2017-12-10

il finto pellerossa che ingannò i fascisti

È bello, virile e fa innamorare le donne. Le tribù irochesi non potrebbero desiderare un testimonial migliore. Il capo pellerossa Cervo Bianco è in Europa per rivendicare – davanti alla Società delle Nazioni – i diritti degli Indiani d’America.

Forte di un certo fascino esotico, l’uomo calamita l’interesse delle folle e attrae una platea di seguaci sempre crescente. Il suo tour italiano è ovunque accolto con entusiasmo. Con il suo carisma conquista un pubblico eterogeneo, composto da autorità e alti prelati, nobili e popolani, giornalisti e generali.
Sembra disporre di ricchezze illimitate. Dispensa mance a reduci di guerra, vedove e orfani, ma le donazioni più cospicue sono a favore della Federazione Provinciale Fascista. (1)  A Fiume viene proclamato “fascista ad honorem”. Ad Ancona lo accoglie un drappello ufficiale che intona l’inno Giovinezza! A Bari riceve una seconda tessera fascista. (2) 
Cervo Bianco e i suoi amici fascisti.
Nell’estate del 1924 Cervo Bianco vuole incontrare Benito Mussolini. Per il Duce è un’occasione da non perdere: nei giorni del delitto Matteotti, Cervo Bianco è la “distrazione di massa” perfetta. L’incontro salta all’ultimo momento, ma verrà sceneggiato lo stesso in un romanzo del 1980. Nella ricostruzione di Ernesto Ferrero, il principe pellerossa si fa annunciare come Chief White Elk Tewanna Ray. Un po’ capo politico e un po’ sciamano, Cervo Bianco mostra doti di chiaroveggenza, invitando il Duce a fare attenzione all’ulcera allo stomaco: «Io che ho pratica di medicina, riconosco questi mali. Me ne accorgo dal respiro, dagli occhi, da come tengono le mani, da come si muovono.» (3)  Ma c’è anche finezza psicologica dietro la “visione endoscopica”: «È abbastanza frequente che un Capo di Stato abbia l’ulcera…» (4) 
Le contesse austriache Melania e la figlia Antonia Khevenhüller di Fiumicello gli mettono a disposizione la loro villa vicino a Trieste. Amante della buona tavola e forte bevitore, trascorre il mese di agosto sulla Riviera ligure, tra Diano Marina e Varazze. A settembre è in Toscana.

Un articolo dell’epoca regala un’efficace istantanea a proposito del suo rapporto con la folla. La sera del 2 settembre 1924 l’uomo festeggia il suo compleanno all’Hotel Baglioni di Firenze; uscendo dall’albergo,
il principe ha estratto manciate di biglietti da 50 e 10 lire, che distribuì ai più vicini. Naturalmente la folla non tardò a crescere ed in breve il donatore è stato competamente [sic] attorniato. Le banconote furono esaurite ben presto ed il principe è salito in automobile, allontanandosi dopo qualche sforzo. In piazza Unità, la folla continuò a sostare a lungo in attesa del ritorno del principe, ma inutilmente. (5) 
Mentre si trova a Firenze, Richard Ginori fa realizzare per lui un busto in porcellana in cui è ritratto in scala 1:1. (6) 

AVVISAGLIE DI RESISTENZA

Il consenso, però, non è unanime. Tra gli applausi che gli tributa la città di Bologna, il 19 settembre 1924 l’onorevole Mario Bergamo (1892-1963) scrive al prefetto del capoluogo emiliano, in nome di “un ostinato residuo di dignità nazionale”. Firma da solo, ma ci tiene a dire che altri – come lui – sono scettici sui metodi del personaggio:
Un principe dei pellirosse […] si onora della scorta continua di militi fascisti, va riportando e provocando in Bologna le munifiche gesta che non aggiunsero nuova gloria alla città di Firenze. Per un ostinato residuo di dignità nazionale che è in me, e non in me solo, mi permetto di segnalare privatamente alla S.V. il nuovo fatto umiliante di cui tutti implicitamente siamo vittime. Tale fatto, ahimé, non mi meraviglia; tuttavia, a mio sentimentale avviso, il signor principe indiano, potrebbe essere messo in condizione di dover rispettare l’ospitalità degli italiani, l’ospitalità, per lo meno, degli italiani poveri. (7) 
Un primo caso di “resistenza”: Mario Bergamo su La Stampa, 20.9.1924.
Il 28 ottobre 1924 Cervo Bianco pronuncia un discorso ufficiale alla cerimonia di commemorazione della Marcia su Roma. (8)  Il primo e unico Indiano d’America Fascista è un orgoglio per i gerarchi.
Mentre si trova a Torino, viene ricoverato all’ospedale San Vito per problemi epatici. Un giorno sparisce dal sanatorio per riapparire in Svizzera. Cervo Bianco è a Lugano quando un telegramma avverte la polizia elvetica della sua vera identità: un truffatore in cerca di fortuna.

LA VERA STORIA DI EDGAR LAPLANTE

In realtà Cervo Bianco si chiama Edgar Laplante. È un meticcio nato il 16 marzo 1888 a Pawtucket (Rhode Island). Suo padre Arthur Laplante è un muratore canadese, sua madre una nativa americana. Edgar studia canto e si mette a lavorare in vaudeville itineranti, che lo porteranno fino alla costa Ovest degli Stati Uniti. Nel 1918 sposa Bertha Thompson, una nativa americana. Come racconta Beppe Leonetti, i due
iniziano a vagabondare per la Confederazione spacciando come medicinale un intruglio a base di olio di serpente e raccogliendo fondi per la Croce Rossa, che intascano allegramente e che saranno fonte di guai giudiziari in alcune città. (9) 

Nel 1923 la sua compagnia teatrale viene ingaggiata dalla Paramount Pictures per fare promozione al film di James Cruze “I pionieri”. Lo spettacolo che accompagna la proiezione si intitola “La carovana verso il West” (10)  e lui interpreta la parte del pellerossa. Da tale personaggio non uscirà più. Il tour lo conduce in Europa, e a Liverpool inizia a millantare origini nobili:
Mio bisnonno, mio nonno, mio padre erano tutti dei capi tribù; io ho ereditato tale titolo e sono l’ultimo di 1600 capi. Io sono quello che ha conferito al Principe di Galles il titolo di «Grande Stella del Mattino». Fra pochi giorni andrò in Inghilterra per ottenere dalla benevolenza di Re Giorgio la protezione per i miei figli indiani. (11) 
Solo una complicazione burocratica gli impedisce di incontrare il sovrano. Il 27 giugno 1923, sotto il falso nome di dottor Tewanna Ray, si sposa a Manchester con Ethel Elizabeth Holmes, una vedova inglese. Crede di essere bigamo, in realtà è vedovo: non sa che – nel frattempo – Bertha è morta di parto. Dando alla luce una figlia che lui non conoscerà mai.
Ha qualche problema con la polizia. Si diffonde la voce che sia omosessuale e lui ripara a Parigi. Quando la sua compagnia ritorna negli States, lui decide di proseguire la tournée da solo. Rimasto senza abiti di scena, rimedia acquistando un costume presso i magazzini Lafayette. Dalla Francia si trasferisce poi a Bruxelles, dove continua a esibirsi nei teatri. Interpreta canzoni della tradizione irochese e balla indossando i costumi tipici. Propone il suo one man show a Marsiglia, poi a Nizza. (12) 
In un albergo della Costa Azzurra conosce Antonia Khevenhüller di Fiumicello. Sedotta dall’esotico trentenne, la ragazza ne diventa l’amante e nel giugno 1924 lo porta con sé in Italia. I soldi della nobildonna gli fanno comodo; con il sostegno economico della famiglia Khevenhüller, Edgar percorre in lungo e in largo la penisola.
Il 13 dicembre lascia l’Italia per Bellinzona. Ha una tessera turistica valida 5 giorni, ma riesce a stabilirsi a Lugano. Qui lo raggiunge un mandato di arresto internazionale spedito dagli Stati Uniti. (13)  La sua carriera finisce nel manicomio cantonale di Medrisio.
In occasione del primo processo in terra svizzera, il 26 giugno 1925 La Stampa dedica al caso un titolo a tutta pagina (14) :
Davanti ai giudici di Lugano l’uomo confessa che Chief White Elkera il nome che aveva assunto lavorando in un circo nel ruolo dell’Indiano. Durante il processo mantiene sempre la stessa linea di difesa: sono un artista, tutto ciò che ho detto di me era da intendersi nel quadro di una narrativa teatrale.

Un secondo processo si svolge a Torino nell’ottobre 1926 (15) , al termine del quale viene condannato a cinque anni di reclusione. (16)  Ne sconterà meno di tre: nel giugno 1929 La Stampaannuncia la sua liberazione. (17) 
Il professor Mario Carrara, che ha sposato la figlia di Cesare Lombroso e che ne dirigerà il museo, è incaricato di fare una perizia psichiatrica su Edgar, che viene etichettato come un “bugiardo patologico dalla personalità istrionica”.
Il 27 agosto 1929 Edgar viene rispedito nel Stati Uniti (18) . Secondo un articolo del 6 luglio 1930, a New York l’uomo ha ripreso la carriera teatrale. (19)  Muore nel 1944 a Phoenix (Arizona).
A Torino, il Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso ospita ancora oggi il costume acquistato ai magazzini Lafayette.
Il 15 marzo 2014 il gruppo jazz dell’Associazione Musicale degli Studenti Universitari del Piemonte, diretto da Gian Luigi Panattoni, organizza presso l’Aula Magna del Museo Lombroso un doppio concerto dedicato al finto pellerossa. La scaletta include brani che Edgar Laplante interpretava nei vaudeville, i cui spartiti sono ancora nel dossier conservato nel museo torinese (tra cui “My Mammy” e “The Sunshine Of Your Smile”). Alla serata interviene Beppe Leonetti, che ne racconta la vita e annuncia per la fine del 2015 l’uscita di un documentario su di lui.
Due fotografie dal concerto del 15 marzo 2014. A sinistra: Beppe Leonetti. A destra: il complesso diretto da Gian Luigi Panattoni, Stefano Ivaldi, Cristian Zambaia, Isabella Rizzo ed Elisabetta Panattoni.

L’HOUDINI DELL’IDENTITÀ


Per Nico Orengo Edgar Laplante fu «un Houdini dell’identità in un paese che si maschera con lui.» (20)  Ernesto Ferrero gli dedica il romanzo Cervo Bianco(Mondadori 1980), poi riscritto e pubblicato con il nuovo titolo L’anno dell’Indiano (Einaudi 2001). Citando le pagine di Ferrero, Oreste del Buono e Giorgio Boatti ritengono che la vicenda di White Elk racconti qualcosa del presente:
Servirebbe una spiegazione: e non tanto sulla vita sbrindellata di Cervo Bianco. Ma su questa faccenda degli italiani così facilmente magnetizzati, così desiderosi di farsi ammaliare: «Forse non era stato Laplante a inventare Cervo Bianco per gli italiani, ma gli italiani a inventare Cervo Bianco per Laplante. Gli italiani avevano proiettato su di lui il loro confuso desiderio di fasto e d’avventura. Avevano bisogno di un mago che li guarisse dalla mediocrità del loro presente. Qualcuno da applaudire per meriti che nessuno conosceva esattamente, e che consistevano principalmente in una ricchezza favolosa.»  (21) 
Allude agli stessi richiami con la contemporaneità questo fotomontaggio che circola in rete:
Il volto di un illusionista contemporaneo sull’immagine di Edgar Laplante.
Oddone Camerana ne mette in luce la capacità di portare alla luce vacuità e ipocrisia della nostra società; quelli come lui
sono personaggi interessanti perché, disegnando il loro raggiro sulla base dell’idea maturata su stereotipi professionali e di comportamento, ne sfruttano i filoni più sicuri. Da buoni psicologi della vita essi mettono in scena e teatralizzano le ambiguità che ritengono di avere in comune con il prossimo. […] Piacciono a chi, scampato alle loro trame, prova soddisfazione a parteggiare al modo insolito in cui qualcuno riesce a schernire la società e i suoi sognati valori. Infatti l’impostore si rivela un amabile conoscitore delle debolezze umane. […] L’idea della vita come farsa non esclude quella dell’esistenza come tragica e pietosa recita di una parte, in forma matura e definita, per compiacere al prossimo e alla collettività. (22) 
E se si pensa al finto pellerossa che, dal balcone dell’hotel Danieli di Venezia, lancia sulla folla i quattrini della contessa Khevenhüller (23) , la scena appare come la subdola (e geniale) messa in atto di un esproprio proletario.

fonte: http://www.marianotomatis.it/

NOTE

1. Secondo La Stampa, la donazione fu di 10 mila lire – circa 8 mila euro odierni. (“Le strabilianti avventure del falso principe pellerossa”, La Stampa, 24.6.1925.)
2. Ercole Moggi, “L’incredibile film dal vero del principe pellerossa davanti ai giudici di Lugano”, La Stampa, 26.6.1925.
3. Ernesto Ferrero, Cervo Bianco (romanzo), Mondadori, Milano 1980.
4. Ibidem.
5. “Il principe pellerossa a Firenze. Lo spettacolo delle manciate di biglietti alla folla…”, La Stampa, 3.9.1924.
7. “Una lettera dell’on. Mario Bergamo a proposito del principe pellerossa”, La Stampa, 20.9.1924.
8. “Le strabilianti avventure del falso principe pellerossa”, La Stampa, 24.6.1925.
10. La Stampa, 9.10.1926).
11. Cit. in “Le strabilianti avventure del falso principe pellerossa”, La Stampa, 24.6.1925.
12. La Stampa, 24.6.1925.
13. “Il pellirossa truffatore identificato”, La Stampa, 18.2.1925.
14. La Stampa, 26.6.1925.
15. “Il falso principe pellerossa racconta ai giudici la sua vicenda sentimentale”, La Stampa, 9.10.1926.
16. “Il pellerossa condannato a 5 anni, 7 mesi e 15 giorni di reclusione”, La Stampa, 13.10.1926.
17. “Il Cervo Bianco in libertà”, La Stampa, 4.6.1929.
18. “Il Cervo Bianco sarà oggi tradotto a New York”, La Stampa, 27.8.1929.
19. “Il Cervo Bianco e i suoi successi americani”, La Stampa, 6.7.1930.
20. Nico Orengo, “Così Cervo Bianco il finto indiano marciò su Roma”, La Stampa – TuttoLibri, 8.11.1980.
21. Oreste del Buono e Giorgio Boatti, “Tutti al circo di Cervo Bianco”, La Stampa – TuttoLibri, 27.10.2001.
22. Oddone Camerana, “Truffa indiana”, La Stampa – TuttoLibri, 25.7.1996.

2017-12-09

nel tempo in cui i bimbi nati-morti erano degni al più di qualche sorriso


Dal XII al XIX secolo almeno, decine, centinaia, migliaia di casi di ritorno effimero alla vita di bimbi nati-morti si verificarono in tutta Europa, divenendo una delle manifestazioni rituali più diffuse e longeve della cristianità. 
Il fenomeno esplode soprattutto a partire dal Cinquecento. Un evento eclatante è quello documentato nelle vicinanze di Aix-en-Provence nel 1558. In quell'anno "uno di questi bimbi fu lasciato sull'altare per diverso tempo. Dopo le preghiere, riprende vigore, e viene battezzato. Sette candele disposte su un lampadario al centro della chiesa, ad oltre 12 passi da terra, miracolosamente si accendono. Erano presenti il vicario generale e sette testimoni".
La chiesa cui si riferisce il miracolo apparteneva all'Annonciade di Aix-en-Provence, monastero dedicato all'Annunciazione della Beata Vergine, costruito nel XIII secolo sulle rovine di una cappella dedicata a Sant'Antonio. Gli abitanti della città avevano stabilito di edificare l'edificio fuori le mura in seguito all'incremento dei casi della malattia conosciuta con il nome di fuoco sacro, male degli ardenti fuoco di Sant'Antonio. Tale pericoloso morbo poteva avere effetti devastanti sulle comunità colpite. Si manifestava in due forme: la prima caratterizzata da sintomi epilettici, la seconda da gangrena alle estremità che conduceva all'amputazione dell'arto colpito. Le parti del corpo interessate dalla malattia diventavano secche e nere, come se fossero state bruciate, caratteristica dalla quale potrebbe essere derivato il nome, che evoca il fuoco, della patologia. La medicina del tempo non conosceva rimedi efficaci, perciò le popolazioni del XIII secolo si rivolgevano a Sant'Antonio, considerato l'intercessore prediletto contro questo malanno. Con il tempo il convento dell'Annonciade fu abbandonato sino a cadere in rovina. 



Soltanto i libri parrocchiali rimangono a testimoniare, come spesso accade, l'incredibile, miracoloso evento svoltosi presso l'altare di quella cappella dedicata all'Annunciazione della Beata Vergine. Intanto il répit si diffonde anche in Italia. A Rimella, in Val Mastellone in provincia di Vercelli, nel 1590 si registra un caso clamoroso. L'allora vescovo di Novara, Cesare Speciano, durante una visita pastorale in Valsesia decise di spingersi fino a quello sperduto villaggio, perché aveva udito che vi si perpetravano strani riti. Cosi scrisse di proprio pugno: "In Rimella perdura questa superstizione e cioè che gli infanti morti senza il sacramento del battesimo se fossero collocati sotto l'altare di Santa Maria sarebbero tornati alla vita fino che avessero ricevuto il battesimo, ma essendo stati interrogati il curato ed altri testimoni sul fatto che uno di questi bimbi fosse tornato alla vita, risposero nessuno. La qual cosa fu giudicata piuttosto degna di riso e fu vietata, affinché quei bimbi nati morti e creduti vivi non fossero battezzati ne sull'altare della chiesa ne in altri luoghi".
Il presule novarese era nato a Cremona nel 1539, nobile rampollo della famiglia degli Speciani, e avviato sin da giovane età alla vita clericale. Ordinato presbitero dell'arcidiocesi di Milano nel 1567, fu nominato vescovo di Novara nel 1584 e già all'indomani dell'incarico si impegnò fortemente nell'applicazione dei dettami del Concilio di Trento. 



Lo Speciano si sentì investito d'estirpare le superstizioni antiche dalla sua diocesi, compresa l'ignobile pratica del répit che decise di vietare con violenza, seguendo il sentimento istituzionale dell'epoca, destinato a rimanere tale per molto tempo. Ancora nel 1702 il teologo Jean-Baptiste Thiers avrebbe espresso il medesimo parere: quel rito era di certo superstizione e in piena opposizione alla dottrina cristiana. Il répit veniva vietato non solo in Italia, ma anche nella terra d'origine, la Francia. Nella diocesi di Sens, dopo quasi 150 anni dalla prima perentoria proibizione, il rito continuava ad essere praticato. Il vescovo si era scagliato violentemente contro i genitori accusati di ricorrervi già nel 1524, ma i ritorni effimeri alla vita dei bimbi nati-morti a Pringy si verificarono con regolarità. Abbiamo documenti che attestano tale pratica: "il venti di ottobre del 1662, hanno portato un bambino nato morto dalla parrocchia di Nandi, figlio di Etienne Colin e Catherine Colas. Il bambino è stato esposto di fronte all'immagine della Vergine nella cappella del Priore di Pringy. Dopo le preghiere alla Vergine il piccolo ha mostrato segni di vita come perdita di sangue dalle narici e dall'ombelico, e la piuma che era stata posta sulle sue labbra è sventolata. E' stato battezzato e sepolto nel cimitero. Presenti Claudine Vignier, ostetrica, Simonne Delacroix, vedova di Tourbillon, Guy Dealcroix e Marie Delacroix".



Ovunque vi fossero santuari a répit, le resurrezioni effimere continuavano. In Italia un caso unico è quello di Soriso, provincia di Novara. Nel piccolo paese, che sorge lungo la direttrice che collega la Valsesia con il medio novarese, tutto ebbe inizio nel 1676: "dalla parte occidentale in bassa e angusta valletta si venera, in vago oratorio, la miracolosa immagine della Madre di Dio, appellata della Gelata, le cui prodigiose grazie, e portenti, non devono essere passate sotto silenzio. L'anno passato 1676 circa l'ora 11 del 30 ottobre Livia Vercelli di questo luogo, diede alla luce una bambina nata morta. Angosciata cercò il denaro per un viaggio nella diocesi di Tarantasia in Savoia, dove per intercessione della beata vergine innumerevoli bambini nati morti hanno dato segni di essere risorti a vita sufficiente per ricorrere al battesimo convenzionale. Mancandogli i soldi ma avendo viva fede, chiese al parroco di esporre la sua bambina davanti alla miracolosa immagine. Si recò il giorno 3 di novembre circa all'ora 13, si recitò il rosario con orazioni ma non comparendo indici sospirati e partendo già il popolo esclamò l'ostetrica di aver quell'istante evacuato dal corpicciolo alcuni escrementi. Disse l'ostetrica sentir palpitare il cuore a quel cadavere e tremare l'occhio sinistro. Onde il parroco pieno di allegria spirituale diedegli il battesimo condizionato. Si terminò il rosario, si resero grazie a Dio e alla beata vergine con l'inno Te Deum e si portò alla sepoltura la bambina a suono festoso delle campane. Fu veduto quel piccolo cadavere prima di seppellirlo essersi colorito da livido a bianco e rubicondo al pari di un ben sano vivente". La miracolosa immagine era soltanto un dipinto protetto da una piccola cappella sulla strada che, uscendo dal paese verso occidente, raggiungeva la Valsesia. In seguito a quel primo prodigio e agli altri dieci che si verificarono poco dopo, l'edicola diventò un oratorio e poi un santuario. 



Dal manoscritto si comprende che il ricorso al répit era conosciuto e di prassi comune nella zona del novarese nel seicento. Al 1739 risale l'ultimo caso di ritorno effimero alla vita di cui si abbia traccia nell'archivio parrocchiale di Soriso. Possiamo avere la certezza che nel 1739 si sia verificato l'ultimo caso di ritorno alla vita? Dopo tale data i registri parrocchiali e le memorie non menzionano più tale fenomeno. Che ne siano accaduti altri o meno, i divieti vescovili e papali di certo spinsero i parroci a seguire scrupolosamente le nuove disposizioni. In altre regioni europee il culto non si spense fino alle soglie del XX secolo. Non lontano da Soriso un altro santuario divenne luogo di ritorni effimeri alla vita. L'esistenza del répit a Ornavasso, provincia di Verbania, divenne pubblico nel 1759, quando l'allora vescovo di Novara, Marco Aurelio Balbis Bertone, ne viene a conoscenza durante una visita pastorale. Le parole del segretario episcopale negli Atti di Visita non lasciano dubbi: in quel luogo i bimbi che nascevano privi di vita erano portati in un santuario de paese per tornare temporaneamente tra i vivi al fine d'ottenere il battesimo. Il luogo era quello della Madonna dei Miracoli, chiamato Boden ovvero pianoro nella locale lingua walser, che sorge al di sopra di unabalza incuneata all'ingresso di uno stretto vallone. Il vescovo si espresse duramente nei confronti del répit che in quel luogo si praticava. Sicuramente a tale sentimento fu spinto dalla condanna generale espressa pochi anni prima dal De Synodo Diocesana, testo con il quale papa Benedetto XIV condannò in via definitiva il rito del ritorno effimero alla vita per abuso del sacramento del battesimo.



Negli anni seguenti il ricorso al répit non declinò ne scomparve. Chi vi faceva ricorso si nascondeva, si riparava in luoghi isolati. Non lontano dall'abitato di Ornavasso è il Canton Vallese, in territorio svizzero. Nel 1794 il vescovo di Sion,  Joseph-Antoine Blatter, prima di intraprendere un viaggio nella diocesi, inviò a tutti i parroci un questionario sullo stato della parrocchia. Le domande riguardavano le pratiche svolte nei santuari a répit. I parroci di Moerel e di Reckingen confermarono che i bimbi nati-morti erano abitualmente portati alla cappella di Hohen-Fluhen, nel comune di Rieredalp, affinché potessero ricevere il sacramento del battesimo. Il parroco di Moerel aggiunse che la cappella era luogo di pellegrinaggio molto frequentato e che vi erano stati comportamenti scandalosi, da parte dell'uno e dell'altro sesso, nelle locande dei dintorni. Voci simili si levarono anche da Munster, Biel, Naters e Mund. L'ultimo battesimo impartito a Hohen-Fluhen sembra risalire al 1852. Il registro dei battesimi di Biel menziona alla data del 22 maggio del 1863 il decesso di bimbi non battezzati e portati alla cappella di Hohen-Fluhen, in seguito ad "una stupida credenza". 
La certezza che il 1863 sia stato l'anno finale della pratica non è credibile poiché ancora nel 1879, nello Stato della parrocchia di Moerel, era menzionato, come destinatario dei bimbi morti senza il battesimo, il cimitero della cappella di Hohen-Fluhen.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia
Fabio Casalini e Francesco Teruggi, Mai vivi, mai morti, Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, 2015
Marcel Bernos, Réflexions sur un miracle de l'Annonciade d'Aix. Contribution à l'etude dex sanctuaries à repit, in Annales du Midi, Edition Privat, Tolosa, 1970

Fiorella Mattioli Carcano, Santuari à répit, Priuli e Verlucca, Ivrea, 2009

Jean-Baptist Thiers, Traité de l'exposition du Sain Sacrament de l'autel, Louis Chambeau, Avignone, 1977

Gabriel Leroy, Notre-Dame de Pringy, son culte et sa légende, Dumoulin, Paris, 1862

Fiorella Mattioli Carcano e Valerio Cirio, Santa Maria della Gelata nel contesto europeo dei santuari fonte di vita, Parrocchia di Soriso, Soriso, 1993

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

2017-12-03

HIV. Al capolinea un'allucinazione di massa pilotata


A cura di Lorenzo Acerra - 26/02/2012

Isolare retrovirus e trovare loro un leitmotiv patologico era di moda negli anni 70/80. Si pensava che nessun tessuto esprimesse trascrizione inversa, cioè dal RNA al DNA, e quando veniva rilevata dal test questa attività dovesse essere attribuita non all'organismo ma ad un suo ospite, insomma una sorta di contaminazione virale ("virus con trascrizione inversa"  --> "retrovirus").
Ma questo si dimostrò un errore, poiché fu verificato già verso la metà degli anni '80 che la trascrizione inversa è un'attività di tutta la materia vivente (Franchi 1997). La conferma definitiva arrivò nel 2001 con i risultati del Progetto per la mappatura del Genoma Umano. Se sono i tessuti stessi a prodursi naturalmente la loro attività di trascrizione inversa, il concetto stesso di "retrovirus" viene a decadere.
Tutti i 200 test per identificare retrovirus si riferiscono in realtà a capacità di trascrizione inversa di tessuti umani. Qualcuno ne avrà di un tipo, qualcun altro ne avrà di un altro tipo.
A parte l'HIV, non fu mai possibile correlare patologie ad altri retrovirus. E con l'HIV? Dobbiamo fare un passo indietro che mostrare che nemmeno con l'HIV si ritrova un leitmotiv patologico. Era il farmaco AZT che uccideva. Vi ricordate Magic Johnson e Freddy Mercury diagnosticati HIV positivi nel 1987 e 1988 rispettivamente? Magic Johnson si rifiutò di prendere una cosa così tossica come l'AZT ed infatti è ancora con noi. Le persone con HIV che accettavano le cure, l'AZT, finivano per sviluppare la sindrome da AZT, ovvero l'AIDS.
Negli anni '70 lo sforzo di innumerevoli gruppi di ricerca era quello di correlare quell'attività cellulare anomale di cui non si sapeva niente (di trascrizione inversa) al cancro. Quando Nixon dichiarò la guerra al cancro nel 1971, si riferiva proprio al fatto che ingenti finanziamenti erano stati pianificati per mettere in correlazione i diversi tipi di trascrizione inversa con i vari tipi di cancro!
Le cose funzionavano così: ogni volta che l'attività transcriptasica inversa veniva rivelata si riteneva che i retrovirus fossero presenti. Ma questo non è più vero in vista della Mappatura del Genoma umano del 2001. E infatti ci furono solo fallimenti in quel tipo di ricerca sul cancro. Dopo dieci anni di fallimenti, si cambiò rotta.
In quel momento storico, con somme ingenti che non avevano ancora dato alcun risultato, era quasi obbligata una conversione di tutte quelle strutture e dipartimenti e investimenti all'immensa balla della ricerca sull'AIDS!
Fu chiaro in quel momento storico a tutti i partecipanti che formulare una qualsiasi ipotesi di un ruolo dei retrovirus in una patologia umana sarebbe stato appoggiato dal sistema con tutte le sue forze politiche ed economiche disponibili!
Servivano categorie in cui si potessero trovare facilmente persone che erano molto malate per attribuire su loro l'epidemia dell'ipotetico retrovirus assassino.
Gallo dimostrò che almeno si poteva attribuire ad un test di frammenti di HIV la malattie dei drogati.
28 anni dopo si parla sempre di meno di HIV, Gallo non ricevette il premio Nobel perché i test da lui brevettati avevano delle evidenti forzature. In Africa serve l'isolamento di una sola banda per decretare la posititivà, in Australia quattro, in Europa tre! Un tessuto pieno di retrovirus è la placenta. Gallo riuscì ad isolare l'attività retrovirale solo quando tessuti placentari erano aggiunti al protocollo per evidenziare materiale retrovirale, quindi infetto, nei campioni di sangue delle persone.
Gli ultimi sviluppi dimostrano ormai inequivocabilmente che il passaggio da RNA a DNA non è affatto un'ABERRAZIONE, piuttosto è ciò che potrebbe spiegare la complessità umana. Il DNA sarebbe allora come una sorta di libreria dove il RNA va a prendere le informazioni che gli servono per governare la cellula.
L'intero gruppo cui l'HIV apparterrebbe, i retrovirus, non ha niente di patologico e non è un gruppo di virus. Era ritenuto tale fino all'inizio degli anni ottanta. La questione è stata ben sintetizzata nel 1998 dal virologo Stephen Lanka:
"...studiando la biologia evolutiva trovai che ognuno dei nostri genomi, e quelli delle maggiori piante e animali, è il prodotto della cosiddetta trascrizione inversa: RNA che si trascrive nel DNA. L'intero gruppo di virus cui l'HIV apparterrebbe, i retrovirus nei fatti non esiste per nulla".
Il tracollo dello stato di salute allora è dovuto alla tossicità dei farmaci anti-retrovirali.
Ma a cosa è dovuta la malattia? C'è una causa organica, per esempio il crollo di un sistema enzimatico? Nel 1995 O'Brien, del National Cancer Institute, stimava nella popolazione generale un'incidenza dello 0.6% di una grave riduzione dei CD4 in individui non-HIV. Secondo questi dati, gli Stati Uniti, con una popolazione complessiva di 250 milioni, hanno due milioni di individui (lo 0.6%) con immunodeficienza ma HIV negativi, mentre un altro milione di statunitensi (lo 0.3%) sono HIV positivi.
Se si vanno ad esaminare possibili difetti molecolari alla base di questa sindrome di immunodeficienza acquisita NON- HIV, si trovano dei deficit enzimatici. Il deficit enzimatico di Adenosin- Deaminasi è tra il più diffuso fattore eziologico della Idiopathic CD4 Lymphocitopenia, anche se la scarsa diffusione delle competenze e tecniche diagnostiche spesso ne previene l'identificazione (altri deficit enzimatici che notoriamente determinano una condizione di bassi CD4 sono a carico degli enzimi PNP, Purine nucleoside Phosphorylase, e ATPasi, adenosine tri-phosphate). Per quanto queste informazioni siano un poco troppo tecniche, sono necessarie per chiudere il cerchio.
Vediamo un esempio: "Donna di 39 anni, madre di una bimba 13enne. Era stata ricoverata 8 volte nell'ultimo anno per polmonite. Durante l'infanzia aveva sofferto di otiti, infezioni polmonari ricorrenti, epatite, foruncolosi, diarrea, frequenti convulsioni febbrili. Il peggioramento sostanziale iniziò dopo i 28 anni, con linfopenia, epatite e infezione cronica polmonare (la Tac rivelava bronchiectasia), IgE totali a 1789 IU/ml, CD4 a 190/ul. La negatività del test HIV permise di indirizzare le indagini verso altre piste, in particolare in questo caso fu identificato il deficit enzimatico di Adenosin- Deaminasi, che è una nota causa di ridotti CD4" [Ozsahin 1997].
L'argomento quindi è scottante: scienza ostaggio, persone come moscerini, come ti invento il mostro HIV. Un'allucinazione di massa pilotata. È un dovere non ignorare che ci sono sfortunate persone che vengono trattate come moscerini. La situazione è ben fotografata dal documentario: "La scienza del panico", realizzato nel 2011, durata 80 minuti.

Un documentario di Isabel Otaduy Sömme e Patrizia Monzani (con Arantxa Martinez)
Un trailer di 8 minuti lo si trova qui: www.youtube.com/watch?v=oF0-MwgxHQQ


fonte: https://www.disinformazione.it/

2017-11-25

Il Nero e il Bianco


Nell’atrio del Caesar Palace di Las Vegas c’è la statua di un pugile. Si chiamava Joe Louis. La statua non è lì perché abbia combattuto incontri particolarmente importanti a Las Vegas, ma perché a fine carriera era diventato un ospite fisso dell’hotel e del suo casinò. Era pagato solo per stare lì. Per fare l’ospite e farsi vedere in giro per le sale. Attirava i clienti.   Joe Louis è stato il protagonista di una delle storie sportive e umane più straordinarie che si possano raccontare. Uno dei due protagonisti. L’altro era un tedesco, Max Schmeling. 
Il pugilato è uno di quegli sport che per motivi ancora non del tutto chiari riesce più di ogni altro a creare e intrecciare vicende umane fuori dal comune. Sarà per la fatica, il sudore, la violenza. Sarà per la provenienza quasi sempre poverissima dei suoi campioni. Fatto sta che mai come dalla boxe emergono storie così esemplari e persone così autentiche, più vere di qualsiasi invenzione narrativa.
La storia è lunga e complessa. La sfida sarà riuscire a sintetizzarla.
Joe Louis era un pugile americano, nero. Una veloce carriera lo portò ai vertici della boxe negli anni 30, nella categoria dei pesi massimi. Fu uno dei primi a volere e mantenere a tutti i costi un manager anch’esso nero, mentre tutti premevano perché si facesse gestire da un manager bianco.
L’America era ancora profondamente razzista, negli stati del sud ancora dominavano le grandi proprietà terriere dei bianchi lavorate da masse di neri. L’integrazione era ancora una cosa molto lontana. 



Fu in quegli anni, nel 1936, che Louis incontrò per la prima volta Max Schmeling. Era tedesco, gran pugile. Lo incontrò il 29 maggio a New York. Nonostante la Germania di Hitler fosse già poco simpatica negli States, molti, moltissimi americani non furono così dispiaciuti della vittoria del tedesco. Era pur sempre un bianco, e sovvertendo i pronostici sconfisse Louis alla 12esima ripresa, riaffermando agli occhi di molti la supremazia della razza bianca su quella africana.
Fu un colpo durissimo non solo per Louis, ma per l’intera comunità nera degli Stati Uniti.
Schmeling, dal canto suo, avendo avuto la bella idea di chiudere l’incontro urlando alla folla “Heil Hitler!” si vide subito mitizzato e coccolato dal regime nazista. Era diventato un simbolo della superiorità ariana sulle altre razze, e della invincibilità della potenza germanica.
Schmeling si tenne in bilico come poté, accettò le onorificenze del regime, ma al tempo stesso si rifiutò sempre decisamente di licenziare il suo manager ebreo, Joe Jacobs, come invece insistentemente veniva “invitato” a fare dal ministero dello sport nazista. 



Tanto per dare un’idea di come queste vite si intreccino con le traiettorie più disparate, Schmeling nel 1933 aveva sposato Anny Ondra, che per noi cinefili non è un nome qualunque. Era un’attrice cecoslovacca di origine ungherese che quattro anni prima aveva raggiunto la notorietà in Inghilterra recitando nel primo film sonoro inglese della storia del cinema, “Blackmail” (Ricatto), diretto da un giovanissimo talento, tale Alfred Hitchcock (il quale tra l’altro, due anni prima aveva proprio girato una splendida storia muta sulla boxe, “The Ring”, magistrale gioco di parole fra l’arena della boxe e l’anello, ring, protagonista della storia d’amore e matrimonio intrecciata a quella sportiva, maldestramente tradotto in italiano “Vinci per me!”). C’è chi addirittura ipotizza, con diverse prove a carico, che la passione del grande Hitch per le bionde abbia avuto inizio proprio con questa attraente e ironica giovane attrice dell’est. 



Ma torniamo, appunto, al ring.
Dopo la sconfitta del 1936 subita dal campione tedesco, Joe Louis riparte e risale. E’ abituato alla fatica, alle sconfitte, alle delusioni, ed è forte abbastanza da ripartire e riprendersi tutto ciò che ha perso. Un anno dopo conquista il titolo mondiale battendo James Braddock (il Cinderella Man del film di Ron Howard con Russel Crowe).
E ora, conquistata la corona, è deciso non solo a conservarla, ma anche a ripetere la sfida che ancora resta una macchia sulla sua carriera.
Fra le difese del titolo arriva infatti anche l’incontro destinato a passare alla storia. Arriva nel 1938, sempre a New York, sempre allo Yankee Stadium.
Ma stavolta è molto più di un incontro di boxe. Stati Uniti e Germania sono ormai decisamente ostili, e la propaganda di entrambi i governi pompa sui due in modo esasperante. Schmeling è chiamato a ribadire la superiorità della Germania nazista e della razza ariana, Louis è chiamato a difendere l’idea stessa della democrazia degli Stati Uniti, e anche la dignità e la forza della comunità nera americana. Loro, gli americani, sono un po’ meno razzisti dell’ultima volta. Ora ci sono da difendere i loro valori e dare una bella lezione a quella dittatura violenta e pericolosa che sta facendo sfracelli oltreoceano.
Dittatura contro Democrazia. Altro che incontro di boxe.
Quella sera tutta l’America è ferma, radunata davanti alla radio. Gruppi di neri radunati sotto i portici della casa del loro padrone bianco tifano tutti per la stessa parte. Almeno per questa sera è la parte di tutti. 



L’incontro comincia, e dura esattamente due minuti e quattro secondi. In quei due minuti della prima e unica ripresa Joe Louis si abbatte come un tifone sul pugile tedesco. Gli scaraventa una quantità di colpi con forza e velocità pazzesche, tanto da far ammutolire i commentatori. Max Schmeling non ha neanche il tempo di reagire, viene abbattuto come un toro sotto la scarica di un mitragliatore. K.O. alla prima ripresa.
Un trionfo per Louis. La sconfitta definitiva per Schmeling, che viene ovviamente subito scaricato dal regime nazista.
L’America esulta, tutti i neri in ogni angolo degli States si sentono un po’ meno soli e un po’ meno deboli.
Louis diventa un simbolo, non solo per i suoi simili, ma per l’America intera. La sua impresa è considerata storicamente come parte determinante della crescita del sentimento anti-nazista che porterà infine all’entrata in guerra degli Stati Uniti contro il regime di Hitler.
Dopo l’apoteosi Louis difenderà il titolo per 27 volte, vincendo sempre, e si ritirerà dai combattimenti nel 1948, imbattuto.
Ma qui probabilmente inizia l’altra parte della storia, quella che a volte solo la boxe riesce a mettere in scena. Quei terribili due minuti di quella sera del 22 giugno sembra abbiano segnato, insieme al trionfo dell’uno e al tracollo dell’altro, anche l’inizio di un’amicizia destinata a durare assai più a lungo di una manciata di round.
Appena finita la guerra Schmeling è ovviamente in disgrazia, e Louis dagli Stati Uniti fa in modo di farlo rialzare in piedi aiutandolo ad ottenere la concessione per l’imbottigliamento della Coca-Cola in Germania. Gran bel colpo, che lo sistemerà stabilmente assicurandogli anche una lunga e tranquilla vecchiaia. 



I tempi bui arriveranno poi anche per Louis, che dopo un ultimo tentativo di tornare sul ring ormai fuori tempo massimo rimane povero e dimenticato, e sarà soccorso proprio dal vecchio amico tedesco, che ora se la passa assai meglio.
È della fine della sua carriera la strana occupazione di “ospite” del Caesar Palace di Las Vegas. Lui sta lì, pagato e ospitato solo per girare per l’albergo, farsi vedere dagli ospiti, attirarli all’hotel e soprattutto al Casinò.
Con l’andare degli anni si scoprirà malato al cuore, sarà sottoposto a diversi interventi, e si arrenderà alla morte nel 1981, a 66 anni.
Il suo rivale vivrà più a lungo, saluterà questo strano mondo addirittura nel nuovo millennio, nel 2005, da perfetto centenario.
Ma è sugli ultimi particolari che alla fine la loro storia assume i toni unici e commoventi della leggenda.
Joe Louis viene sepolto come eroe nazionale, con gli onori militari, nello storico cimitero di Arlington.
La sua lapide è straordinaria. Le date incise sul marmo scuro non sono 1914-1981 come avrebbero dovuto essere.
Le due date incise sono 1937-1949.
Come se la sua vita fosse stata davvero vissuta soltanto nei pochi anni in cui è stato imbattuto campione del mondo dei pesi massimi.
E l’ultima voce dalla leggenda, immancabile e per questo più vera del vero, vuole che le spese del funerale siano state interamente pagate da Max Schmeling, il suo unico, vero, grande, vecchio amico. 



Joseph Louis Barrow detto Joe Louis
(Lafayette, 13 maggio 1914 – Las Vegas, 12 aprile 1981)
Max Adolph Otto Siegfried Schmeling
(Klein Luckow, 28 settembre 1905 – Wenzendorf, 2 febbraio 2005)
Primo incontro: New York - 29 Maggio 1936 – Schmeling batte Louis alla 12° ripresa
Secondo incontro: New York – 22 Giugno 1938 – Louis batte Schmeling a 2’04’’ della 1° ripresa

Alessandro Borgogno

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


ALESSANDRO BORGOGNO

Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.