2018-04-20

il matematico e la strega


Leonberg è una cittadina tedesca, non lontana da Stoccarda. Il suo apparire tranquillo cela, tra le pieghe della storia, l'avventura di una madre accusata di stregoneria e l'intenzione di uno dei figli, famoso matematico e astronomo, di difenderla da quella oltraggiosa accusa. Johannes, il figlio, difendendo la reputazione della madre, difese se stesso e la propria prodigiosa opera intellettuale. Gli attori di questa vicenda sono molti, alcuni illustri altri sconosciuti al mondo e forse anche a loro stessi: il principale, quello da copertina, è lo strano fenomeno mentale chiamato Caccia alle Streghe. Durante il primo periodo della storia moderna, dal 1450 al 1750 circa, migliaia di persone furono processate per il reato di stregoneria. Una grande percentuale delle accusate fu condannata a morte, solitamente il rogo. La grande Caccia alle Streghe in Europa fu essenzialmente un'operazione giudiziaria. L'intero processo di scoperta ed eliminazione delle streghe, dalla denuncia alla condanna, si svolgeva nell'ambito e sotto il controllo del sistema giudiziario. Tale sistema era psicologicamente, e fisicamente, penetrante negli animi degli accusati che tanti di loro decisero di sottrarsi al meccanismo infernale togliendosi la vita. Nel periodo della grande caccia alle donne, accusate di stregoneria, non sempre i tribunali riuscirono a mantenere il controllo sugli abitanti dei villaggi, i quali decisero per la soluzione più sbrigativa: la giustizia sommaria. I cittadini formavano dei comitati di salute pubblica che, in preda all'eccitazione del momento, giustiziavano le donne, e gli uomini, che erano sospettati d'essere collaboratori del demonio. 
In questo contesto inizia la vicenda del matematico e la strega. 
Katharina Guldenmann nacque a Eltingen, all'epoca città distinta da Leonberg, nel 1546. Il padre, Melchior, ricopriva il ruolo di sindaco della piccola cittadina. Sulla ragazza pesò per tutta la vita il dubbio delle malelingue poiché una sua zia fu accusata di stregoneria e, chiaramente, bruciata sul rogo purificatore. Nel 1571, all'età di 25 anni, conobbe Heinrich Kepler, che aveva incontrato grazie all'attività del padre. Poco dopo il matrimonio, il 27 dicembre del 1571, nacque il primogenito Johannes. Le cronache raccontano di una relazione tesa tra gli sposi, forse dovuta, ed incoraggiata, dalla famiglia d'origine di Heinrich che riteneva Katharina una pessima compagnia per il figlio. Il Padre di Heinrich, nonno di Johannes, ricopriva il ruolo di sindaco nella cittadina di Weil Der Stadt, nota per essere la Porta della Foresta Nera. Nel 1574, tre anni dopo il matrimonio, Heinrich Kepler decise di allontanarsi da questa situazione di tensione arruolandosi come mercenario nel vicino Belgio. L'anno seguente Katharina decise di raggiungere il marito per convincerlo a tornare in Germania. I coniugi, nuovamente riuniti, decisero d'acquistare una casa a Leonberg. Il piccolo Johannes, cresciuto in un contesto complesso, fu avviato alla carriera ecclesiastica. Nel 1584, a 13 anni, entrò nel seminario di Adelberg. Nel 1588 iniziò gli studi presso l'Università di Tubinga. L'anno seguente Heinrich, il padre di Johannes, decise di allontanarsi definitivamente dalla famiglia dopo 18 anni di matrimonio. 


Le cronache raccontano che poco dopo la separazione morì, in circostanze terribili, nei pressi della città di Augusta. Katharina rimase in compagnia dei figli nella cittadina di Leonberg. Johannes l'anno seguente iniziò gli studi di teologia presso la stessa università di Tubinga dove insegnavano professori, protestanti, seguaci del grande Copernico. Alcuni di loro convinsero Johannes della validità delle teorie copernicane. Nel 1594 il figlio di Katharina dovette interrompere gli studi teologici perché fu nominato insegnante di matematica presso la scuola evangelica di Graz. Le doti fuori dall'ordinario permisero a Johannes, poco dopo la nomina a professore, d'essere insignito del titolo di matematico territoriale di tutti gli stati della Stiria. Nel 1597 sposò una donna di nome Barbara che gli diede 5 figli, 2 dei quali morti in giovanissima età. Barbara morì nel 1611, lasciando a Johannes il compito di crescere i figli. Nel 1599 Tycho Brahe, l'uomo dal naso d'argento, offrì a Johannes il posto di assistente. La storia del naso d'argento di Brahe, pur intersecandosi marginalmente con la vicenda del matematico e la strega, non può essere ignorata. Tycho quando era ancora studente perse parte del naso in un duello. L'evento si verificò nel 1566 quando Brahe era ancora uno studente. Mentre partecipava ad una danza a casa di un professore ebbe un'accesa discussione con un membro della nobiltà danese. Il motivo del contendere atteneva a chi tra loro avesse il maggior talento matematico. Dopo una furiosa lite i due decisero di lasciare al luccichio delle armi la sentenza. Il duello avvenne la sera del 29 dicembre 1566. Nel buio della sera tedesca Tycho Brahe perse il setto nasale. Per il resto della vita fu costretto a portare una piastra d'argento, almeno questo è quanto affermato dalle cronache del tempo. Nel 1901 fu aperta la tomba del grande scienziato, collocata a Praga all'interno della chiesa di Santa Maria di Tyn. I resti furono esaminati dai medici esperti che scoprirono la cavità nasale bordata di verde, segno di esposizione al rame e non all'argento. Tornando all'epoca della fervente eccitazione contro il maligno, Johannes decise di accettare il prestigioso invito di Brahe, divenendo suo assistente nel 1600. Nell'assumere questa decisione, probabilmente, influirono gli editti contro i luterani emanati dai Re austriaci, convinti sostenitori della controriforma. L'anno seguente Brahe morì e Johannes ne prese il posto. Nel 1609 pubblicò il capolavoro della sua vita, Astronomia Nova. Nel 1613 si risposò con una donna di nome Susanna. La donna gli diede 6 figli, 3 dei quali morti durante l'infanzia. 


Alla fine del mese di dicembre del 1615, quando si trovava a Linz, a Johannes giunse una lettera della sorella che lo informava che la madre, Katharina, era accusata di stregoneria. Non solo, l'anziana madre aveva deciso di citare i detrattori per calunnia. Johannes si recò a Leonberg per comprendere la situazione. Informato dei fatti decise di ricorrere al duca del Wurttemberg per ottenere la possibilità di allontanare la donna dal paese portandola con se a Linz. L'anziana madre, testarda, decise di tornare a Leonberg per affrontare le accuse di stregoneria. I capi d'imputazione erano pesantissimi e numerosi i testimoni disposti a dichiarare che Katharina era una strega. All'alba del 7 agosto 1620 gli eventi precipitarono. L'anziana donna fu avvertita che gli uomini del governatore sarebbero andati a prelevarla presso la sua abitazione per condurla in prigione. Gli uomini di legge, o presunta tale, trovarono Katharina nascosta in una cassapanca. Completamente nuda. Johannes abbandonò Linz, gli studi e la pubblicazione delle sue teorie per trasferirsi in Germania. L'ultimo attore ad entrare in scena è il magistrato di Leonberg, Lutherus Einhorn. La prima accusante era una donna di nome Ursula, cugina del magistrato. La donna dichiarò che Katharina aveva tentato di avvelenarla con un filtro versato in una bevanda. Il secondo accusante era lo stesso magistrato, Einhorn, che dichiarò pubblicamente Katharina una strega. Il fatto avvenne nelle vie della città. Il magistrato, probabilmente ubriaco, incontrò l'anziana donna e senza riflettere sguainò la spada puntandola direttamente alla gola dell'atterrita Katharina. La donna decise di contrattaccare citando entrambi in giudizio per calunnia. Einhorn dichiarò che la donna lo tentò offrendogli del vino e “non appena assaggiato le gambe iniziarono a dolergli. Nel giro di qualche giorno il dolore era così forte da costringerlo a camminare con i bastoni. Poco dopo si era trovato completamente paralizzato”. Ulteriori accuse riguardavano il fatto che Katharina apprese la stregoneria frequentando una zia, che perse la vita sul rogo, e che aveva tentato di condurre una ragazza al sabba cercando di insegnarle i segreti di quella malvagia arte. 


Johannes decise di assumere Christopher Besold, professore di legge all'università di Tubinga, come avvocato difensore della madre. La causa fu trasferita ad un tribunale di grado superiore, a Guglingen, poiché era inusuale un tale dispiegamento di forze e menti per un semplice processo di stregoneria. Dopo molti mesi di attività processuale, mentre Katharina languiva nelle squallide prigioni della città, i difensori riuscirono a presentare una memoria di 128 pagine. L'immenso scritto, redatto quasi completamente da Johannes, confutava tutte le accuse. L'imbarazzo dei giudici fu tale da dover richiedere il parere dell'Università di Tubinga, dove Johannes aveva studiato e Besold insegnava. Malgrado i buoni auspici, il parere fu negativo per i difensori. 
Il 21 ottobre del 1621 Katharina fu condotta dal boia. L'uomo, fieramente, mostrò gli strumenti della tortura. L'anziana donna, per nulla impaurita di fronte a tale spiegamento di armi da taglio, si scagliò verbalmente contro tutti: detrattori, magistrati e sapienti. Poi, senza ulteriori forze che potessero sostenerla, cadde in ginocchio recitando il Padre Nostro. A quel punto il duca del Wurttemberg, presente all'evento, decise che la donna aveva superato l'ordalia senza confessare. Il nobile decise per la liberazione di Katharina. 
L'anziana donna morirà il 13 aprile dell'anno seguente da donna libera. 


Johannes von Kepler, italianizzato in Giovanni Keplero, in disgrazia e povertà si spegnerà pochi anni dopo, a 58 anni, a Ratisbona. Fu sepolto nel locale cimitero. La sua tomba si perderà nel 1632 quando le truppe di Gustavo Adolfo, durante la guerra dei Trent'Anni, distrussero il cimitero. 
Resistette la sola lapide dove, ancora oggi, si può leggere l'epitaffio da lui stesso composto: Misuravo i cieli, ora fisso le ombre delle terre. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell'oscurità.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Johannes Tralow, Kepler und der Kaiser, Berlin, Verlag der Nation 1961 

Paolo Aldo Rossi e Marco Ghione, Il figlio della strega, Aicurzio, Virtuosa-Mente, 2015 

Kurt Baschwitz: Hexen und Hexenprozesse, C. Bertelsmann Verlag, München, 1990 

Berthold Sutter: Der Hexenprozeß gegen Katharina Kepler, Weil der Stadt, Kepler-Ges., 1979 

Bucciantini Massimo, Mia madre non è una strega, Il Sole 24 ore, 9 ottobre 2017 

Rublack Ulinka, L'astronomo e la strega: la battaglia di Keplero per salvare sua madre dal rogo, Hoepli 2015

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

2018-04-11

la santa e l'assassino

 IL TRIPLICE OMICIDA ENRICO PRANZINI E SANTA TERESA DI LISIEUX




Enrico (Henri) Pranzini ritenuto nel 1887 colpevole dei raccapriccianti omicidi della prostituta d’alto bordo Marie Reginault, della sua serva, Annette Gremeret e della giovane figlia della Gremeret, avvenuti a Parigi, in rue Montaigne, fu anche, incredibilmente il primo ‘figlio’ di santa Teresa di Lisieux. Nel 1997 Teresa di Liseux è stata dichiarata Dottore della Chiesa, in occasione del centenario della morte avvenuto il 30 settembre 1897. Teresa di Lisieux fu una delle sante più amate dal mondo moderno. Perfino i suoi genitori, Zélie e Louis Martin saranno dichiarati santi. Siamo negli anni del pontificato di Carol Wojtila, che vuole affermare la santità della famiglia: l’autorità assoluta del Padre e l’obbedienza assoluta della moglie e dei figli. Ciò che contraddistingue la famiglia Martin e in particolare Teresa, è il trionfo del ‘sacrificio’. Nella famiglia Martin sono tutti ‘vittime’ gli uni degli altri. Teresa entra al Carmelo il 9 aprile 1888 a quindici anni, il 30 settembre 1894 è già morta. Morta di una terribile morte, dopo una feroce agonia, ‘guardata’ morire come in un terribile spettacolo che definirei quasi televisivo. Ma cominciamo dall’inizio e da un personaggio assai particolare che pare segnò nel profondo la vita spirituale di questa ragazzina ‘santa’, e cioè il triplice omicida Enrico Pranzini. Il triplice omicidio di cui fu accusato l’uomo, appassionò all’epoca l’opinione pubblica francese e anche Teresa. Pranzini sfuggiva allo stereotipo del semplice bandito, era un uomo colto, seducente, cosmopolita, nichilista. Teresa, adolescente, ne fu affascinata, tanto da leggere di nascosto i resoconti del processo sui giornali. Si impegnò per ottenerne la conversione in una sorta di sfida con Dio. Quando Pranzini, condannato a morte, deporrà sul crocifisso del cappellano un bacio, immediatamente prima di poggiare la testa sulla ghigliottina, Teresa riconoscerà il segno richiesto a Dio, e considererà Pranzini il suo primo ‘figlio’.
Il caso di Enrico Pranzini è molto interessante, e merita una breve approfondimento. La donna del cui omicidio fu incolpato, assieme a quello della serva e di sua figlia dodicenne, la definiremmo oggi una escort di lusso. Alcuni dei suoi clienti erano uomini di spicco del governo e dell'esercito francesi. Pranzini era un bell'uomo di 30 anni con una corporatura muscolosa, popolare tra le donne e descritto dalla stampa come un "gigolo". Un personaggio dalla vita strana e avventurosa. Nato in Egitto, era intelligente, mondano e parlava diverse lingue. Aveva lavorato come interprete e traduttore e viaggiato molto in Europa e nel Vicino Oriente. La stampa descriveva Pranzini come un "ricattatore professionista" che usava il suo bell'aspetto e il suo fascino per "fare l'amore con una donna più grande, metterla in suo potere e poi comprometterla se si rifiutava di pagare".
Sulla scena del crimine erano stati trovati oggetti (lettere, gemelli e una cintura) che implicavano un altro uomo, un certo Gaston Geissler. Tuttavia la polizia si gettò subito sulle tracce di Pranzini, che era una conoscenza della donna, nonostante il fatto che non avesse precedenti di violenza. Pranzini fu arrestato a Marsiglia in un teatro, ammise di conoscere Marie Regnault, e raccontò di essere fuggito da Parigi per timore di essere implicato negli omicidi, perché frequentava la donna. La polizia perquisì il suo alloggio a Parigi, e trovò degli indumenti macchiati di sangue. I giornali cominciarono a cercare informazioni su Enrico Pranzini. Scoprirono che era di origini italiane ma nato ad Alessandria nel 1856. Aveva servito come interprete nell'Esercito russo, e poi nell'esercito britannico, anche in Sudan. Pareva fosse stato anche  in Afghanistan e persino in Birmania. Arrivato a Parigi nel 1886, senza un soldo, era entrato subito nel mondo delle prostitute di alto bordo della capitale tra le quali appunto Marie Regnault. E questo aspetto della sua vita la polizia non lo approfondì, e nemmeno i giornali.
Pranzini si professò sempre innocente. L'accusa era circostanziale, basata  sul fatto che lasciò Parigi la notte degli omicidi e che diede dei gioielli simili a quelli che mancavano dall'appartamento della donna assassinata alle prostitute di Marsiglia nei giorni successivi al crimine. Fu condannato e condannato a morte,  esecuzione a ghigliottina. Dopo la sua esecuzione pubblica, il corpo di Pranzini, senza la testa, fu trasferito in una scuola medica di Parigi, dove alcune parti scomparvero. 
Ma ritorniamo alla storia di Teresa Martin nata ad Alencon, in Normandia, il 2 gennaio 1873. Prima di lei erano nati altri otto figli, due maschi e sei femmine, delle quali solo quattro erano rimaste in vita. La famiglia Martin era una famiglia borghese e benestante, profondamente ossequiente alle direttive religiose, etiche e sociali della Chiesa Cattolica. Luigi, il padre, possedeva un negozio di orologeria, la madre Zélie, dirigeva la manifattura e il commercio del famoso merletto di Alencon. Zélie morirà tre anni dopo la nascita di Teresa, e le sorelle più grandi Maria e Paolina ne prenderanno il posto. Teresa ha nove anni quando la sorella prediletta Paolina, la vice-madre, entra nel monastero carmelitano di Lisieux. Ne rimarrà sconvolta, cadrà malata e soffrirà di allucinazioni e deliri. Risale a questo periodo l’episodio ricordato come ‘la grazia del sorriso’: la statua della Madonna che si trova nella stanza di Teresa, sembra sorriderle. La bimba si sente subito meglio e a poco a poco guarisce. La sorella Maria subentra a Paolina per un breve periodo di tempo, fino a quando entra anche lei al Carmelo. Dopo il secondo e doloroso distacco ‘materno’ che segna la sua vita, Teresa decide che andrà anche lei al Carmelo, abbandonerà la vita di qua dove ha perso i riferimenti femminili più importanti dopo la madre, per la vita di là del monastero dove ‘sono’ le sue figure femminili più importanti. Ingaggerà dunque una battaglia all’ultimo sangue per riuscire ad entrare in monastero a quindici anni. Di fronte al veto opposto dal vescovo di Bayeux, decide di rivolgersi direttamente al Papa. Con l’appoggio delle sorelle Maria e Paolina, parte per Roma assieme al padre e alla sorella Celina. Intende fare una cosa proibita: rivolgere la parola al Papa durante l’udienza concessa ai pellegrini francesi. Papa è allora l’anziano Leone XIII. La risposta del Papa, tanto vecchio da apparire quasi rinsecchito sarà evasiva, nove anni dopo Teresa sarà già morta e lui sarà ancora vivo. Durante il suo viaggio in Italia, perfetto ‘prodotto’ della sua cultura, Teresa non dubiterà mai di nulla che le sarà mostrato, dalla lingua di S. Antonio a Padova, al corpo mummificato di S. Caterina da Siena. Anzi il suo cuore palpiterà fantasticando sul martirio dei cristiani al Colosseo. L’unico ‘pensiero’ autonomo che le sfugge è un’osservazione quasi femminista: non capisce come mai alle donne, in Italia, siano opposti così tanti divieti e così tante minacce di essere scomunicate. Ma si consola pensando che in cielo le ultime saranno le prime. Nel frattempo anche la sorella Leonia entra in monastero. Non nel Carmelo di Lisieux ma presso le Visitandine.
Dopo il viaggio a Roma, paiono non esserci più ostacoli. Infatti, il 9 aprile 1888 Teresa entra a quindici anni al Carmelo, un piccolo monastero dove una ventina di religiose seguono la regola di Santa Teresa d’Avila, sotto la guida di una superiora, Madre Maria di Gonzaga che da subito la prende di mira. Quella terza sorella Martin nel convento, non fu ben accolta. Troppe donne della famiglia Martin in un piccolo convento. Teresa agli occhi delle consorelle non si distinguerà né per particolari virtù, né per particolari doti umane, come le stesse testimonieranno nel processo di canonizzazione. La vita conventuale di Teresa scorrerà nella sua forma più ovvia e normale. E in clan Martin all’interno del convento si allargherà ancora con l’ingresso di un’altra sorella, Celina e della cugina Maria Guérin. Le donne Martin nel convento arrivano a formare un quinto dei membri della comunità. La famiglia Martin diventa la colonna economica su cui si regge in gran parte la vita della comunità, e inevitabilmente le tensioni tra le ‘sorelle’ Martin e la Madre Gonzaga che si vede accerchiata aumentano a dismisura. Madre Gonzaga, soprattutto, non sopporta Teresa. La ragazza non ha mai fatto alcun lavoro, neanche domestico, ed è lenta ad imparare. Inoltre mal sopporta la dura regola carmelitana che prevede veglie, digiuni, alimentazione scarsa. Il freddo nel convento poi è intenso, non c’è riscaldamento e l’abito monastico prevede i piedi nudi in sandali di corda. I lavori di pulizia degli ambienti sono gravosi, come il bucato. Tutti lavori che Teresa non aveva mai fatto. Presto, si manifestano in Teresa i sintomi della tubercolosi: tosse persistente, mal di gola, raucedine, inappetenza. La sorella Paolina, ora priora del convento, in un diario registra lo stato di salute precario della sorella, fin dai primi tempi. Tuttavia una diagnosi della malattia di Teresa non fu mai fatta, e la parola tubercolosi fu pronunciata solo quando ormai la ragazza era morente. Teresa non fu esonerata da nessuno degli impegni di preghiera, di penitenza e di lavoro previsti, neanche da quelli più gravosi. Gli alti e bassi della salute continuarono per due anni, senza che nessuno intervenisse. Nel convento lei aveva ben tre sorelle e una cugina. La sorella a lei più cara, Paolina, era addirittura priora del convento e lo rimase fino al marzo del 1896. E, Teresa, obbedisce all’obbligo che impone di informare sempre la priora delle proprie malattie. Giungono le emottisi, Teresa inizia a sputare e a vomitare sangue. Teresa continua la vita comunitaria. Giunge la febbre, che non sarà mai misurata, la mancanza di respiro, ma la sua comunità non se ne preoccupa. Lo stesso medico del monastero dichiara che Teresa ha una buona cera. Solo fra l’aprile e il maggio del 1897, dopo continue emottisi, il dottor Corniére ammette che Teresa è malata. Quando si decidono a farla scendere dalla sua cella all’infermeria la ragazza è ormai agli estremi. Le sarà sempre accanto Paolina, che negli ultimi mesi di vita della sorella, prenderà nota di quanto avveniva quotidianamente e soprattutto delle parole pronunciate da Teresa. A mano a mano che Teresa parlava, Paolina prendeva nota. Fra il sette luglio e il cinque agosto 1897 si contarono venti emottisi. Il polmone destro era ormai totalmente perduto, il sinistro già invaso nel suo terzo inferiore. La tubercolosi raggiunse gli intestini che andarono in cancrena. E intanto l’amata sorella Paolina, arrivava tutti i giorni, durante i periodi di ricreazione, riferendo a Teresa morente le aspettative del convento nei riguardi della sua morte, e ne registrava le parole. Enorme scandalo scoppia nel convento quando si sparge la voce che Teresa non riceve più la comunione, benché fosse la tosse e la sfinitezza ad impedirglielo, ciò non rispettava i canoni della bella ed eroica morte. La vogliono santa. Tanto che la povera Teresa un giorno esclama: Mi bersagliano di domande come Giovanna d’Arco davanti al suo tribunale. Perché Teresa è troppo normale, così normale che alla sua morte la priora troverà difficile compilare il suo necrologio.
Intorno a lei tutti però la vogliono santa, e si rifiutano di vedere la sua sofferenza estrema, il suo corpo sfinito, le ossa che le bucano le mani. In un delirio collettivo così la descriveranno: ‘I suoi occhi brillavano di pace e di gioia, e il suo volto di un sorriso celestiale. Era di una bellezza che rapiva’. E’ quanto dissero coloro che furono presenti la sera che Teresa Martin, una ragazza di ventitré anni entrata in convento a quindici, morì. Il 30 settembre 1897.


Invito tutti coloro che fossero interessati ad approfondire la figura di Teresa di Lisieux a leggere, e rileggere il libro di Ida Magli 'Teresa di Lisieux. malattia romantica e passione per la vita'. 

fonte: http://larapavanetto.blogspot.it/

2018-04-04

Italia: il cimitero nucleare



di Gianni Lannes

In una frase: sporchi affari sulla pelle degli italiani; senza contare rischi e pericoli per la salute della popolazione. Quali sono le aree potenzialmente idonee ad accogliere il deposito unico di rifiuti radioattivi? Il governo Gentiloni come i precedenti soprattutto l’esecutivo Renzi, non lo vuole rivelare e ne ha fatto un segreto di Stato, anche se non apposto formalmente dall’inquilino senza mandato elettorale di Palazzo Chigi.

«La CNAPI sarà pubblica entro settembre 2017» aveva detto Carlo Calenda in commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti nel corso dell’audizione datata 27 giugno 2017. Ora il ministro pro tempore Calenda ha reiterato la promessa. C’è da credergli? Nel frattempo, mentre la Sogin dilapida impunemente dal 1999 il denaro pubblico (accertamento della Corte dei Conti) degli ignari contribuenti, i depositi temporanei di scorie radioattive aumentano a dismisura. Attualmente se ne contano ben 22 temporanei e 7 definitivi, senza annoverare quelli gestiti direttamente dalle ecomafie nelle cave dismesse e in fondo al mare (Tirreno, Jonio e Adriatico) in collaborazione con i servizi segreti italidioti. Una modalità scoperta dal capitano della Guardia Costiera di Reggio Calabria, Natale De Grazia, assassinato il 12 dicembre 1995 (mediante avvelenamento accertato dall'ultima autopsia), mentre indagava sull’affondamento sospetto di 180 carrette del mare, inabissate dolosamente.

Una follia tecnica? Un deposito di superficie dove allocare scorie di prima, seconda e terza categoria (le più pericolose) accoglierà circa 100 mila metri cubi di rifiuti radioattivi nostrani, nonché quelli rimpatriati in particolare dalla Francia e dall’Inghilterra. 
Senza contare i quasi 550 metri cubi annui di scorie radioattive prodotte dalle attività industriali e mediche. Eppure il ministero dello Sviluppo economico (Mise), insieme all’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e a Sogin - la società pubblica che si occupa del decommissioning (smantellamento) nucleare - discutono a porte chiuse, in violazione della Convenzione di Aarhus (ratificata dalla legge italiana 108/2001). Tanto che la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), ossia le mappa con i luoghi italiani che rispettano i criteri per ospitare il deposito, è tenuta sotto chiave e bollata ufficiosamente come “segreto di Stato”. Nonostante comunità locali, cittadini e comitati vogliano sapere se il deposito si troverà nella loro regione e la Cnapi debba essere pubblicata prima di decidere dove sarà costruito la discarica nazionale, da gennaio 2015 l’elenco dei siti potenzialmente adatti ad accogliere le scorie nucleari italiane è un documento fantasma.
Il 22 giugno 2017 il deputato del partito democratico Angelo Senaldi ha presentato un’interrogazione, che a tutt’oggi, a legislatura scaduta, non ha mai avuto una risposta dal governo Gentiloni.

È evidente che scelte di questo tipo non possono essere fatte senza una condivisione con il territorio . Ora, eliminando i territori sismici e quelli altamente urbanizzati e a rischio idrogeologico, solo per elencare alcune delle caratteristiche che il luogo che accoglierà il deposito non potrà avere, i migliori candidati potrebbero essere il Nord e la pianura Padana. nessun politicante italidiota eterodiretto da interessi affaristici vuol rischiare di perdere consensi. Ne consegue che la scelta ricadrà più su aspetti sociali che tecnici, ovvero il deposito sarà costruito nel luogo in cui il conflitto sociale e lo scontro con l’opinione pubblica sarà più basso. Il deposito nazionale, secondo il progetto sulla carta verrà accompagnato dalla creazione di un Polo tecnologico di natura ancora non precisata. Si tratta delle compensazioni da offrire a chi affitterà per tre secoli i circa dieci ettari necessari al deposito.

Carte alla mano, gli esperti di Iaea e i tecnici di Sogin hanno riallineato i costi effettivi del decommissioning italiano, che si aggirerà attorno ai 7,2 miliardi di euro, 400 milioni più rispetto ai 6,8 miliardi con cui il manager Desiata si era presentato all’esame. Desiata ha spiegato che dal 2001 il programma di smantellamento abbia coperto solo un quarto della strada (26 per cento), che però è già costato 3,2 miliardi di euro, il 44 per cento dell’ultima stima.

Tra i siti temporanei sono comprese anche le quattro centrali nucleari italiane ferme da trent’anni: Trino, in Piemonte; Caorso, nel Piacentino; Latina e Garigliano, in provincia di Caserta. Se ne occupa Sogin. La spa ha responsabilità diretta anche su altri quattro impianti del ciclo del combustibile: l’Eurex di Saluggia e Bosco Marengo in Piemonte, il centro della Casaccia fuori Roma e l’impianto Itrec Rotondella a Matera. Vanno poi sommati i centri di ricerca, le industrie, i rifiuti prodotti dalle forze armate italiane e straniere, incluso lo smaltimento delle radiologie ospedaliere.

Il 18 settembre 2017 le autorità francesi hanno scritto al ministero dell’Ambiente italiano. Apprezzano il piano nazionale per il deposito ma sottolineano “il carattere ambizioso di questo programma, tenuto conto dei pesanti rischi sulla creazione di questo tipo di installazione”. Ed inoltre, si interrogano sulla “compatibilità dei tempi della procedura con l’obiettivo di consegnare l’autorizzazione prima del 2021, data di avvio dei lavori per la creazione dell’installazione”.  Per questo la Francia si pone delle domande sulla soluzione proposta dall’Italia “per assicurare il rispetto dei suoi impegni sul rientro delle scorie nei tempi previsti dall’accordo di Lucques”, un’intesa che ha consegnato oltralpe 235 tonnellate di rifiuti radioattivi italiani, da recuperare tra il 2020 e il 2025, nel caso “un ritardo provocasse un allungamento dei tempi di realizzazione del deposito nazionale”.  


Riferimenti:




2018-03-25

il Grande Fratello sa tutto di noi, soprattutto grazie a noi

Facebook avrebbe “passato” a Cambridge Analytica 51 milioni di profili. Destinazione, la campagna pro-Brexit e quella pro-Trump, consentendo ai persuasori di mirare con precisione, fino a centrare in modo selettivo il target desiderato: appelli politici per convincere utenti già “schedati” dal social network, presentati (a loro insaputa) come “clienti” teoricamente disponibili, in base alle loro preferenze: idee espresse nei commenti, tipologia dei consumi dichiarati. Da qui la mappatura virtuale del “cliente”: se so cosa ti piace oggi, il mio sistema deduce al volo ciò che ti piacerà domani. Si grida allo scandalo: Steve Bannon, l’ex guru di Trump, è uno stregone della manipolazione. «Non lo faremo più», promette Zuckerberg. Scandalo? Bannon fa il suo mestiere: portare voti ai politici per cui lavora. Anche Zuckerberg fa il suo mestiere: vendere al marketing i profili degli utenti, che sono ormai 2 miliardi di persone, in tutto il mondo. Rivelazioni: il potente algoritmo messo in campo da Cambridge Analytica permette di “scannerizzare” all’istante, incrociando dati, anche le intenzioni degli ignari utenti, scoprendo in anticipo chi voterà per chi. Ma né Bannon né Zuckerberg hanno mai estorto alcunché: la fornitura dei dati-chiave è volontaria, da parte degli utenti.
Gli utenti di Facebook, poi, sanno benissimo (o dovrebbero sapere) che non sono proprietari dei contenuti delle loro “pagine”: dal punto di vista legale, in base al diritto editoriale, tutto ciò che viene pubblicato – parole e pensieri, immagini e video – non Mark Zuckerbergappartiene in nessun caso a loro, ma solo a Facebook. In quanto editore unico e senza vincoli, il social network è liberissimo di rimovere i contenuti quando vuole, senza neppure l’obbligo di lasciarne una copia, privata, a disposizione dell’utente. Quasi un terzo dell’umanità ormai utilizza Facebook, affidando alla piattaforma social la rappresentazione pubblica – più o meno realistica – della propria identità personale. Facebook offre una vasta gamma di servizi – a costo zero per l’utente, ma remunerati in altro modo: è ovvio che faccia gola, al marketing, la più grande banca dati del pianeta. Perché stupirsene? Se si fa una qualsiasi richiesta a Google, il motore di ricerca la registra, classificando subito l’utente e proponendogli – sotto forma di proposta pubblicitaria – merce analoga a quella già cercata. Anche Google “sa” chi siamo e cosa ci piace. Anche Google svolge un servizio gratuito per l’utente. Un servizio prezioso, ormai imprescindibile, e remunerato altrimenti, cioè mettendo il profilo psicologico del potenziale cliente a disposizione del mercato.
Con l’avvento degli smartphone, oggi il sistema sa anche – sempre – dove siamo. Attraverso i social, le chat, le email, il sistema sa cosa pensiamo, dove andiamo, chi incontriamo. Anni fa, fece scalpore la rivelazione – esternata dal solo Marcello Foa – del capo dei servizi segreti svizzeri: spiegò che ogni parola in uscita dai nostri computer finisce in due immensi archivi, dislocati a Londra e a Washington. Il Grande Fratello è in ascolto, certo: ma qualcuno può davvero stupirsene? Smentendo il vittimismo complottistico, un osservatore atipico come Paolo Franceschetti (avvocato, autore si studi scomodi sui misteri italiani) offre la seguente riflessione: perché ci illudiamo che in passato la situazione del “popolo” fosse migliore? Fino a ieri non ci voleva molto per rischiare il carcere, bastava mancare di rispetto al sovrano (e l’altro ieri peggio ancora, si finiva sul rogo per il solo Marcello Foafatto di aver manifestato idee difformi dal dogma vigente). Oggi, al contrario, si assiste a una diffusione di opinioni quale mai s’era vista, in migliaia di anni. Circolazione istantanea di idee, libera e planetaria. Osservata e spiata? Vietato meravigliarsene.
Quanto a Facebook, parla da sola la sua data di nascita. Serviva un sistema per raccogliere dati e schedare milioni di persone, in modo da trarre d’impaccio l’intelligence Usa, in enorme imbarazzo dopo la storica débacle dell’11 Settembre. Zuckerberg ha offerto la soluzione più brillante, a costo zero per lo Stato: sarebbero stati direttamente i cittadini a raccontare tutto di sé – chi sono, dove vivono, in cosa credono, che amici hanno. Facebook ha raccolto milioni di confidenze, che oggi sono diventate miliardi. Ma non le ha carpite: gli sono state offerte spontaneamente. Il sistema ha solo creato uno spazio (pubblico) per esprimerle e condividerle. Uno spazio che prima non esisteva, e di cui gli Zuckerberg del pianeta avevano intuito il bisogno, la necessità percepita. Parlare, raccontarsi: prima dell’avvento dell’email (non secoli fa: si parla della vigilia del Duemila) le persone avevano smesso di scriversi lettere. Hanno ricominciato a scrivere proprio grazie alla posta elettronica. Milioni di persone hanno ristabilito contatti epistolari frequenti, recuperando anche il gusto della scrittura. Facebook e gli altri social Laura Feziamedia completano l’offerta, realizzando un diario digitale personale ma condivisibile, arricchito da segnalazioni e link, veicolando in questo modo l’altra grande fonte recente di idee e informazioni: i blog.
Nella sua ricostruzione della storia del Cristianesimo, formulata da un punto di vista ruvidamente anticlericale, un’autrice come Laura Fezia sostiene che il “format” cristiano sia stato fabbricato in vitro travisando la Bibbia e inoculato come un virus nell’imperialismo romano, per corroderlo dall’interno fino a farlo crollare. Tradotto: se non riesci a battere il nemico in campo aperto, ti conviene infiltrarlo. E’ nemico, oggi, il web? E’ sicuramente padrone: compra, vende, orienta, controlla, manipola. Non è un amico disinteressato: se l’ha fatto credere, bluffava. Ma spesso (quasi sempre) è un alleato di cui non si può fare a meno. E’ un orizzonte sistemico, nel quale vivere, e in cui – come in ogni altra cosa – convivono due modi di intendere e volere. Il bene e il male? Dipende sempre dal punto di vista: il male della gazzella coincide con il bene dei cuccioli della leonessa. Sarà anche una savana, il web, ma non è senza padroni: è anzi un giardino zoologico severamente protetto e custodito dai grandi proprietari dell’infrastruttura strategica, da cui ormai dipende il pianeta, che è diventato infinitamente e istantaneamente manipolabile. Sono infatti tramontate le fiabe ingenue sull’innocenza della Rete, utilizzate anche in Italia a fini politici. Ma la Rete resta, e – con i suoi limiti – è ancora disposizione: per ospitare idee, magari, oltre che immagini delle vacanze e piatti “stellati”, fotografati al ristorante.

fonte: http://www.libreidee.org/

2018-03-15

l'avvelenatrice dell'antica Roma


Agli inizi del primo secolo una bambina vide la luce a stretto contatto con i sacerdoti dell'antica religione celtica. I druidi, tra i Celti della Gallia e delle isole Britanniche, si occupavano dei riti di culto comprendenti l'interpretazione degli auspici, la conservazione e la trasmissione del sapere tradizionale, l'amministrazione della giustizia civile e, ove richiesto, il sacrificio umano. L'influenza della casta sacerdotale non si limitava alla sfera religiosa, ma si allargava a tutti gli ambiti della vita sociale e culturale della tribù: i druidi erano maestri, giudici e consiglieri del re. In questo ambiente la bimba, che sarà conosciuta come Lucusta, crebbe forte, decisa e sapiente. Le nebbie del tempo avvolgono la conoscenza della sua infanzia. La ritroviamo adolescente a Roma, come schiava. 


L'Urbe era terra di complotti, corruzione, vizio e lussuria. Lucusta si ambientò bene e grazie alla conoscenza della farmacologia riuscì ad aprire un emporio sul Palatino. All'interno della bottega vendeva pozioni e veleni. In brevissimo tempo divenne un punto di riferimento per patrizi, matrone e senatori che necessitavano della sua arte per risolvere piccoli, o grandi, problemi quotidiani. La sua fama giunse all'orecchio di Agrippina Minore, Agrippina minor per distinguerla dalla madre Agrippina maggiore, moglie dell'imperatore Claudio, suo zio. Claudio adottò il figlio, di nome Nerone, che Agrippina ebbe dal precedente matrimonio con Gneo Domizio Enobarbo. L'imperatore Claudio morì improvvisamente dopo aver mangiato un piatto di funghi letali della specie Amanita phalloides, probabilmente procurati da Lucusta, il 13 ottobre del 54, mentre venivano celebrate le Fontinalia, festività in onore del dio Fons. L'imperatrice nascose il più possibile la notizia della morte ai figli naturali, trattenendoli nelle stanze del palazzo. Nel frattempo Nerone scese tra la folla annunciando la triste notizia e, grazie ad un discorso estremamente convincente, fu acclamato imperatore. La motivazione del gesto di Agrippina minor potrebbe trovare un fondamento nell'idea che la donna volesse vedere il proprio figlio, Nerone, sul trono di Roma mentre era ancora abbastanza giovane da dover seguire i consigli materni. 


Dopo la morte di Claudio fu promulgato un editto che bandiva astrologi, streghe e maghi dall'Italia, pena l'arresto. L'avvelenatrice, o colei che procurò lo strumento di morte, Lucusta fu accusata e condannata a morte per l'omicidio di Claudio. Nerone, venuto a conoscenza dell'imminente esecuzione capitale, mandò un tribuno del pretorio a salvare la donna. In cambio di ciò le fu ordinato di avvelenare Britannico, figlio naturale di Claudio e aspirante al trono. Nerone offrì a Lucusta la totale impunità da quel momento sino alla morte. Britannico, che ancora non aveva compiuto 14 anni, aveva denunciato pubblicamente l'illegittimità della successione di Nerone. La donna faticò per trovare la soluzione alle richieste. Il primo tentativo di avvelenamento del ragazzo si concluse con una scarica di diarrea. Quando Nerone fu informato del fatto si scagliò violentemente contro Lucusta, minacciandola di morte. L'avvelenatrice riprovò, utilizzando una capra per l'esperimento. Il povero animale morì nell'arco delle cinque ore successive. Nerone riteneva pericoloso quel lungo trascorrere del tempo. La donna decise per una soluzione diversa. La testò con un maiale, che spirò poco dopo. Giunse il momento di Britannico. Il ragazzo presenziava ad un banchetto e, poiché un servo assaggiava i suoi cibi e le sue bevande, per non alterare la consuetudine e non far trasparire il delitto con la morte di entrambi, la donna ricorse al seguente trucco: servirono a Britannico una bevanda ancora innocua ma calda, che subì l'assaggio del servo preposto a tale compito. Il ragazzo rifiutò la bevanda perché troppo calda. I congiurati versarono il veleno insieme all'acqua fredda. Britannico perse i sensi, si accasciò. I commensali si agitarono e, restando immobili, fissarono Nerone. L'imperatore, senza scomporsi, disse che si trattava del solito attacco di epilessia, di cui il ragazzo soffriva sin da bimbo, e che poi sarebbero ritornati la vista e gli altri sensi. Britannico morì rapidamente. Furono celebrati funerali senza onori e la salma fu sepolta in Campo Marzio. Nerone realizzò l'omicidio tenendo all'oscuro la madre. 


Lucusta fu ricoperta di onori. L'imperatore le permise di aprire una scuola dove poter insegnare i segreti dell'antica arte alle ragazze. L'assassina continuò la sua opera omicida senza incontrare ostacoli, divenendo l'avvelenatrice di corte. Fu chiamata ancora una volta da Nerone nel 68 quando scoppiò l'ultima rivolta contro di lui. La donna fornì del veleno all'imperatore affinché lo usasse per suicidarsi. La storia racconta che si pugnalò alla gola con l'aiuto del segretario Epafrodito. Prima di morire, secondo Svetonio, pronunciò la frase “quale artista muore con me”. Con la fine del suo protettore giunse, inevitabile, anche la caduta e l'oblio per Lucusta. Alcuni mesi dopo il suicidio, scenografico, di Nerone, Lucusta fu condannata a morte dall'imperatore Galba. La donna morì il 9 gennaio del 69 durante gli Agonalia dedicati a Giano. La morte cancellò il vero nome della donna, creando la leggenda di Lucusta. La morte, come la vita, è avvolta dalle nebbie della memoria. Secondo Apuleio di lei si diede un pubblico e ferocissimo spettacolo. La donna fu condotta in catene per tutta Roma e giustiziata. Non si conosce con quale metodo fu eseguita la condanna a morte. Una leggenda vuole che sia stata violentata da una giraffa ed in seguito fatta a pezzi da diversi animali feroci. Tale ipotesi appare altamente improbabile. Una seconda narrazione vuole che sia stata semplicemente strangolata e il cadavere incenerito dalle fiamme di un rogo. Comunque sia andata, Lucusta rappresentò una figura importante nei complotti e negli omicidi della Roma Antica.
Non è semplice trovare riferimenti a Lucusta nella storia. 
Una delle prime citazioni in letteratura è rintracciabile nelle Satire di Giovenale: “alle sue parenti inesperte insegna, meglio di Lucusta, come seppellire le spoglie grigie dei mariti tra le chiacchiere della gente”. Una seconda citazione, molto vicina ai tempi che viviamo, è rinvenibile ne Il conte di Montecristo, capolavoro di Alexandre Dumas. L'autore cita Lucusta come “una di quegli orribili e misteriosi fenomeno che ciascun secolo produce”. 
Cosa rimane di Lucusta?
La certezza che fu la prima assassina seriale documentata dalla storia.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia
Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo

Carlo Lucarelli, Massimo Picozzi, Serial killer. Storie di ossessione omicida, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2003

Cassio Dione Cocceiano, Storia romana

Decimo Giunio Giovenale, Satire

Dirk C. Gibson, Legends, Monsters, Or Serial Murderers?, Westport (Connecticut), Preager, 2012
Gaio Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari.

Michael Newton, The Encyclopedia of Serial Killers, New York, Infobase Publishing, 2006

Publio Cornelio Tacito, Annales.

Sara Waller, Serial Killers, Hoboken (New Jersey), John Wiley & Sons, 2010

Vincenzo Maria Mastronardi, Ruben De Luca, I serial killer, Roma, Newton Compton Editori, 2005

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

2018-03-02

Pantani ucciso dai boss del doping che lanciarono Armstrong?

Vuoi vedere che Pantani è stato distrutto e poi eliminato anche per evitare che facesse ombra a Lance Armstrong, il super-campione (artificiale) vicino ai Bush? Doping, ciclismo e morte: secondo Gianfranco Carpeoro, autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, l’industria segreta del doping usa i ciclisti come cavie per sperimentare nuove, micidiali droghe “performanti”, destinate a soldati e guerriglieri: un business colossale, realizzato con la copertura di case farmaceutiche e gestito da poteri “supermassonici” pronti a eliminare fisicamente chiunque osi ribellarsi. Come Pantani, per esempio? La sua fine: un monito, per qualsiasi altro ciclista che avesse provato a rifiutare la siringa? Supermassoni reazionari i Bush, “padrini” di Armstrong. Esoteristi, probabilmente, anche i killer di Pantani: lo afferma Lara Pavanetto, analizzando lo strano messaggio “alchemico” rinvenuto nella stanza in cui il campione romagnolo morì. Per Paolo Franceschetti, avvocato per lunghi anni, quel delitto è “firmato” Rosa Rossa, potente associazione occultistica all’origine di svariati crimini eccellenti, come quello del Mostro di Firenze: il delitto rituale come pratica “magica”, e il clamore mediatico come utile mezzo per spaventare l’opinione pubblica, rendendola più docile verso l’autorità costituita. Il ribelle Pantani? Andava punito e infangato con la pena del contrappasso. Aveva evocato lo spettro del doping? Bene, sarebbe morto disonorato: spacciato per cocainomane.
Sono in tanti, a livello internazionale, ad aver ormai capito che il delitto Pantani era a doppio fondo. Lo sostiene la Pavanetto, autrice di originali ricerche storiche. Sul suo blog cita due giornalisti: il francese Pierre Ballester, già inviato de “L’Equipe”, e Marco Pantanil’inglese David Walsh, del “Sunday Times”. Nel loro libro “L.A. Confidential, i segreti di Lance Armstrong”, avanzavano già nel 2004 pesanti sospetti sulle sei vittorie consecutive di Armstrong al Tour, dal 1999 al 2004, dopo il primo campionato del mondo vinto nel ‘92. Successi strabilianti, quelli del Tour, che avevano sollevato pesanti dubbi, dopo la gravissima malattia che aveva tolto Armstrong dalle corse per un paio d’anni, dalla fine del ‘96 a metà del ‘98. Tumore: asportazione di un testicolo, intervento chirurgico su gravi metastasi ai polmoni e al cervello, pesantissime cure chemioterapiche. Vengono in mente le parole del Pirata, citate nel libro del giornalista francese Philippe Brunel, “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” (Bur, 2008): «Non hai fatto il corridore? Tu lo sai cosa vuol dire scalare una montagna, correre sotto il caldo. Credi davvero che si possa vincere il Tour dopo aver battuto il cancro?». Con il loro libro, annota Pavanetto, Ballester e Walsh avevano anticipato un’inchiesta pubblicata nel 2001 dallo stesso Walsh sul “Sunday Times”, dal titolo “Suspicion”. Il giornalista era partito dalla denuncia di un ex corridore junior, Greg Strock: secondo i suoi allenatori, Armstrong «aveva valori biologici eccezionali che non si trovavano in Usa dai tempi di Lemond».
Nel 2000, ricorda Lara Pavenetto, Strock si era laureato in medicina. Grazie alle competenze acquisite, aveva denunciato la Federazione americana per averlo sottoposto a un doping sistematico che lo aveva fatto ammalare, fino a costringerlo allo stop dell’attività. Anche Armstrong, nota Walsh, era in nazionale in quel periodo. Strock chiamava in causa due tecnici della nazionale, uno dei quali, Chris Carmichael, era uno dei personaggi più vicini ad Armstrong da sempre. Nell’inchiesta si parlava anche del licenziamento improvviso dalla Us Postal (la squadra di Armstrong sponsorizzata dal ministero delle Poste statunitense) nel 1996. Fu licenziato anche il medico Steffen Prentice, che secondo Strock si era rifiutato di dopare dei ciclisti della squadra. Walsh raccolse anche la dichiarazione di un ex professionista, compagno di Armstrong alla Motorola dal 1992 al 1996, che sotto anonimato dichiarò: «Passammo all’epo nel 1995 perché non si vinceva, e avevamo avuto un 1994 nero». In “L.A. Confidencial”, Ballester e Wash hanno ricostruito anche il caso del litigio fra Armstrong e Greg Lemond a proposito di Michele Ferrari, il medico italiano coinvolto in numerosi processi di doping in Italia e difeso a spada tratta dal corridore Pierre Ballestertexano. Ma la parte più interessante del racconto, scrive Lara Pavanetto, riguarda la testimonianza di Emma O’Really, massaggiatrice per tre anni (a partire dal 1998) dell’Us Postal, la squadra del trionfatrice al Tour.
Nel giugno del 1999, la O’Really registra sul suo diario un colloquio con Lance. L’americano le dice che, con l’ematocrito basso, non si possono fare grosse performace. Lei allora gli chiede cosa intenda fare: «Quello che fanno tutti gli altri», ribatte lui, che più tardi, durante il Tour, le chiederà anche di coprire con fondotinta i segni delle iniezioni sulle braccia. L’americano fu trovato positivo ai corticoidi ad un controllo al Tour de France del 1999, ma fu discolpato dall’Uci (Unione ciclismo internazionale) dopo aver spiegato di aver «utilizzato una pomata contenente una sostanza vietata per curare una ferita procuratagli dal sellino della bicicletta». Armstrong affermò sempre di non avere mai assunto prodotti vietati, neppure a causa del suo tumore, che gli provocava una carente produzione fisiologica di testosterone, con la necessità dunque di assumerlo. Il libro riporta anche i pareri di scienziati illustri, i quali ritenevano umanamente impossibile – dopo un tumore, metastasi, operazioni, chemioterapie – andare forte come Armstrong, e vincere sei Tour de France.
A Philippe Brunel, per il libro uscito nel 2002, Marco Pantani confida: «E’ strano, ogni volta che si parla di Armstrong tutti stanno zitti, come se nessuno avesse un’opinione. Io, in ogni caso non ci credo. E non ci crederò mai. È un personaggio finto, una specie di eroe dei fumetti – guarda, è Spiderman. Ora, chi l’ha creato? Chi lo ha voluto così? Non ne so nulla. Ma sono troppo realista per credere alla sua storia». Ma Lance Armstrong in quegli anni poteva fare e dire di tutto, e – come diceva Pantani – nessuno sembrava vedere nulla. Era “invicibile”, Armstrong. «L’amico dei repubblicani, l’amico di George W. Bush. L’amico di tanti politici e tante star di Hollywood. Armstrong sognava di correre un giorno per la poltrona di governatore del Texas e magari in seguito puntare anche alla Casa Bianca», scrive Pavanetto. Le sue perfomance “aliene” «avevano accelerato la mondializzazione di uno sport che storicamente era di matrice europea: grazie a lui, nel mondo del ciclismo la lingua inglese soppiantò il francese». Con Lance Armstrong diventarono volti abituali quelli dei cronisti del “New York Times”, del “Financial Emma O'ReallyTimes”, del “Wall Street Journal”, e quelli degli inviati di reti televisive come la “Cnn” o la “Cbs”, «che non perdevano una tappa se targata Armstrong: il re assoluto e incontrastato del ciclismo, temuto e idolatrato».
Armstrong fu anche «l’amico di tanti potenti dello sport mondiale», e donò all’Uci centomila dollari nel 2000 per comprare dei macchinari antidoping. «Tutto quello che ha fatto Armstrong è stato possibile perché qualcuno gliel’ha permesso». Parafrasando le parole di Pantani: «Chi lo ha creato? Chi l’ha voluto così?». Il doping serve a vincere, ma soprattutto a fare moltissimi soldi, ricorda Lara Pavanetto. «In due decenni di attività come ciclista professionista, grazie alle sponsorizzazioni, Lance Armstrong ha accumulato un patrimonio stimato attorno ai 125 milioni di dollari». Ma anche gli sponsor fanno fiumi di soldi col doping, «per cui la diffusione del fenomeno non è attribuibile solo ad atleti, allenatori, medici o direttori sportivi, ma anche a chi alimenta l’ingranaggio». Come l’Us Postal Service: «Fu lo sponsor di Armstrong tra il 2001 e il 2004, spese 32,27 milioni di dollari per sponsorizzare il team di Armstrong e ricevette benefici di immagine e marketing per 103,63 milioni». Come sottolineò l’avvocato di Armstrong, Tim Herman, a scandalo doping ormai scoppiato, «il ritorno per il ministero delle Poste statunitensi fu del 320% in quattro anni».
I guai di Pantani, ricorda Pavanetto, iniziano il 5 giugno 1999 subito dopo l’arrivo a Madonna di Campiglio, penultima tappa di un Giro d’Italia che il Pirata aveva dominato e praticamente già vinto. «Sottoposto a un controllo del sangue, il suo ematocrito fu trovato fuori norma e, da regolamento, gli fu vietato di gareggiare per i seguenti 15 giorni. Il Giro dunque era perso». Anche le sue vittorie passate, a questo punto, vengono messe in discussione. «Tutta la sua carriera è messa in dubbio», tanto che Pantani non partecipò al Tour de France un mese dopo. «In quel momento era un campione nella sua fase di massimo rendimento: l’anno prima, il 1998, aveva vinto sia il Giro che il Tour. La sua popolarità era enorme e internazionale». Nel 2000, Pantani riuscì a prepararsi per partecipare al Tour e ne fu ancora un protagonista. Ma nel 2001 al Giro d’Italia ci fu la vicenda della siringa di insulina trovata nell’albergo dei ciclisti e attribuita a lui, che fu condannato. «Per questo episodio Leblanc, l’organizzatore del Tour, rifiutò l’iscrizione di Pantani all’edizione di quell’anno». Nel Giro del 2003, Pantani arrivò Lance Armstrongquattordicesimo, un risultato normale considerata la preparazione per forza scadente. «Quando Leblanc rifiutò nuovamente la sua iscrizione al Tour di quell’anno, Pantani gettò la spugna». Pochi mesi dopo, il 14 febbraio 2004, fu trovato morto nel residence “Le Rose” di Rimini, dove aveva soggiornato per una settimana, confermando l’alloggio giorno per giorno.
Il motivo della morte fu fissato dal medico legale in overdose di cocaina, e ancora ad oggi questa è la versione ufficiale. «Nel frattempo c’erano anche stati i procedimenti giudiziari aperti contro di lui dalla giustizia ordinaria italiana, sempre per illecito uso di sostanze dopanti», scrive Pavanetto. «Alla fine Pantani era stato assolto da ogni reato, ma intanto sette Procure lo avevano portato a giudizio e le sue spese legali erano ammontate in totale a un miliardo e mezzo di lire». Nel frattempo comincia a brillare la stella di Lance Armstrong, che proprio a partire dal 1999 inizia a vincere “facile”: cinque Tour de France di fila (dal 1999 al 2003). «Ogni volta succede qualcosa che gli toglie di mezzo l’avversario più forte, cioè Marco Pantani: nell’edizione del ‘99 Pantani era assente per la vicenda di Madonna di Campiglio; in quella del 2000 era presente ma psicologicamente sotto pressione, il 2 marzo si era ritirato dalla Vuelta de Murcia per “stato acuto di stress”; al Giro aveva subito gli umilianti controlli medici a sorpresa dell’Uci; nelle successive gare Pantani era assente perché la sua iscrizione era stata respinta». Lara Pavanetto fa notare che nel 2000, pur nelle condizioni in cui era, il Pirata era stato l’unico ad attentare alla leadership di Armstrong: «Vinse due importanti tappe di montagna, una scalando il Mont Ventoux e l’altra a Courchevel». E’ indubbio che l’assenza di Pantani spianò la strada ad Armstrong.
Alcuni mesi dopo la conclusione del Giro del 1999, continua Pavanetto, emerse l’ipotesi che Pantani fosse stato boicottato dall’ambiente delle scommesse clandestine italiane. Un’ipotesi che è ritornata prepotentemente in auge con due libri usciti di recente: “Pantani è tornato. Il complotto, il delitto, l’onore”, di Davide de Zan (Piemme, 2014), e “Il caso pantani. Doveva morire”, di Luca Steffenoni (Chiarelettere, 2017). Quella delle scommesse clandestine «resta sempre sullo sfondo ormai come unica ipotesi, quasi unico movente, assieme alla cocaina, della carriera rovinata del campione e poi della sua morte». Ma se lo scopo era quello di far perdere a Pantani, a due giornate dalla fine, un Giro che aveva già vinto per guadagnare sulle puntate, perché poi – si domanda Pavanetto – continuare il complotto negli anni successivi e nei vari livelli in Italia e in Francia, e presso l’Unione Ciclistica Internazionale? «E chi mai, nell’ambiente delle scommesse clandestine italiane, avrebbe avuto tali Philippe Brunelpoteri di manipolazione a livello mondiale?». Ancora: «Il fatto che il ministero delle Poste americano sponsorizzasse uno squadrone ciclistico che, si può ben dire, andò all’attacco del ciclismo europeo, non è mai sembrato strano a nessuno?».
Soltanto dopo la morte di Pantani si seppe che la “prodigiosa” ascesa di Lance Armstrong «fu viziata da un uso criminale del doping, per vincere a tutti i costi». Ma, appunto: «Nessuno all’epoca vide nulla?». Come disse Pantani: «E’ strano, ogni volta che si parla di Armstrong tutti stanno zitti, come se nessuno avesse un’opinione». Forse, conclude Lara Pavanetto, «era molto pericoloso avere un’opinione sullo squadrone e sulla star della Us Postal Service». E a quanto sembra, «ancora oggi è meno pericoloso avere un’opinione sulle scommesse della criminalità organizzata, che sulla storia dell’Us Postal Service». Si può parlare con una certa tranquillità delle scommesse clandestine gestite dalla mafia attorno al ciclismo delle gare truccate, mentre resta estremamente rischioso, ancora oggi, aprir bocca «sulla strana sincronicità degli eventi che videro tramontare la stella del Pirata e sorgere, luminosa e prepotente, quella di Lance Armstrong».
Sulla misteriosa morte di Pantani, dice Pavanetto, resta fondamentale l’analisi offerta da Paolo Franceschetti sul suo blog: un delitto “rituale”, firmato Rosa Rossa nel residence “Le Rose” con quel sibillino biglietto: “Oggi le rose sono contente, la rosa rossa è la più contata”. In realtà, sottolinea la ricercatrice ricorda che nessun esame grafologico ha finora attestato che quelle frasi – su carta intestata dell’hotel – siano state scritte proprio da Pantani. «Io ne dubito fortemente – dice – anche perché secondo me in quelle poche, apparenti sconnesse righe potrebbero esserci la firma e il movente dell’assassino, seppure espresso in un modo allegorico e per certi versi burlesco, quasi si trattasse di un macabro gioco». A parte il passaggio sulle “rose”, il libro di Philippe Brunel sostiene che, in quel foglio, Pantani (o chi per lui) parla di «coincidenze saline» e di «una strana alchimia, dove si mette in relazione il fosforo con il potassio, la linfa, la “clorofilla di sangue”», e si legge: «Tutto passa David Walshcome il mare». L’alchimia è la prima cosa che salta all’occhio, conferma Pavanetto. «Queste parole sembrano descrivere una trasmutazione alchemica. Il fosforo, simbolo dell’illuminazione spirituale; il potassio, la linfa; e soprattutto la “clorofilla di sangue”, e infine quel “tutto passa con il mare”».
La clorofilla è chiamata anche “sangue vegetale” e può essere considerata un vero rigeneratore per le cellule, in quanto apporta ossigeno. «Può essere utile in varie forme di anemia, migliora la contrazione cardiaca e si rivela utile soprattutto per gli sportivi poiché ne aumenta la resistenza». E’ chiamata “sangue vegetale”, spiega Pavanetto, perché la sua struttura chimica è simile a quella dell’emoglobina, con la sola differenza che la clorofilla contiene magnesio anziché ferro. «Sin dal 1936 fu studiata come fattore per la rigenerazione del sangue, soprattutto in relazione all’emofilia». Studi che poi «servirono molto nel mondo del doping, dove appunto si “esercita” la rigenerazione del sangue». Sembra un macabro gioco di specchi e scatole cinesi, continua Lara Pavanetto: sapete qual è il simbolo alchemico del magnesio? La lettera D. E Pantani soggiornava (e morì) nella camera D5.
Attenzione: il numero 5, «essenza del Pentacolo, è ricondotto al numero degli elementi, la quintessenza spirituale e i quattro Lara Pavanettoelementi abituali: Acqua, Fuoco, Terra e Aria». I quattro elementi alchemici. “E tutto passa come il mare”: il mare «fu per gli alchimisti l’acqua mercuriale, l’elisir, l’oceano increato dove la materia prima subì il processo di trasformazione e di maturazione fino allo stato di perfezione». E, a proposito di “contrappasso” dantesco, Lara Pavanetto ricorda il canto primo del Purgatorio, nella “Divina Commedia”, in cui Virgilio lava Dante dalla “nerezza” dell’Inferno: «Con le mani bagnate dalla rugiada del mattino, Virgilio rimuove dalle guance lacrimose di Dante quella nerezza che l’Inferno gli aveva lasciato. Poi lo cinge con un giunco sottile che cresce nel limo del mare, giunco che nasce miracolosamente là dove viene reciso. E’ un nuovo battesimo, una nuova purificazione eseguita questa volta con la rugiada, cioè acqua che viene dal cielo, simbolo di doni spirituali». Recita quel fatidico biglietto: “E tutto passa come il mare”. Firma e chiave “rituale”, con spiegazione simbolica, dell’omicidio del campione ribelle che doveva essere punito in modo esemplare?

fonte: http://www.libreidee.org/