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Nicola Calipari
è stato un agente segreto italiano ucciso da soldati statunitensi in Iraq, nelle fasi immediatamente successive alla liberazione della giornalista de il manifesto Giuliana Sgrena.
Nicola Calipari entra a far parte degli scout nel reparto «Aspromonte» del gruppo Reggio Calabria 1 dell'Associazione Scouts Cattolici Italiani (ASCI). Dal 1965 segue tutto il percorso educativo fino a diventare, nel 1973, capo scout nei gruppi Reggio Calabria 1 e Reggio Calabria 3 AGESCI.
Laureato in giurisprudenza, nel 1979, si arruola in Polizia e diventa funzionario.
Il servizio in Polizia
Dal settembre 1979 al 1982 Commissario in prova, addetto alla Squadra Mobile prima e Dirigente della Squadra Volanti poi della Questura di Genova.
Nel 1980 collocato in aspettativa per svolgere il servizio militare
Dal 1982 al maggio 1989 ricopre vari incarichi fino a Dirigente della Squadra Mobile prima e Vice Capo di Gabinetto poi della Questura di Cosenza.
Nel 1988 ha effettuato un periodo di missione di tre mesi per collaborare con la National Crime Authority australiana. Dal maggio 1989 al 1993 è in servizio alla Questura di Roma e dal 1993 al 1996 è Vice Dirigente della Squadra Mobile della Questura di Roma.
Nel 1996 è Primo Dirigente della Questura di Roma e dal marzo 1997 al 1999 Direttore del Centro Interprovinciale Criminalpol della Questura di Roma.
Dal 1999 al novembre 2000 diviene Direttore della 3ª e della 2ª Divisione del Servizio Centrale Operativo (SCO) della Direzione Centrale per la Polizia Criminale.
Dal novembre 2000 al marzo 2001 è Vice Consigliere ministeriale alla Direzione Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, di Frontiera e Postale del ministero dell'Interno. Dal marzo 2001 all'agosto 2002 Dirigente dell'Ufficio Stranieri della Questura di Roma. L'amministrazione della Polizia gli ha conferito molti riconoscimenti per le operazioni di polizia giudiziaria portate a termine con successo relative, in particolare, ad operazioni antidroga e di contrasto al traffico internazionale di armi.
L'attività al Sismi
Dopo oltre 20 anni di servizio in Polizia entra al SISMI nel 2002 e assegnato agli uffici operativi. Dall'agosto 2002 viene collocato in posizione fuori ruolo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, passando così al Servizio per le informazioni e la sicurezza militare.
Successivamente diviene Capo della 2ª Divisione "Ricerca e Spionaggio all’Estero" del SISMI: di fatto si trattava del numero due nell'ambito operativo per le operazioni estere del Servizio d'intelligence (secondo solo al Direttore generale Nicolò Pollari) e viene assegnato alle operazioni in corso in Iraq. Diventa anche capo di una nuova organizzazione SMIA (Sicurezza Militare Italiana Antimafia) ancora non approvato. Dopo la sua morte la SMIA è decaduta ancor prima di incominciare.
Durante il suo incarico è responsabile, nei territori iracheni, per le trattative felicemente concluse per la liberazione delle operatrici umanitarie Simona Pari e Simona Torretta e dei tre addetti alla sicurezza Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. Non si riesce invece a riportare a casa Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni. È inoltre mediatore per la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, alla conclusione della quale viene ucciso da soldati statunitensi.
La morte
La sera del 4 marzo 2005 un'autovettura dei servizi segreti italiani con a bordo Giuliana Sgrena, l'autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari, che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell'operazione, informando anche l'ambasciata.
La Route Irish è presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21: ora in cui transitava l'auto del SISMI), e anche per il previsto passaggio dell'allora ambasciatore americano in Iraq John Negroponte. Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d'arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l'autista del mezzo rimangono feriti. A sparare è Mario Lozano (New York, Bronx, 1969), addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria.
Dopo la morte di Calipari la moglie Rosa Maria Villecco nel 2006 è stata eletta senatrice per il Partito Democratico.
Ricostruzioni
Sono state prodotte due versioni dell'accaduto, una italiana ed una americana, fra loro contrastanti in molti punti.
La vicenda ha creato forti attriti diplomatici fra Italia e Stati Uniti d'America, tanto che molti hanno subito richiamato la strage del Cermis, che pure portò ad attriti tra i due paesi, e la magistratura italiana ha aperto un'inchiesta sulla vicenda, incriminando il soldato Mario Lozano per l'omicidio di Calipari e il tentato omicidio di Giuliana Sgrena e dell'autista, Andrea Carpani, maggiore dei Carabinieri in forza al SISMI, entrambi rimasti feriti.
Ricostruzione italiana
Dei sopravvissuti all'episodio le testimonianze sono principalmente quelle di Giuliana Sgrena, giacché l'autista, anch'egli appartenente al SISMI, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, sebbene abbia riferito dell'accaduto per via gerarchica.
Come riferito da autorità governative, la Sgrena ha sostenuto di aver visto, dopo una curva, che li avrebbe fatti rallentare fino ad una velocità massima di circa 50 km/h, una luce accecante e poi di aver udito subito dopo l'esplosione di numerosi colpi d'arma da fuoco: diverse centinaia, secondo la giornalista, protrattisi per 10-15 secondi a dire dell'autista.
Giuliana Sgrena ha aggiunto che non si trattava di un posto di blocco e che la pattuglia dei soldati americani non aveva fatto alcun segnale per identificarsi o per intimare l'"alt", come era invece regolarmente accaduto negli altri posti di controllo precedentemente attraversati, iniziando decisamente a sparare contro la loro automobile.
La giornalista dichiarò inoltre che i sequestratori, poco prima della liberazione, le avevano detto che gli statunitensi non volevano che tornasse viva in patria.
Ricostruzione statunitense
Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1º maggio 2005, l'auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S.
Nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista.
I funzionari statunitensi hanno inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell'operazione condotta dal SISMI, né dell'identità delle persone a bordo di quell'auto, regolarmente presa a nolo all'aeroporto di Baghdad.
Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure, per circa un terzo dell'elaborato, che mascheravano sotto strisce nere i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli; pubblicato ufficialmente su Internet in formato pdf, il documento fu decifrato in pochi istanti tramite copia-incolla.
L'inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l'aeroporto di Baghdad è stata «un tragico incidente».
Differenze tra le ricostruzioni
La differenza principale fra le due versioni è costituita dalla velocità alla quale il veicolo italiano procedeva, che secondo gli statunitensi era di circa 100 km/h, mentre secondo gli italiani era di circa la metà. L'importanza di questo fattore risiede nella motivazione dell'azione dei soldati, che in caso d'alta velocità avrebbero potuto confondere l'auto con uno dei frequenti attacchi mediante auto-bomba.
Un'altra divergenza riguarda la richiesta di arresto del mezzo per controllo, che secondo gli statunitensi sarebbe stata operata correttamente, mentre secondo Giuliana Sgrena non vi sarebbe stata affatto, mancando la segnaletica e non essendovi stati cenni o altre indicazioni in questo senso.
Secondo gli italiani le forze americane erano state correttamente avvertite; dall'altra parte si è ribattuto che gli italiani non avevano invece dato avviso alcuno delle loro attività nella zona.
Video
L'8 maggio 2007, durante il notiziario serale del TG5, è stato trasmesso in esclusiva un video contenente alcune immagini dei primi momenti successivi alla sparatoria. Il video è stato girato dallo stesso Mario Lozano e mai consegnato alla commissione d'inchiesta statunitense.
Dalla visione del video emergono due punti chiave:
I fari della Toyota Corolla su cui viaggiava il funzionario del SISMI erano accesi, mentre i soldati americani hanno testimoniato fossero spenti. Questo è considerato un punto chiave: il fatto che i fari fossero spenti avrebbe potuto far immaginare che gli occupanti dell'automobile stessero attuando un attentato.
L'auto è ferma ad almeno 50 metri dal carro armato americano, da ciò si deduce che l'auto al momento dei primi spari si trovasse ad una distanza almeno superiore ai 50 metri, dal momento che è necessario un tempo di frenata. Se, come afferma la versione statunitense, l'auto procedeva a 100 km orari, al momento degli spari l'auto avrebbe dovuto trovarsi a ben più di 150 metri di distanza. I soldati coinvolti invece hanno sempre sostenuto di aver sparato perché l'auto era molto vicina e di non avere altra scelta.
Sospetti
Il governo statunitense si era espresso in senso fortemente critico nei confronti dei servizi segreti italiani, che secondo la parte statunitense non avevano esitato a pagare ingenti riscatti per la liberazione di altri sequestrati in Iraq. Tale condotta, sostengono gli Stati Uniti, costituirebbe un pericoloso incentivo per le bande criminali a compiere altri sequestri di persona. Lo stesso Calipari, nel caso, sarebbe stato diretto destinatario di tali critiche, vista la centralità del suo ruolo in trattative tenute per precedenti rapimenti.
Alla luce anche di successive intercettazioni, si è perciò sospettato un atto premeditato, anche in virtù delle affermazioni di Giuliana Sgrena, cui i rapitori, liberandola, avrebbero segnalato che gli Stati Uniti non avrebbero gradito un suo ritorno a casa.
Anche escludendo una premeditazione, alla luce dei fatti e delle menzogne dimostrate dal video successivamente emerso, l'accaduto ha sollevato cocenti critiche verso l'organizzazione statunitense e la disinvoltura sull'uso delle armi. Un'analisi oggettiva sulle tempistiche verificabili coi reperti a disposizione, infatti, conduce alla conclusione che anche se vi fosse stato l'avviso di fermarsi, non si sarebbe lasciato ai malcapitati il tempo di arrestarsi prima che venisse aperto il fuoco.
Si è inoltre avanzata una richiesta di rispetto della dignità nazionale, già vilipesa dalla condotta delle istituzioni statunitensi nel caso della strage del Cermis, i cui responsabili erano stati tutti assolti o condannati a pene irrisorie. Si richiese, in pratica, che se in questo caso si fossero accertate responsabilità, gli eventuali colpevoli ricevessero pene severe.
Inchieste
Al fine di stabilire cosa sia veramente accaduto, negli Stati Uniti è stata istituita una commissione d'inchiesta, ai cui lavori sono stati ammessi osservatori italiani nell'intento di produrre una relazione conclusiva comune, che potesse fugare qualsiasi dubbio circa la correttezza nei rapporti fra le due nazioni.
In Italia, la magistratura ha incontrato difficoltà ed impedimenti nello svolgimento della funzione inquirente a causa del particolare status della zona in cui si sono svolti i fatti, che risultava essere territorio iracheno sottoposto a controllo militare e sovranità di fatto statunitense; negato dagli Stati Uniti il permesso di far analizzare a tecnici della polizia scientifica italiana il veicolo su cui viaggiava Calipari, i giudici hanno dovuto attendere la conclusione dei rilievi statunitensi per poter avere a disposizione il mezzo. Il diniego, motivato con ragioni militari, ha di fatto provocato lo scadimento del valore probatorio del reperto, rendendone l'esame sostanzialmente inattendibile.
Nel 2005 la Procura di Roma ha avviato un'inchiesta in merito alle dichiarazioni e alle vicende di Gianluca Preite, ingegnere informatico che, lavorando per il Sismi, avrebbe intercettato una comunicazione satellitare la sera del 4 marzo 2005. Da questa intercettazione si evincerebbe come la morte di Nicola Calipari non sia stata causata da un incidente, ma da un disegno criminoso ben preciso al quale avrebbero partecipato anche alti ufficiali militari italiani. Nel corso della conversazione, uno dei rapitori della Sgrena avrebbe riferito che la vettura su cui viaggiavano Calipari e la Sgrena in realtà era un'autobomba diretta all'aeroporto, proprio per accertarsi che gli americani aprissero il fuoco sugli italiani. La versione dell'ingegner Preite sembrerebbe essere stata confermata dal fatto che nel corso di un interrogatorio dei servizi segreti giordani a un detenuto, Sheik Husain, che viene definito come un ex leader della cellula di Bagdad di al Qaeda, è emerso che per il riscatto della Sgrena sarebbero stati pagati 500 mila dollari e che lo stesso Husain, una volta incassata la somma, avrebbe denunciato con una telefonata anonima la presenza di esplosivo nella macchina su cui si trovavano i tre italiani, pronta a saltare in aria all’arrivo all’aeroporto, circostanza che convinse i soldati americani ad aprire il fuoco al suo passaggio. Sull'intercettazione telefonica sono state affettuate varie perizie, una ordinata dai Magistrati del Pool Antiterrorismo della Procura della Repubblica di Roma (Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio), l'altra effettuata per conto della difesa del Preite, impegnato nel processo che lo vede posto a giudizio per accesso abusivo ad un sistema informatico e altri reati connessi, nonostante in sede processuale sia stato già accertato il suo lavoro per il SISMI. Il processo è in corso presso il Tribunale Penale di Roma, nel quale Gianluca Preite è difeso dal penalista Carlo Taormina.
Colloqui diplomatici e pressioni
L'incontro di Palazzo Chigi del 2 maggio 2005
Il 2 maggio 2005, in un colloquio presso Palazzo Chigi, la presidenza del Consiglio dei Ministri discusse assieme all'ambasciatore americano a Roma, Mel Sembler, del rapporto italiano in via di pubblicazione. Erano presenti Gianfranco Fini (ministro degli esteri), Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza), Gianni Castellaneta (ambasciatore italiano a Washington), Nicolò Pollari (capo del Sismi), il diplomatico Cesare Ragaglini e il generale del Sismi Pierluigi Campregher.
In base alle comunicazioni di Mel Sembler a Washington, rivelate a fine 2010 da Wikileaks e dal Guardian, appare come il rapporto italiano, almeno nella parte in cui definiva l'omicidio Calipari come "non intenzionale", fosse stato appositamente costruito per impedire ulteriori inchieste della magistratura, ed evitare che la vicenda danneggiasse i rapporti bilaterali Italia-USA e l'impegno militare italiano in Iraq. Il governo Berlusconi III si sarebbe impegnato a bloccare i tentativi di ulteriori indagini da parte delle commissioni parlamentari, così come già richiesto dall'opposizione di centrosinistra, sostenendo la tesi del "tragico incidente".
All'ambasciata americana viene comunicato (come trasmesso per nota da Mel Sembler a Washington) che il rapporto italiano indica che:
« gli investigatori italiani non hanno trovato prove che l'omicidio è stato intenzionale: questo punto è stato costruito specificatamente (designed specifically) per scoraggiare altre indagini della magistratura, visto che per la legge italiana possono aprire inchieste sulla morte di cittadini italiani all'estero, ma non in caso di omicidio non intenzionale (Nota: i nostri contatti hanno messo in guardia che i magistrati italiani sono famigerati per forzare queste leggi ai loro scopi, quindi resta da verificare se la tattica del governo italiano avrà successo) (...) Il rapporto è stato scritto avendo i magistrati in mente »
Nel colloquio si fa inoltre cenno all'opportunità che il presidente George W. Bush chiami Berlusconi il giorno successivo, prima che il 5 maggio Berlusconi si presenti in Parlamento per discutere il rapporto.
Sembler, inoltre, raccomanda che l'amministrazione USA non critichi approfonditamente il rapporto italiano, in quanto si produrrebbero "conseguenze asimmetriche": un'immagine troppo accondiscendente, o sleale, del governo italiano di fronte all'opinione pubblica potrebbe causare "severe conseguenze" al governo Berlusconi e all'impegno militare italiano in Iraq.
Il governo Berlusconi IV si è dissociato dal contenuto delle comunicazioni di Sembler, definendole come "valutazioni personali" e "fuorvianti". Nonostante ciò il Comitato Parlamentare di controllo per la Sicurezza della Repubblica (Copasir) coordinato da Massimo D'Alema ha richiesto per la stessa giornata del 21 dicembre 2010 le audizioni di quanti, a vario titolo, sono stati coinvolti nella vicenda, tra cui Nicolò Pollari, capo del Sismi all'epoca dei fatti, e Gianluca Preite, anch'egli coinvolto nell'inchiesta (vedi sopra), e altri ufficiali militari dei servizi segreti.
Il cable di wikileaks
Nel 2011 Wikileaks ha pubblicato un cable risalente al 9 maggio 2005 (redatto dopo che il premier aveva riferito del caso in parlamento) in cui l'ambasciata americana a Roma conferma l'amicizia fra Italia e Stati Uniti e, per evitare problemi, il presidente del consiglio fa capire agli americani che li "lascerà fare" nel mostrare la loro versione, senza fornire alcun contraddittorio. L'ambasciatore inoltre fa notare che per gli investigatori americani era una cosa ovvia chiedersi come mai di 30 auto che avevano attraversato il posto di blocco solo una è stata presa a mitragliate
Il colloquio D'Alema-Rice del giugno 2006
Del caso Calipari l'allora ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha parlato con il segretario di Stato Condoleezza Rice, nel corso della sua visita a Washington del giugno 2006, lamentando una «collaborazione insufficiente fino a questo momento» da parte degli statunitensi sulla vicenda; il portavoce del Dipartimento di Stato Adam Ereli ha così commentato: «Se gli italiani hanno preoccupazioni, le affronteremo».
L'incontro Castellaneta-Negroponte del 30 marzo 2007
Il 30 marzo 2007 si incontrarono l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti Giovanni Castellaneta e John Negroponte, allora vicesegretario di Stato americano, che esercitò pressioni affinché il processo in contumacia a Mario Lozano fosse fermato. Negroponte sottolineò come il processo a Lozano fosse "molto problematico", esortando il governo Prodi II a premere sul tribunale in quanto "le azioni sul campo di guerra esulano dalla sua giurisdizione" e "un processo in contumacia è un messaggio orribile e va fermato (stopped)". Castellaneta comunicò agli americani che "i crimini commessi all'estero ricadono nella giurisdizione di Roma" e che la Corte ha "alzato il livello di gravità del crimine per poter procedere all'estradizione". Nel resoconto dell'ambasciata, l'ambasciatore italiano "si è detto d'accordo che il caso tra i nostri due governi è chiuso, ma non ha dato molta speranza sul fatto che il governo rallenti o blocchi il processo".
Sentenze
Primo grado
La Procura della Repubblica di Roma il 19 giugno 2006 ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per il militare americano Mario Lozano, imputato per l'omicidio di Nicola Calipari e per il ferimento della giornalista Giuliana Sgrena: il processo contro Lozano sarebbe possibile, secondo la Procura di Roma, essendo stata ipotizzata a suo carico la responsabilità in un "delitto politico che lede le istituzioni dello Stato italiano", una fattispecie riconducibile all'articolo 8 del Codice di procedura penale che consente di procedere contro chi abbia arrecato offesa a interessi politici dello Stato. L'imputazione è stata assunta in quanto Mario Lozano risulta irreperibile ed è mancata la collaborazione richiesta e non ottenuta dagli Stati Uniti, avendo le autorità americane respinto anche una rogatoria internazionale presentata dalla Procura di Roma.
Secondo grado
Il 25 ottobre 2007, la Terza Corte d'Assise di Roma ha prosciolto l'imputato Mario Lozano non potendo procedere per difetto di giurisdizione. Secondo il giudice italiano, difatti, le forze multinazionali in Iraq ricadono sotto la giurisdizione penale esclusiva dei rispettivi paesi d'invio. Ciò secondo una consuetudine internazionale, detta "legge dello zaino", che derogherebbe alla norma italiana sull’esercizio dell’azione penale.
Cassazione
La sentenza è stata successivamente impugnata dalla Procura di Roma avanti la Corte di Cassazione.
Con sentenza del 19 giugno 2008, la I Sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura di Roma, confermando la mancanza di giurisdizione italiana sul caso. La Suprema Corte, ha però smontato le motivazioni addotte dalla Corte d’Assise, valutando «davvero inadeguata» l’interpretazione resa dal giudice di primo grado. Secondo la Cassazione, al momento dei fatti, la missione militare internazionale in Iraq non operava in regime di occupazione militare (come invece sostenuto dalla Corte d’Assise per giustificare l’assenza di giurisdizione), e, in ogni caso, Calipari non faceva parte di detta missione.
L’assenza di giurisdizione viene invece motivata con l’esistenza di un’ulteriore consuetudine che garantirebbe l’immunità funzionale (ratione materiae), dalla giurisdizione interna dello Stato straniero (nel caso di specie, quello italiano) del funzionario statale (ossia il soldato Lozano) che abbia agito iure imperii (cioè sotto poteri autoritativi).
Secondo la Corte, l'immunità verrebbe meno soltanto in presenza di una “grave violazione” del diritto internazionale umanitario (ossia al verificarsi di un crimine di guerra o di un crimine contro l'umanità), non riscontrata però nel caso di specie.
Onorificenze
Nicola Calipari è stato insignito il 19 marzo 2005 dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, della medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
fonte: Wikipedia
Michele Vinci
Mostro di Marsala è la denominazione utilizzata dai media per riferirsi alla vicenda del rapimento e omicidio di tre bambine a Marsala nell’ottobre del 1971.
Per il delitto è stato condannato lo zio di una delle vittime, Michele Vinci, che ha scontato 28 anni di reclusione prima di essere liberato nel 2002. Nonostante ciò, le dinamiche del fatto non sono state chiarite del tutto; in seguito ad una puntata della trasmissione televisiva Telefono giallo dedicata alla vicenda, il caso era stato riaperto da Paolo Borsellino nel 1989 ma la mancanza di ulteriori prove aveva costretto i magistrati a chiuderlo nuovamente. Michele Vinci dopo aver scontato la pena ed essere stato scarcerato nel 2002, e andato a vivere in provincia di Viterbo, non ritornando mai più a Marsala.
Il rapimento e le ricerche
Il 21 ottobre 1971, a Marsala, in provincia di Trapani, si perdono le tracce di tre bambine. Ninfa Marchese di sette anni, la sorella Virginia di cinque e la cugina Antonella Valenti di nove escono da casa per accompagnare a scuola Liliana, sorella di Antonella. Percorrono circa duecentocinquanta metri per giungere all’istituto elementare e dopo aver visto la bambina entrare in aula, si avviano di nuovo verso casa senza però mai giungervi.
La famiglia Valenti è da poco emigrata in Germania per lavoro e la bambina vive con il nonno Vito Impiccichè che, non vedendola tornare da scuola con le sue amiche, decide di avvertire i carabinieri. Le indagini scattano il mattino seguente. A dirigerle è il giudice Cesare Terranova, già procuratore d'accusa al processo contro la mafia corleonese tenutosi nel 1969 a Bari, e giudice della sentenza che condannerà all’ergastolo Luciano Liggio nel 1975. Le prime ricerche si concentrano soprattutto nelle vaste campagne marsalesi, spingendosi fino ai territori vicini di Castelvetrano, Mazara del Vallo e Campobello. Partecipano al pattugliamento del territorio più di duecentocinquanta volontari.
Dalle prime testimonianze raccolte subito dopo la denuncia alle autorità competenti, sembra che le bambine siano state viste insieme a un uomo di giovane età nei pressi della scuola e che l’uomo si sia poi allontanato con loro a bordo di una Fiat 500 blu. La segnalazione impone un lungo controllo al pubblico registro automobilistico di Trapani per cercare i nomi di tutti i proprietari di veicoli come quello segnalato.
La prima pista battuta è comunque quella del crimine a sfondo sessuale da parte di un pedofilo. Per questo, Terranova ordina un censimento di tutti coloro che hanno precedenti specifici, per portarli nel suo ufficio e sottoporli a interrogatorio. Nonostante i numerosi appelli di Terranova la fuga di notizie è inevitabile e la piccola comunità marsalese, profondamente colpita dalla vicenda, reagisce spesso impulsivamente quando viene a conoscenza del nome di un sospettato.
Testimoni
Tra i testimoni c’è un benzinaio tedesco, Hans Hoffmann, sposato con una siciliana e gestore di una pompa nei pressi di Mazara del Vallo. Hoffman si presenta il 23 ottobre in questura dichiarando di aver visto due giorni prima una Fiat 500 blu con dei bambini dietro, che sbattevano le mani sul vetro come per chiedere aiuto. Ma la sua testimonianza viene smontata da un altro testimone, Giuseppe Li Mandri che si reca dai carabinieri spontaneamente dicendo di essere stato lui alla guida della Fiat 500 vista da Hoffman mentre si dirigeva in ospedale per trovare un parente, e che dietro non erano le bambine a sbattere le mani sul vetro, bensì suo figlio che si lamentava. Il giudice, costretto a richiamare Hoffman per riascoltare i fatti dopo la contro testimonianza di Li Mandri, scopre che il benzinaio tedesco è frattanto partito per la Germania.
La moglie di Li Mandri, chiamata a confermare la versione del marito, dice di non aver mai sentito parlare del parente in ospedale. Ma le indagini vengono azzerate quando pochi giorni dopo, Li Mandri perde la vita precipitando da un terrazzo durante un'operazione di lavoro.
Il primo cadavere
La mattina del 26 ottobre il corpo della prima bambina, Antonella Valenti, viene trovato in una scuola abbandonata in contrada Rakalia a Marsala, dall'idraulico Ignazio Passalacqua che si era trovato casualmente sul posto. Il ritrovamento suscita le perplessità degli inquirenti poiché la scuola era stata perlustrata il giorno prima senza nessun riscontro. La bambina è stata dunque portata nella scuola nella notte precedente, quando tra l’altro l’intera zona in questione era stata oscurata da un blackout.
Il cadavere risulta parzialmente carbonizzato, con la testa avvolta da nastro adesivo che ne ha causato la morte per soffocamento. L’analisi sul corpo ha accertato che l’assassino ha seviziato la bambina ma non ha usato violenza sessuale, allontanando la tesi degli inquirenti che si erano messi alla ricerca di un maniaco mosso da impeto omicida. La bambina non è morta subito dopo il rapimento ma è stata nutrita con pane, salame e cibo in scatola e tenuta in vita fino a poche ore prima del suo ritrovamento.
L’indizio più importante è il ritrovamento accanto al corpo del rotolo di nastro adesivo con il quale Antonella è stata soffocata. Dopo l’analisi del rotolo che non rileva la presenza di nessuna impronta, si scopre che l’unica impresa a Marsala ad utilizzare questa particolare tipologia di nastro da imballaggio è l’azienda cartotecnica di S. Giovanni, verso cui Terranova rivolge le indagini.
Per Terranova la testimonianza di Hoffman e il nastro adesivo rappresentano gli unici elementi da cui ripartire nella ricerca del “Mostro” e delle altre due bambine ancora disperse. In seguito al ritrovamento del cadavere di Antonella, le indagini riscontrano un cambiamento di direzione: non si cerca più soltanto tra coloro che hanno precedenti di crimini psicoviolenti, ma anche tra coloro che potrebbero avere in qualche modo odio nei contronti della famiglia Valenti.
La confessione di Vinci
Tra i numerosi indiziati che si alternano negli interrogatori c’è anche Michele Vinci, zio di Antonella Valenti, sposato con la sorella della madre, Maria Impiccichè. Vinci è già stato ascoltato da Terranova poco dopo il ritrovamento di Antonella, ma nella notte tra il 25 e il 26 ottobre, sembra avere un alibi che regge abbastanza bene; ha infatti passato la notte in casa con i familiari improvvisamente tornati dalla Germania, assentandosi solo per mezz’ora quando, per volere di Maria Impiccichè, madre di Antonella, era andato a casa dei Valenti a controllare se la bambina fosse tornata. Secondo Terranova, Vinci non avrebbe avuto la possibilità di andare a spostare il corpo di Antonella nella scuola abbandonata e poi ritornare a casa in un così breve lasso di tempo. Tuttavia, stando alle descrizioni dei numerosi test ascoltati i tratti somatici dell’uomo visto con le bambine, sembrano corrispondere a quelli di Vinci. Lo zio della vittima è inoltre proprietario di una Fiat 500 blu e lavora come fattorino presso la cartotecnica di San Giovanni, unico posto in cui era possibile reperire il rotolo di nastro trovato nel luogo del delitto.
Dopo averlo seguito in segreto, gli uomini del comando Carabinieri di Marsala consegnano a Terranova indizi tali che inducono il procuratore a firmare un mandato di comparizione nei confronti di Vinci. Nella mattinata del 9 novembre, Vinci è condotto in procura con la moglie e Pina, sorella di Antonella che viveva con lo zio da quando i genitori si erano trasferiti in Germania. La moglie viene ascoltata per prima; dichiara che il giorno della sparizione il marito non era tornato a casa a pranzare come faceva di consueto, pur essendo uscito dall’azienda per la pausa alle 14. A questo punto Vinci viene sottoposto a un lungo interrogatorio al quale sembra rispondere con precisione. Sono circa le 22.40 quando confessa di essere stato l’autore del rapimento delle tre bambine. Aggiunge di averle prese per appartarsi con loro, soprattutto con Antonella, per la quale provava una forte attrazione. Per quanto riguarda le sorelle Ninfa e Virginia, Vinci dichiara di averle gettate in una cava profonda circa 20 metri situata in contrada Amabilina a Marsala, presso un podere di proprietà dell’agricoltore Giuseppe Guarrato.
La confessione fa scattare subito l’arresto di Michele Vinci, creando stupore in tutta la comunità che lo aveva visto partecipare attivamente alle ricerche delle bambine e ai funerali della nipote, durante i quali appariva particolarmente colpito per il tragico evento.
Gli altri due corpi e l'autopsia
Nella notte tra il 9 e il 10 novembre, tutto l’apparato investigativo è indirizzato nel luogo indicato da Vinci. L’area viene chiusa da posti di blocco di carabinieri e polizia per impedire l’accesso alle centinaia di persone che, dopo aver atteso davanti alla procura, si erano messe al seguito delle forze dell’ordine.
Ai bordi del pozzo, proprio in prossimità della sua imboccatura, i carabinieri trovano circa un metro di nastro adesivo, dello stesso tipo utilizzato per imbavagliare Antonella. Attaccati al nastro vengono trovati dei capelli biondi di donna la cui identità rimarrà per sempre un mistero. Le operazioni di recupero sono tutt’altro che agevoli; il pozzo è una cava di tufo abbandonata larga circa 10 metri, ricoperta all’interno da una folta vegetazione che rende impossibile riuscire a vedere il fondo. I corpi di Ninfa e Virginia vengono riportati in superficie alle 5.45, confermando la confessione di Vinci.
In una nuova ispezione della cava la squadra calatasi all’interno del pozzo ha modo di rilevare segni di unghia in un tufo reso molle da una falda acquifera, oltre una scarpetta di Ninfa e un paio di mutandine. Le bambine dovevano quindi essere ancora vive una volta finite dentro il pozzo.
L’autopsia rileva anche tracce di processo di asfissia nei tessuti polmonari dei cadaveri e, visto che la circolazione d’aria nel pozzo è più che sufficiente, non può escludere che la morte sia avvenuta in un luogo diverso. Secondo i risultati dell'autopsia, la morte risalirebbe a 4/5 giorni dal ritrovamento per Virginia, e due tre giorni per Ninfa. I periti escludono la morte per asfissia d'anidride carbonica, ma confermano la morte per "fenomeni asfittici", che, per la mancanza di lesioni, potrebbero essere stati causati da mezzi soffici.
A destare sospetti sono anche i capelli di donna rinvenuti sul nastro, che potrebbero appartenere ad una complice che può aver badato alle bambine nei giorni successivi al sequestro fino alla loro morte. Il caso che sembrava risolto, si complica alla luce dei nuovi risvolti che fanno vacillare le confessioni di Vinci.
Fase istruttoria del processo
Dopo una breve permanenza al carcere di Ragusa, Vinci è trasferito al carcere di Mistretta, dove Il 9 dicembre è di nuovo interrogato dal giudice Terranova e da Libertino Russo, cui è stata affidata l'istruttoria per il triplice omicidio.
Vinci continua a sostenere la tesi secondo cui tutto è cominciato dalla bevanda offertagli da un uomo che gli avrebbe “sconvolto il cervello”, portandolo a commettere gli efferati omicidi. Tuttavia, più che negli interrogatori precedenti, Vinci sembra tradirsi circa il luogo e le ore di prigionia di Antonella Valenti; dichiara di aver tenuto la bambina nascosta nei cespugli vicini al pozzo dove sono state rinvenute le sorelle Marchese, poi di averla condotta nella scuola abbandonata dove l’ha nutrita fino a che non l’ha trovata morta decidendo di darle fuoco.
Queste affermazioni presentano contraddizioni che non sfuggono a Russo e Terranova. La zona in questione è abitata e sarebbe stato impossibile per Vinci agire senza essere visto dalla gente, a meno che fra gli abitanti del luogo non ci fosse stato qualche complice del “Mostro”. A tal proposito Giuseppe Guarrato, proprietario del fondo, viene arrestato con l’accusa di concorso in omicidio e in sequestro di persona.
Le perizie
In seguito a questo nuovo colloquio, Russo dispone delle perizie psichiatriche per stabilire se effettivamente Vinci era capace di intendere e di volere, sia al momento del fatto che nelle proprie dichiarazioni nel corso delle indagini. La prima perizia, condotta nel settembre del 1972, dai professori Rubino, Pinelli e Ferracuti, non raggiunge un verdetto unanime: mentre Rubino sostiene che Vinci fosse nel pieno delle sue facoltà, gli altri due lo giudicano seminfermo di mente e pericoloso per sé e gli altri.
La contraddizione del verdetto costringe Russo a disporre una nuova perizia nel mese successivo. Questa viene affidata ai professori Longo, Failla Ernesto, e Catapano, tre famosi psichiatri campani. Nella nuova perizia i professori raggiungono un verdetto unanime descrivendo Vinci come un freddo mistificatore che continua a mentire con estrema abilità.
La lettera di Vinci
Una prima svolta della fase istruttoria condotta da Libertino Russo proviene da una lettera che Vinci scrive dal carcere, indirizzata alla moglie. Nel documento, valutato attentamente da Russo, Vinci sembra individuare un movente e delineare la figura di un ipotetico complice. Questa sembra anche essere la conclusione con cui il giudice completa la fase istruttoria. Alla luce delle rivelazioni di Vinci, Russo non esclude un intervento mafioso che avesse imposto l’esecuzione del delitto di Antonella Valenti all’atto del ritorno del padre dalla Germania.
Il processo
Le accuse a Nania
Il processo fu celebrato al tribunale di Trapani. Pubblico ministero del processo contro Vinci fu Giangiacomo Ciaccio Montalto, poi vittima della mafia a causa dell’ostinazione con cui si adopererà contro Cosa nostra. La prima udienza si conclude con un'ordinanza di rinvio. In sede processuale Michele Vinci chiede, per motivi di sfiducia, la sostituzione del legale che lo aveva assistito dall’inizio della vicenda. Il neo difensore di Vinci, l'avvocato Esposito, richiamando il diritto alla difesa, ottiene il rinvio per potere consultare tutti i dati del caso che si era improvvisamente ritrovato tra le mani.
Nella successiva udienza, Michele Vinci ritratta le sue ammissioni e sostiene di aver rapito le bambine perché costretto da Fanco Nania, ma di non aver loro torto neanche un capello. Nania, fino a quel momento insospettato, svolge la professione di insegnante di elettrotecnica presso la scuola media di Pantelleria e ricopre l’incarico di direttore della società cartotecnica presso cui Vinci lavorava. Vinci afferma di avere incontrato Nania in un capannone una sola volta e di essere stato minacciato dal professore che avrebbe preso di mira Vinci e la sua famiglia nel caso in cui Michele non avesse preso Antonella.
Tuttavia sono scarse le prove che Vinci porta contro Nania durante il processo. Nonostante le dichiarazioni sembrino incastrarsi bene nell’ambito della ricostruzione del fatto, Vinci cade spesso in contraddizione soprattutto riguardo l’ordine cronologico degli avvenimenti che hanno coinvolto Nania, dimostrandosi incapace di rispondere a facili domande. Nania comunque è subito arrestato e il processo viene rinviato per instaurare un’istruttoria per accertare la posizione del professore, adesso accusato di concorso in sequestro e triplice omicidio.
Nei tre mesi successivi, i magistrati non trovano nulla che possa confermare la pesante accusa mossa da Vinci. I P.M. organizzano dunque un confronto fra i due, ma Nania continua a restare fermo nelle sue dichiarazioni di assoluta estraneità ai fatti e Vinci non porta alcun elemento che possa rendere credibile la sua versione. L’istruttoria contro Nania si conclude con il pieno proscioglimento del professore.
Le accuse a De Vita
Nelle successive udienze di novembre, i pubblici ministeri focalizzano le loro domande sull’uomo misterioso che avrebbe avvicinato Vinci prima del sequestro. Durante gli interrogatori Vinci ricorda quando, poco prima del fatto, nella piazza dove attendeva le bambine, l’uomo l’aveva avvicinato offrendogli un bitter. Vinci lo descrive dettagliatamente, ricorda le sue presunte parole ma continua a dire di non conoscerlo.
Quattro mesi più tardi, il 5 marzo 1974, improvvisamente Vinci chiede di essere ascoltato dalla sua cella di isolamento perché pronto a rivelare il nome dell’uomo che lo aveva avvicinato prima del fatto. Vinci fa il nome di Nicola de Vita, zio delle sorelle Marchese, altra persona fino a quel momento totalmente insospettata. Rintracciato dai carabinieri De Vita viene condotto al carcere di San Giuliano per effettuare un confronto con “il mostro”. Vinci afferma con decisione di aver consegnato le bambine a De Vita, che sarebbe anche l’uomo che lo ha avvicinato prima del rapimento.
Secondo indiscrezioni trapelate dal confronto, subito dopo aver lanciato questa accusa, Vinci si sarebbe chiuso improvvisamente nel silenzio nonostante lo stesso De Vita lo invitasse a parlare non avendo apparentemente nulla da nascondere. Tuttavia nemmeno stavolta Vinci porta alcuna prova a sostegno della sua tesi, rendendo inevitabile anche il proscioglimento delle accuse verso De Vita.
Padre Fedele
Nell’udienza del 6 maggio 1974 si assiste a un nuovo colpo di scena. Vinci ricorda di aver consegnato una lettera che lo scagionava a padre Fedele, parroco della chiesa dell’Addolorata a Marsala ma don Fedele è morto appena da una settimana, stroncato da una trombosi cerebrale. Vinci dice di aver scritto quella lettera dopo le minacce di Nania per farla consegnare alla moglie nel caso gli fosse successa qualche disgrazia.
La Corte d’Assise ordina comunque la perquisizione della casa del sacerdote e della parrocchia alla ricerca della lettera. Del documento però non si ha alcuna traccia. Nascono invece sospetti sulla morte improvvisa del prete per cui viene richiesta la riesumazione. Tuttavia l’autopsia sul corpo del parroco non porta gli inquirenti a nessuna nuova scoperta.
Sentenza
La sentenza viene letta il 10 luglio 1975: nonostante i numerosi dubbi sollevati nel corso dell’indagine sulla possibilità che Vinci possa essere stato da solo l’artefice dei delitti, la corte di Assise di Trapani lo condanna all’ergastolo come unico responsabile del sequestro e omicidio delle bambine, il cui movente viene individuato nella morbosa passione di Vinci per la nipote Antonella; la sentenza sarà tramutata in appello a 28 anni di reclusione.
Giuseppe Guarrato coimputato per concorso in sequestro, è invece assolto dall’accusa perché secondo la Corte il fatto non sussiste.
Altre ipotesi
La tesi di Montalto
Il pubblico ministero del processo contro Vinci Giangiacomo Ciaccio Montalto, attraverso lo scrittore Vincenzo Consolo, in quel periodo redattore de L'Ora di Palermo, rese nota una tesi che, a detta di Consolo, non fu rivelata a nessuno perché Montalto, che già riceveva minacce di morte, non si fidava nemmeno dei suoi superiori.
Secondo Montalto il padre di Antonella, Leonardo Valenti, era un corriere della droga per conto della mafia. Valenti era quindi emigrato in Germania perché voleva rompere questo tipo di rapporto. Il rapimento di Antonella, ad opera di Michele Vinci, sarebbe stato eseguito per volere della mafia, per far tornare i Valenti dalla Germania.
Sequestro di persona
Diciassette anni dopo, il giornalista Vito Palmieri, all’epoca dei fatti corrispondente a Trapani per la RAI, fu autore di una nuova testimonianza. Palmeri riferisce di una confidenza fattagli da Vinci, con il quale era entrato in confidenza nel corso del processo; Vinci racconta al giornalista che Leonardo Valenti avrebbe dovuto partecipare al sequestro del deputato regionale DC Salvatore Grillo. Il racconto di Vinci nel '75 non fu preso in considerazione dagli inquirenti, poiché, come spiega l'avvocato Elio Esposito, all’epoca difensore di Vinci, quelle dichiarazioni "non furono rese nel corso del processo, ma a un giornalista".
Il 28 dicembre 1988, poco dopo le dichiarazioni di Palmeri, Vinci torna a far sentire la sua voce e sostenendo la tesi che già aveva confidato al giornalista della RAI, non rinnegando nemmeno le accuse che aveva formulato molto tempo prima verso Nania e Nicola De Vita. In quest’intervista, afferma che in una riunione organizzata in casa di Nania, cui avrebbero partecipato Leonardo Valenti e altre persone a lui sconosciute, si sarebbe organizzato il sequestro dell'onorevole Grillo, cui Vinci e Valenti avrebbero dovuto partecipare. Vinci, che in quell’occasione dice di essere stato assente perché fuori provincia per lavoro, afferma che sia lui che il cognato Valenti si sarebbero tirati indietro, subendo entrambi pesanti conseguenze: Valenti sarebbe stato costretto alla fuga in Germania e Vinci, minacciato più volte da Nania, sarebbe stato costretto a prendere Antonella e consegnarla a Nicola De Vita.
In seguito alla trasmissione dell’intervista in una puntata di Chi l'ha visto?, per queste dichiarazioni Vinci verrà denunciato per diffamazione dal cognato Leonardo Valenti.
fonte: Wikipedia
domenica
Ermete Trismegisto
dal greco antico Ἑρμῆς ὁ Τρισμέγιστος, in latino Mercurius ter Maximus, è un personaggio leggendario dell'età ellenistica, venerato come maestro di sapienza e ritenuto l'autore del Corpus hermeticum. A lui è attribuita la fondazione di quella corrente filosofica nota come ermetismo.
Significato del nome
Ermete Trismegisto significa letteralmente «Ermes il tre volte grandissimo». Con questo nome si voleva assimilare Ermete, dio greco del logos e della comunicazione, a Thot, dio egizio delle lettere, dei numeri e della geometria. Essendo costume degli egizi iterare l'aggettivo «grande» davanti al nome delle divinità, Ermete era quindi appunto indicato come il "grandissimo" per tre volte (tris-megisto).
Secondo l'erudito del XVII secolo Athanasius Kircher:
« Gli Arabi lo chiamano Idris, dall'ebraico Hadores(...), i fenici (...) Tauto, gli Egizi (...) Thot ma lo chiamano anche Ptha e i Greci Ermete Trismegisto. »
(Obeliscus Pamphilius, 91)
Origini
Come già accennato, Ermete fu fin dall'antichità accostato a Thot, presente nella tradizione egizia. Entrambi sono al servizio di una divinità superiore (Ermete è messaggero di Zeus, Thot è lo scriba di Osiride); Ermete è dio della parola e Thot è dio della parola e della letteratura; entrambi sono psicopompi, accompagnatori delle anime dei defunti nell'oltretomba. Sia Ermete che Thot sono inoltre, nelle loro rispettive culture, gli dèi della scrittura e della magia. A seguito di un tale processo di assimilazione tra divinità greche ed egizie, avvenuto nell'atmosfera sincretistica dell'Impero romano, Ermete Trismegisto divenne il dio rivelatore della verità e mediatore tra gli uomini e gli dei.
Poiché Clemente di Alessandria riteneva che gli scritti sacri di Ermete fossero quarantadue e contenessero il nucleo degli insegnamenti formativi degli antichi sacerdoti faraonici, Siegfried Morenz suggerisce in proposito che il riferimento all'autorità di Thot si basasse su una tradizione piuttosto antica, e che la figura "quarantadue" probabilmente derivava dal numero dei nomi egiziani.
Giamblico attribuiva ad Ermete decine di migliaia di opere, di grande antichità ed immensa importanza, anteriori persino a Pitagora e Platone, che a quei testi avrebbero attinto. Nei dialoghi Timeo e Crizia lo stesso Platone riferisce che nel tempio di Neith a Sais vi fossero stanze segrete contenenti registrazioni storiche possedute per novemila anni. Anche secondo Cirillo di Alessandria e Marsilio Ficino, Platone avrebbe perciò conosciuto in Egitto una sapienza antica risalente all'epoca di Mosè. L'origine egiziana delle dottrine ermetiche è stata poi ribadita da alcuni studiosi odierni come Martin Bernal.
Il Corpus hermeticum
Furono attribuiti a quest'uomo un insieme di scritti iniziatici e filosofici, raccolti in epoca bizantina nel Corpus hermeticum, parte dei quali rinvenuti anche tra i Codici di Nag Hammâdi e risalenti intorno al IV secolo d.C.
Nel suo complesso, la "letteratura ermetica" è una categoria di papiri contenenti incantesimi e procedure di iniziazione. Nel dialogo Asclepio (dal dio greco della salute), facente parte del Corpus hermeticum, è descritta ad esempio l'arte della telestiké cioè di richiamare o imprigionare gli angeli o i demoni all'interno di statue, con l'aiuto di erbe, gemme e profumi; sono descritti anche i metodi per far parlare e profetizzare tali figure. In altri papiri vi sono formule per costruire artefatti ed animarli. I testi ermetici inoltre si distinguono solitamente in due categorie: "filosofici" e "tecnici".
Nel 1453 durante un viaggio in Macedonia, via Costantinopoli, il monaco italiano Leonardo da Pistoia scoprì quattordici libri originali appartenuti a Michele Psello, risalente all'XI secolo scritti in greco per Ermete Trismegisto intitolato "Hermetica" dopo detto Corpus Hermeticum. Ritornato a Firenze, il monaco Leonardo consegnò il Corpus Hermeticum a Cosimo de' Medici che non più tardi del 1463 incaricò Marsilio Ficino di tradurre dal greco al latino e in seguito all'italiano della epoca.
Il Corpus Hermeticum composto da scritti dell'antichità rappresentò la fonte di ispirazione del pensiero ermetico e neoplatonico rinascimentale.
Epoca cristiana
A trattare di Ermete, durante l'epoca cristiana, fu Lattanzio, consigliere dell'imperatore Costantino I. Tale influenza fu decisiva per la storia successiva, in quanto, presso il concilio di Nicea del 325, vinse la dottrina ermetica (che affermava la convivenza di umano e divino) su quella ariana (che separava le due realtà).
L'influenza sul Medioevo e il Rinascimento
L'ermetismo ebbe una notevole influenza sulla cultura medioevale e rinascimentale. Le opere attribuite a Ermete Trismegisto, e conosciute come Corpus hermeticum, ebbero grande credito e furono molto popolari tra gli alchimisti, che ritenevano il loro autore un "sapiente" realmente esistito e vissuto nell'Antico Egitto.
Secondo la modalità dell'evemerismo, Trismegisto sarebbe stato il figlio del dio Ermes, mentre nella cabala, che fu ereditata dal Rinascimento, si immaginava che fosse un personaggio contemporaneo di Mosè e che comunicasse ai suoi adepti una saggezza parallela a quella del patriarca biblico. Per questo l'etimologia occultista ha connesso i due personaggi creando il termine Thotmoses.
In seguito lo studioso calvinista Isaac Casaubon nel De Rebus sacris et ecclesiasticis exercitiones XVI (1614) mostrò che tali testi dovevano essere più recenti e potevano essere datati intorno all'anno 300. Ralph Cudworth obiettò nel 1678 che una tale datazione poteva essere applicata solo a tre dei diciassette trattati del Corpus Hermeticum, e che Casaubon avrebbe omesso di riconoscere l'esistenza di una tradizione orale, che solo in epoca tarda sarebbe stata messa per iscritto in quei trattati, i quali rappresentano quindi un termine ad quem («fino al quale»), e non a quo («a partire dal quale»).
Ermete Trismegisto moderno e occulto
In epoca moderna Ermete Trismegisto fu ritenuto patrono delle antiche scienze dell'astrologia e dell'alchimia. Ermete Trismegisto è un personaggio adoperato dalla massoneria come legittimazione di testi antichi e come prova delle proprie origini legate al mito dell'oriente. Le sue teorie appartengono in realtà ad una pluralità di autori privi di valenza storica.
Letteratura contemporanea
Ermete Trismegisto è anche un personaggio del romanzo Elianto di Stefano Benni. Nel romanzo egli ha il compito di inventare le leggi della natura ed assemblare gli animali in scatola di montaggio con i pezzi fornitigli da Dio. Ermete Trismegisto è citato assai sovente nel romanzo di Umberto Eco Il pendolo di Foucault, edito da Bompiani nel 1988. Il suo nome compare anche nel romanzo Cherudek' di Valerio Evangelisti.
fonte: Wikipedia
Fra Dolcino
Dolcino da Novara, o fra Dolcino come venne chiamato soprattutto dalla storiografia ottocentesca, è stato un predicatore millenarista italiano, famoso soprattutto per essere stato il leader del movimento dei dolciniani. Accusato di eresia dall'Inquisizione, fu catturato e ucciso sul rogo nel 1307.
Le notizie storicamente accertate sulla figura e l'opera di Dolcino sono poche e incerte e le fonti sono prevalentemente di parte avversa ai dolciniani.
Secondo alcune di esse il suo vero nome era Davide Tornielli. Il suo effettivo luogo di nascita è sconosciuto, anche se viene convenzionalmente indicato in Prato Sesia; così come la data di nascita. Si suppone tuttavia che sia nato nell'alto Novarese (è stato affermato, infatti, che il cognome Tornielli sia originario di Romagnano Sesia, mentre una torre nel territorio di Trontano, in Ossola, porta quel nome). Alcune ricostruzioni posteriori, per squalificarne la nascita, sostennero che Dolcino fosse il frutto dell'unione di una donna del posto con un prete, forse il parroco di Prato Sesia.
Nel 1291 Dolcino entrò a far parte del movimento degli Apostolici, guidato da Gherardo Segalelli. È dubbio in tal senso come la definizione di "frate", con cui spesso anche Dolcino viene definito, debba essere intesa, perché non si è affatto sicuri che egli abbia mai pronunciato voti religiosi: si limitò forse ad autodefinirsi "fratello" nell'ambito del movimento ereticale. Gli Apostolici, in sospetto di eresia e già condannati da papa Onorio IV nel 1286, furono repressi dalla Chiesa cattolica e il Segalelli fu arso sul rogo il 18 luglio 1300.
La predicazione di Dolcino si svolse anzitutto nella zona del lago di Garda, con un soggiorno accertato presso Arco di Trento. Nel 1303, predicando nei dintorni di Trento, Dolcino conobbe la giovane Margherita Boninsegna nativa di Cimego, donna che i cronisti posteriori, per sottolinearne il fascino in qualche modo perverso, concordano nel definire bellissima. Margherita divenne la sua compagna e lo affiancò nella predicazione.
Dolcino si rivelò dotato di grande fascino e comunicativa e, sotto la sua guida, il numero degli Apostolici riprese a crescere. Si attirò le ire della Chiesa per i contenuti della predicazione, apertamente ostile a Roma e a papa Bonifacio VIII, di cui profetizzava la prossima scomparsa.
Durante gli spostamenti effettuati in Italia settentrionale per diffondere le proprie convinzioni e accrescere il numero dei seguaci, Dolcino e i suoi furono ospitati tra il Vercellese e la Valsesia. Qui, a causa delle severe condizioni di vita dei valligiani, le promesse di riscatto dei dolciniani furono accolte positivamente. Per questo, dopo un breve ritorno nel Bresciano, approfittando del sostegno armato offerto da Matteo Visconti, nel 1304 Dolcino decise di occupare militarmente la Valsesia e di farne una sorta di territorio franco dove realizzare concretamente il tipo di comunità teorizzato nella propria predicazione. Dolcino si stanziò per un lungo periodo nella località denominata Parete calva situata presso Rassa (VC).[senza fonte]
Di qui, il 10 marzo 1306, tutti i seguaci, abbandonati dal Visconti, si concentrarono sul Monte Rubello sopra Trivero (poco distante dal Bocchetto di Sessera, nel Biellese), nella vana attesa che le profezie millenaristiche proclamate da Dolcino si realizzassero.
Contro di loro fu bandita una vera e propria crociata, proclamata da Raniero degli Avogadro vescovo di Vercelli e che coinvolse anche milizie del Novarese. I dolciniani resistettero a lungo, ma infine, provati dall'assedio e dalla mancanza di viveri, che la popolazione locale, divenuta oggetto di vere razzie, non poteva né voleva più fornire loro, furono sconfitti e catturati nella settimana santa del 1307. Quasi tutti i prigionieri furono passati per le armi; Dolcino, processato e condannato a morte, fu giustiziato pubblicamente il 1º giugno, dopo avere assistito al rogo di Margherita e del suo luogotenente Longino da Bergamo.
Setta degli Apostolici
« Gesù e gli apostoli non avevano mai posseduto niente »
(fra Dolcino)
La setta degli "Apostolici", fondata da Segalelli verso il 1260, rientra nel novero dei movimenti pauperistici e millenaristici che fiorirono numerosi in quel periodo.
Essi conducevano una vita con frequenti digiuni e preghiere, lavorando o chiedendo la carità, senza praticare il celibato forzoso: la cerimonia di accettazione dei nuovi seguaci prevedeva che pubblicamente si mostrassero nudi, per rappresentare la propria nullità davanti a Dio, come avrebbe fatto san Francesco; predicavano l'obbedienza alle Scritture, affermavano il dovere di disobbedire anche al papa quando questo si fosse allontanato dai precetti evangelici, il diritto dei laici a predicare, l'imminenza del castigo celeste provocato dalla corruzione dei costumi ecclesiastici, e la necessità di vivere in assoluta povertà. Quest'ultimo punto, ovviamente, portò alle ire della Chiesa di Roma ed i dolciniani stessi furono accusati di depredazioni e rapine decisamente maggiori di quelli che furono strettamente necessari a garantire la loro semplice sopravvivenza.
Dolcino espose la sua dottrina in una serie di lettere (tutte ricostruite sulla base di documenti di parte avversa) indirizzate agli Apostolici: ispirandosi a Gioacchino da Fiore egli riteneva che la storia della Chiesa si dividesse in quattro epoche, e che fosse imminente l'avvento dell'ultima, un tempo finale in cui si sarebbe ristabilito finalmente l'ordine e la pace dopo le degenerazioni della Chiesa del tempo, e annunciò l'approssimarsi della fine dei tempi e una nuova effusione dello Spirito sugli apostoli. Alcuni teologi della Riforma protestante videro in Dolcino un loro antesignano e nella diffusione della Parola di Dio legata alla liberazione del nord Europa dal giogo papale l'adempimento della sua profezia.
La Crociata contro i dolciniani
La Crociata contro Dolcino fu bandita, come detto, dal vescovo di Vercelli Raniero (o Rainero) degli Avogadro, con il beneplacito di papa Clemente V nel 1306. A lungo si è ritenuto che i valligiani tra il Biellese e la Valsesia l'avessero addirittura anticipata aderendo allo Statutum Ligae contra Haereticos (cosiddetto Statuto di Scopello), redatto già il 24 agosto 1305. Studi più recenti, tuttavia, hanno dimostrato che il documento è un falso, confezionato alla fine del sec. XVIII in ambienti clericali per dimostrare l'esistenza di un movimento popolare antidolciniano sin dalle origini della sua predicazione nel Biellese. Nello Statuto si pretendeva che numerosi rappresentanti delle genti delle tre principali valli valsesiane, riuniti nella chiesa di San Bartolomeo a Scopa, avessero giurato sui Vangeli di scendere in armi contro i dolciniani fino al loro totale sterminio. Chiunque indossi la veste con croce e si appresti a partire verso le valli del Novarese e Vercellese per combattere l'eresia dolciniana - questo il senso della disposizione delle autorità ecclesiastiche - avrà rimessa la totalità dei peccati. Come detto, tuttavia, lo Statutum è un falso.
Il movimento guidato da Dolcino contava, al massimo della sua espansione, tra i 5000 e i 10000 aderenti, benché simili numeri possano anche essere considerati l'esagerazione di alcuni autori: per fare un confronto, infatti, la città di Novara contava al tempo circa 5000 abitanti e l'alta Valsesia meno di 500. Nell'organizzazione della loro difesa i dolciniani costruirono fortificazioni le cui vestigia sul Monte Rubello sarebbero state ancora rinvenute da scavi archeologici recenti. Scorribande improvvise e sortite notturne nelle campagne della Valsesia e del Biellese permisero un misero sostentamento ai fuggiaschi, verso i quali crebbe però l'ostilità dei valligiani depredati. Un rigido inverno contribuì a ridurre ulteriormente le forze e le riserve alimentari. I vescovili dal canto loro potenziarono il proprio esercito assoldando, tra gli altri, anche un contingente di balestrieri genovesi.
Le alture circostanti, tra le quali il Monte Rovella, vennero fortificate con lo scopo di isolare Dolcino e i suoi seguaci. Nella settimana Santa (23 marzo) del 1307, le truppe di Raniero riuscirono a penetrare nel fortilizio fatto costruire da Dolcino, dove ancora resistevano disperatamente gli ultimi superstiti del gruppo ormai falcidiato. Secondo le fonti di epoca successiva lo spettacolo che si presentò agli assalitori fu drammatico: gli assediati, per sopravvivere, si erano cibati dei resti dei compagni morti. Tutti i dolciniani, comunque, vennero immediatamente passati per le armi eccetto Dolcino, Longino e Margherita.
Il processo e l'esecuzione
Dolcino fu processato a Vercelli e condannato a morte. L'Anonimo Fiorentino (uno dei primi commentatori della Divina Commedia) riferisce che egli rifiutò di pentirsi e anzi proclamò che, se lo avessero ucciso, sarebbe resuscitato il terzo giorno.
Margherita e Longino furono arsi vivi sulle rive del torrente Cervo, il corso d'acqua che scorre vicino a Biella, dove la tradizione identifica ancora una sorta di isolotto detto appunto "di Margherita". Un cronista annota che Dolcino, costretto ad assistere al supplizio dell'amata, "darà continuo conforto alla sua donna in modo dolcissimo e tenero". L'Anonimo Fiorentino, all'opposto, afferma che Margherita fu giustiziata dopo di lui.
Per Dolcino si volle procedere a un'esecuzione pubblica esemplare: secondo Benvenuto da Imola (un altro antico commentatore dantesco), egli fu condotto su un carro attraverso la città di Vercelli, venne torturato a più riprese con tenaglie arroventate e gli furono strappati il naso e il pene. Dolcino sopportò tutti i tormenti con resistenza non comune, senza gridare né lamentarsi. Infine fu issato sul rogo e arso vivo.
Dolcino nella Divina Commedia
Dante ricorda Dolcino nella Divina Commedia con questi versi:
« Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi,
tu che forse vedra' il sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch'altrimenti acquistar non saria leve. »
(Inferno XXVIII, 55-60)
Dante destina Dolcino alla bolgia dei seminatori di discordie e degli scismatici; poiché però l'azione della Commedia è ambientata nel 1300, quando egli era ancora vivo, Dante non lo incontra durante la sua visita all'Inferno, ma è Maometto, che si trova in quella stessa bolgia, a preannunciargli il suo arrivo. Si tratta di una delle numerose "profezie" che Dante inserì nel poema per poter citare personaggi ancora viventi nel 1300 o eventi posteriori a tale data (ma già avvenuti, ovviamente, nel momento in cui egli scriveva).
La notorietà dell'episodio, che nell'economia del poema è assolutamente marginale, è dovuta soprattutto all'orgoglio un po' campanilistico con cui, nel XIX secolo, gli intellettuali dell'area tra il Biellese e la Valsesia sottolinearono la presenza di un accenno alle loro terre nel capolavoro dantesco: un fenomeno analogo è osservabile nell'esagerato rilievo che la cultura vercellese ha sempre dato ai versi - di poco successivi - relativi "al dolce piano / che da Vercelli a Marcabò dichina" (Inferno XXVIII, 73-74). Essi, infatti, costituiscono solo una precisazione geografica e non certo una lode del capoluogo eusebiano.
Il "mito" di Dolcino
Nel 1907, per il seicentesimo anniversario della morte di Dolcino, alla presenza di una folla di diecimila persone riunitesi sui luoghi dell'ultima battaglia, un obelisco alto dodici metri fu eretto in memoria dei dolciniani. Promotore dell'iniziativa era stato Emanuele Sella, letterato ed economista che vantava trascorsi in seno al socialismo: fu soprattutto lui a suggerire un accostamento tra le istanze dolciniane e quelle socialiste, ma già l'anno successivo, nel 1908, le celebrazioni andarono pressoché deserte.
Nel 1927 l'obelisco fu abbattuto da un gruppo di fascisti. La volontà di riedificare il monumento acquistò grande valore simbolico dopo la caduta del regime fascista e nel 1974 un monumento più piccolo fu edificato nello stesso punto del monte Rubello. Da allora ogni anno, nella seconda domenica di settembre, viene organizzato un convegno dolciniano.
Nel 1977 Dario Fo e Franca Rame fecero tornare in auge, con la commedia teatrale Mistero Buffo, nella giullarata di Bonifacio VIII, la leggenda di Dolcino e del suo maestro, visti come precursori del socialismo. Nel 1980 Umberto Eco inserì nella trama del celebre romanzo Il nome della rosa due personaggi (il cellario Remigio da Varagine e il suo aiutante Salvatore) che vengono giudicati (ed infine condannati al rogo) per il loro passato di seguaci dolciniani.
Il settecentesimo anniversario della morte di Dolcino ha posto in essere, tra la fine del 2005 e l'inizio del 2007, varie manifestazioni in suo ricordo.
fonte: Wikipedia
lunedì
Francesco Ferdinando
Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d'Austria-Este, fu arciduca della dinastia degli Asburgo in Austria ed erede al trono austro-ungarico.
Il suo assassinio da parte di Gavrilo Princip (membro dell'organizzazione politico-rivoluzionaria Giovane Bosnia) il 28 giugno 1914 a Sarajevo, città della Bosnia ed Erzegovina annessa all'Austria, è considerato la causa scatenante della dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia e quindi come causa principale dello scoppio della prima guerra mondiale.
I primi anni
Francesco Ferdinando era figlio di Carlo Ludovico d'Asburgo-Lorena e di Maria Annunziata di Borbone-Due Sicilie. Nelle sue vene scorreva il sangue di 112 famiglie aristocratiche e tra i suoi avi si contano 2047 antenati illustri, tra i quali Maria Teresa d'Austria, Carlo V, Filippo II di Spagna, Luigi XIV di Francia, Ugo Capeto, Carlo Magno, Enrico I l'Uccellatore, Eleonora d'Aquitania, Federico II di Svevia, Maria Stuarda e molti altri.
Con la morte di Francesco V d'Este, ultimo duca di Modena, nel 1875, si estinse il ramo maschile della famiglia che discendeva dal nonno. Il duca aveva lasciato in eredità gran parte delle sue proprietà private a Francesco Ferdinando, a certe condizioni, fra cui l'adozione del nome degli Este.
La carriera militare
Come gran parte dei figli maschi della dinastia degli Asburgo, entrò in giovane età nell'esercito austriaco. Solo per la sua appartenenza all'alta aristocrazia venne promosso molto rapidamente, e, alla sola età di 14 anni, raggiunse il grado di tenente, capitano a 22, colonnello a 27 e maggiore generale a 31. Pur non avendo mai frequentato un corso superiore di stato maggiore, venne considerato idoneo al comando e gli venne conferito il comando del 9º reggimento di ussari ungherese. Nel 1898 ricevette una commissione "per speciale disposizione di Sua Maestà" di svolgere un'indagine su tutti gli aspetti del servizio militare in alcuni dipartimenti.
Ebbe così modo di esercitare una forte influenza sull'esercito e soprattutto sulla cancelleria militare guidata da Alexander Brosch von Aarenau che gli dovette aprire le porte.
Nel 1913 Francesco Ferdinando, come erede dell'anziano imperatore, venne nominato ispettore generale di tutte le forze armate dell'Austria-Ungheria (Generalinspektor der gesamten bewaffneten Macht), una posizione addirittura superiore a quella del suo predecessore arciduca Alberto d'Asburgo-Teschen dal momento che includeva anche il comando delle operazioni militari in tempo di guerra.
Erede al trono e matrimonio
Francesco Ferdinando era nipote (figlio del fratello) dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria e primo nella linea di successione alla corona dopo il suicidio del cugino Rodolfo nel contesto dei cosiddetti fatti di Mayerling (30 gennaio 1889) e dopo la morte del padre Carlo Ludovico (19 maggio 1896). Il suo matrimonio (1º luglio 1900) con la contessa Sophie Chotek von Chotkowa fu autorizzato solo dopo che la coppia aveva accettato che la sposa non avrebbe goduto dello status di reale e che i loro figli non avrebbero dovuto avere pretese al trono. Francesco Giuseppe non partecipò alla cerimonia del matrimonio, così come non vi partecipò il fratello dello sposo, Ferdinando Carlo.
Col matrimonio, la contessa divenne Sua Altezza Serenissima Principessa Sophie von Hohenberg, ma nel 1909 il suo titolo fu elevato a Sua Altezza Duchessa Sophie von Hohenberg, anche se i suoi figli rimasero SAS Principe(ssa) di Hohenberg.
La politica
Francesco Ferdinando si alienò la simpatia di gran parte dell'opinione politica austro-ungarica: i nazionalisti ungheresi si opposero al suo sostegno al suffragio universale maschile, che avrebbe minato la predominanza magiara nel regno ungherese. Sia i sostenitori che gli oppositori all'esistente struttura duale dell'Impero erano sospettosi della sua idea di un terzo regno slavo dominato dai croati, comprendente la Bosnia ed Erzegovina, possibile baluardo contro ciò che veniva percepito nella Ballhausplatz (Ministero degli Esteri) di Vienna come l'irredentismo serbo. I non-cattolici e gli anticlericali erano infastiditi dal suo patronato (22 aprile 1900) all'associazione delle scuole cattoliche.
Francesco Ferdinando al di fuori del mondo tedesco venne considerato a torto come il leader del "partito della guerra" dell'impero austro-ungarico, ma era una percezione completamente falsa. Infatti, l'arciduca fu uno dei principali sostenitori del mantenimento della pace all'interno del governo austro-ungarico, sia durante la crisi bosniaca del 1908-1909, che durante le guerre balcaniche del 1912-1913.
Gli storici generalmente attribuiscono al governo di Francesco Ferdinando, idee piuttosto liberali sulla visione dell'Impero alla sua epoca. Dal canto suo era intenzionato a concedere grande autonomia ai diversi gruppi etnici presenti nel territorio imperiale, in particolare ai cechi in Boemia, agli iugoslavi in Croazia ed in Bosnia, proseguendo idealmente ciò che era stato realizzato con la creazione, nel 1867, della monarchia astro-ungarica.
Ma i suoi sentimenti nei confronti degli ungheresi si dimostravano comunque meno generosi : infatti reputava che nel corso dei secoli, il nazionalismo ungherese fosse stato già abbastanza dannoso all'Austria, e addirittura vengono riportati grandi scatti d'ira da parte dell'arciduca, quando gli ufficiali del 9º reggimento ussari, che egli comandava, parlavano in sua presenza in ungherese, (malgrado questo fosse di fatto il linguaggio ufficiale del reggimento). Inoltre riteneva che tutta la compagine magiara dell'esercito austriaco potesse rappresentare una minaccia all'interno delle file dell'esercito austriaco.
Infine riteneva necessario avere un approccio prudente verso la Serbia, seguendo la linea programmatica di Franz Conrad von Hötzendorf, il quale riteneva che tale stato, pur di rendersi indipendente, avrebbe addirittura coinvolto l'Austria in una guerra contro la Russia, causando rovina per entrambi gli imperi.
Ferdinando ebbe motivi di screzio con il governo, in occasione della Ribellione dei Boxer nel 1900, quando tutti gli stati europei (persino "gli stati nani come Belgio e Portogallo" come li definiva l'arciduca) avevano inviato delle truppe in Cina per sedare la rivolta, mentre l'Austria non era intervenuta.
In politica estera Francesco Ferdinando fu sempre molto attivo, organizzando viaggi e visite a regnanti stranieri con i quali, in molti casi, aveva stretto un rapporto di amicizia, che nella sua ottica, gli sarebbe stato molto utile una volta salito al trono. Grande affinità l'aveva dimostrata col il Kaiser, Guglielmo II di Germania, oltre che con il re Carlo I di Romania, e addirittura col nizam Asif Jah VI di Hyderabad, stato principesco dell'India.
Francesco Ferdinando, inoltre, era un influente sostenitore della marina austro-ungarica, in un'epoca però in cui il divenire una potenza marittima non era tra gli obiettivi dell'impero, motivo per cui era poco conosciuta. Per onorare la sua scelta di preferire la marina, dopo il suo assassinio nel 1914, il corpo di Francesco Ferdinando e di sua moglie vennero trasportati sulla SMS Viribus Unitis.
L'attentato e la morte
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Il 28 giugno 1914, nel giorno di San Vito, noto anche come Vidovdan, l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, furono colpiti a morte a Sarajevo, capitale della Bosnia ed Erzegovina, dai colpi di pistola sparati da Gavrilo Princip, membro della Mlada Bosna (Giovane Bosnia), un gruppo che mirava all'unificazione di tutti gli jugoslavi (Slavi del sud).
La pistola usata da Gavrilo Princip per assassinare l'arciduca era una Browning FN M1910 semiautomatica di fabbricazione belga (numero di serie 19074, caricatore 32 ACP); il proiettile esploso contro l'arciduca è esposto come pezzo da museo nel castello di Konopiště, vicino alla città di Benešov, nella Repubblica Ceca.
L'assassinio di Francesco Ferdinando confermerebbe una leggenda salisburghese che vuole per l'uccisore di un camoscio albino la morte entro un anno. Francesco Ferdinando, infatti, aveva ucciso pochi mesi prima della sua morte un esemplare di questo animale. Per questo evento si fece cucire la camicia addosso e popolarmente si crede che ciò impedì alle persone che lo soccorsero di salvarlo.
Un resoconto dettagliato dell'assassinio venne fatto nell'opera Sarajevo da Joachim Remak:
Un proiettile colpì il collo di Francesco Ferdinando mentre l'altro prese l'addome di Sofia. ... Quando la macchina stava facendo inversione (per tornare alla residenza del Governatore ove la coppia imperiale sarebbe stata soccorsa) un rivolo di sangue uscì dalla bocca dell'arciduca e fu a quel punto che la duchessa esclamò: "Cosa diavolo succede!? Cosa ti è successo?!" e cadde quindi sulle ginocchia del marito morendo.
Malgrado quanto stesse succedendo, Francesco Ferdinando trovò la forza di voltarsi verso la moglie implorando: "Sopherl! Sopherl! Sterbe nicht! Bleibe am Leben für unsere Kinder! - Sofia cara! Non morire! Rimani viva per i nostri bambini!". Il suo cappello piumato cadde e molte altre piume verdi vennero trovate sul pavimento interno della macchina. Il conte von Harrach, che si trovava di fronte alla coppia, cercò di sbottonare il colletto della divisa dell'arciduca chiedendo "Leiden Eure Kaiserliche Hoheit sehr? - State soffrendo molto vostra altezza imperiale?" "Es ist nichts - Non è niente" disse l'arciduca con una debole voce appena udibile. Era ormai chiaro che stava perdendo coscienza.
La macchina si fermò dunque di fronte al Konak bersibin (municipio). Malgrado l'intervento tempestivo dei dottori, l'arciduca morì mentre veniva portato con la moglie all'interno dell'edificio.
Francesco Ferdinando è oggi sepolto nel Castello di Artstetten nella Bassa Austria.
Giudizi storici
Alan John Percival Taylor lo descrive come «uno dei peggiori prodotti della Casa d'Asburgo: reazionario, clericale, brutale e insopportabile». Questo giudizio totalmente negativo è oggi in gran parte rovesciato dalla nuova storiografia, e Jean-Louis Thiériot lo presenta come «un principe riformatore in politica e iconoclasta nella sua vita privata».
Il carattere
Lo storico tedesco Michael Freund descriveva Francesco Ferdinando come "un uomo che non ispirava energia, scuro nell'apparenza e nelle emozioni, che irradiava un'aura di stranezza ed un'ombra di violenza e risentimento ... una vera personalità figlia della società austriaca del suo tempo." Un contemporaneo, Karl Kraus, scriveva di lui: "non è una persona che ti fa molti complimenti ... non ha sentimenti per quella regione inesplorata che i viennesi chiamano "cuore"." Le sue relazioni con l'Imperatore Francesco Giuseppe furono sempre piuttosto tese e quest'ultimo in particolare riportava nelle sue memorie "tuoni e fulmini vi erano sempre nelle nostre discussioni." Aveva invece un ottimo rapporto col Kaiser di Germania Guglielmo II il quale gli assomigliava per molti aspetti, soprattutto per l'ideale di assolutismo e militarizzazione che contraddistinguevano entrambi i personaggi.
Francesco Ferdinando, inoltre, aveva una grandissima passione per la caccia, che spesso lo portava a degli eccessi. Nei suoi diari egli tenne stima delle prede uccise che sono indicate in 300.000 di cui 5.000 cervi. Una piccola parte dei suoi trofei sono ancora oggi in mostra al castello boemo di Konopiště.
Leo Valiani su Francesco Ferdinando
Lo storico italiano Leo Valiani ne ha invece un'opinione più articolata, e scrive:
« Fra i progetti di Francesco Ferdinando, principe di mentalità assolutistica, ma dotato di una non trascurabile capacità intellettuale e d'indubbia serietà morale, figurava [...] la volontà di risaldare la compagine dello Stato e di consolidare l'autorità e la popolarità della Corona, con l'equiparazione effettiva di tutte le nazionalità dell'Impero, e dunque, con la smobilitazione della supremazia se non dei tedeschi, certamente di quella, assai più pesante, dei magiari, sulle nazionalità slave e romena che nel 1848-49 avevano salvato la dinastia, opponendosi con le armi alla rivoluzione ungherese.[...] Francesco Ferdinando nel 1895 e nel 1913, con una sostanza rimarchevole dati i mutamenti del ventennio intercorso, [disse] che l'introduzione del dualismo, nel 1867, era stata una catastrofe, e che, ascendendo al trono, egli intendeva ripristinare un forte potere centrale unitario, ma lo riteneva possibile solo con la contemporanea concessione di larghe autonomie amministrative a tutte le nazionalità della monarchia. Anche al ministro degli Esteri, Berchtold, Francesco Ferdinando ripeté così con una lettera del 1º febbraio 1913, con cui spiegare perché non riteneva opportuna la guerra con la Serbia, che 'l'irredentismo da noi, nel paese [...] cesserà immediatamente, se si procura ai nostri slavi un'esistenza confortevole, giusta e buona, invece di calpestarli, come i magiari facevano. Ben perciò, tracciando il profilo dieci anni dopo la sua morte, Berchtold scriveva che l'arciduca avrebbe cercato, una volta fosse salito sul trono, di sostituire al dualismo il federalismo supernazionale. »
Discendenza
I figli di Francesco Ferdinando e di Sofia furono:
Sophie von Hohenberg (1901-1990), sposò il Conte Friedrich von Nostitz-Rieneck (1891-1973);
Maximilian von Hohenberg (1902-1962), cr. I Duca di Hohenberg 1917, sposò la Contessa Elisabeth von Waldburg (1904-1993);
Ernst von Hohenberg (1904-1954), sposò Marie-Therese Wood (1910-1985);
Un figlio nato morto (1908).
Attuali commemorazioni
L'arciduca Francesco Ferdinando ed il suo Castello di Artstetten sono stati scelti per commemorare la moneta da 10 euro emessa dalla Repubblica d'Austria il 13 ottobre 2004 in occasione dei 90 anni dell'assassinio dell'arciduca. Il retro della moneta mostra l'entrata della cripta della famiglia Hohenberg. Sotto si trovano due ritratti dell'arciduca Francesco Ferdinando e della moglie, la duchessa Sofia di Hohenberg.
Ascendenza
Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este
Padre:
Carlo Ludovico d'Asburgo-Lorena
Nonno paterno:
Francesco Carlo d'Asburgo-Lorena
Bisnonno paterno:
Francesco II
Trisnonno paterno:
Pietro Leopoldo di Toscana
Trisnonna paterna:
Maria Ludovica di Borbone-Spagna
Bisnonna paterna:
Maria Teresa di Borbone-Napoli Trisnonno paterno:
Ferdinando I delle Due Sicilie
Trisnonna paterna:
Arciduchessa Maria Carolina d'Austria
Nonna paterna:
Sofia di Baviera
Bisnonno paterno:
Massimiliano I di Baviera
Trisnonno paterno:
Federico Michele di Zweibrücken-Birkenfeld
Trisnonna paterna:
Maria Francesca di Sulzbach
Bisnonna paterna:
Carolina di Baden
Trisnonno paterno:
Carlo Luigi di Baden
Trisnonna paterna:
Amelia d'Assia-Darmstadt
Madre:
Maria Annunziata di Borbone-Due Sicilie
Nonno materno:
Ferdinando II di Borbone
Bisnonno materno:
Francesco I delle Due Sicilie
Trisnonno materno:
Ferdinando IV di Napoli
Trisnonna materna:
Maria Carolina d'Austria
Bisnonna materna:
Maria Isabella di Borbone-Spagna
Trisnonno materno:
Carlo IV di Spagna
Trisnonna materna:
Maria Luisa di Parma
Nonna materna:
Maria Teresa d'Asburgo-Teschen
Bisnonno materno:
Carlo d'Asburgo-Teschen
Trisnonno materno:
Pietro Leopoldo
Trisnonna materna:
Maria Ludovica di Borbone-Spagna
Bisnonna materna:
Enrichetta di Nassau-Weilburg
Trisnonno materno:
Federico Guglielmo di Nassau-Weilburg
Trisnonna materna:
Luisa Isabella di Kirchberg
fonte: Wikipedia
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