercanti di schiavi.

La traversata

Il trasferimento degli schiavi attraverso l'Atlantico, dalla costa occidentale dell'Africa al Nuovo Mondo, è noto nel mondo anglosassone come Middle passage (letteralmente: tratto o passaggio intermedio). Era infatti il tratto intermedio del viaggio che le navi compivano dopo essere partite dall'Europa con prodotti commerciali (stoffe, liquori, tabacco, perline, conchiglie particolari, manufatti di metallo, armi da fuoco) che servivano come merce di scambio per l'acquisto degli schiavi da traghettare nelle Americhe, da dove le navi ripartivano cariche di materie prime, completando così quello che è chiamato il "commercio triangolare". Il viaggio degli schiavi iniziava nell'interno dell'Africa dove i commercianti o intermediari negrieri catturavano o acquistavano gli indigeni da semplici rapitori o monarchi africani (che li avevano ridotti in schiavitù per punizione o nel corso di guerre locali). Iniziava il viaggio a piedi, talvolta in canoa, verso la costa. Durante la marcia (nota come coffle dal nome dei ceppi con cui venivano legati a gruppi di 30 o 40) erano costretti a portare sulla testa oggetti come pacchi, fasci di zanne di elefante, mais, pelli o otri pieni d'acqua. Il trasferimento forzato fino alla costa poteva durare parecchi giorni o settimane. Sulla costa venivano imprigionati in fortezze o in capanne dette "barracoons" dove sostavano in attesa delle navi per la traversata per molti giorni o settimane. Lì poi trafficanti provenienti dalle Americhe e dai Caraibi caricavano la "merce umana" sulle navi.

Si stima che il 15% degli africani morivano in mare, con un tasso di mortalità sensibilmente più alto nella stessa Africa nelle fasi di cattura e trasporto dei popoli indigeni alle navi.

La durata della traversata variava da uno a sei mesi a seconda delle condizioni atmosferiche. Nel corso dei secoli andò però riducendosi: mentre all'inizio del XVI secolo richiedeva diversi mesi, nel XIX secolo si effettuava spesso in meno di sei settimane. Uno dei miglioramenti tecnici che resero il viaggio più breve fu la ricopertura dello scafo delle navi con lastre di rame. Questo ebbe effetti benefici anche per quanto riguardava la "abitabilità" delle navi riducendo l'umidità all'interno dello scafo. Le navi schiaviste tipicamente trasportavano diverse centinaia di schiavi con un equipaggio costituito di una trentina di persone (equipaggio doppio rispetto alle normali navi per poter controllare eventuali insurrezioni: mediamente in una nave su dieci scoppiavano ribellioni).

I prigionieri maschi erano incatenati insieme a coppie per risparmiare spazio: la gamba destra di un uomo legata alla gamba sinistra del successivo. Donne e bambini avevano un po' più di spazio. Le donne e le ragazze salivano a bordo delle navi nude, tremanti e terrorizzate, spesso pressoché esaurite per il freddo, la fatica e la fame, in preda alle maniere rudi (e alle violenze) di gente brutale che parlava una lingua a loro incomprensibile.

I prigionieri ricevevano come alimenti fagioli, mais, patate, riso e olio di palma in uno o due pasti al giorno, ma le razioni erano scarse.

La razione quotidiana di acqua era di mezza pinta (circa mezzo litro) che portava frequentemente alla disidratazione perché oltre alla normale traspirazione erano frequenti mal di mare e diarrea.

Il numero dei decessi aumentava con la lunghezza del viaggio, dal momento che l'incidenza della dissenteria e dello scorbuto aumentava con le maggiori restrizioni in navigazione, con la quantità di cibo e acqua che diminuivano giorno dopo giorno. Oltre alle malattie fisiche, molti schiavi diventavano troppo depressi per mangiare o mantenere un'efficienza fisica e mentale a causa della perdita della libertà, della famiglia, della sicurezza e della loro umanità.

Il suicidio era un evento frequente attuato spesso rifiutando il cibo o le medicine o gettandosi in mare o in altri modi. La frequenza dei suicidi era tale che gli schiavisti usavano vari strumenti e metodi per costringere a nutrirsi il loro carico umano che veniva tenuto incatenato per quasi tutto il tempo.

"Quando ci siamo trovati prigionieri la morte ci è sembrata preferibile alla vita e abbiamo concordato un piano tra noi: avremmo appiccato il fuoco e fatto saltare in aria la nave e saremmo morti tutti tra le fiamme".

Effetti della deportazione nelle Americhe

L'effetto dello schiavismo sulle società africane è un tema molto controverso. All'inizio del XIX secolo, gli abolizionisti denunciarono lo schiavismo non solo come pratica immorale e ingiusta nei confronti dei deportati, ma anche come danno insanabile nei confronti dei paesi da cui venivano prelevati gli schiavi: a tal proposito si parla anche di diaspora nera o africana.

L'impatto demografico della tratta e delle pratiche ad essa connesse - guerre, razzie, devastazioni - sono difficilmente quantificabili data l'assenza di stime certe sulle dimensioni della popolazione africana e i suoi tassi di crescita precedenti al 1900.

La tratta inoltre non ha avuto impatto uniforme sul continente africano: a essere coinvolte maggiormente sono state le coste occidentali dell'Africa - più vicine alle Americhe - quali Sudan occidentale, Costa d'Oro (Ghana), Sierra Leone, Liberia, Guinea; al contrario, le società situate nel cuore del continente africano (Uganda, Rwanda e Burundi) così come a oriente le regioni del Camerun e del Sudafrica non vennero in alcun modo toccate dal fenomeno.

L'abolizione

In Europa, lo schiavismo ebbe sempre ferventi oppositori, tuttavia, questa pratica rimase legale fino al XVIII secolo (e in molti paesi anche più a lungo). La prima potenza coloniale a proclamare l'abolizione dello schiavismo e a impegnarsi attivamente per contrastare la tratta degli schiavi fu l'Inghilterra, anche se in precedenza la Francia rivoluzionaria aveva concesso (e poi con Napoleone revocato) l'emancipazione degli schiavi e l'abolizione della schiavitù, del code noire e di altre pratiche di discriminazione a danno di neri liberi e mulatti. Certamente l'Inghilterra traeva dall'abolizione della schiavitù anche un vantaggio politico, in particolare ai danni della Francia napoleonica, che, appunto, aveva ristabilito la schiavitù nelle sue colonie. La Royal Navy britannica venne impiegata attivamente per contrastare il commercio di schiavi attraverso l'Oceano Indiano e Atlantico. A metà del XIX secolo il traffico lungo queste rotte era stato sostanzialmente annullato; continuò invece il commercio di schiavi all'interno del continente africano, specialmente dai paesi arabi attraverso l'Etiopia. Lo schiavismo continuò in molti paesi del Nuovo Mondo (come gli Stati Uniti e Brasile).

La lotta allo schiavismo, secondo alcuni, fu usata anche come pretesto dagli europei per la loro espansione coloniale in Africa. Alla fine del XIX secolo, tutta l'Africa era stata spartita in colonie, tranne l'Etiopia, e praticamente tutti i regimi coloniali avevano imposto l'abolizione della schiavitù.

fonte: wikipedia

venerdì

Skiantos




« Ma che cazzo me ne frega! Genere ragazzi genere! Ehi sbarbo smolla la biga che slumiamo la tele. Sei fatto duro, sei fatto come un copertone. Ci facciamo? Sbarbi sono in para dura! Ok, ok nessun problema ragazzi, nessun problema! Sbarbi sono in para dura. Schiodiamoci, schiodiamoci. C'hai della merda? Ma che viaggio ti fai?! C'hai una banana gigantesca. Oh c'hai della merda o no? Un caccolo! Ma che viaggio ti fai? Intrippato. Brutta storia ragazzi, brutta storia. C'ho delle storie ragazzi, c'ho delle storie pese! C'hai delle sbarbe a mano? No c'ho delle storie, fatti questo slego: 1 2 6 9!... »

(Introduzione di Eptadone, brano di apertura dell'album MONO tono)

Gli Skiantos erano un gruppo rock demenziale formatosi a Bologna a metà degli anni settanta. Fecero parte della prima ondata del punk rock italiano di cui la città di Bologna, allora molto legata al Movimento del '77, fu il primo e più fertile centro nevralgico.

1975-1977: L' "Inascoltabile"

Gli Skiantos nascono in forma embrionale nel 1975 a Bologna, quando un gruppo di ragazzi del DAMS si ritrova per suonare nella cantina del futuro cantante Roberto Antoni, poi conosciuto come Freak Antoni. Il progetto prese maggiore concretezza nel 1977 con Inascoltable, inciso in "una notte di improvvisazione per una decina di persone innamorate della musica" (Freak Antoni), molte delle quali non si conoscevano fra loro. Alle registrazioni, che furono pubblicate su musicassetta da Oderso Rubini della Harpo's Bazaar (in seguito Italian Records), parteciparono 5 cantanti, 5 musicisti ed un batterista. I concerti del gruppo, soprattutto agli inizi, sono caratterizzati da performance provocatorie con riferimenti all'avanguardia futurista e dadaista, che includono il lancio di ortaggi sul pubblico da parte dei musicisti.

1978-1980: Dalla Cramps Records allo scioglimento

Nel 1978 gli Skiantos realizzano per la Cramps Records di Gianni Sassi il loro secondo LP dal titolo MONO tono, a detta del leader Freak Antoni un disco punk, con cui si affermano grazie anche all'anticonformismo di rottura sociale tipico del Movimento del '77, di cui il gruppo stesso diventa ben presto uno dei portavoce. Il disco fu preceduto dal singolo Karabigniere Blues/Io sono un autonomo, sempre pubblicato dalla Cramps Records.

Il 2 aprile 1979 partecipano al Bologna Rock, un festival che si svolse nel palasport locale e che vedeva sul palco i migliori gruppi dell'allora scena punk rock e new wave cittadina. Fra questi vi erano i Windopen, Luti Chroma, Gaznevada, Bieki, Naphta, Confusional Quartet, Andy J. Forest, Frigos e Cheaters. Gli Skiantos portarono sul palco una cucina, un tavolo, un televisore e un frigo, misero a bollire gli spaghetti e poi li mangiarono, senza suonare nulla; alle proteste del pubblico Antoni avrebbe risposto "Non capite un cazzo: questa è avanguardia, pubblico di merda". L'esibizione, definita una fuga dall'immagine stereotipata del gruppo rock in cui la band cominciava a sentirsi intrappolata, fu però fraintesa e disprezzata da molti dei precedenti estimatori. Freak Antoni a tale proposito ha commentato: "La nostra provocazione aveva toccato, a seconda dei punti di vista, il fondo e l'apice nello stesso momento".

Nel 1979 danno alle stampe l'LP Kinotto, a detta di Freak Antoni un LP new wave. Nello stesso anno partecipano al concerto Omaggio a Demetrio Stratos organizzato dalla Cramps Records. Dalle registrazioni del concerto fu realizzato l'album 1979 Il concerto - Omaggio a Demetrio Stratos che, oltre all'inedita Ehi Buba Loris degli Skiantos, raccoglie i brani di altri autori presenti, tra cui gli Area, Francesco Guccini, Eugenio Finardi, Roberto Ciotti, Angelo Branduardi, Antonello Venditti e Kaos Rock.

Il 6 febbraio 1980 il gruppo viene invitato dalla Cramps Records al festival musicale Rock '80. I brani del concerto vengono pubblicati nella compilation dall'omonimo titolo, in cui compaiono anche altri gruppi tra cui i Kaos Rock, gli Windopen, i Take Four Doses, gli X Rated, le Kandeggina Gang ed i Dirty Actions. In seguito, "Rock '80" sarebbe stato ristampato più volte in Italia ed in Germania. Sempre nel 1980 esce una delle loro canzoni più famose, Mi piaccion le sbarbine, già brano di apertura di Kinotto, inserita come lato B del singolo Fagioli. Fu la scelta di presentare "Fagioli" alle selezioni del Festival di Sanremo a determinare la fuoriuscita del cantante dal gruppo, che negli anni successivi si dedicò ad altri progetti tra i quali Beppe Starnazza e i Vortici, L'incontentabile Freak Antoni e ad esprimere il suo lato più squisitamente satirico e letterario.

Dopo questa opera, all'apice del successo, arrivò nel 1980 l'LP Pesissimo sulla cui copertina appariva la signora Matilde, mamma del batterista del gruppo Leo Tormento Pestoduro. Fu anche il primo e unico LP che non vide la partecipazione dello storico leader Freak Antoni. Al suo posto debuttò Linda Linetti, la prima voce femminile degli Skiantos. Le critiche ricevute dall'album porteranno poi il gruppo allo scioglimento.

1987: Rinascita

Il gruppo si ricompone temporaneamente nella formazione a 3 (Freak Antoni, Dandy Bestia e Stefano Sbarbo) nel 1984 con la pubblicazione di Ti spalmo la crema, prologo della riunione definitiva che avverrà nel 1987 con l'album Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti. Dei componenti del nucleo storico rimangono il cantante Roberto "Freak" Antoni ed il chitarrista/compositore delle musiche Fabio "Dandy Bestia" Testoni. La formazione originale, tranne il bassista Frankie Grossolani, si riunisce occasionalmente nel 1999 per registrare l'album Doppia dose.
Agli Skiantos viene attribuito il merito di avere inventato il rock demenziale, basato su testi ironici e apparentemente banali dai quali emerge spesso una satira intelligente, graffiante e surreale. Il gruppo definisce il termine "demenziale" come "un cocktail di ironia, improvvisazione, poesia quasi surreale, cretinerie, paradossi e colpi di genio” .
Nel gennaio 2008, Freak Antoni ha raccontato le origini e il percorso degli Skiantos nel programma Fahrenheit di Radio3, nella sezione Storyville, in cinque puntate di circa mezz'ora; l'audio e le trascrizioni sono reperibili qui.

Gli Skiantos hanno avuto una certa influenza su diversi artisti dell'area bolognese, tra cui Vasco Rossi (che li vorrà come gruppo di spalla al tour del 1990), Luca Carboni e altri. A testimonianza della conquistata rispettabilità artistica, nell'album Doppia dose gli Skiantos si avvalgono della collaborazione di vari artisti di fama come Lucio Dalla, Luca Carboni, Enzo Iacchetti e Samuele Bersani. Ha collaborato alla registrazione di alcuni album anche il batterista Vincenzo Restuccia.
Nel 2004 e 2005 sono ospiti musicali fissi di Colorado Cafè, programma di cabaret trasmesso da Italia 1 ed ideato da Diego Abatantuono.
All'inizio del 2009 esce Dio ci deve delle spiegazioni ("possibilmente convincenti" è il sottotitolo), un album che nella biografia ufficiale viene definito "ad alto tentativo d'introspezione e che si fa carico di alcune domande a carattere umano-esistenziale". Nel dicembre del 2009 esce Phogna - The Dark Side of the Skiantos, EP con quattro brani.

2012: L'abbandono di Freak Antoni e lo scioglimento

Nell'aprile del 2012 Roberto "Freak" Antoni comunica la sua volontà di lasciare il gruppo. Con la sua uscita, il 1º giugno dello stesso anno la band si scioglie dopo 35 anni di carriera. Il cantante ha affermato di aver preso tale decisione per lo scarso spazio destinato al gruppo nell'odierna scena musicale, preferendo concentrarsi su nuovi progetti artistici, tra i quali la Freak Antoni Band ed alcune collaborazioni musicali.

Il 27 giugno del 2013 sulla pagina facebook degli Skiantos appare il messaggio "E se si ripartisse senza Freak?? Apriamo il dibattito...", che segnala che gli Skiantos rimasti stanno valutando di tornare sul palco anche senza il loro leader storico.

Freak Antoni muore poi nel febbraio 2014, dopo un lungo periodo di malattia.

Per ricordarlo gli Skiantos organizzano il 16 aprile, giorno del suo compleanno, un concerto a Bologna a cui partecipano gruppi e solisti sia demenziali, come Lino & i Mistoterital, Marco Carena, i Powerillusi, i Belli Fulminati nel Bosco, sia di altri generi ma a lui legati come Eugenio Finardi, Ricky Gianco, Claudio Lolli, Omar Pedrini, Luca Carboni, Johnson Righeira, Maurizio Solieri e Ricky Portera.

Curiosità

Lo Slego, famoso rock club di Viserba, si ispirò per il suo nome ad un verso della canzone degli Skiantos Eptadone.

Formazione

Fabio "Dandy Bestia" Testoni – chitarra
Luca "Tornado" Testoni – chitarra
Massimo "Max Magnus" Magnani – Basso
Gianluca "Giangi La Molla" Schiavon – batteria

Ex membri

Roberto "Freak" Antoni – voce
Andrea "Jimmi Bellafronte" Setti – voce
Stefano "Sbarbo" Cavedoni – voce
Bubba Loris – voce
Mario "Come-Lini" Comelini – voce
Linda Linetti – voce
Sandro "Belluomo" Dall'Omo – tastiere
Andrea "Andy Bellombrosa" Dalla Valle – chitarra elettrica
Gianni "Lo Grezzo" Bolelli – chitarra elettrica
Carlo "Charlie Molinella" Atti – sax tenore
Franco "Frankie Grossolani" Villani – basso
Lucio Bellagamba – basso
Marco "Marmo" Nanni – basso
Giorgio Vallini - basso
Leonardo "Tormento Pestoduro" Ghezzi – batteria
Fabio "Tormento Pestolesto"Grandi – batteria
Roberto "Granito" Morsiani – batteria
J. Tornado – batteria
Sergio Piccinini – batteria
Vincenzo Restuccia – batteria (solo studio)
Ugo Rapezzi-batteria

Discografia

Album studio

1977 - Inascoltable
1978 - MONO tono ristampato su vinile da Spittle Records nel 2010
1979 - Kinotto ristampato su vinile da Spittle Records nel 2010
1980 - Pesissimo!
1984 - Ti spalmo la crema
1987 - Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti
1989 - Troppo rischio per un uomo solo
1992 - Signore dei dischi
1993 - Saluti da Cortina
1999 - Doppia dose
2005 - Sogno improbabile
2009 - Dio ci deve delle spiegazioni

Raccolte

1996 – Skiantologia Vol.1
2002 – La krema (1977-2002)
2004 – Rarities (raccolta di inediti e rarità)

Live

1990 – Ze best in laiv!
2006 – Skonnessi (Unplugged 1977-2006)

Singoli ed EP

1978 – Karabigniere Blues/Io sono un autonomo
1979 – Fagioli/Mi piaccion le sbarbine
2000 – Gratis
2001 – Fede Rossoblu
2002 – Virus
2004 – Col mare di fronte
2006 – Sesso pazzo
2009 – Phogna - The Dark Side of the Skiantos

Partecipazioni a compilation

1995 – Materiale resistente – Fischia il vento
1996 – Quale natale? – Natale è
2002 – Paz! (colonna sonora) - Eptadone
2005 – Demential Rock Vol.1 – Col mare di fronte, Latlantide

Video

1990 – Videonovela – Film recitato dagli Skiantos con spezzoni dal vivo
1992 – Signore dei dischi – Videoclip
1994 – Il chiodo – Videoclip
2006 – Skonnessi – Concerto in chiave acustica
2009 – Tu tremi – Videoclip
2009 – Merda d'artista – Videoclip


LARGO ALL'AVANGUARDIA

giovedì

attentati a Mussolini


Dopo essere divenuto capo del governo, Benito Mussolini fu fatto oggetto di una serie di attentati.

Tito Zaniboni

Il primo attentato fu ideato il 4 novembre 1925 dal deputato social-unitario Tito Zaniboni e dal generale Luigi Capello. Zaniboni avrebbe dovuto far fuoco con un fucile di precisione austriaco, un Steyr-Mannlicher M1895, da una finestra dell'albergo Dragoni, fronteggiante il balcone di Palazzo Chigi da cui si sarebbe dovuto affacciare il Duce per celebrare l'Anniversario della vittoria, ma le forze di polizia guidate dal questore Giuseppe Dosi sventarono tempestivamente la minaccia.

Violet Gibson

Il 7 aprile 1926 Violet Gibson, una donna irlandese risultata essere una squilibrata, esplose un colpo di pistola in direzione di Mussolini, mancandolo di poco. Un repentino balzo all'indietro salvò il Duce dalla morte, lasciandolo con solo una lieve ferita al naso.

Gino Lucetti

L'11 settembre 1926 l'anarchico Gino Lucetti lanciò un ordigno esplosivo contro l'auto del Primo Ministro. La bomba rimbalzò contro lo sportello della vettura ed esplose in strada ferendo 8 persone. Lucetti fu immediatamente immobilizzato da un passante, tale Ettore Perondi, e poi raggiunto dalla polizia. Dalla perquisizione subito effettuata Lucetti fu trovato armato anche di una pistola caricata a proiettili dum-dum. Fu condannato a trent'anni di carcere.

Anteo Zamboni

La sera del 31 ottobre 1926, durante la commemorazione della marcia su Roma a Bologna, il quindicenne Anteo Zamboni spara, senza successo, un colpo di pistola verso il capo del governo, sfiorandone il petto. Bloccato dal tenente del 56º fanteria Carlo Alberto Pasolini, padre di Pier Paolo Pasolini, fu linciato sul posto dalle camicie nere con numerose coltellate.

Secondo alcune ricostruzioni, l'attentato sarebbe stato, in questo caso, il risultato di una cospirazione maturata all'interno degli ambienti fascisti avversi alla normalizzazione inaugurata da Mussolini, contrario a ulteriori eccessi rivoluzionari e allo strapotere delle formazioni squadriste. Secondo tali ipotesi, il colpo di pistola non sarebbe provenuto da Anteo Zamboni, che sarebbe stato una vittima delle circostanze.

Le indagini di polizia si svolsero inizialmente negli ambienti squadristi bolognesi, ipotizzando in un primo tempo un coinvolgimento di ras locali come Roberto Farinacci e Leandro Arpinati, ma non portarono ad alcun risultato. A quel punto si concluse che l'attentato non poteva che essere opera di un elemento isolato.  Un'ulteriore indagine sollecitata dal Ministero dell'Interno fu svolta ancora dai magistrati del Tribunale Speciale ma anch'essa approdò alle medesime conclusioni conseguite dalla polizia.

I procedimenti penali successivi condannarono a pene detentive il padre e la zia dell'attentatore per aver comunque influenzato il giovane nelle sue scelte, ma Mussolini poco tempo dopo decise di graziare i due condannati e di sovvenzionarne il fratello che si trovava in difficoltà economiche.

Gli ultimi attentati

Mussolini evitò altri attentati,nel 1931 e nel 1932, rispettivamente dagli anarchici Michele Schirru e Angelo Pellegrino Sbardellotto, che furono condannati a morte per aver complottato contro il capo del governo.

fonte: Wikipedia

sabato

donne nella Resistenza


Le donne nella Resistenza Italiana rappresentarono una componente fondamentale per il movimento partigiano nella lotta contro il nazifascismo. Esse lasciarono i loro ruoli di donne e di madri e lottarono per riconquistare la libertà e la giustizia del proprio paese ricoprendo funzioni di primaria importanza.

In tutte le città le donne partigiane lottavano quotidianamente per recuperare beni di massima necessità per il sostentamento dei compagni. Vi erano gruppi organizzati di donne che svolgevano propaganda antifascista, raccoglievano fondi ed organizzavano assistenza ai detenuti politici ed erano impegnate anche nel mantenimento delle comunicazioni oltre che nelle operazioni militari.

Le donne che parteciparono alla Resistenza, facevano parte di organizzazioni come i Gruppi di Azione Patriottica (GAP) e le Squadre di Azione Patriottica (SAP), e inoltre, fondarono dei Gruppi di Difesa della Donna, "aperti a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica o religiosa, che volessero partecipare all'opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione", per garantire i diritti delle donne, sovente diventate capifamiglia, al posto dei mariti arruolati nell'esercito.

Dall'interno delle fabbriche (dove avevano preso il posto degli uomini impegnati in guerra), organizzarono scioperi e manifestazioni contro il fascismo.

Il ruolo delle donne nella Resistenza

I compiti ricoperti dalle donne nella Resistenza furono molteplici: fondarono squadre di primo soccorso per aiutare i feriti e gli ammalati, contribuirono nella raccolta di indumenti, cibo e medicinali, si occuparono dell'identificazione dei cadaveri e dell'assistenza ai familiari dei caduti.

Si sono inoltre rese indispensabili alla collettività partigiana: oltre che cucinare, lavare, cucire e assistere i feriti, partecipavano alle riunioni portando il loro contributo politico ed organizzativo e all'occasione sapevano anche cimentarsi con le armi. Particolarmente prezioso era il loro compito di comunicazione: con astuzia riuscivano sovente a passare dai posti di blocco nemici raggiungendo la meta prefissata: prendevano contatto con i militari e li informavano dei nuovi movimenti.

Le loro azioni erano soggette a rischio quanto quelle degli uomini e quando cadevano in mano nemica subivano le più atroci torture. Erano brave nel camuffare armi e munizioni: quando venivano fermate dai tedeschi con addosso qualcosa di compromettente, riuscivano spesso ad evitare la perquisizione, dichiarando compiti importanti da svolgere, familiari ammalati, bambini affamati da accudire. Parlando della sfera familiare, le donne parlavano infatti una lingua universale capace di suscitare sentimenti e sensibilità nascoste.

Nell'epoca del secondo conflitto mondiale le donne acquisirono un ruolo importante anche a livello economico-produttivo. Mentre gli uomini venivano richiamati alle armi, esse dovettero sostituirli nell'industria e nell'agricoltura. Le donne lavoravano soprattutto nel settore tessile e alimentare, ma erano presenti anche in larga misura nella catena di montaggio, nei pubblici impieghi e nei campi, dove affrontavano le attività più faticose, tradizionalmente riservate agli uomini.

In questi settori spesso,organizzavano manifestazioni, al grido di slogan come "Vogliamo vivere in pace" oppure "Vogliamo pane, basta con gli speculatori". Soprattutto nelle campagne, mettevano a disposizione le loro case, rischiando anche la vita, per aiutare i feriti, i convalescenti e dare rifugio alle persone in fuga. Molto importante era anche l'attività che le donne svolgevano nella raccolta di fondi, finalizzata a dare aiuto ai parenti degli arrestati, delle vittime dei nazifascisti e anche alle famiglie dei partigiani particolarmente bisognosi. Intensa fu anche la loro attività di propaganda politica, nonché gli atti di sabotaggio e di occupazione dei depositi alimentari tedeschi.

Le staffette partigiane

Il ruolo della staffetta, era spesso ricoperto da giovani donne tra i 16 e i 18 anni, per il semplice fatto che si pensava destassero meno sospetti e che non venissero quindi sottoposte a perquisizione. Le Staffette avevano il compito di garantire i collegamenti tra le varie brigate e di mantenere i contatti fra i partigiani e le loro famiglie; in alcuni casi avevano anche il compito di accompagnare gli eventuali resistenti. Senza i collegamenti che loro assicuravano, tutto si sarebbe fermato ed ogni cosa sarebbe stata più difficile.

All'interno della brigata, la staffetta aveva spesso anche il ruolo fondamentale di infermiera, tenendo i contatti con il medico e il farmacista per curare i soldati da pidocchi e dalle ferite procurate in battaglia.

Le Staffette non erano armate e per questo il loro compito era molto pericoloso. Il loro obiettivo era quello di passare inosservate: infatti erano vestite in modo comune, ma con una borsa con doppio fondo, per nascondere tutto ciò che dovevano trasportare. Altri collegamenti che si rivelarono indispensabili sin dagli inizi della guerriglia erano quelli che tenevano le staffette tra città e montagna. Specie nei momenti più difficili, le staffette recuperavano e mettevano in salvo molti feriti e sbandati e ripristinavano quasi tutti i collegamenti che l'operazione nemica aveva interrotto.

Percorrevano chilometri in bicicletta, a piedi, talvolta in corriera e in camion, pigiate in un treno insieme al bestiame, per portare notizie, trasportare armi e munizioni, sotto la pioggia e il vento, tra i bombardamenti e i mitragliamenti, con il pericolo ogni volta di cadere nelle mani dei nazifascisti.

Durante gli spostamenti, erano sempre in prima linea: quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, era la staffetta che per prima entrava in paese per assicurarsi che non vi fossero nemici e dare il via libera ai partigiani, per proseguire nella loro avanzata. La figura della Staffetta fu molto rispettata e fu il ruolo più riconosciuto per la pericolosità e l'importanza. Una delle staffette a cui è stata conferita la Medaglia d'oro al valor militare è Carla Capponi, partigiana italiana scomparsa nel 2000.

Le combattenti

Tante furono le donne combattenti che al fianco dei partigiani combatterono contro il nazifascismo.

Il 1º distaccamento di donne combattenti sorse in Piemonte alla metà del 1944 presso la Brigata garibaldina "Eusebio Giambone" fu una delle tante brigate partigiane nate durante la Resistenza, legate prevalentemente al partito Comunista, ma militavano anche esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale, del Partito Socialista Italiano, del Partito d'Azione o della Democrazia Cristiana, a Genova ne sorse un altro che prese il nome di una patriota fucilata da fascisti, un battaglione nacque nel 1944 nel Biellese ed era costituito da operaie tessili della Brigata "Nedo".

Imbracciarono le armi, si misero al fianco degli uomini e in alcuni casi venivano scelte come capi squadra e dirigevano l'intera brigata.

Un esempio è quello dato da Carla Capponi, che partecipò alla Resistenza romana e divenne vice comandante di una formazione operante a Roma. I compagni le avevano impedito il possesso di armi, perché preferivano che si occupasse di altre mansioni; così nell'ottobre del 1943, sopra un autobus affollato, Carla rubò una pistola ad un soldato della GNR che si trovava al suo fianco. Nel 1944 fu tra gli organizzatori dell'Attentato di via Rasella contro una formazione dell'esercito tedesco (da questo atto i nazisti ne presero pretesto per il massacro delle Fosse Ardeatine). È stata decorata con la Medaglia d'oro al valor militare per le numerose imprese a cui ha partecipato ed è stata riconosciuta partigiana combattente con il ruolo di capitano.

Utilizzando le armi, le donne, invasero all'epoca un mondo prettamente maschile, ma non lo fecero per sentirsi importanti: fu una questione di necessità in una situazione dove era giusto collaborare per una causa che coinvolgeva l'intera popolazione.

Nelle formazioni nei primi tempi vi furono delle contestazioni da parte di alcuni partigiani, contro la presenza femminile, ma alla fine anche i più scettici dovettero ricredersi. Le donne combattevano al fianco degli uomini, nelle montagne, al freddo, in alcuni casi si dedicavano a delle vere e proprie azioni di sabotaggio militare, mettendo a rischio la loro vita. Si venne a creare all'interno delle brigate un vero e proprio rapporto d'amicizia tra le donne e i partigiani, salvo alcune eccezioni che vennero denunciate e discusse severamente. Le donne portarono soprattutto un forte supporto morale all'interno del gruppo, essenziale in quei momenti così difficili. Tante sono state le donne combattenti catturate e seviziate, portate in campi di concentramento e poi condannate a morte.

Le rappresentanti delle istituzioni

Nelle realtà geo-politiche create nel corso della guerra di liberazione, le donne coprirono anche ruoli di responsabilità istituzionale. È il caso di Gisella Floreanini, la prima donna in Italia a ricoprire un incarico governativo nella Repubblica partigiana dell'Ossola, tra il settembre e l'ottobre del 1944. Donna colta e intelligente, divenne subito un punto di riferimento per gli antifascisti italiani. Fu responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna e le fu affidato l'incarico di Commissario all'assistenza e ai rapporti con le organizzazioni di massa della Repubblica dell'Ossola..

Il suo contributo nei "quaranta giorni di libertà" della Repubblica dell'Ossola,(questa Repubblica esistette dal 2 settembre al 22 ottobre 1944, i partigiani attaccarono le truppe fasciste sconfiggendole e proclamando così la repubblica. Per questo motivo questo periodo viene chiamato "quaranta giorni di libertà") fu essenziale tanto che ne divenne il simbolo.

Tra il 1944 e il 1945, raggiunse le formazioni garibaldine nella Valsesia e continuò la lotta. Proprio in quel periodo, divenne Presidente del Comitato per l'organizzazione delle donne. Alla fine del conflitto venne nominata componente della Consulta Nazionale e successivamente venne eletta deputata alla Camera dei deputati.

Un'altra donna che ricoprì nella Resistenza ruoli di carattere politico fu Nilde Iotti. Giovanissima seguì le orme del padre, morto quando lei era ancora adolescente, e si iscrisse al PCI (partito comunista italiano). La sua prima funzione nella Resistenza fu quella di porta-ordini. Il suo primo impegno importante, fu quello di responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna essenziali nella raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani.

Dopo il Referendum del 2 giugno del 1946, Nilde Iotti fu eletta in Parlamento, prima come semplice deputato e poi come membro dell'Assemblea Costituente e contribuì a creare l'articolo 3 della Costituzione italiana dove si sancisce l'uguaglianza dei cittadini: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

La Resistenza taciuta

Per decenni a livello storiografico ed istituzionale il contributo delle donne alla Resistenza non è stato mai adeguatamente riconosciuto, rimanendo relegato ad un ruolo secondario, che scontava "di fatto" una visione in cui anche la Lotta di Liberazione veniva "declinata" al «maschile». I dati ufficiali della partecipazione femminile alla Resistenza hanno scontano inoltre criteri di riconoscimento e di premiazioni puramente militari, non prendendo in considerazione i "modi diversi", ma non per questo meno importanti, con cui le donne parteciparono ad essa. Per questi motivi si parla di Resistenza taciuta.

Alcune cifre

Motivo: I numeri citati non hanno carattere ufficiale, in quanto sono tratti dal sito di un liceo e dal sito di una sezione dell'ANPI. Si tratta quindi evidentemente di una stima le cui fonti prime non sono citate: andrebbe presentata come tale, controllata ed affiancata ad ulteriori valutazioni
Partecipa alla discussione e/o correggi la voce. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento.
Il numero di donne che contribuì alla Resistenza Italiana, secondo alcune fonti, fu molto elevato. Il loro supporto cominciò fin dagli inizi della lotta partigiana, fino all'aprile del 1945, quando vi fu la liberazione dell'Italia.

Stando ad alcuni calcoli fatti dall'ANPI, furono 35.000 le "partigiane combattenti", 20.000 le patriote, con funzioni di supporto, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di Difesa, per la conquista dei diritti delle donne, 16 medaglie d'oro e 17 medaglie d'argento, 512 le commissarie di guerra, 4.633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 1890 le deportate in Germania.

La maggior parte di loro è stata dimenticata, finita la guerra sono ritornate nelle loro case, hanno ripreso i loro lavori domestici, scegliendo di rimanere nell'anonimato.

Alcune stime della partecipazione femminile alla Resistenza:

70000 donne organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna;
35000 donne partigiane, che operavano come combattenti;
20000 donne con funzioni di supporto;
4563 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti;
2900 giustiziate o uccise in combattimento;
2750 deportate in Germania nei lager nazisti;
1700 donne ferite
623 fucilate e cadute;
512 commissarie di guerra;

Origine sociale e retroterra culturale

La Resistenza è un fenomeno collettivo non espressione di un élite, una vera reazione del popolo. Nel mondo rurale e soprattutto tra le donne, la coscienza antifascista maturò lentamente, esclusivamente all'interno del contesto familiare, legata tutt'al più a ricordi di episodi di violenze fasciste subite dai familiari o di danni alle proprietà.

Diverso è invece il discorso per le donne di città oppure per quelle che vivendo nei paesi collinari o montani, avevano una diversa qualifica professionale, erano insegnanti, impiegate o artigiane. In questi ambiti era infatti più diffusa l'insofferenza verso il regime e c'era un'avversione più netta per al fascismo e a Mussolini, maturata in famiglia e sui banchi di scuola.

Il fascismo, tentò di escludere le donne da ogni attività extrafamiliare e di riaffermare l'ideale della donna come "angelo del focolare", ma la propaganda scatenò la reazione di una parte consistente del mondo femminile. Donne giovani e anziane intellettuali, studentesse e professoresse, ma anche e soprattutto donne provenienti dal popolo, dalle fabbriche, dai campi. Le donne cominciarono a manifestare e protestare, nelle piazze il loro dissenso contro il regime.

Le donne delle città erano maggiormente agganciate all'attività dei GAP e delle SAP. Talvolta le donne dotate di cultura più elevata, organizzavano delle riunioni private a carattere politico. Tra le donne di campagna invece, era prevalente il sostegno pratico alle attività partigiane piuttosto che la diretta partecipazione alle attività belliche o politiche.

Nacquero giornali femminili, dove tra i tanti titoli si poteva leggere: "anche noi siamo scese in campo" oppure "tutte le donne hanno preso il loro posto in battaglia". Ad accrescere ancora di più il ruolo politico della donna nella Resistenza, furono i GDD (Gruppi di Difesa della Donna), il primo nato nel 1943 a Milano da alcune donne del CLN.

Figure particolari

Furono numerose le donne che preso parte alla Resistenza. Anche se la maggior parte delle loro storie è stata oggi dimenticata, di alcune sono rimaste testimonianze preziose. Nel volume "La collina della lucertole" di Vittorio Civitella, è raccontata la storia di Francesca Laura Wronowski Fabbri (parente di Giacomo Matteotti). Sfollò da Chiavari nel 1944 insieme alla famiglia, per recarsi in una casa di campagna in alta Val Fontanabuona, dove lì si creò il centro di un'attività di resistenza clandestina, coordinata dal cognato Antonio Zolesio (pseudonimo di copertura Umberto Parodi).

Ad essa aderì Francesca Laura Wronowska (nome di battaglia "Laura"), anche se tutti la chiamavano "Kiki" e con questo nome è indicata nei ruoli organici della Brigata Lanfranconi (Brigata GL-Matteotti), distaccamento "Ventura", dove svolgeva compiti di infermiera-tuttofare. Aveva iniziato non ancora ventenne come staffetta-informatrice al fianco di Zolesio e tra il giugno e luglio del 1944, insieme a "Giovanna" (Maria Gemma Ratto, una delle più fide e determinate collaboratrici di Umberto), prepara all'azione compiuta contro il Campo di Concentramento di Calvari. Laura e Maria Gemma fecero da guide al commando attraverso il passaggio di Canevale.

All'interno della Brigata Lanfranconi (Brigata GL-Matteotti), l'attività quotidiana di Laura e dei suoi compagni, consisteva nel sopravvivere e nell'addestrarsi con le armi; non solo dovevano cercare di recuperare del cibo dai contadini delle zone, tenere pulito il "casone" nel quale vivevano, ma uscivano anche in missione di guerriglia, minavano ponti, interrompevano le comunicazioni e attaccavano i convogli.

Un determinante contributo che Laura diede alla Resistenza, lo diede anche Iris Versari che nel 1943 divenne staffetta della banda di Silvio Corbari e nel gennaio del 1944 combattente della formazione. Iris prende parte a molti combattimenti, ma nell'agosto del 1944, venne ferita ad una gamba e insieme ai compagni si rifugiò in una casa, sorpresa da tedeschi e fascisti. Trovandosi ad essere di "peso" perché ferita e impossibilitata a fuggire, esortò fino all'ultimo i compagni a scappare e consapevole della sorte che le sarebbe capitata nelle mani nemiche si tolse la vita. I fascisti trasportarono il cadavere di Iris a Forlì in Piazza Saffi dove lo appesero insieme a quello dei suoi compagni di lotta. Il 16 aprile del 1976, le viene concessa la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Irma Bandiera, staffetta nella 7ª G.A.P, divenne combattente con il soprannome di "Mimma". Fu catturata dai nazifascisti mentre stava rientrando a casa da Castelmaggiore, dove aveva trasportato armi e documenti compromettenti. Per sei giorni i fascisti la seviziarono, la accecarono, ma Irma non disse una parola, non rivelò i nomi dei propri compagni; e così dopo aver subito le peggiori torture, la portarono ai piedi della collina di San Luca e la fucilarono. Anche lei ottenne il 14 agosto del 1944 la Medaglia d'oro al valor militare.

Partigiane italiane decorate con Medaglia d'oro al valor militare

Medaglia d'oro al valor militare
Le partigiane italiane decorate con Medaglia d'oro al valor militare furono 19:

Irma Bandiera
Ines Bedeschi
Gina Borellini
Livia Bianchi
Carla Capponi
Cecilia Deganutti
Paola Del Din
Anna Maria Enriquez
Gabriella Degli Esposti Reverberi
Norma Pratelli Parenti
Tina Lorenzoni
Ancilla Marighetto
Clorinda Menguzzato
Irma Marchiani
Rita Rosani
Modesta Rossi Polletti
Virginia Tonelli
Vera Vassalle
Iris Versari
Joyce Lussu

Episodi particolari

A Parma

Uno dei tanti episodi di lotta al regime fascista che ha coinvolto le donne come collettività, fu lo "sciopero del pane" avvenuto a Parma il 16 ottobre 1941. Questo episodio può essere considerato il momento in cui le donne entrarono a far parte integrante del movimento antifascista.

La protesta scoppiò per la riduzione del pane, nonostante Mussolini avesse dato delle rassicurazioni in proposito. Le donne parmensi assaltarono un furgoncino della Barilla che trasportava il pane, le operaie uscirono dalle fabbriche e cominciarono a manifestare per le vie della città, molte di loro vennero immediatamente arrestate.

Il 14 aprile 1944 nel parmense, un gruppo di partigiani venne catturato in montagna da un gruppo di tedeschi, vennero reclusi e poi condannati alla pena capitale. I Gruppi di difesa della donna organizzarono una manifestazione nella data del processo e all'uscita dal tribunale i partigiani trovarono centinaia di donne che chiedevano il loro rilascio. Vi furono degli scontri con i tedeschi che cominciarono a sparare e molte donne vennero arrestate e portate in San Francesco. Pochi giorni dopo arrivò la notizia che "per ordine del Duce l'esecuzione della sentenza per i condannati alla pena capitale è stata sospesa". L'avvenimento venne riportato su tutti i giornali che evidenziarono la lotta condotta dalle donne.

A Roma

Un altro episodio interessante avvenne a Roma il 7 aprile 1944, in prossimità del Ponte dell'Industria (conosciuto come "Ponte di Ferro"): un gruppo di donne insieme a ragazzi e anziani, tentarono l'assalto al mulino Tese, per impadronirsi del pane destinato ai tedeschi.

Le SS e fascisti intervennero subito, spararono sulla folla, trascinarono dieci donne fino alla spallata del ponte e poi le fucilarono. Le donne uccise erano: Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoleri e Silvia Loggreolo.

Bibliografia

Romanzi

Guido Gerosa, Le compagne, Rizzoli, Milano, 1979
Renata Viganò, L'Agnese va a morire, Eianudi, Torino 1949

Saggi

A cura di Adris Tagliabracci, Le 4 ragazze dei GAP: Carla Capponi, Marisa Musu, Lucia Ottobrini, Maria Teresa Regard, in: Il Contemporaneo, ottobre 1964
Consiglio Regionale della Liguria, La donna nella Resistenza in Liguria, La nuova Italia, Firenze 1979
Comitato Provinciale per le celebrazioni del cinquantenario della Resistenza, Commissione Provinciale Pari Opportunità, A piazza delle Erbe. L'amore, la forza, il coraggio delle donne di Massa Carrara, Amministrazione Provinciale di Massa Carrara, 2001
Vittorio Civitella, La collina delle lucertole, Gammarò, Sestri Levante, 2008
Giovannino Verna e Cinzia Maria Rossi"Filomena delli Castelli , una donna abruzzese alla Costituente e al Parlamento italiano" Edigrafital Teramo,2006
Cinzia Maria Rossi "Manuale di democrazia, il dibattito femminile alla Costituente su parità, famiglia e lavoro" Ianieri Ed. Pescara 2009
Pino Casamassima, "Bandite! Brigantesse e partigiane. Il ruolo delle donne col fucile in spalla" Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo 2012

Filmografia

Documentari

1965 - La donna nella Resistenza, documentario di Liliana Cavani
2009 - Bandite, documentario di Alessia Proietti

Film

1976 - L'Agnese va a morire, regia di Giuliano Montaldo

fonte: Wikipedia