2018-05-25

storia "espressa" del caffè


«Questa preziosa bibita che diffonde per tutto il corpo un gioconda eccitamento, fu chiamata la bevanda intellettuale, l’amica dei letterati, degli scienziati e dei poeti perché, scuotendo i nervi, rischiara le idee, fa l’immaginazione più viva e più rapido il pensiero. […] Il caffè esercita un’azione meno eccitante ne’ luoghi umidi e paludosi ed è forse per questa ragione che i paesi ove se ne fa maggior consumo in Europa sono il Belgio e l'Olanda. In oriente dove si usa di ridurlo in polvere finissima e farlo all'antica per beverlo turbo, il bricco, nelle case private è sempre sul focolare. […] preso poi la mattina a digiuno pare che la sbarazzi lo stomaco dai residui di una imperfetta digestione e lo predisponga a una colazione più appetitosa» (Artusi, 2012, pp. 417-420).  È con queste parole che Pellegrino Artusi descrive il caffè nella sua celeberrima opera gastronomica La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Ma che cosa è, in realtà, il caffè? Sono molti gli aspetti che trascendono la semplice bevanda: il caffè è un rito sociale, ed “andare a prendere un caffè” non vuol mai dire semplicemente andare a sorbire un infuso ottenuto con le bacche di questa pianta proveniente dall’Oriente. Se vogliamo questa frase significa «“uscire” per installarsi in un altro spazio protetto, coniugando l’abitudine e l’istante, la permanenza ed il provvisorio, l’altrove e il qui» ed il bar rappresenta «il luogo privilegiato in cui sperimentare, vivere e ritrovare il rapporto» (Augé, 2016, p. 52).


Ma proseguiamo con ordine: come vari prodotti anche il caffè ha diverse leggende di fondazione. Si racconta che il Kaldi pascolasse le sue capre in Etiopia; un giorno gli animali incontrando una pianta di caffè cominciarono a mangiarne le bacche e a masticarne le foglie. Arrivata la notte, le capre, anziché dormire, si misero a vagabondare con energia e vivacità mai espressa fino ad allora. Vedendo questo, il pastore ne individuò la ragione e abbrustolì i semi della pianta come quelli mangiati dal suo gregge, poi li macinò e ne fece un'infusione, ottenendo il caffè. 
La seconda leggenda tira in ballo addirittura Maometto, il profeta dell’Islam, che, sentendosi male, vide l’arcangelo Gabriele offrirgli una pozione nera creata da Allah, che gli permise di tornare in forze. Ed infine si può citare una leggenda di un incendio in Abissinia di piante selvatiche di caffè che diffuse nell’aria il suo fumo e profumo per chilometri di distanza.


La bevanda si diffuse inizialmente in Medio Oriente, dove troviamo, nel XV secolo, addirittura luoghi deputati al consumo di questa bevanda, con tanto di figura di “capo caffettiere”, il Kahvecibasi, personaggio importante alla corte del Sultano. È Francis Bacon, nel 1627, a fornirci la descrizione di questi luoghi, paragonati alle taverne europee, mentre la prima città italiana in cui fece uso di questa bevanda fu Venezia, a causa proprio della vicinanza e dei commerci con l’Oriente. Le prime botteghe di cui abbiamo notizie certe furono aperte nel 1645, ma si suppone fossero aperte già dal XVI secolo. 
Proprio nel Seicento, in Europa, una libbra di caffè veniva pagata fino a 40 scudi, questo perché gravato da pesanti tasse, che ne destinavano il consumo ai soli aristocratici (cfr Malaguzzi, 2013, p. 36). Ma l’aumento della richiesta portò ad una diminuzione dei prezzi e soprattutto ad una diffusione della bevanda: già nel 1663 a Londra si contavano ben 80 coffehouse, che una cinquantina di anni più tardi divennero 3 mila. Ed il primo caffè di Parigi, inaugurato nel 1689, venne aperto da un italiano, tal Francesco Procopio, di origini palermitane (cfr Beccaria, 2017, p. 147). 


I caffè divennero subito luoghi culturali, di nascita e di diffusione di idee liberali, luogo di ritrovo per dotti, politici, filosofi ed artisti. 
Nel Settecento ogni città europea aveva almeno un caffè, mentre negli Usa il primo caffè aprì a Boston: si tratta del London coffee house, aperto nel 1689, seguito nel 1696 dal King’s arms di New York. A partire dal secolo dei Lumi, attraverso i caffè (intesi come luogo), circolano idee, e non solo prodotti esotici! 
Nel 1776 Metastasio, in una lettera indirizzata a Saverio Maffei, descrive la Bottega del caffè come il luogo dove viene servita «la più deliziosa bevanda di quasi tutti i viventi» (citato in Beccaria, 2017, p. 146). E non è un caso che questo nome sia stato utilizzato per indicare un periodico culturale molto importante, Il caffè appunto. Una bevanda che, come descritto anche da Artusi, riesce a rallegrare l’animo, a risvegliare chiunque lo provi, accelerando il moto ed infondendo nel sangue “un sal volatile”: «calda come l’inferno / nera come il diavolo / pura come un angelo / dolce come l’amore», «fortifica lo stomaco ed il cervello, sollecita la digestione, leva il dolor di testa, rarefà il sangue, abbassa i vapori, reca allegrezza, impedisce di dormire dopo il pasto» (Gibelli, 2004, pp. 172-173). In una parola un vero e proprio stimolante per il corpo e per lo spirito! 
Con il passare del tempo i bar sono diventati dei luoghi confortevoli, lussuosi, con specchi, arredi, cristalli, vero e proprio punto di ritrovo per letterati e gente di spettacolo, in cui giocare a carte, a dama, a scacchi o discutere beatamente di filosofia e politica. A Torino, ad esempio, i giacobini si ritrovavano nella Taverna della Giamaica, o al Caffè ‘d Catlina, o al Marsiglia. Il caffè, inteso sia come bevanda che come luogo di incontro, era diventato simbolo di intellettuali e riformisti, coinvolgendo illuministi, risorgimentali, futuristi, avanguardie. George Steiner, saggista francese e docente di letteratura comparata a Princeton, non esita ad affermare che l’unità europea si è formata anche nei caffè metropolitani, luoghi cosmopoliti, di incontro, di discussione e di cultura (cfr Beccaria, 2017, p. 148). 


Scopo di questo volume è proprio quello di fornire una doppia lettura alla “fenomenologia” del caffè, inteso nel suo duplice significato di luogo dove si consuma (e quindi sinonimo di bar), sia di bevanda. E lo sguardo che voglio dare è quello prettamente antropologico, analizzandone le ritualità, piccole e grandi, di quello che potremmo definire un vero e proprio “culto”, in cui, in Italia ad esempio, la macchina espresso rappresenta il sancta santorum. L’idea nasce dall’analisi di Marc Augé, che per primo iniziò ad indagare con uno sguardo molto particolare la contemporaneità, passando dai “non luoghi” ai bistrot.

Luca Ciurleo

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia 

Ciurleo, Luca 
2018 - 1000 e un caffè - edizioni Landexplorer, Boca

Appadurai, Arjun
1996 - Modernity at large. Cultural dimension of globalization, Minneapolis-London, University of Minnesota Press (trad. it. 2001, Modernità in polvere, Roma, Meltemi)

Artusi, Pellegrino
2012 - La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, Giunti editore, Firenze

Augé, Marc
2015 - Un etnologo al bistrot, Raffaello Cortina editore, Milano
2017 - Momenti di felicità, Raffaello Cortina editore, Milano
2018 - Sulla gratuità per il gusto di farlo!, Mimesis / Chiccodoro, Fano

Beccaria, Gian Luigi
2017 - L’Italiano in 100 parole, RCS - Corriere della sera, Milano
Ciurleo, Luca
2013 - Tradizioni di pastafrolla. I biscotti tipici del Vco tra folk, fake ed esperimenti antropologici, Ultravox, Domodossola
2014 - All’ombra del castello, sotto il manto di Re Lupo, Landexplorer, Domodossola

Ciurleo, Luca - Piana, Samuel
2016 - Ciboland - Viaggio nell’Expo tra antropologia ed economia, Landexplorer, Boca

Della Bianca, Luca
2003 - Manuale di Caffomanzia, Hermes edizioni, Roma

Donna Letizia
1982 - Il saper vivere - Arnoldo mondatori editore, Milano

Eco, Umberto
2016 - Pape Satàn Aleppe, La nave di Teseo, Milano

Fabietti, Ugo e Remotti, Francesco (a cura di)
1997 - Dizionario di Antropologia, Zanichelli, Bologna
Goffman, Erving
1967 - Interaction Ritual, Doubleday, Garden City. (trad. it. 1988 - Il rituale dell’interazione, Il Mulino, Bologna)
1998 - L’ordine dell’interazione, Armando editore, Roma

Grimaldi, Piercarlo
2002 - Cibo e rito. Il gesto e le parole nel cibo tradizionale, Sellerio, Palermo

Iacchetti, Giulio (a cura di)
2011 - Italianità, Corraini edizioni, Viadana
EXPO
2015 - Nutrire il pianeta, energia per la vita, Catalogo ufficiale di Expo 2015, Electa, Milano

Gibelli, Luciano
2004 - Memorie di cose - Attrezzi, oggetti, cose del passato raccolti per non dimenticare, Priuli e Verlucca, Torino

Malaguzzi, Silvia
2013 - Arte e cibo - Artdossier, Giunti, Roma

Marino, Matteo e Gotti, Claudio
2016 - Il mio primo dizionario delle serie tv, Beccogiallo, Sommacampagna

Mauri, Chiara
2015 - Il cluster caffè, in Expo 2015, pp. 326-237

Morellini, Mauro
2015 - Expo Milano 2015 for Dummies, Hoepli, Milano

Padovani, Maddalena
2011 - Moka Bialetti, in Iacchetti 2011, pp. 74-77
Segalen, Martine
2002 - Riti e rituali contemporanei, Il Mulino, Bologna

Severgnini, Beppe
2008 - Italiano. Lezioni semiserie, Bur Rizzoli, Milano

LUCA CIURLEO

Luca Ciurleo, classe 1983, laureato in Antropologia culturale ha compiuto, nel corso degli anni, diverse ricerche sulla realtà etnologica ossolana, in particolare sugli alberi rituali, sui falò solstiziali e su alcune comunità, quale Piedimulera e Vogogna. 
Ha al suo attivo una decina di volumi, tra cui “Da Abissinia a Cappuccina” (con Antonio Ciurleo, 2006), “Walter Alberisio: una vita per la poesia” (2007), “Gente di paese, paese di gente” (2010), “Tradizioni di pastafrolla” (2013), “Quarant’anni di Coro Valgarina” (2014). 
Collabora con la Fondazione UniversiCà di Druogno, ha insegnato Antropologia dell’alimentazione alla Scuola Made di Lucca ed ha tenuto diverse conferenze relative all’Ossola, anche ad Expo 2015. Tra le sue ultime ricerche: spunti antropologici nella cultura pop, antropologia dell’alimentazione e nuove prospettive alimentari. Dal 1998 collabora con il settimanale Eco Risveglio. 

2018-05-18

Rosa Rossa: quei simboli svelano la verità indicibile su Moro

Da via Fani a via Caetani, passando per via Montalcini. Nomi e date, segni e simboli a cui pochissimi hanno fatto caso. Racconterebbero l’atroce “operazione Moro” – italiana e internazionale, politica e geopolitica – riletta secondo il codice segreto di un disegno meno evidente, ma forse decisivo: capace di cioè di “firmare”, in modo occulto, il sanguinoso sequestro e poi il calvario del presidente “eretico” della Dc, fino alla sua spietata uccisione. Messaggio: quell’assassinio è stato l’atto d’inizio di una nuova epoca di dominazione mondializzata. Ne parlò la giornalista Gabriella Carlizzi, indagatrice atipica e indipendente dei misteri italiani, così come Solange Manfredi, avvocato e saggista. Ne accenna lo storico Giuseppe De Lutiis nel libro “Il lato oscuro del potere” (Editori Riuniti). Ne parla diffusamente Sergio Flamigni nel romanzo “La tela del ragno” (Kaos). L’argomento lo sfiora lo stesso Giovanni Fasanella, autore di bestseller come “Il golpe inglese”, che nel recentissimo libro-indagine “Il puzzle Moro” (Chiarelettere) ricostruisce il ruolo di Londra nella strategia della tensione in Italia, mettendo anche l’accento sul Vaticano, dopo le dirompenti conclusioni della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni: per il blitz di via Fani sarebbe stata usata una palazzina di via Massimi di proprietà dello Ior, la banca vaticana.
Nel saggio “Il misterioso intermediario”, scritto per Einaudi nel 2003 con Giuseppe Rocca, sempre Fasanella mette a fuoco la figura del musicista russo Igor Markevic in relazione al caso Moro. Fasanella fa notare che il nome “Gradoli”, spezzato in Aldo Moro“Grado-Li” e riletto in caratteri latini (maiuscoli), nasconderebbe il numero 51, ipotetico “grado segreto” di certa massoneria super-esclusiva, ignota ai massoni ordinari. Lo ricorda Stefania Nicoletti, che a “Forme d’Onda” (format web-radio) dedica un’intera puntata al caso Moro: i servizi “deviati”, la presenza di Gladio e della ‘ndrangheta in via Fani, il ritrovamento del cadavere di Moro a metà strada fra la sede del Pci di Berlinguer e piazza del Gesù, sede della Dc nonché della chiesa dei geusiti. Ma Stefania Nicoletti mette l’accento anche su quei “segni” sempre trascurati, analizzati già nel 2011 da Paolo Franceschetti e ora riproposti nel blog “Petali di Loto”. Già avvocato e docente di materie giuridiche, Franceschetti ha condotto ricerche assolutamente inedite sui maggiori gialli italiani, dalle Bestie di Satana al Mostro di Firenze, giungendo a una sua conclusione: molti efferati omicidi, considerati inspiegabili perché privi di un vero movente, sarebbero in realtà delitti rituali condotti anche a scopo magico-propiziatorio da un’organizzazione segreta. Franceschetti la chiama Rosa Rossa e sostiene che recluterebbe affiliati insospettabili, anche tra gli esponenti del massimo potere.
Un massone di alto grado come Gianfranco Carpeoro, autorevole simbologo e grande studioso dei Rosacroce, esclude che esista un “vertice nero” che pianifichi omicidi più o meno seriali: molti casi di cronaca più che sospetti, “firmati” in modo inequivocabile (come nel caso dello strano sfregio rinvenuto sulla schiena di Yara Gambirasio), secondo Carpeoro sono il frutto di criminali che agiscono in modo isolato – ma poi, una volta in pericolo, “firmano” in modo simbolico i loro misfatti, sperando che qualcuno, nelle istituzioni, “colga il messaggio” (che rivelerebbe l’identità degli autori) e provveda a dirottare le indagini su un binario morto, lasciando che in manette finisca il capro espiatorio di turno. L’intuizione di Franceschetti però è corretta, precisa Carpeoro: dalla fine dell’800, spiega, il pensiero rosacrociano (un mondo migliore e senza più frontiere, retto da un governo ispirato dalla giustizia) è stato corrotto e deviato da potenti associazioni come la Golden Dawn e l’Oto, l’Ordo CrowleyTempli Orientis del “mago nero” Aleister Crowley. Organizzazioni degenerate nell’occultismo, di cui la Rosa Rossa di cui parla Franceschetti sarebbe l’ultima, tragica incarnazione: responsabile anche del delitto Moro?
«La lettura di eventi di questo genere non può essere unica e riduttiva», premette Stefania Nicoletti. «Molti esperti, inclusi quelli della commissione Fioroni e lo stesso Fasanella, hanno ben evidenziato la complessità delle implicazioni e l’intreccio italiano e internazionale degli interessi coinvolti. Ma questo – aggiunge – non esclude affatto che, alle motivazioni storiche e di potere, si possa sovrapporre una lettura simbolica degli eventi. Anzi: l’analisi dei simboli permette di scoprire che molti aspetti combaciano, in modo sconcertante». Corollario: i veri mandanti non erano a loro agio solo nel mondo della politica e dell’intelligence. Probabilmente conoscevano benissimo – e utilizzavano con sapienza, a modo loro – anche il codice segreto dei simboli. Obiettivo: inviare messaggi criptati ma perfettamente chiari e precisi alla ristrettissima élite mondiale che avrebbe potuto decifrarli con sicurezza. «Ricorrere ad un sequestro di 55 giorni, per poi commettere un omicidio – riassume Franceschetti – significa richiamare l’attenzione di tutto il mondo sulla vicenda, e usare un metodo quantomeno dispendioso e rischioso». Tradotto: «Vuol dire che quell’evento ha un’importanza internazionale: il destinatario del messaggio era tutto il mondo. E il sequestro Moro, infatti, annunciava una svolta epocale nei destini del pianeta».
L’ipotetica “firma” della Rosa Rossa, scrive Franceschetti, inizia con il luogo del sequestro e finisce con quello del ritrovamento. La scorta di Moro fu trucidata in via Fani: e Mario Fani era un viterbese, fondatore del “Circolo di Santa Rosa” (la patrona della città). Ma Fani fondò anche un’associazione di ispirazione religiosa, aggiunge Stefania Nicoletti: un sodalizio da cui discese poi l’Azione Cattolica in cui si era formato Moro. Il corpo fu invece rinvenuto al numero 9 di via Caetani. «A quel numero c’è il “Conservatorio di Santa Caterina della Rosa” e l’auto in cui fu trovato Moro era una Renault rossa (RR)». Per Franceschetti, «inizio e fine dell’operazione Moro portano la rosa come simbolo». Quanto a Michelangelo Caetani, non era una personalità qualsiasi: Caetani era un dantista, e come tale si occupò anche del linguaggio segreto di Dante e dei “Fidelis in Amore”. Dietro ai poeti del “dolce stil novo”, ricorda Franceschetti, si celava «una organizzazione segreta di matrice templare e rosacrociana». Attenzione: la Divina Commedia è centrale, per Franceschetti, nei crimini della Rosa Rossa, così spesso basati Jacques de Molaysulla pena del contrappasso. E la simbologia dantesca, aggiunge, è indispensabile anche per leggere il profilo più nascosto del caso Moro, che rivela un collegamento esplicito con la vicenda dei Templari.
Le profezie presenti nella Divina Commedia, rileva Franceschetti, sono sempre poste a una distanza di 666 versi o 515 l’una dall’altra. «Si deve considerare che il sequestro Moro avviene a 666 anni di distanza dal processo ai Templari (che risale al 1312). L’inizio della persecuzione templare avviene infatti nel 1307, ma la data della loro soppressione ufficiale è il 1312, con la bolla “Vox in eccelso”». Jacques de Molay fu l’ultimo gran maestro dell’Ordine del Tempio. Quando salì sul rogo «giurò vendetta al Re e al Papa», ricorda Franceschetti. «E la vendetta templare, nei secoli, si è consumata con la progressiva e lenta distruzione della Chiesa e delle monarchie; un processo che vede il punto di svolta decisivo con la Rivoluzione Francese», ispirata dalla massoneria così come l’Unità d’Italia. Secondo Franceschetti, poi, c’è da notare «una coincidenza (che coincidenza non è)». Ovvero: «La vicenda Moro può essere letta, sì, come un sequestro, ma anche come un processo, effettuato dalle Br». Un tragico processo, a Moro e a tutta la Dc. «Nei famosi comunicati (9 in tutto) della Br, apparentemente deliranti, i sequestratori processarono Moro e tutto il sistema politico di allora». Qui ricorrerebbe la legge del contrappasso dantesca: 666 anni dopo il processo ai Templari storici, i nuovi presunti “templari” processano a loro volta il sistema.
Non casuale, sempre secondo Franceschetti, neppure la durata della prigionia di Moro: 55 giorni. In realtà, sostiene, è come se fossero 515 (l’intervallo delle profezie dantesche), tenuto conto del fatto che la cifra mancante – il numero 1 – non viene mai considerata, da chi usa codici esoterici, dal momento che indicherebbe la divinità. Quel fatidico 55, conclude Franceschetti, sembra segnalare «il compimento di una profezia». Ma, a parte i rebus simbologici, perché mai colpire proprio Aldo Moro? Perché voleva il compromesso storico con il Pci (che allarmava sia gli Usa che l’Urss) e inoltre – riassume Fasanella – dopo Mattei stava usando la sovranità nazionale per ridare autorevolezza all’Italia nello scenario geopolitico europeo e mediterraneo, inquietando inglesi e francesi. Battendo in solitaria la pista simbolico-esoterica, Franceschetti guarda altrove. Pensa al bestseller “Zanoni” di Edward George Bulwer-Lytton, romanzo sul mistero dei Rosacroce. Pensa agli scritti di Comenio e a pagine singolari come quelle di “Atalanta Fugiens”, scritte e illustrate dal medico tedesco Michael Maier, sodale di Giordano CampanellaBruno. «Tutte le maggiori opere dei pensatori e filosofi rosacrociani – ricorda Franceschetti – indicano la necessità di andare verso una società ideale, fatta degli uomini migliori; una società unita, armonica, senza divisioni di razze e paesi».
Uno dei motivi per cui i Templari furono distrutti, aggiunge, è probabilmente il fatto che avessero costituito una sorta di “sovrastato” indipendente dagli altri poteri, che abbracciava tutta l’Europa e andava fino alla Terrasanta. Nei secoli, gli epigoni dei Templari di allora «hanno cercato di ricostruire questo “sovrastato”», e il progetto «ha il suo culmine attuale nell’Unione Europea e nell’Onu». Sembra un futuro già scritto: non nella direzione umanistica e proto-socialista auspicata dalla “fraternitas” seicentesca dei Rosacroce, ma in quella (di segno opposto) dell’oligarchia mondialista più autoritaria. Nell’opera filosofica “La Città del Sole” del grande Tommaso Campanella, rosacrociano e neoplatonico, si delinea chiaramente una società ideale. L’opera, spiega Franceschetti, si svolge secondo un dialogo ispirato al modello della “Repubblica” di Platone. A parlare sono due personaggi, un Cavaliere di Malta e un ammiraglio, e la loro conversazione delinea i presupposti di una comunità perfettamente armonica. Dettaglio: «Il principe che presiede alla generazione della città, e che ne fissa le regole, è il principe Mor (Amore)». Un nome molto simile al cognome dello statista democristano assassinato nel 1978. Ma una città ideale è descritta analogamente nell’opera “Utopia”, di Tommaso Moro, altro pensatore rosacrociano.
Anche Thomas More sogna una città perfetta, ideale: forse il presidente della Dc non aveva in animo esattamente la “Repubblica” platonica, ma sicuramente un’Italia più giusta, con un governo aperto alle classi popolari. Il parallelo diventa suggestivo se si osservano le rispettive biografie, avverte Franceschetti: «Tommaso Moro morirà in carcere, dove scriverà delle lettere indirizzate alla figlia: episodio che ha una straordinaria somiglianza con la vicenda di Aldo Moro», che scrisse strazianti lettere alla moglie. Similitudine sconcertante, annota Franceschetti, secondo cui Aldo Moro può esser stato “scelto” (dai mandanti occulti dei suoi assassini) perché il suo cognome «si ricollegava simbolicamente al Principe che doveva presiedere alle regole della generazione della società ideale». Una logica allucinante, capovolta: se sparo al “principe” vero, quello della politica del ‘900, è come se uccidessi simbolicamente, in modo reatroattivo, anche il Principe ideale (buono) del rosacrociano Campanella. Un tenebroso avvertimento, rivolto al mondo: scordatevela, la società giusta. Quelli come Moro devono Tommaso Morosoccombere, per cedere il passo alla nuova élite dominatrice: finanza, multinazionali, austerity, guerra e terrorismo opaco come quello targato Al-Qaeda e Isis.
«Da notare che anche la città scelta per l’operazione non è casuale», aggiunge Franceschetti. «Roma infatti può essere letta come “Amor”, al contrario». Traduzione simbolica: nella città di Amor si sacrifica Moro, per dare inizio alla costruzione di un’altra civilità ideale, diametralmente opposta a quella rinascimentale vagheggiata dai veri Rosacroce. Il sequestro Moro suona quindi come il segno dell’inizio di una svolta epocale: quella che stiamo scontando attualmente, basata sulla gestione elitaria e reazionaria della dissoluzione degli Stati: la globalizzazione senza diritti, imposta con inaudite sofferenze sociali. Date non casuali: il tragico 1978 è anche l’anno in cui parte lo Sme, il processo per la moneta unica, che è la tappa più importante del processo che porterà all’Unione Europea. «Il sequestro Moro segna, insomma, una tappa fondamentale di portata storica: indica lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo ordine mondiale». Se gli storici e i crimonologi conoscessero il sistema di funzionamento delle società segrete, dice Franceschetti, capirebbero che nessun simbolo è mai casuale. Nelle drammatiche foto della prigionia, sopra la testa dell’ostaggio campeggia la stella a 5 punte: «Delle Br, sì, ma anche della massoneria. Lo stesso stemma – guarda caso – della Repubblica Italiana». Moro è costretto a mostrare un quotidiano: “La Repubblica”. Una catena di segni: «Moro, Stella massonica, quotidiano “La Repubblica”, “La Repubblica di FranceschettiPlatone”,  “La Città del Sole”, il Principe Mor».
Anni fa, sulla rivista esoterica “Hera” diretta da Carpeoro, venne citato il nome di Franceschetti, indicando i suoi studi sulla Rosa Rossa come interessanti e condotti con rigore. «Come dissi a Carpeoro – ammette Franceschetti – la cosa mi ha fatto piacere: l’ho considerato un attestato di correttezza». Ma al tempo stesso, quell’incoraggiamento l’ha messo a disagio: «Trovo triste che ad occuparsi di queste cose sia io, che fino a poco tempo fa non sapevo neanche cosa significasse la parola “esoterismo” e consideravo il simbolismo materia da sciroccati fuori di testa». Chiarisce Carpeoro, rivolto a Franceschetti: «Se certe cose le dice un massone non è credibile, perché lo si accuserebbe di faziosità e di chissà quali interessi; le persone razionali e scientifiche non si possono approcciare al problema; tu invece sei nel mezzo, che è la posizione migliore». Per Franceschetti «è auspicabile, in futuro, che menti raffinate, intelligenti e intellettualmente oneste come De Lutiis, Flamigni e tanti altri, indaghino anche il lato esoterico delle vicende mondiali, per comprendere così le parti ancora inspiegate, ma spiegabilissime». Franceschetti auspica anche la collaborazione tra i due mondi, esoterico e razionale. «Solo così si darà luce a quel “lato oscuro del potere”, che oscuro non è». Persino il caso Moro – mistero capitale della storia italiana recente – risulta meno buio, se riletto decifrando i simboli che lo costellano.

fonte: http://www.libreidee.org/

2018-05-10

prima di Enrico De Pedis, fu Archita Valente

Rudolph Gerlach

Nel gennaio del 1917 è in corso a Roma, davanti al tribunale militare, un processo per spionaggio a favore dei tedeschi e degli austriaci. Sotto giudizio ci sono sei persone, e l’imputato principale è il prelato bavarese Rudolph Gerlach, cameriere segreto di Benedetto XV. Deve rispondere di aver tramato contro l’Italia e di aver pagato le spie. E’ processato in contumacia perché con un accordo segreto tra Vaticano e il governo italiano, il prelato è stato fatto sparire oltre confine, in Svizzera. La vicenda di spionaggio che coinvolge il cameriere segreto del papa, è in relazione con l’inchiesta sugli atti di sabotaggio che hanno mandato a picco le corazzate Brin e Leonardo, la più grande catastrofe della Marina italiana. Tra gli arrestati vi è anche uno strano personaggio, l’avvocato Archita Valente, spia doppia al servizio del controspionaggio italiano e di quello austro-germanico. Valente si dichiarava figlio naturale di un uomo di Stato italiano, e secondo la stampa internazionale dell’epoca, lo metteva in imbarazzo con continue richieste di soldi. Grazie ai suoi illustri natali, Archita era stato assunto dalla polizia segreta, incarico che gli aveva permesso di procacciarsi amicizie al ministero dell’Interno, avvalendosi anche della protezione di un altissimo funzionario che si era innamorato di sua moglie. Scoppiata la guerra si era messo a fare il doppio gioco. Finito nell’affaire Gerlach, Archita Valente è riconosciuto colpevole di tradimento, ma scampa alla fucilazione perché gli sono riconosciute le attenuanti di non aver provocato gravi danni alle forze armate, e di aver manifestato sintomi di alterazioni psicopatiche. E’ rinchiuso nelle carceri di Avellino, e lì ufficialmente muore nella prima decade del novembre 1918. Tuttavia, quando nel settembre 1935 il vice capo della polizia Carmine Senise trasmette nota alla prefettura di Taranto, dove era nato il Valente, con la richiesta di fare accertamenti sulla sua morte, la prefettura risponde al Viminale che nessuna comunicazione era giunta al comune nel 1918. Ma come mai Archita Valente era finito nel carcere di Avellino, considerato un luogo infernale? La scelta del carcere era stata fatta dal ministero dell’Interno, da cui appunto dipendeva la gestione delle carceri. Nonostante i certificati sintomi di problemi mentali, il Valente era stato rinchiuso in un carcere dalla fama assai sinistra. Costruito dai Borboni, leggenda raccontava che lo stesso architetto che lo aveva progettato, conscio di aver creato un luogo di tortura, si fosse alla fine ucciso. Il carcere era in periferia, aveva mura massicce di otto metri e intorno un fossato profondo sei metri. Le celle erano lunghe e strette, e al posto delle finestre c’erano delle bocche di lupo, piccole aperture di aerazione, dalle quali non si poteva vedere il cielo. In carcere Archita riceveva giornalmente la visita della bella moglie Elvira Pesapane, che ogni mese riceveva un assegno mensile di 250 lire dal Vaticano. Un sussidio illimitato. Il Vaticano pagava ad Archita Valente il suo silenzio sul coinvolgimento di alti prelati della Santa Sede nelle operazioni di spionaggio condotte da Gerlach?
Negli atti di morte del comune di Avellino per l’anno 1918, si registra che il 6 novembre è deceduto in carcere il detenuto Archita Valente. Il decesso doveva essere comunicato al tribunale, e avrebbe dovuto restarne traccia negli atti giudiziari trattati dalla procura, cui spettava anche di disporre l’eventuale autopsia. La notizia non compare nei registri del 1918. Nemmeno la locale questura comunica la morte della spia alla direzione generale della Ps, che pure l’aveva avuta elle sue dipendenze. Le circostanze della morte sono tutt’oggi oscure, anche perché la documentazione del carcere di Avellino anteriore agli anni Venti è andata perduta. Non sappiamo quale sia il referto di morte, né se sia stata compiuta un’autopsia. Sappiamo però che la morte di Archita Valente generò una particolare attenzione nelle autorità ecclesiastiche, dalle quali ricevette un trattamento speciale. Il corpo di Archita Valente, infatti, sarà seppellito non in terra comune, ma nella cappella del Carmine, tra i marmi di uno dei più antichi monumenti sepolcrali del cimitero di Avellino. I registri cimiteriali indicano la data del 7 novembre 1918. In un giorno certo non fu possibile fare tutti gli accertamenti sulle cause del decesso. Le tombe nella cappella sono dodici, quattro all’esterno e otto nel sotterraneo divise in due file. In quella di sinistra, al numero 12, fu deposto il corpo di Archita Valente. Il sepolcro apparteneva alla parrocchia del Carmine, la più importante di Avellino, per l’altissima devozione con cui era venerata dagli avellinesi la madonna del Carmine. Di norma quelle dodici tombe della cappella accoglievano i resti di alti prelati o di laici che si erano distinti per opere di carità e per donazioni alla Chiesa. Nei registri della parrocchia si conservano i dati sui lasciti dei cittadini che hanno avuto il privilegio di una tomba nella chiesa madre o nella cappella del Carmine, ma non c’è alcun riferimento all’inumazione di Archita Valente. Inumazione che necessariamente doveva essere avvenuta con l’intervento della confraternita della Trinità e la parrocchia del Carmine. Qualcuno dal Vaticano doveva essere per forza intervenuto direttamente, perché era un caso eccezionale che fosse stata concessa a un condannato la sepoltura in una cappella parrocchiale tra i benemeriti della Chiesa. Così come certamente accadde nel caso di Enrico De Pedis, ritenuto responsabile di sequestri di persona, traffico di droga e affari con Cosa Nostra, assassinato in un regolamento di conti, e sepolto poi nella basilica di sant’Apollinare in Classe a Roma, a fianco della tomba di un cardinale. Nel caso di De Pedis, l’autorizzazione fu data dal cardinale Poletti, in considerazione delle opere di bene fatte dal bandito. Il che conferma che in questi casi assai rari, le scelte sono fatte dall’alto. Allo stesso modo si può presumere che la Santa Sede avesse riconosciuto ad Archita Valente la benemerenza di non aver tradito. C’è anche chi pensa che in realtà fosse stata orchestrata una finta morte della spia, vista la strana destinazione di un ‘nevrastenico’ in un carcere durissimo. In effetti, dal carcere di Avellino c’era stato qualche caso di evasione con la complicità di agenti di custodia.  Certo è che ancora nel 1943, vi fu qualcuno al ministero dell’Interno che si chiese che fine avesse fatto realmente Archita Valente. Uno scrupoloso funzionario si era forse accorto che il fascicolo della spia non era mai stato aggiornato con la data della morte. Il Viminale chiese notizie alla prefettura di Taranto e alla questura di Roma. Il 6 giugno 1943 il questore della capitale informò il Viminale che nei registri del tribunale militare Archita Valente risultava deceduto. L’11 giugno arrivò da Taranto la risposta che Valente risultava morto nella prima decade del novembre 1918. Ad oggi il mistero non è stato risolto. Ad oggi si può osservare che determinati accadimenti nella storia italiana si ripetono, significativamente.

Fonte: A., Paloscia, Bendetto fra le spie, Editori Riuniti, Roma, 2007.

fonte: http://larapavanetto.blogspot.it/

2018-05-05

l'uomo che divenne un lupo mannaro


Il lupo mannaro, detto anche licantropo, è una delle creature della mitologia e del folclore divenute in seguito tipiche della letteratura dell'orrore e del cinema che da esse ne conseguì.
Secondo la leggenda il lupo mannaro è un essere umano condannato a trasformarsi in una bestia feroce ad ogni plenilunio. La forma che l'essere umano assume è tipicamente quella del lupo, ma non mancano riferimenti all'orso, al bue o al gatto selvatico. I termini lupo mannaro e licantropo non sempre sono sinonimi poiché, nelle leggende popolari, il lupo mannaro è semplicemente un grosso lupo con abitudini antropofaghe, a cui può essere o meno associata una natura mostruosa. Inoltre è doveroso annotare che nel caso di lupo mannaro che cambia forma, mutaforma, si possono distinguere due diverse tipologie: la prima è quella del lupo mannaro che si trasforma contro la propria volontà, la seconda quella relativa al licantropo che si trasforma ogni qual volta lo desidera senza perdere la componente umana. Nel nostro paese il lupo mannaro assume nomi diversi in funzione del luogo ove si è tramandata la leggenda: lupi manari in Emilia Romagna, lupom'n in Puglia, luv ravas nel basso Piemonte (nel cuneese in particolare), lupenari in Campania e lupi pampanu in Calabria. La Sardegna presenta un caso particolare, quello dell'Erchitu, un essere umano che si trasforma, non in un lupo, in un bue dalle corna d'acciaio.


I lupi mannari esistono?
Chiaramente no, sono parte integrante delle tradizioni e del folclore di tutta Europa.
Nella Germania del Cinquecento un uomo divenne lupo mannaro, un accostamento similare a quello di Vincenzo Verzeni che, nell'Italia dell'ottocento, si trasformò da essere umano a vampiro della bergamasca.
Le difficoltà nel raccontare l'uomo-lupo della Germania iniziano dal nome. Quello con cui è conosciuto, Peter Stumpp, non pare essere il nome reale poiché è anche rintracciabile come Peter Stube, Stubbe e Stumpf. Proprio quest'ultimo pseudonimo, Stumpf, potrebbe aiutare a comprendere come l'uomo avesse tutt'altro nome poiché, in tedesco, Stumpf ha significato di moncone, in riferimento alla parte del corpo, esattamente la mano sinistra, che Peter aveva perduto – secondo le accuse che penderanno sulla testa di quest'uomo - durante una trasformazione in licantropo.
Essendo un caso interessante cerchiamo di ricostruire la sua vita.


Peter, per facilità usiamo lo pseudonimo con cui è maggiormente conosciuto, Stumpp nacque in un villaggio nei pressi di Bedburg, nella regione di Colonia. La data di nascita precisa non è conosciuta, facendo seguito alle incertezze sul nome, a causa del fatto che i registri parrocchiali delle chiese locali andarono distrutti durante la Guerra dei Trent'anni, iniziata nel 1618 e terminata nel 1648. Gli storici sono riusciti ad estrapolare alcune informazioni: nel 1580 Peter Stumpp era sicuramente vedovo con due figli a carico, una ragazza di oltre 15 anni, Beele, ed un figlio di età sconosciuta. Secondo le scarne biografie, Peter era un ricco possidente e agricoltore della propria comunità rurale, che possiamo identificarla nel villaggio di Epprath. Salì agli onori delle cronache nel 1589, anno in cui fu giudicato in uno dei più importanti processi della storia dove l'accusa era quella d'essere un lupo mannaro.
Prima di proseguire nel resoconto del processo è necessario fornire alcune informazioni: la fonte più completa sul caso è un opuscolo di 16 pagine pubblicato a Londra nel 159o, che risulta essere la tradizione di una stampa tedesca di cui non sono sopravvissute copie. Di questo opuscolo esistono solo due copie: una è al British Museum e l'altra nella Lambeth Library. L'opuscolo fu riscoperto da un occultista, Montague Summers, nel 1920. All'interno è possibile trovare riferimenti alla vita di Stumpp, al processo ed ai crimini di cui, presumibilmente, si macchiò. Ulteriori informazioni furono estrapolate da alcuni scritti di Hermann von Weinsberg, un consigliere di Colonia, e da un certo numero di fogli illustrati stampati nel Sud della Germania. Questi ultimi, secondo le ricostruzioni storiche, dovrebbero basarsi sulla versione originale tedesca, da cui la copia dell'opuscolo inglese.
Siamo in assenza di documenti originali, ma solo di copie che potrebbero inficiare le vere motivazioni alla base del processo.
Torniamo a quel 1589.


Peter Stumpp, sotto tortura, confessò di aver praticato la magia nera sin da quando aveva dodici anni. Secondo le fonti, Peter sosteneva che il diavolo gli avesse regalato una cintura magica, oggetto che gli permise di “trasformarsi a somiglianza di un lupo avido e divorante, forte e potente, con occhi grandi che nelle notte scintillavano come il fuoco, una bocca grande e larga, con i denti più affilati e crudeli, un corpo enorme e grandi zampe”. A detta dell'imputato, la “rimozione della cintura mi faceva tornare alla forma umana”.
Nessuna cintura fu mai trovata dopo l'arresto di Peter Stumpp.
L'ingresso del diavolo nel processo condusse rapidamente alla stregoneria.
Secondo l'accusa, per 25 anni Stumpp fu un “insaziabile succhiasangue” che si ingozzava di carne di capra, agnello e pecora. Fu altresì accusato di cannibalismo poiché, dichiarò lo stesso imputato, si nutrì di uomini, donne e bambini. Le confessioni giunsero nel momento in cui i giudicanti minacciarono di sottoporre l'uomo a durissima tortura. Peter dichiarò altresì d'aver ucciso e mangiato quattordici bambini e due donne incinte, i cui feti strappò dal ventre per mangiarne il cuore. Uno dei quattordici bambini era il figlio, il cui cervello dichiarò d'aver divorato.
Le accuse non si fermarono al cannibalismo e all'omicidio.
Stumpp fu accusato d'aver intrapreso una relazione incestuosa con la figlia, Beele, e d'essersi accoppiato con una lontana parente, evento che fece giungere sulla testa di Stumpp una seconda accusa di incesto, in base alla legge del tempo.
Peter Stumpp, la figlia Beele e la signora con cui si era accoppiato, furono condannati a morte.
Non una morte qualunque.
Una morte terribile.


L'esecuzione avvenne il 31 ottobre del 1589, alla presenza di un folto pubblico, delle autorità, di alti esponenti del clero e membri dell'aristocrazia locale, evento assolutamente inconsueto, nella Germania del tempo, per un processo, e relativa esecuzione, di un lupo mannaro e due streghe.
Il corpo di Peter Stumpp fu adagiato sulla ruota.
Gli strapparono la carne in dieci punti con delle tenaglie roventi.
Fu macellato con un'ascia per impedirgli di tornare dalla tomba.
Successivamente fu decapitato.
Il corpo, o quello che ne rimaneva, fu lanciato nel fuoco purificatore insieme alla figlia e all'altra donna, che precedentemente erano state scorticate e strangolate.
Come monito per la popolazione, le autorità locali decisero di erigere un palo dove adagiarono la testa mozzata di Peter Stumpp.
Gli storici hanno avanzato molti dubbi su questo processo, sostenendo che fosse un processo politico a malapena nascosto dietro le accuse di licantropia e stregoneria.
Quali le motivazioni di queste supposizioni?
Gli anni in cui si suppone che Stumpp abbia commesso la maggior parte dei suoi crimini, dal 1582 al 1589, furono segnati da una guerra di religione nella regione di Colonia. In quel periodo ci fu il tentativo di introdurre il protestantesimo nella città e nelle zone limitrofe. Stumpp fu quasi certamente convertito al credo protestante.
La guerra di religione causò l'invasione della città e dei villaggi da parte degli eserciti di entrambe le fazioni. Inoltre l'intera zona fu colpita da un'epidemia di peste.
Nel 1587 i protestanti furono sconfitti ed il castello di Bedburg divenne il quartier generale dei mercenari cattolici comandanti dal nuovo signore di Bedburg, Werner conte di Salm-Reifferscheidt-Dyck, fedele cattolico e deciso sostenitore della reintroduzione del credo romano.
Secondo gli storici, esiste la possibilità che il nuovo signore abbia deciso di rimproverare i cittadini della regione di Colonia che si erano convertiti al protestantesimo.
Quali miglior occasione che un pubblico processo con durissima esecuzione capitale?
Se fosse stata una semplice condanna a morte per licantropia e stregoneria, la presenza di nobili, aristocratici e alti prelati, sarebbe sorprendente in riferimento alla vita della regione nel periodo nel quale avvenne il processo.
E' forte la possibilità che Peter Stumpp sia stato condannato in seguito ad un processo politico, il cui scopo fu esclusivamente d'avvisare i residenti della regione di Colonia di cosa sarebbe accaduto al loro corpo in caso di conversione al credo protestante.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


"The Bogeyman's Gonna Eat You-- Albert Fish, The Vampire of Brooklyn". "America's Serial Killers: Portraits in Evil" Mill Creek Entertainment, 2009

Anon. A True Discourse. Declaring the Damnable Life and Death of One Stubbe Peeter, a Most Wicked Sorcerer. London, 1590. (original English version)

Homayun Sidky, Witchcraft, Lycanthropy, Drugs, and Disease. An Anthropological Study of the European Witch-Hunts. New York 1997

Peter Kremer, "Plädoyer für einen Werwolf: Der Fall Peter Stübbe", in, Ibd., Wo das Grauen lauert. Blutsauger und kopflose Reiter, Werwölfe und Wiedergänger an Inde, Erft und Rur. Dueren 2003

David Everitt, "Human Monsters: An Illustrated Encyclopedia of the World's Most Vicious Murderers" New York: McGraw-Hill 1993

"El alma está en el cerebro". Eduardo Punset (punto de lectura) 2006 Redes RTVE

Mysterious Monsters Daniel Farson & Angus Hall,Mayflower Books,1975 - pg.53-4. Argues for Peter Stump being innocent


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.