martedì

jeans


una affascinante storia dal tessuto denim al capo d'abbigliamento

Il mondo cambia
i blue jeans no...
... e se non esistessero, bisognerebbe inventarli

(Jean Baudrillard) [1]


Un segno universale

Universali, transazionali, indipendenti dalla razza, dalla nazione, dallo status politico e sociale (si pensi, negli anni sessanta, al movimento studentesco i cui giovani indossavano il jean "made in USA" pur ispirandosi a Mao e alla Cina), adatti a tutti e da tutti utilizzati: dall'avvocato quando va alla partita, al giovane professionista che li indossa assieme alla giacca ed alla cravatta, quando vuole sottolineare di non essere (ancora) completamente integrato; ed ancora li indossa la ragazza che ha il piacere di mostrare le gambe lunghe e il sedere alto; e naturalmente li indossa lo studente e l'operaio, l'immigrato e il gitante. Insomma proprio tutti.

Qui, brevemente, si narra la storia di un successo quotidiano [2] che qualcuno ha chiamato cult objects. Gli usi, i costumi e gli oggetti che rendono tangibili le culture degli uomini sono oggi più o meno simili dappertutto; la gente si comporta in maniera analoga e tende a spostare le differenze dal piano della geografia a quello della storia, dallo spazio al tempo, dall'esotico alla moda. Fra New York e Mosca, fra Tokio e Pechino, tra Parigi e Rio de Janeiro, perfino gli umori sono sempre più simili, e soprattutto in via di ulteriore omologazione. Osservare tale diffusione planetaria nel caso dei jeans è accessibile, tanto che normalmente non ci si fa caso. In un mondo così arbitrario e simbolico come quello dell'abbigliamento il jean rappresenta una grande rivoluzione ...

[1] Filosofo francese, citazione tratta dal breve saggio "Il mondo cambia, i blue jeans no". Secondo Baudrillard, i jeans hanno si cambiato la vita, "ma se hanno potuto registrare un tale sfolgorante successo, è perché la vita era già cambiata". "I jeans sono il grado zero dell'abito, o il non-abito universale, senza bisogno di abbinamenti né accessori". E dove quel grado zero, avverte il filosofo, "non è una definizione peggiorativa" ma l'esatto contrario. "Se i contadini portano i jeans - continua il filosofo - è perché non sono più contadini. Se le donne portano i jeans è perché il loro corpo non è più lo stesso, è meno aderente alle costrizioni dell'essere donna, alla messa in scena della loro femminilità". Solo una questione di unisex? No, approfondisce Baudrillard, "i jeans, dopo aver livellato le caratteristiche sessuali, possono ridiventare un oggetto sensuale, sottolineando fino all'oscenità le forme del corpo".
[2] Oggi nel mondo si vendono un miliardo e 800 milioni di jeans all'anno (dato al 2009) ...


1. La storia

1.1. L'antenato del tessuto denim è il fustagno. 

Nel fustagno, che conosciamo dal XIII al XVI secolo, la trama (cioè il filo orizzontale) era di cotone, mentre l'ordito (il filo verticale) poteva essere di lino, di canapa, e talvolta di entrambi. Il tessuto era prodotto un pò ovunque, e ci si riferiva ad esso con un'infinità di nomi: pignolato, bambagina, terlice, ecc. Nel Cinquecento l'industria del fustagno, in Italia, va in crisi: inizia una corsa al ribasso del prezzo e le produzioni si spostano. Fu proprio intorno alla metà del Cinquecento che comparve, sui moli del porto di Londra e negli empori inglesi, un nuovo termine: jeans. L'Inghilterra era ormai diventata un importatore di fustagno: quello tedesco, proveniente dalla Svevia e quello genovese. In effetti, posti di fronte alla crisi generale, i mercanti di Genova si erano rapidamente ripresi, organizzando un efficace traffico internazionale, del «fustagno rurale» proveniente soprattutto dall'entroterra della Repubblica (Novi Ligure, Serravalle, Voltaggio, Alessandria, Asti). Non si trattava di un prodotto d'élite (il cotone importato dalla Turchia e dall'Italia meridionale veniva mescolato con la canapa locale). Così nell'Inghilterra di fine Cinquecento le balle di fustagno che si ammucchiavano sulle banchine venivano segnate dai portuali con scritte grossolane, che ne definivano la provenienza: «holmes» era il tessuto di maggiore qualità prodotto a Ulm, in Svevia; e «jeans» (da Gènes, alla francese) era il tessuto che arrivava da Genova.

I mercanti nel '700 conoscevano già il tessuto: una stoffa proveniente da Nimes, utilizzata per coprire le mercanzie navali. Si trattava di un ruvido tessuto di cotone che veniva fino ad allora fabbricato in un area molto ben individuata, vale a dire la bassa valle del Rodano, in Francia (Tissus de Nimes), ed il comprensorio marittimo della Riviera ligure italiana (Bleu de Gènes) [1], con lo scopo di fornire in particolare i marinai liguri e della costa francese.

Madre che cuce con due bambini (1670-1709 - Maestro della Tela Jeans [2] - 
olio su tela, cm. 102 x 193 - Fondazione Cariplo - Milano

1.2. Il 14 marzo 1853 Morris Levi Strauss, [3] un mercante bavarese (fallito), arrivò in California (proveniente da New York e dal Kentucky, dove aveva fatto per qualche anno il venditore ambulante), intruppandosi nella moltitudine di avventurieri disperati, coraggiosi, ribaldi che costituivano la massa di individui attratti irresistibilmente dalla "febbre dell'oro", per aprirvi un commercio di tessuti. La leggenda vuole che Levi Strauss avesse venduto quasi tutta la sua mercanzia prima di sbarcare a terra [4], e gli fossero rimasti solo dei teli da tenda; sicché quando, il giorno stesso dello sbarco, uno dei "prospectors" (cioè dei cercatori d'oro) gli chiese di vendergli dei pantaloni, il commerciante poté farglieli fabbricare solo con quel telo da tenda che gli era rimasto, che era di colore cachi e non blu.


L'aspetto più importante dell'invenzione dei jeans, nei loro primi decenni di vita, non riguarda la loro forma o il taglio, che erano variabili, ma il processo di produzione. Levi Strauss nel bel mezzo della corsa all'oro che portò alla colonizzazione del Far West, intuì che i vecchi metodi artigianali per confezionare gli indumenti non erano adeguati ai ritmi di crescita della nuova società e propose un sistema di manifattura in serie, che magari sacrificava l'eleganza e l'adattamento individuale, per garantire prezzi bassi e grandi volumi di produzione. Le sue fabbriche rifornirono prima la rete degli empori che sorgevano nelle effimere città minerarie della California; poi i loro prodotti si diffusero tra i taglialegna, ferrovieri, cow boys , e, soprattutto, tra i minatori; insomma lungo la linea geografica e sociale della Frontiera. [5]

Il 20 maggio 1873 l'US Patent and Trademark Office (l'ufficio americano dei brevetti) rilasciò la licenza numero 139.121 «For improvement in fastening pocket openings» (miglioramenti nella chiusura delle tasche). Era l'autorizzazione a produrre in esclusiva pantaloni di cotone robusto tenuti insieme, oltre che dai punti del cucito tradizionale, anche da rivetti metallici. Praticamente si trattava di ampi e pesanti pantaloni, che si chiudevano in vita, con i quali coprire gli altri indumenti, durante il lavoro. Titolari del brevetto erano il commerciante Levi Strauss e il sarto Jacob Davis, trasferitisi in Nevada sempre in cerca di fortuna, il quale aveva cominciato a cucire robusti capi da lavoro (giubbotti, pantaloni, grembiuli, ecc.) impiegando quel particolare tessuto.

L'idea di Davis fu quella di utilizzare i rivetti di rame per rinforzare le cuciture che cedevano in quanto quegli indumenti erano indossati da minatori, mandriani, agricolturi. Caso volle che Davis avrebbe voluto brevettare la sua idea ma non disponeva dei 68 dollari necessari a svolgere la pratica. Così ebbe l'idea di proporre al proprio fornitore di tessuti di mettersi in società. Il merito di Levi Strauss fu di comprendere l'universalità delle destinazioni d'uso di manufatti di tal genere, e quindi l'enorme potenzialità di diffusione a livello popolare di quei capi grezzi quanto funzionali. Pertanto brevettò l'idea, ed i vari prodotti jeans in tessuto Denim, in particolare i pantaloni, divennero la divisa degli operai della ferrovia transamericana, dei "miners", dei cowboy; i pantaloni ebbero un immediato successo: il modello originale aveva cinque tasche.



Saranno i cercatori d'oro (per avere un pantalone che evitasse la perdita d'oro dalle tasche consunte di quelli di lana) ad utilizzare per primi i pantaloni a cinque tasche prodotti a San Francisco da Levi Strass: è l' "overall" sin da allora contrassegnato dal mitico codice 501 (che all'inizio era stata indicata con una doppia XX) da un numero di lotto di tessuto denim da 9 once (un oncia corrisponde a gr. 28,352), e si trattava quindi di un tessuto leggero, peso che, oggi è usato, per i calzoni della stagione primavera-estate. Il nuovo robustissimo pantalone viene presto adottato dagli agricoltori e dai cowboy; è molto alto in vita, senza tasche dietro né passanti, è in tela marrone, presto sostituita dal caratteristico blu indaco. Nel 1886 compare il "patch" per la prima volta l'etichetta con due cavalli ("two horse brand"), in cuoio o spesso in una sua imitazione, posta sul retro dei pantaloni, che riporta le indicazioni della taglia e del modello, oltre a un marchio (è un vecchio disegno pubblicitario raffigurante un elementare "test di qualità") che raffigura due cavalli che cercano di strappare - tirandoli in direzioni opposte - un paio di jeans, con ciò interpretando bene il concetto di resistenza.




La caratteristica impuntura a doppio arco «double arcuate» sulle tasche posteriori è stata creata nel 1873, ma venne registrata (nessuno ci aveva pensato prima) solo nel 1942.







Successivamente vennero introdotti i rivetti di rame per rinforzalo ulteriormente. Il prodotto aveva però bisogno di avere una immagine precisa e di distinguersi dalla concorrenza.

Nacque così un nuovo elemento di distinzione: la red tab, l'etichetta rossa di minuscole dimensioni (1,5 per 0,5 centimetri) cucita a bandiera sul bordo della tasca posteriore destra, con scritto Levi's, tutto in maiuscolo e in verticale, che fu coperta da copyright nel 1936.

Per evitare sprechi e indirizzare le risorse alla produzione militare anche i jeans nel 1942 vennero soggetti a regole emanate dal War Production Board (un ufficio federale che aveva il compito di far applicare le norme) che ne mutarono l'aspetto. I bottoni della patta furono ridotti a tre (e prodotti in metallo scadente), i rivetti di rame scomparvero e fu abolito il taschino dell'orologio. Bisognava risparmiare anche stoffa e filati: così furono abolite le alette sulle tasche dei giubbetti, le martingale e le impunture sulle tasche posteriori dei pantaloni. La double arcuate sui Levi's 501 XX di quel periodo - «Levi's di guerra» era semplicemente disegnata sulla stoffa, invece che cucita a macchina.

Il conflitto creò negli Stati Uniti una eroina in denim. Era chiamata «Rosie the Riveter» (Rosy la Rivettatrice), e divento il simbolo - autentica icona nazionale - dei sei milioni di donne americane che avevano sostituito nelle fabbriche di aerei, carri e cannoni, gli uomini andati in guerra. Il ritratto più famoso lo fece il pittore, illustratore, Norman Rockell, che ritrasse Mary Doyle Keefe (1922-2015, all'epoca del ritratto era un operatore telefonico). Nell'immagine, sullo sfondo di una bandiera a stelle e strisce, una poderosa Rosie, in jeans con i bordi arrotolati e maglietta blu si riposa, mangiando un panino e tenendo un compressore sulle ginocchia, come se fosse un mitra (copertina del Saturday Evening Post, del 29 maggio 1943).

Nel 1890 il famoso brevetto 139.121 (pantaloni con rivetti) decadde e altri produttori poterono fabbricare calzoni simili. Agli inizi del 1900 altre due aziende, Lee e Wrangler, producono "overall", contendendo a Levi's l'intero mercato.

Nel 1911 Henry David Lee decise di occuparsi anche di abbigliamento. C'era un enorme bisogno di workwear, di abiti da lavoro, che nessuno ancora era in grado di soddisfare. Lee prima creò la salopette, e che allora fu chiamata Bill Overall: era in tessuto denim da 8 once e aveva la pettorina e le bretelle, prima fisse e poi regolabili. Nel 1913 venne invece la Union-All, cioè la tuta da lavoro. Era, di fatto, il capo d'abbigliamento che risultava dall'aver cucito insieme un paio di dungaree e una giacchetta, e che copriva il lavoratore dal collo alle caviglie. Per quell'epoca, una rivoluzione: finalmente operai e contadini potevano fare in modo che, a fine giornata, i propri abiti non fossero sporchi da gettare via. Nel 1917 , per la prima volta una fabbrica d'abbigliamento (la Lee) faceva pubblicità su scala nazionale negli USA: era proprio quella dei Lee Bib Overall e della Union-All, pubblicata da principio sul «Saturday Evening Post», e poi in giro per l'America.

La storia del terzo marchio storico per l'America dei jeans comincia invece nel 1897, quando C.C. Hudson parte da un laboratorio d'abbigliamento per poi creare nel 1919 l'azienda Blue Bell che nel 1926 verrà acquista da un'altra azienda tessile, la Big Ben Manufacturing, del Kentucky. L'azienda continua a crescere. Nel 1943 la Blue Bell acquisisce un altro concorrente, la Casey Jones Company, che deteneva i diritti su diversi marchi, uno dei quali era stato usato raramente. Quando si tratterà di dare il nome ad una nuova linea di jeans per cowboy sarà un referendum fra i dipendenti della Blue Bell a consigliare proprio quello: Wrangler. In inglese quel termine significa «attaccabrighe». Nell'americano del West indicava però anche il cowboy in azione. Wrangler sarebbe diventato il marchio di punta del "western style". Nel 1955 la Blue Bell avrebbe superato ogni concorrente, arrivando a fatturare oltre 53 milioni di dollari.

Nel 1890 fu aggiunto il taschino per l'orologio e le monetine; nel 1905 la seconda tasca posteriore. I passanti per la cintura sarebbero stati applicati solo nel 1922, mentre nel 1926 la «zip» sostituì i tradizionali bottoni (i bottoni per le bretelle vennero definitivamente aboliti solo nel 1937). Negli anni '30 il blue jeans (che finalmente si chiama così) si impone negli Stati Uniti come indumento del tempo libero. Nel 1935 viene lanciato il primo jeans da donna. Nel 1937 appare per la prima volta sulle pagine di Vogue, entrando così nella storia della moda.

I jeans in Europa arrivarono col dopoguerra. I primi Levi's sarebbero stati commercializzati nel 1959. Nel 1962 la Blue Bell aprì la sua prima fabbrica in Belgio, e nel 1964, ancora in Belgio, cominciò a funzionare il primo stabilimento della Lee. In seguito, sempre in Belgio (nelle Fiandre) avrebbe aperto un proprio centro anche la Levi Strauss.

Eppure qualche jeans autenticamente europeo era in circolazione già da tempo. In Francia, la giovane imprenditrice Rica Levy aveva fondato nel 1928 quella che sarebbe diventata poi la Rica Lewis. All'inizio nella sua azienda venivano confezionati capi d'abbigliamento (anche in denim) per le Forze Armate, poi, dal 1945, si fecero anche i jeans. In Germania il marchio Mustang risale al 1932. Adesso il suo logo rappresenta un doppio cavallo al galoppo, ma all'inizio c'era un elefantino [6] In Inghilterra i Lee Cooper sono comparsi invece nel 1937, ma il marchio è nato addiritura nel 1908. A dare un aiuto alla diffusione del jeans fu paradossalmente proprio la penuria di stoffe che si era verificata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e nei tempi immediatamente successivi. Come altri beni, i tessuti erano razionati e potevano essere acquistati grazie a particolari «buoni». Ogni inglese aveva a disposizione 30 coupon all'anno per vestirsi, ma correva il rischio di esaurirli in fretta: per un abito da uomo ci volevano infatti 26 tagliandi, per un vestito da donna 16. Ma gli abiti da lavoro e i jeans si potevano avere in cambio di un solo coupon! Ovvio che questi ultimi andassero a ruba. [7]

[1] Cioè Genova detto alla francese.
[2] A questo pittore, ancora non identificato, è stato dato il nome catalogico «Maestro della Tela Jeans» in quanto tutti i personaggi raffigurati nelle sue opere vestono abiti di tela jeans.
[3] Levi Strauss (nato Löb Strauß; Buttenhein, Baviera, Germania, 26 febbraio 1829 - San Francisco, California, Stati Uniti d'America, 26 settembre 1902)
[4] Per raggiungere l'altra costa dell'America nella baia di San Francisco Levi dovette con la nave fare il giro dell'intero continente americano fino a Capo Horn (allora non esisteva la linea ferroviaria da costa a costa, che unisse l'America dall'Atlantico al Pacifico, ed il Canale di Panama doveva a quella data essere ancora progettato.)
[5] Ugo Volli, Jeans, Ed. Lupetti & Co., 1991, p. 34
[6] Tutta la storia di questo marchio si può leggere visitando il sito internet del Mustang Museum - http://www.mustang-museum.de/
[7] Remo Guerrini, Bleu de Gênes, Ed. Mursia, pp. 110-113.

2. Il Denim

Il tessuto del jeans - il denim, com'è universalmente chiamato con un termine che soprattutto nei paesi anglosassoni è una definizione quasi equivalente al nome dei jeans - ha, oltre alla sua resistenza, altre due caratteristiche che sono più o meno comuni a ogni tessuto tinto: il processo di restingimento, che porta la stoffa a "ritirarsi" nei primi lavaggi, e quello della decolorazione.

2.1. La prima caratteristica, che nel denim attuale si svolge tutto subito coi primissimi lavaggi, è stato sfruttata nella "jeans culture". Ecco che gli attuali teen-agers puntano ad ottenere dai loro pantaloni un aspeto sexy e per questa ragione, anche a scapito della libertà di movimento o di un uso funzionale, desiderano ridurre al minimo la distanza fra l'epidermide e la loro "seconda pelle" di denim, eliminando anche nel limite del possibile ogni strato di biancheria. "Shrink to fit" è stato lo slogan pubblicitario con cui la Levi's ha "venduto" con successo il fenomeno. Questa moda "flesh-squeezing" (stringicarne), particolarmente in uso negli anni Sessanta, comportava anche un processo di vestizione complicato, a tratti doloroso, di incerto successo.
Ecco come lo descrive Lain Finlayson [1]:

«Prima bisognava che ti togliessi le scarpe, tendessi le punte dei piedi come una ballerina e tirassi i jeans come una calzamaglia su per le gambe, fino al sedere. Poi bisognava che ti stendessi sul pavimento a pancia in su, che inspirassi profondamente e che afferrassi con forza la lampo con una mano, mentre con l'altra stringevi la cintura. Contorcersi e dare strattoni al cavallo dei pantaloni era opzionale, ma normalmente bisognava sollevare il sedere da terra, e l'intera procedura faceva pensare a qualche tecnica avanzata di Kama Sutra da praticarsi in solitudine per riuscirci. Per una aderenza più liscia e per un miglior ingresso nei pantaloni, non bisognava interferire con mutande, che in ogni caso avrebbero provocato orribili bernoccoli sotto i jeans, sicché era un'impresa non prender dentro tormentosamente del pelo pubico quando si tirava su la lampo in un unico movimento veloce ed energico. L'effetto del rozzo denim sui teneri organi sessuali degli adolescenti era talvolta imbarazzante. Ma il risultato erotizzante sul corpo nudo era altrettanto carino.»

In seguito però molti di questi riti sparirono, per le alternanze della moda, che volle via via i jeans larghi al polpaccio e stretti in alto "a zampa d'elefante", o al contrario larghi in alto e stretti sul polpaccio "alla cavallerizza", tutti larghi o "giusti"; in seguito alla comparsa della fibra elastan (o lastex) si ottennero gli stessi effetti di esibizione sessuale con più naturalezza e minori sacrifici. E i jeans furono riportati alla loro immagine originaria, in cui il restringimento sul corpo "shrink to fit" era importante sì, ma senza eccessi.

Rafael Nadal - testimonial 2011 Armani


2.2. La seconda caratteristica è che il tessuto jeans si stinge progressivamente con i lavaggi e con l'uso, schiarendosi di più dove è maggiore l'attrito. Come scrive Daniel Friedman [2]:

«Il jean invecchia integrando in sé il cambiamento dell'età, impregnandosi di avventura, della vita di chi li indossa. ogni lavaggio è una pagina girata, il tempo vi scrive la sua memoria su uno sfondo sempre più pallido. La decolorazione dovuta al lavaggio traduce l'avvenimento vissuto fino alla saturazione finale.» 

Il processo di invecchiamento è diventato, a partire dagli anni Sessanta, un puro requisito estetico, da ottenere artificialmente. In un primo momento fu realizzato con ripetuti lavaggi domestici più o meno integrati con varie alchimie fisico-chimiche (sale, candeggina, pietruzze, acqua calda, ecc.). Va detto che parlare di "invecchiamento artificiale" è una contraddizioni in termini. Poi una volta che l'industria ebbe compreso questa strana nicchia di mercato, fu offerto industrialmente dai produttori con varie qualità di trattamenti: marmorizzazioni, sbiancamento alla candeggina, "stone-wash". Una variante particolarmente significativa di questo fenomeno di apprezzamento estetico dell'usura nei jeans la si ritrova nel costume di provocare artificialmente quelle zone di differente consumo che sono l'effetto normale della vita "naturale" dei pantaloni. Vennero così artigianalmente schiarite, di solito grattando con la pietra pomice o la carta vetrata, le parti di tessuto corrispondenti al fondo schiena e alle ginocchia, che effettivamente si consumano più del resto per un effetto di attrito; ma spesso anche del pube, come a simulare un "gran traffico in zona". Poi l'industria si impadronì anche di questa tecnica dell'uso simulato.

«Autentico o simulato che sia, resta il fatto piuttosto bizzarro rispetto all'estetica "naturale" del consumo, che per i jeans il nuovo vale meno dell'usato, il consumo aggiunge valore (estetico, affettivo, di prestigio sociale, perfino economico) all'oggetto», come scrive il prof. Volli (vedi opera citata nella bibliografia).

[1] "Denim - An American Legend", Fireside, Simon & Shuster, New York
[2] "Histoire du blue jeans" Paris, 1987


3. Tingere di blu: dal guado all'indaco

Il blu, prima del XII secolo non aveva mai avuto una grande fortuna. [1] Il blu greco è glaukòs o kyaneos [2], che è per consuetudine il colore della sofferenza. La stessa difficoltà a dare un nome al blu si ritrova nel latino classico (e in seguito nel latino medioevale). Certo i termini abbondano [3], a cominciare dal più ricorrente caeruleus, che etimologicamente evoca il colore della cera (fra il bianco, il bruno e il giallo), e poi designa certe sfumature di verde e di nero, prima di specializzarsi nella gamma dei blu [4]. E infatti il termine «blu» viene dall'antico tedesco blau (passando per l'inglese medioevale blwe), e «azzurro» addirittura dal persiano lazaward, che indicava la tinta degli zafferi.

Nell'Occitania (area geografica che separa i Pirenei dal Massiccio Centrale, nella Francia meridionale) compreso fra Tolosa, Albi e Carcassonne si produceva una materia prima richiestissima in tutto il mondo di allora: il blu pastel, cioè una tintura blu derivante dalla pianta chiamata guado (che in francese si dice appunto guède o pastel). Guado (Isatis tinctoria) è il nome comune di una pianta (crocifera) biennale a fioritura primaverile, che cresce soprattutto lungo i fiumi, di cui si usano le foglie (fino a cinque raccolti per anno) per estrarne un pigmento blu di varie sfumature, fino a raggiungere quasi il nero. La sua coltivazione su vasta scala coincise proprio con la "riabilitazione del blu" nel XIII secolo. Soprattutto in Germania, in Francia e in Italia il guado (e ovviamente la sua trasformazione in tintura) fu un essenziale elemento di sviluppo per l'economia agricola. Erfurt, il maggiore centro della Turingia, che fra il Duecento e il Seicento diventò una delle città più ricche della Germania sarebbe stato, per un paio di secoli, il più grande mercato di guado in Europa. In Italia il guado era coltivato e trasformato principalmente in Toscana e nelle Marche. Importante era anche la tintura realizzata in Piemonte, a Chieri. Da qui i pesanti «pani» blu erano avviati al porto di Genova, diretti soprattutto verso l'Inghilterra.


BLU DI GENOVA - Una Passione in 14 teli dipinti del XVI secolo

Nella storia di Genova la presenza della tintura blu abbinata alle stoffe è consuetudinaria. Qui due dei grandi Teli della Passione, risalenti alla prima metà del Cinquecento e raffiguranti gli ultimi giorni di Gesù, con straordinarie immagini in biacca su stoffa blu indaco. Ovviamente non è un tessuto jeans: i Teli sono in lino mentre il jeans è in cotone, e poi i Teli sono, appunto, una tela mentre il jeans è una saia.

Più esotico era invece il secondo pigmento vegetale da cui si estraeva (e almeno fino alla fine dell'Ottocento si sarebbe estratto) il blu. 

La pianta era l'indigofera tinctoria, un arbusto di cui esistono numerose varietà, nessuna delle quali, però, cresce in Europa, dalle cui foglie (quelle più alte e più giovani) si otteneva l'indicum, oggi indaco (indigo in inglese). 
Quella dell'India, che era il maggior produttore, e delle regioni tropicali del Medio Oriente o dell'Africa cresce in cespugli che non superano i due metri di altezza. 

La sostanza attiva contenuta nell'indaco è l'indigotina che viene estratta dopo aver posto le foglie a macerare e quindi a fermentare. Il liquido che si ottiene è fatto ossidare in grandi vasche e il deposito - cioè i fiocchi di indigotina - sarà poi raccolto, riscaldato e asciugato, per essere messo in commercio sotto forma di «pani». L'indaco è infatti una tintura insolubile in acqua (ciò vuol dire che se lo si mischia con acqua e vi si immerge una fibra tessile, non succede nulla: si estrae dal bagno un filo o un tessuto imbrattato di polvere azzurra, ma assolutamente non tinto), richiede procedimenti chimici per essere reso più stabile (un tempo lo si sceglieva nell'urina e più tardi, nell'Ottocento, nell'urea sintetica), inoltre l'indigotina non si lega bene comunque alle fibre e il tessuto tende a stingere. 

A partire dalla seconda metà del Cinquecento l'indaco cominciò a sostituire il guado, ma non per qualità intrinseca. Le autorità di parecchie città o paesi frenavano l'importazione e l'utilizzo per non nuocere alla produzione indigena di guado e al ricco commercio del pastello che ne derivava. Era soprattutto il caso della Francia e di una parte della Germania, che proibirono a lungo l'uso dell'indaco in tintoria. Ma nel corso dei decenni, essendosi rivelato meno costoso e più potentemente tintorio del pastello, il colorante esotico soppiantò il colorante indigeno, e poi finì con l'eliminarlo quasi totalmente. 

Nel 1905 Johann Friedrich Wilhelm Adolf von Bayer ricevette il premio Nobel per la chimica con questa motivazione: «Per i suoi studi sulle sostanze coloranti e sui composti aromatici». 

Fra le sue molte ricerche c'era stata la definizione, nel 1880, della struttura molecolare dell'indaco. Il passaggio dalla scoperta della molecola dell'indaco alla sua sintesi non fu facile, e ci si impegnò soprattutto la Badische Anilin und Soda Fabrik, oggi più nota come BASF. Fu necessario investire un milione di marchi di allora. Si dovettero sperimentare molte reazioni chimiche e, come spesso avviene, la soluzione fu trovata per caso, in seguito a un provvidenziale incidente di laboratorio (la rottura di un termometro) che consentì di scoprire il catalizzatore giusto per accelerare le reazioni. 

Così nel 1887 l'indaco di sintesi - molto più economico di quello naturale - fu messo in commercio: sarebbe stato uno dei maggiori successi imprenditoriali di fine Ottocento.

[1] Per quasi un millennio (dai mosaici delle basiliche di Ravenna a Giotto) la nostra cultura pittorica ha dipinto il cielo col giallo dell'oro, senza che nessuno si scandalizzasse per una convenzione che a noi pare "ovviamente" così stravagante. Il XIII secolo europeo è il grande secolo del blu. Per la prima volta dalla preistoria, questo colore che diventa quello della Vergine e della funzione reale, comuncia a fare concorrenza al rosso. [Ugo Volli, Jeans, Ed. Lupetti & Co., pp. 66-70]

[2] Quest'ultimo probabilmente designava in origine un minerale o un metallo; la sua radice non è greca e il suo significato è rimasto a lungo impreciso. In epoca omerica qualifica sia il blu chiaro degli occhi, sia il nero di un abito da lutto, ma mai il blu del cielo né quello del mare. Del resto, si è potuto osservare che in Omero, su sessanta aggettivi qualificanti gli elementi e il paesaggio nell'Iliade e nell'Odissea, soltanto tre erano aggettivi di colore, i termini che si riferiscono alla luce sono in compenso estremamente numerosi. In epoca classica, kyaneos indica un colore cupo: il blu scuro, certo, ma anche il viola, il neo, il bruno. In realtà, la parola dà la «sensazione» del colore più che indicarne la tinta. quanto a glaukòs, che esiste già in epoca arcaica e di cui Omero fa ampio uso, denota sia il verde, sia il grigio, sia il blu, talvolta persino il giallo o il bruno, e trasmette più un'idea di pallore o di debole concentrazione del colore che una tinta veramente definita; ecco perché si usa ugualmente per definire il colore dell'acqua, degli occhi, delle foglie o del miele. [Michel Pastoureau, Blu - Cap. I Greci e i Romani vedevano il blu?, Ed. Ponte alle Grazie, pp. 25-26].

[3] Caeruleus, caesius, glaucus, cyaneus, lividus, venetus, aerius, ma sono tutti polisemi (cioè con più significati), cromaticamente imprecisi se non addirittura contradditori.[Michel Pastoureau, Blu - Cap. I Greci e i Romani vedevano il blu?, Ed. Ponte alle Grazie, p. 28].
[4] Questa imprecisione e questa instabilità del lessico dei blu sono in realtà il riflesso dello scarso interesse che gli autori romani e poi quelli del primo Medio Evo cristiano nutrano per tale colore. Il che favorirà, in seguito, l'introduzione di due parole nuove nel lessico latino per designare il blu, l'una venuta dalle lingue germaniche (blavus), l'altra dall'arabo (azureus). [Michel Pastoureau, Blu - Cap. I Greci e i Romani vedevano il blu?, Ed. Ponte alle Grazie, p. 28]. 

LEVI'S TUXEDO
Notice: to hotel men everywhere. This label entitles the wearer to be duly received and registered with cordial hospitality at any time and under any conditions.
Presented to BING CROSBY

Signed American Hotel Association 


Ovvero: «Smoking Levi's. Attenzione: al personale di tutti gli hotel. Questa etichetta garantisce al suo portatore di essere convenientemente ricevuto e registrato, con cordialità e ospitalità, in ogni momento e in qualsiasi condizione. 
Rilasciato a Bing Crosby. Firmato: l'Associazione degli albergatori americani». Oggi quello smoking è esposto al Northeastern Nevada Museum, di Elko. [1]

4. Lo stile «jeans»

Nella primavera del 1951, un involontario testimonial del jeans fu anche il cantante e attore Bing Crosby, che amava jeans e denim e se ne vestiva nel tempo libero. Così al termine di una battuta di caccia nei boschi della British Columbia, in Canada, gli capitò di presentarsi con un amico in un hotel di Vancouver, e di chiedere una camera. Niente da fare: il portiere li squadrò da capo a piedi e obiettò che, presentandosi in jeans, non si poteva pretendere di alloggiare in quell'albergo.

L'equivoco fu presto superato grazie all'intervento di un fattorino, che aveva riconosciuto il croner (cioè il cantante che oggi definiremmo «confidenziale») più celebre d'America, e Crosby poté farsi la doccia. L'episodio diventò però di pubblico dominio e il 30 giugno dello stesso anno il cantante ricevette nel proprio ranch di Elko (un paese di ventimila abitanti, nel Nevada) in occasione di un rodeo, un singolare omaggio da parte della Levi Strauss: un tuxedo (cioè uno smoking, come è chiamato in America) doppiopetto confezionato su misura in tessuto denim, blu scuro, con risvolti in azzurro. L'etichetta, più grande, cucita all'interno della giacca, diceva invece:

Nell' Europa occidentale i blue jeans giungono per la prima volta agli inizii degli anni '50 indossati dai turisti americani, e, in particolare, si affermò nelle subculture giovanili fortemente influenzate dal mito americano e dai suoi prodotti (i jeans come immagine dell'american style).

In questo periodo non potevano ancora essere considerati quel prodotto di massa. L'abbigliamento realizzato in tessuto jeans è stato per circa un secolo un tipico capo da indosso proletario, in quanto robusto, economico, resistente ai lavaggi; insomma ideale per quanti avevano poco da spendere all'acquisto, e l'esigenza di un uso prolungato in condizioni d'impiego spesso critiche per un materiale tessile.

Marlon Brando in una foto promozionale per il film "Il selvaggio", [2] del 1954 vestito di giubbotto e jeans in sella ad una potente motocicletta. 
Il film ebbe un grande successo, e definì il modello estetico del "bad boy": giubbino di pelle nera (quello di Brando era uno Schott NYC Perfecto 618), T-shirt, jeans Levi's 501 button fly (cioè con i bottoni e non con la cerniera lampo) neri anch'essi.

E ciò fino (all'incirca) al periodo storico a cavallo tra gli anni '60 e '70, allorché alcuni miti del cinema d'allora (James Dean, Marlon Brando, ed il musicista Bob Dylan), ed in seguito la gioventù "hippy" californiana del tempo ("i figli dei fiori"), ne fecero essi pure una divisa per gli spiriti anticonformisti, stimolando folle di ammiratori.

I blue-jeans iniziano una nuova fase che li portò ad essere un indumento associato con il tempo libero e come tale impiegato da un gran numero di persone, soprattutto, ma non solo giovani. "Le industrie produttrici dei blue-jeans che nel frattempo si erano moltiplicate (oltre ai Levi's si possono ricordare altre marche molto famose di blue-jeans: i Lee, i Wrangler, i Rifle, ecc.) si impegnano a publicizzare il prodotto e a rimuovere in qualche modo quell'associazione negativa tra blue-jeans e il mondo eversivo delle subculture giovanili che li rendevano non accettabili agli occhi delle fasce medie, borghesi dei consumatori. Tuttavia la valenza politica dei blue-jeans non si estinse del tutto, ma si ripresentò, come una sorta di valore aggiunto, in determinate occasioni.

Negli anni della «contestazione globale» - dalle rivolte studentesche del 1968, cioè, in poi - i blue-jeans, anche per la semplicità e l'essenzialità delle loro forme, espressero in maniera concreta il rifiuto, da parte soprattutto del mondo giovanile, delle convenzioni sociali, dell'abbigliamento formale e alla moda che rispecchiava le differenze esistenti fra le diverse classi sociali e i differenti ruoli sociali: i blue-jeans si trasformarono quasi in un un'uniforme del mondo giovanile e divennero il simbolo per eccellenza dell''«antimoda», della spinta egualitaria presente nelle nuove generazioni e che univa in un progetto ideale comune tanto gli studenti che gli operai.[...]

Tuttavia i blue-jeans non rappresentarono mai, neanche nei momenti in cui fu più viva la contestazione studentesca, una vera e propria uniforme, tipo quella delle guardie rosse cinesi che avevano dato vita alla rivoluzione culturale; man mano, infatti, che i blue-jeans divennero un indumento di massa persero in parte le originarie caratteristiche di comodi capi di abbigliamento da usare durante faticosi lavori manuali e seguirono, pur essendo simboli dell'«antimoda», i dettami della moda che, come è noto, non sempre coincidono con le esigenze di praticità e comodità dell'abbigliamento." [3]

Alla fine degli anni '60 i blue-jeans divennero attillati, molto aderenti al corpo, quasi una seconda pelle tesa ad evidenziare i contorni degli organi sessuali mentre negli anni '70 assunsero la caratteristica forma «a zampa di elefante» che era allora preferita nel campo dell'abbigliamento. Vi è stato poi un periodo di relativo oblio negli anni dal 1975 al 1985, coincidenti al crollo dei valori e dell'ideologia che avevano accompagnato le rivolte studentesche dalla fine degli anni '60 alla metà degli anni '70. Tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 i blue-jeans vengono riscoperti ed assumono sempre più le caratteristiche di un prodotto, o meglio di un materiale, il denim, che riveste concretamente in tutte le sue sfumature il tempo libero individuale e che può essere interpretato in maniera personalizzata, con l'aggiunta di decorazioni, materiale di vario tipo (perline, brillantini, spille, ecc.).

I «jeans», tuttavia, in un certo senso sono già nati «personalizzati» o «firmati» (con il marchio di un noto stilista): il consumatore era abituato (si pensi ai pantaloni) all'etichetta cucita sulla tasca posteriore destra dei blue-jeans di produzione Levi-Strauss. Con il passare degli anni l'etichetta è diventata un elemento caratteristico, imprescindibile, di quel capo; applicare un'etichetta firmata di uno stilista ai blue-jeans, quindi, può essere considerato, un uso coerente con l'immagine tradizionale di questi pantaloni.




Campagna pubblicitaria della Levi's

I jeans non sono rappresentati come indumento, per il loro valore d'uso. Né vi si associa, come é consuetudine nella pubblicità, una paricolare atmosfera, un modo di vivere che contraddistinguerebbe i consumatori di questo prodotto. E neppure è attribuita lro tradizionalmente qualche speciale virtù o qualità. Tutto ciò è dato per scontato. Quel che c'è in queste immagini è solo l'oggetto, jeans con la loro intensa e riconoscibile vibrazione di blu, utilizzati però in maniera sorprendente, come briglia o perizoma o velo tuareg. Si tratta di un'associazione di atmosfera con mondi avventurosi e possibilità impreviste: alla fantasia del consumatore fare il resto. 


Più che di blue-jeans oggi bisogna parlare di «stile» oppure di «abbigliamento jeans»; non solo i pantaloni sono «jeans»: il tessuto denim ora è impiegato per camicie, gonne, giacche, cappelli, borse, scarpe, ecc., ed ormai lo possiamo pensare anche per oggetti non di abbigliamento (esiste persino una versione di automobile «jeans»). Il suo colore blue indaco (anche se oggi l'abbigliamento jeans può essere coniugato con altri colori) e il tessuto denim (un binomio inscindibile) sono diventati un marchio caratteristico ed esclusivo che al pari delle «griffes» o dei nomi commerciali famosi conferisce un significato speciale, quasi mitico ad oggetti normalmente presenti nella comune vita quotidiana.

Dal 1989, con la crisi del sistema sovietico, il mercato dei paesi dell'est si è apero in maniera ufficiale e non solo clandestina all'influenza dello stile «jeans» e così è stato anche per i mercati asiatici ed africani. Oggi è il primo capo globalizzato (e non solo in senso geografico ma totale), con un graduale eppur costante declinazione del Denim in forme stilistiche accettabili. All'abbigliamento differenziato per classi sociali, per età e per sesso, il jeans ha sostituito un capo unico assolutamente indifferenziato e omogeneo, cioè uguale per tutti. Trasversalmente è valido per tutte le classi sociali e tutte le età, è utilizzato con la stessa disinvoltura dalla star del cinema o dello spettacolo, dal dirigente della multinazionale, e dall'operaio, dal professore e dallo studente. Si è sostituito all'abbigliamento differenziato per sesso, quale capo sicuramente unisex. Ha infine superato la diversificazione dell'abbigliamento per culture nazionali per diventare l'abbigliamento trans-nazionale per eccellenza.

Esiste una analogia, un rapporto complementare, tra blue-jeans e T-shirts: queste ultime rappresentono la parte superiore, dalla vita in su, dell'abbigliamento casual, mentre i blue-jeans vestono di solito, la parte inferiore del corpo. Le T-shirts (magliette di cotone) possono anche loro essere personalizzate attraverso la stampa o l'iscrizione sul tessuto di slogans, disegni, logos e firme di noti stilisti. Questa è però un altra storia che, in un altro post, varrà la pena raccontare.

[1] Remo Guerrini, Bleu de Gênes, Ed. Mursia, pp. 90-91. Bing Crosby vinse un Oscar nel 1944 per la sua interpretazione di "Going My Way", e come cantante la sua versione di "White Christmas" era già un best seller. 

[2] Titolo originale "The wild one", proiettato il 30 dicembre 1953, nei cinema di New York. Il film diretto da László Benedek (ma prodotto da Stanley Kramer)ispirato alla battaglia di Hollister. Marlon Brando, che allora aveva 29 anni, impersona il capo del Black Rebels Motorcycle Club, e andava a sbattere contro Lee Marvin, che sullo schermo interpretava proprio Wino Willie, il capo dei Boozefighters. Unica differenza, ma non da poco per gli appasionati, Brando non stava in sella a una Harley, ma a una Triumph Thunderbird 6T. L'episodio destinato a passare alla storia avrebbe avuto luogo a Hollister, California, nel 1947. Qui - nel corso del weekend del 4-6 luglio, festa nazionale - si radunarono per un Gypsy Tour ben quattromila motociclisti di club diversi. Erano quasi tutti reduci della Seconda Guerra Mondiale: c'erano i Top Hatters, i Pobobs (dai quali sarebbero derivati i famosi Hell's Angels), i 13 Rebels, e soprattutto i membri del Boozefighters Motorcycle Club (con sede principale all'All American Bar di Los Angels). Boozefighters si può tradurre in «combattenti della sbornia ». Quel giorno i bikers cominciarono a sfidarsi in gare di corsa e di abilità, poi di capacità di reggere l'alcol (con grandi bevute di birra). Ne venne fuori una rissa colossale, con le mote che entravano ed uscivano dai bar di San Benito Street, la via principale. Alla fine ci sarebbero stati una sessantina di feriti, e la cittadina si sarebbe ritrovata in balia dei nuovi venuti. 

[3] R. Caterina, "I blue-jeans: storia e vicissitudini di un mito collettivo", pp. 116-117

5. La carta di identità del denim 

La filatura - Il denim del jeans è un tessuto soprattutto in cotone [1], che può (una innovazione degli ultimi decenni) avere una piccola percentuale di lycra (elastan) per dargli elasticità. La fibra di cotone una volta districata (dalle balle) viene pulita e mescolata. Si passa poi alla cardatura che serve (macchina che utilizza aghi metallici) per aprire eventuali grumi di fibre, separa queste ultime e forma dei grossi cordoni che vengono tirati e ritorti per aumentare la coesione. Le singole fibre sono poi separate in una centrifuga, e quindi ritorte in modo da formare un filo continuo. Al termine della filatura il filo viene raccolto su bobine.

La tintura - Il denim viene tinto quando è ancora filo, prima della tessitura. In particolare solo l'ordito è colorato (blu indaco, marrone, o altri colori), mentre la trama resta in filato greggio cardato che porta al caratteristico biancheggiamento (effetto bicolore). Per ottenere la tintura blu è usato l'indaco [2], che oggi viene prodotto sinteticamente. Il colore si depone solo all'esterno dei fili, con un processo di bagno e ossidazione che lascia bianco (naturale) l'interno dei fili. Per questa ragione il denim scolora col tempo.

La tessitura - I tessuti si formano su un telaio, su cui sono stesi i fili dell'ordito (insieme di fili tesi, nel senso della lunghezza del telaio, teoricamente, lunghezza illimitata). Ogni filo passa attraverso un anello, detto liccio, che può essere sollevato e abbassato meccanicamente. Alzando alcuni licci si crea un'apertura della trama in modo da accostarlo a quelli precedenti e formare il tessuto. Nel denim che è una stoffa ad armatura saia 2X1 o 3X1 (trama diagonale) l'effetto è prodotto da telai con più gruppi di licci, dove se ne possono perciò a ogni passaggio della navetta alzare 2 o tre e abbassare uno. E' curioso come i grandi marchi storici negli USA del settore abbiano tradizionalmente utilizzato l'andamento della diagonale per distinguersi uno dall'altro. Così la «saia destra» è tipica della Levi's, la «saia sinistra» dei Lee, mentre i Wrangler hano una specie di «saia spezzata», che sale cioè a zig zag. Un classico tipo di jeans può essere un Ne 8-8 = 28-18 dal peso di 350 g/mq. Ne esistono, comunque, versioni più leggere o pesanti (Ne 7,5 o 7 e allora si arriva fino a 475 g/mq.).

Lavaggi e scoloriture - Il jeans appena confeziona è molto rigido, perché il sul tessuto non è mai stato lavato e conserva l'appretto utilizzato durante la tintura. Inoltre esso reagisce al primo lavaggio stringendosi del 10-12%. Da molti anni le industrie usano vendere i jeans, più morbidi e già ristretti, che hanno già subito un primo lavaggio con ammorbidente: sono i rinsed. Di recente a questo lavaggio si sono aggiunti vari agenti che modificano il colore o l'apparenza dei jeans. Per prima si cercarono tonalità più chiare, aggiungendo cloro al primo lavaggio. Sono i jeans bleached e super-bleached (resi quasi bianchi), o a chiazze irregolari ottenute legandoli durante il lavaggio (tie-blanched).

Per ottenere industrialmente l'effetto di invecchiamento e usura che valorizza i vecchi jeans, si aggiunsero, attorno al 1990, il lavaggio con pietre pomici (stone-washed), magari usando anche il cloro (stone-bleached) o altre sostanze sbiancanti (marmorizzato o Klondyke). Oggi questi effetti si ottengono con l'uso di enzimi meno inquinanti. Per simulare meglio l'invecchiamento dei jeans in certe zone, si è prodotto infine l'effetto used, usando carta vetrata o prodotti chimici sbiancanti solo su alcune parti dei pantaloni. Con l'aggiunta dei processi precedenti, sono nati i jeans used-stone o used-bleached.

[1] Ce ne vuole almeno una libbra e mezza (poco meno di 7 etti) per mettere insieme un pantalone standard.
[2] Ogni anno si producono circa 17 mila tonnellate di indaco sintetico: non tutto, ma certamente quasi tutto, serve a tingere la stoffa per i jeans.

Continua qui: trama-e-ordito.blogspot.com

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.com/

Ecco com'è realizzato l'effetto di invecchiamento sui jeans ...


Abbastanza assurdo no?... ^_^

E ora vogliamo esagerare: diamo uno sguardo alle nuove tendenze..


... e meditiamo su come vanno a finire le grandi scoperte!
^_^

giovedì

il gobbo del Quarticciolo

LA LOGGIA PROPAGANDA UNO E LA PRIMA TRAMA EVERSIVA.  




Il "gobbo del Quarticciolo" fu, nei nove mesi dell'occupazione tedesca di Roma, dal 31 agosto 1943 al 16 gennaio 1945-, il capo del più attivo e determinato gruppo partigiano di Roma e provincia. Il suo nome vero era Giuseppe Albano, nato il 5 giugno del 1927 a Gerace Superiore (Reggio Calabria), arrivato a Roma alla fine degli anni Trenta, abitava nella borgata del Quarticciolo, nell'estrema periferia di Roma sud-est. Fin da giovanissimo iniziò a delinquere insieme a un gruppo di coetanei, quasi tutti di origine calabrese, tutti abitanti nella borgata. Nei mesi dell’occupazione tedesca, Roma era finita al centro di una trama politica complessa tessuta di strategie occulte originate da una situazione di drammatica incertezza sul futuro dell’Italia. Il crollo del fascismo e l'arresto di Mussolini erano stati seguiti dalla contraddittoria politica del governo Badoglio sfociata nell'armistizio e nella successiva occupazione della capitale da parte delle truppe naziste mentre quelle italiane, lasciate senza ordini da parte del Comando Supremo, si sbandavano nella penisola e su tutti i fronti. I servizi segreti e la polizia politica fascista (Sim e Ovra), cercavano di salvarsi e di riciclarsi intrattenendo relazioni occulte con la monarchia, con i tedeschi, con il Vaticano, lottando contro la pressione delle forze politiche della sinistra che erano al centro della lotta partigiana. La lotta partigiana del ‘Gobbo’ iniziò a sedici anni nelle giornate tra l'8 e il 10 settembre 1943. Prima a Porta San Paolo, poi nella zona di Piazza Vittorio, partecipando a operazioni di sabotaggio e diventando una leggenda per la rapidità d'azione di cui era capace e per la bravura nel dileguarsi. I nazisti non ne conoscevano il nome e il cognome, ma la sua malformazione alla schiena lo rendeva facilmente identificabile durante le azioni partigiane, così nell'aprile del 1944 il comando tedesco ordinò l'arresto di tutti i gobbi di Roma. Risale alla primavera del 1944 l'impresa più audace di Albano, quando in un'osteria della borgata Gordiani uccise con una raffica di mitra tre soldati tedeschi. Catturato dalle SS fu condotto nel carcere di via Tasso, e ne uscì misteriosamente dopo due giorni: si parlò allora di collaborazionismo, ma i suoi amici più fedeli parlarono di una fuga rocambolesca. Con l'arrivo degli alleati, il "Gobbo" si mise al servizio della Questura per scoprire i torturatori di via Tasso, e costituì una banda di pregiudicati che aveva come quartier generale un gruppo di case al Quarticciolo. Il gruppo però cambiò presto obiettivo e Albano si trasformò in una sorta di moderno Robin Hood. Con il suo gruppo conduceva "espropri" ai danni degli arricchiti della "borsa nera", distribuendo poi vettovaglie e generi di prima necessità alla popolazione. C'era chi sosteneva che Albano e il suo gruppo fossero solamente dei criminali, in guerra con le formazioni rivali per contendersi i luoghi da rapinare. La leggenda del "Gobbo" finì con l'uccisione di un soldato inglese e la massiccia reazione delle forze dell'ordine. Durante un'imponente caccia all'uomo, il 16 gennaio 1945 Albano fu ucciso in un'imboscata, probabilmente su segnalazione di un delatore, nell'androne di un palazzo di via Fornovo, sede di un partito fantasma l’Unione Proletaria di Umberto Salvarezza, un personaggio collegato a logge massoniche ma soprattutto al Luogotenente Umberto di Savoia. Salvarezza, finto marchese, truffatore di lungo corso nel ventennio fascista, si presentò sulla scena politica del 1944 come esponente della resistenza ai nazisti, oltre che come capo di un movimento di estrema sinistra. In realtà era legato al vecchio establishment fascista. Nello scontro tra la monarchia e i partiti della sinistra, a cominciare dal Pci di Togliatti, Salvarezza sarà alla fine isolato e messo da parte, e il "gobbo" suo braccio armato sarà a sua volta eliminato. All’indomani della morte del Gobbo, dall’ispezione nel quartier generale dell’Unione proletaria si avrà la conferma del patto tra la banda del Gobbo del Quarticciolo e Umberto Salvarezza, ex affiliato alla squadraccia di Mario Giampaoli, il ras milanese che aveva chiamato nella Ceka alcuni degli uomini responsabili del delitto Matteotti. Salvarezza era al servizio di Filippo Naldi, giornalista, politico e imprenditore affiliato alla loggia massonica segreta Propaganda Uno, La Gran Loggia d'Italia degli ALAM (Antichi Liberi Accettati Muratori) nata in Italia nel 1910, con la denominazione originaria di Serenissima Gran Loggia d'Italia. Un'obbedienza massonica mista fondata da un gruppo di appartenenti al Rito scozzese antico e accettato, usciti dal Grande Oriente d’Italia nel 1908. Anche se la fondazione ufficiale avviene nel 1910. La sua sede storica fu in Piazza del Gesù 47, a Roma. La Loggia P1 era collegata a casa Savoia e frequentata da spie francesi e americane, agiva in stretta collaborazione con il gruppo partigiano delle ‘Camicie Verdi’ di Gabriele Cruijllas D’Annunzio, figlio naturale del Vate. Umberto Salvarezza fu anche stretto collaboratore di Edgardo Sogno, teorizzatore del golpe del 1973-1974.  La Loggia Propaganda Uno, secondo il giornalista d’inchiesta Franco Scalzo, era affidata alle cure di Domenico Maiocco, e sostenuta da casa Savoia. Ebbe un ruolo nella composizione del secondo governo Bonomi in carica dal 12 dicembre 1944 al 21 giugno 1945, e nel fallimento del primo governo Bonomi in carica dal 18 giugno al 12 dicembre 1944, in cui troppo pesava la resistenza, e sarebbe stata sciolta in seguito allo scandalo derivato dalla morte del Gobbo del Quarticciolo. Vale la pena scrivere due parole su Domenico Maiocco: personaggio poco noto, la sua figura è dietro alcuni degli accadimenti più importanti della storia italiana. Combattente della Grande Guerra, propagandista socialista in Piemonte, sceglie l'iniziazione alla Massoneria in anni in cui ciò significa una piena adesione all'antifascismo. Subisce la condanna al confino in Calabria e partecipa alla guerra di liberazione. Sarà vicino a due personaggi importanti del Grande Oriente, Meoni ed il gran Maestro Torrigiani dai quali avrebbe ricevuto il compito di mantenere unita la massoneria. Il momento più importante della sua vita è legato agli accadimenti del 25 luglio 1943. A lui si deve la realizzazione di una fitta rete di dissidenti della politica mussoliniana che comprende antifascisti ed anche membri delle stesse gerarchie del regime come De Vecchi e forse lo stesso Balbo. Maiocco è indicato come colui che consegna in anteprima l'ordine del giorno Grandi al Sovrano provocando la crisi del fascismo.

Ritornando alla morte del Gobbo del Quarticciolo, una contro inchiesta di Franco Napoli (nella resistenza assieme al Gobbo), dimostrò che Albano fu assassinato con un colpo d'arma da fuoco alla nuca da un'ex-spia dei tedeschi, membro di Unione Proletaria, nella quale lo stesso Giuseppe Albano sarebbe stato infiltrato per volere di Pietro Nenni. Secondo lo storico Silverio Corvisieri che ha scritto il libro Il re, Togliatti e il gobbo. 1944: la prima trama eversiva, la situazione nel 1945 era di tipo golpista. La morte del Gobbo del Quarticciolo non sarebbe avvenuta per mano dei carabinieri ma sarebbe stata un'esecuzione compiuta da una scheggia impazzita della Resistenza. Sempre secondo Corvisieri, il "Gobbo" sarebbe stato ucciso proprio da sicari di Umberto Salvarezza, il mandante sarebbe stato l’ultimo re d’Italia Umberto II, che voleva un nuovo governo presieduto da Pietro Badoglio, e salvare così la monarchia.

fonte: http://larapavanetto.blogspot.com/

F., Scalzo, Matteotti. L’altra verità. Massoneria, mafia, camorra, servizi segreti., Savelli Editore, 1989.
S., Corvisieri, Il re, Togliatti e il gobbo, 1944: la prima trama eversiva, Edizioni Odarek, Roma, 1998.
Gianfranco Carpeoro http://www.libreidee.org/2016/10/litalia-e-sovragestita-dalla-p1-massoni-traditori-e-terroristi/

sabato

il terzo segreto di Fatima: dati certi, dubbi e retroscena


Andrea Tornielli
Città del Vaticano

La storia delle apparizioni mariane di Fatima è inscindibilmente legata a quel «segreto» diviso in tre parti e rivelato dalla Madonna ai tre pastorelli nel 1917. 

Un testo profetico la cui rivelazione era attesa nel 1960, ma che è stato reso noto soltanto quarant'anni dopo, durante il Giubileo del 2000, da san Giovanni Paolo II, il Pontefice che ha creduto di riconoscersi nel «vescovo vestito di bianco» martirizzato insieme ai cristiani.

È una storia fatta di documenti e di date certe, ma anche costellata di tante illazioni, testi apocrifi, presunte profezie apocalittiche.

La più recente e documentata ricostruzione si può leggere nel libro di Saverio Gaeta «Fatima, tutta la verità. La storia, i segreti, la consacrazione» (Edizioni San Paolo), un volume che ha il pregio di aver incluso le ultime novità emerse grazie alla pubblicazione di scritti di suor Lucia dos Santos mai rivelati prima...


La visione profetica venne affidata ai tre pastorelli il 13 luglio 1917. Passano molti anni prima che le tre distinte parti del segreto vengano fissate su carta.

Le prime due vengono scritte da Lucia nella cosiddetta Terza memoria, vergata fra il 26 luglio e il 31 agosto 1941, e successivamente nella Quarta memoria, compilata fra il 7 ottobre e l’8 dicembre dello stesso anno.

Questi due testi sono subito consegnati al vescovo di Leiria (sotto la cui giurisdizione ricade Fatima), monsignor José Alves Correia da Silva. Come abbiamo avuto modo di vedere, le prime due parti si riferiscono alla visione dell'inferno e all'arrivo di una nuova grande guerra mondiale.

Vengono scritte quando questa è già cominciata e rese note per la prima volta da padre Luis Gonzaga da Fonseca, nella quarta edizione del suo libro «Le meraviglie di Fatima» pubblicata nell'aprile 1942. Questo primo testo pubblicato contiene dei ritocchi rispetto all'originale di Lucia, ad esempio la parola «Russia» viene sostituita con la parola «mondo», per motivi legati alla situazione politica e alla guerra in corso.

Vista la salute cagionevole di suor Lucia - che sarà invece destinata a vivere una vita lunghissima - il vescovo teme che possa morire senza aver comunicato la terza parte del Segreto. Così Correia da Silva prima di persona e poi per iscritto, alla fine dell'estate 1943, le ordina di fissare su carta anche l'ultima parte della profezia. La veggente ci prova, ma per cinque volte non ci riesce.

La svolta arriva nei primi giorni di gennaio 1944. 

Lucia avverte la presenza di Maria. E racconta che cosa accade in una lettera di accompagnamento per il vescovo, consegnata insieme al Segreto. Questa lettera e le parole che stiamo per citare sono rimaste sconosciute fino a poco tempo fa. «L’indicazione della Vergine fu precisa: “Non temere, poiché Dio ha voluto provare la tua obbedienza, fede e umiltà; stai serena e scrivi quello che ti ordinano, tuttavia non quello che ti è dato intendere del suo significato. Dopo averlo scritto, mettilo in una busta, chiudila e sigillala e fuori scrivi “che può essere aperta nel 1960 dal cardinale patriarca di Lisbona o dal vescovo di Leiria”». 

È interessante fermare l'attenzione sulle parole della Madonna che Lucia riferisce: «Non quello che ti è dato intendere del suo significato».

La voce di Maria chiede dunque alla veggente di non scrivere nulla sul significato della visione, sull'interpretazione di quella scena cruenta del Papa che viene ammazzato. 

Ma da queste affermazioni, redatte da Lucia nel 1944, non si comprende bene se ci si riferisca a un'interpretazione offerta con parole precise dall'apparizione stessa nel 1917 (com'era avvenuto per la prima parte del Segreto), o se con quel «che ti è dato intendere» ci si riferisca un'interpretazione della veggente, seppure ispirata.

La busta viene chiusa con un po' di ceralacca e consegnata al vescovo di Leiria, il quale comunica la notizia al patriarca di Lisbona, Manuel Gonçalves Cerejeira, e alla Santa Sede, ricevendo dal Vaticano l'indicazione di custodire il plico. Il vescovo, pur potendolo fare, non aprirà mai la busta per conoscerne il contenuto. Il 7 settembre 1946, intervenendo al Congresso mariano di Campinas in Brasile, il cardinale Cerejeira comunica pubblicamente che la busta con il Segreto «sarà aperta nel 1960».

Un anno e mezzo dopo aver ricevuto il testo della profezia chiuso nella busta inviata dalla veggente, monsignor Correia da Silva la infila dentro una propria busta che a sua volta sigilla con la ceralacca, scrivendo: «Questa busta con il suo contenuto sarà consegnata a sua eminenza il signor cardinale don Manuel, patriarca di Lisbona, dopo la mia morte. Leiria, 8 dicembre 1945. José, vescovo di Leiria».

Il plico sarà fotografato e l'immagine pubblicata sul settimanale statunitense «Life» del 3 gennaio 1949.

Nel 1956, quando il vescovo è ormai molto anziano, malato e quasi cieco, e si avvicina la data indicata per la rivelazione, dal Vaticano arriva l'ordine di inviare a Roma fotocopia di tutti i manoscritti di suor Lucia e la busta originale con il testo del Terzo Segreto. A metà marzo del 1957 il vescovo ausiliare di Leiria, João Pereira Venâncio consegna il documento al nunzio apostolico in Portogallo, l’arcivescovo Fernando Cento. Il plico arriva Oltretevere il 16 aprile 1957.

Secondo diverse testimonianze, tra cui quella del cardinale Alfredo Ottaviani, Pio XII decide di aprirlo e lo ripone all’interno di una cassetta di legno con l’iscrizione “Secretum Sancti Officii” (Segreto del Sant’Offizio). Anche di questa cassetta esiste una foto eloquente, scattata dal fotografo Robert Serrou il 4 maggio 1957 e pubblicata la prima volta sul magazine francese Paris Match il 18 ottobre 1958, dopo la morte di Papa Pacelli. Era stata suor Pascalina Lehnert, governante e segretaria di Pio XII, a fare al fotografo la confidenza: «Là dentro c’è il terzo Segreto di Fatima».

Bisogna ricordare che dal momento dell'arrivo a Roma in poi disponiamo dei dati su dove il plico è stato conservato e su quando i Papi l'hanno consultato, grazie alla pubblicazione vaticana del giugno 2000, nella quale, oltre al testo del Segreto e alla sua interpretazione teologica a firma dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, viene descritta anche la storia della sua custodia in Vaticano attraverso uno scritto dell'arcivescovo Tarcisio Bertone, all'epoca segretario della Congregazione per la dottrina della fede e numero due di Ratzinger.

Da questo punto in poi, i dati documentali spesso divergono dalle testimonianze ugualmente attendibili di alcuni autorevoli testimoni e ci sono indizi che lasciano pensare all'esistenza di due copie dello stesso testo - o secondo alcuni di due testi diversi - conservati in due luoghi diversi: l'archivio dell'ex Sant'Uffizio e l'appartamento papale. Una distinzione che non può essere fatta per il tempo di Pio XII: all'epoca infatti, e fino alla riforma della Curia voluta da Paolo VI, il Papa era anche Prefetto del Sant'Uffizio e dunque non doveva sorprendere la conservazione nel suo appartamento di documenti particolarmente delicati o scottanti di quel dicastero.

Il primo Pontefice ad aprire la busta e a leggere il contenuto del Segreto è Giovanni XXIII, durante l'estate del 1959, mentre si trova a Castel Gandolfo, e precisamente il 17 agosto, quando «d’accordo con l’eminentissimo cardinale Alfredo Ottaviani», il commissario del Sant’Offizio, padre Pierre Paul Philippe, consegna a Papa Roncalli la busta ancora sigillata. Secondo quanto scritto da Bertone, sulla base della documentazione d'archivio, Giovanni XXIII decide di rimandare la busta al Sant'Uffizio. 

Ma l'arcivescovo Loris Capovilla, segretario particolare di Roncalli, ricorda invece che il Papa «portò il plico in Vaticano. Nessuno più gliene parlò, né il Sant’Offizio chiese dove fosse andato a finire il memoriale. Stava in un tiretto dello scrittoio della camera da letto». Il plico dunque sarebbe stato conservato in uno scomparto poco visibile e accessibile dello scrittoio, detto «Barbarigo», un mobile appartenuto a san Gregorio Barbarigo e regalato a Papa Giovanni dal conte Dalla Torre.

Dopo essersi fatto aiutare a tradurre il testo, Giovanni XXIII detta a monsignor Capovilla alcune frasi da scrivere su una busta che finora non è mai stata mostrata pubblicamente: «Il Santo Padre ha ricevuto dalle mani di monsignor Philippe questo scritto. Si è riservato di leggerlo il venerdì con il suo confessore. Essendoci locuzioni astruse, chiama monsignor Tavares, che traduce. Lo fa vedere ai suoi collaboratori più intimi. E alla fine dice di rinchiudere la busta, con questa frase: “Non do nessun giudizio”. Silenzio di fronte a una cosa che può essere una manifestazione del divino, e può non esserlo».

Il 21 giugno 1963 viene eletto successore di Roncalli l'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che prende il nome di Paolo VI, meno di una settimana dopo, il 27 giugno, il nuovo Papa desidera leggere il Segreto, dopo averne parlato con il cardinale Fernando Cento, già nunzio in Portogallo, e con il vescovo di Leiria João Pereira Venâncio, che quella stessa mattina aveva ricevuti in udienza. La busta però non si trova. E così il sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Angelo Dell’Acqua, chiede lumi a monsignor Capovilla, che dopo la morte di Giovanni XXIII era rimasto - e vi resterà fino al 1967 - nell'anticamera pontificia. Capovilla ha raccontato e messo per iscritto di essere stato contattato quel giorno dal sostituto e di avergli suggerito di cercare il plico «nel cassetto di destra della scrivania detta “Barbarigo”, nella stanza da letto del Papa». Un’ora dopo monsignor Dell’Acqua gli telefona per confermare che era tutto a posto. La busta era stata ritrovata.

L’arcivescovo Tarcisio Bertone, nel testo che ricostruisce la storia del Segreto sulla base dei registri dell'archivio del Sant'Uffizio, scrive invece che «Paolo VI lesse il contenuto il 27 marzo 1965, e rinviò la busta all’Archivio del Sant’Offizio». Bertone in successive dichiarazioni bollerà «le ricostruzioni cinematografiche della busta nascosta nel comodino del Papa» come «pura fantasia».

Chi scrive ha avuto modo di ascoltare ormai dieci anni fa direttamente dalla voce di Capovilla, che si serviva al riguardo delle note vergate a suo tempo nell'agenda, l'episodio del plico che non si trovava e dell'indicazione data a Paolo VI di cercarlo nello scrittoio «Barbarigo». Non si capisce perché il più stretto collaboratore di Papa Roncalli, custode della sua memoria e dei suoi scritti, avrebbe inventato di sana pianta una storia simile. Allo stesso tempo, bisogna credere alla ricostruzione di Bertone, basata sui documenti d'archivio. Ecco un indizio sulla possibile esistenza di due testi distinti o, più semplicemente, di due copie dello stesso testo conservate in due luoghi distinti, nell'appartamento del Papa e al Sant'Uffizio.

Il testo del Segreto, non rimane però confinato alla conoscenza di poche persone. In vista del suo viaggio a Fatima, il 13 maggio 1967, per il cinquantesimo delle apparizioni, Paolo VI fa convocare il 1° marzo una plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede nella quale viene letto il Segreto e si discute se sia opportuno o meno pubblicarlo. I pareri negativi prevalgono e si decide di proseguire nella linea già tenuta da Giovanni XXIII, che non aveva ritenuto di rendere pubblico il testo nel 1960.

Nel 1978, dopo la meteora Giovanni Paolo I, si arriva a Karol Wojtyla. Secondo la testimonianza fornita il 13 maggio 2000 a Fatima dal portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls, mai smentita, Giovanni Paolo II avrebbe letto il testo nel 1978, pochi giorni dopo l’elezione al pontificato. Da altre testimonianze, riportate dalla vaticanista portoghese Aura Miguel, sappiamo che subito dopo l'attentato del 13 maggio 1981, mentre ancora si trovava ricoverato al Policlinico Gemelli, Papa Wojtyla chiese di vedere tutti i documenti di Fatima: «Uno dei primi cardinali a far visita a Giovanni Paolo II è l’argentino Eduardo Pironio, che afferma di aver visto il Papa nell’infermeria del decimo piano del policlinico Gemelli immerso nei documenti relativi alle apparizioni della Cova da Iria. L’ex segretario del Pontificio consiglio per i laici racconta che il Papa, impressionato dall’incredibile coincidenza delle due date, studiò i documenti».

Secondo la ricostruzione scritta da monsignor Bertone questa circostanza si sarebbe verificata più di due mesi dopo: «Sua eminenza Franjo Seper, Prefetto della Congregazione (per la dottrina della fede, ndr), consegnò a sua eccellenza Eduardo Martinez Somalo, Sostituto della Segreteria di Stato, il 18 luglio 1981, due buste: - una bianca, con il testo originale di suor Lucia in lingua portoghese; - un’altra color arancione, con la traduzione del “segreto” in lingua italiana.

L’11 agosto seguente monsignor Martinez ha restituito le due buste all’Archivio del Sant’Offizio». Anche in questo caso, le discrepanze nei racconti potrebbero avere una spiegazione semplice. Non va infatti dimenticato che appena 17 giorni dopo essere uscito dal Gemelli, Giovanni Paolo II vi fece ritorno il 20 giugno 1981, a motivo di un'infezione al sangue che aveva contratto. Rimarrà in ospedale fino al 14 agosto, per 55 giorni. È durante questo nuovo ricovero che, secondo i registri del Sant'Uffizio, riceve i documenti di Fatima. Non si può dunque escludere che le due versioni in realtà possano coincidere e che il ricordo del Pontefice che consulta i testi sul letto d'ospedale sia riferito al secondo e non al primo ricovero.

Si arriva così al 13 maggio 2000, quando, al termine della messa per la beatificazione di Francesco e Giacinta Marto, celebrata da Giovanni Paolo II in presenza di suor Lucia nella spianata antistante il santuario di Fatima, il cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano prende la parola per riferire un sunto del Segreto. Sodano presenta la profezia come rivolta interamente al passato, alle persecuzioni subite dai cristiani nel Novecento, e afferma che nella visione il Papa «cade come morto».

Annunciando anche che per «consentire ai fedeli di meglio recepire il messaggio della Vergine di Fatima, il Papa ha affidato alla Congregazione per la Dottrina della fede il compito di rendere pubblica la terza parte del Segreto, dopo averne preparato un opportuno commento».

La presentazione del testo avviene il 26 giugno 2000 con una conferenza stampa tenuta dal Prefetto Joseph Ratzinger e dal segretario Tarcisio Bertone. Fino a quel momento, affidandosi unicamente alle parole di Sodano, tutti credono che nella visione si parli di un Papa che cade «come morto», cioè che rimane gravemente ferito, immagine sovrapponibile a quella dell'attentato subito in Piazza San Pietro da Wojtyla nel 1981. In realtà la visione non presenta un Papa ferito, ma un Papa ucciso. Nel suo commento Ratzinger spiega che questo genere di profezie non sono da considerare un film in grado di descrivere in dettaglio il futuro, come pure spiega che la preghiera e le sofferenze di chi fa penitenza possono cambiare il corso della storia.



Proprio all’inizio del commento teologico, Ratzinger, dopo aver precisato che il testo «viene qui pubblicato nella sua interezza», afferma che il lettore «resterà presumibilmente deluso o meravigliato dopo tutte le speculazioni che sono state fatte. Nessun grande mistero viene svelato; il velo del futuro non viene squarciato». Parlando a braccio in risposta alle domande dei giornalisti, il cardinale precisa che «non è intenzione della Chiesa imporre una interpretazione: non esiste una definizione, o interpretazione ufficiale, della Chiesa di tale visione». 

Dunque Giovanni Paolo II ha ritenuto di riconoscersi nella visione, ma anche altre interpretazioni sono possibili. Lo stesso Ratzinger, una volta divenuto Papa, è sembrato correggere l'interpretazione della visione interamente rivolta al passato e nel 2010, in occasione del suo pellegrinaggio a Fatima che avviene nel pieno della bufera per lo scandalo pedofilia, afferma che la carica profetica del messaggio non si è esaurita: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa».

Nel corso degli anni, come già detto, sono stati diffusi vari testi apocrifi contenenti la presunta interpretazione mancante della visione del Terzo Segreto. 

Si parla di catastrofi naturali, inondazioni e guerre, come pure dell'apostasia, di una crisi della fede presente all'interno della Chiesa stessa. Le discrepanze che abbiamo fin qui evidenziato vengono in qualche modo corroborate da due indizi contenuti nelle memorie di suor Lucia: il fatto che l'apparizione dopo aver rivelato il Terzo Segreto dica che Lucia e Giacinta possono condividerlo con Francesco: in questo caso, dato che Francesco vedeva ma non poteva ascoltare, si dovrebbe trattare di parole, cioè di un'interpretazione, non di una visione. Inoltre rimane senza spiegazione una frase sospesa dell'apparizione che precede il Segreto, relativa al Portogallo che manterrà il dogma della fede. Queste discrepanze hanno fatto affermare ad alcuni giornalisti e studiosi che non tutto è stato in realtà rivelato e che alla visione del Terzo Segreto si accompagnava un «allegato» con l'interpretazione di quella visione.

L'allegato in questione, secondo questi autori, sarebbe stato tenuto nascosto o distrutto. Papa Ratzinger ha però più volte affermato che tutto è stato pubblicato. Lo stesso ha ripetuto in varie riprese, a voce e per iscritto, anche il cardinale Tarcisio Bertone, quest'ultimo individuato da alcuni «fatimiti» come presunto autore della pubblicazione parziale e dunque edulcorata. In realtà bisogna riconoscere: nel caso ipotetico che non tutto fosse stato pubblicato, ciò non potrebbe essere avvenuto all'insaputa di Giovanni Paolo II - che aveva letto l'intera documentazione - e del suo Prefetto per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, anch'egli a conoscenza dei testi. E dunque appare quantomeno semplicistico colpevolizzare Bertone, all'epoca numero due del dicastero guidato da Ratzinger e suo fedele collaboratore.

Non si può infine escludere che il presunto «allegato», nel caso esista o sia realmente esistito (non è rimasta traccia di quando sarebbe stato scritto, né di quando sarebbe stato consegnato al vescovo o di quanto sarebbe stato spedito in Vaticano) possa in realtà non essere una rivelazione diretta dell'apparizione del 1917, ma piuttosto un'interpretazione successiva, ricevuta da suor Lucia in una delle sue locuzioni interiori. Non è un caso che il segretario di Giovanni Paolo II abbia confidato al vaticanista Marco Tosatti: «Non sempre si capisce bene che cosa dice la Madonna e che cosa dice suor Lucia».

Di per sé, anche se la visione non contiene profezie su catastrofi naturali o sulla perdita della fede, le immagini sono comunque forti e apocalittiche: si parla del martirio di un'innumerevole quantità di cristiani - tema tristemente attuale - come pure della morte di un Papa che viene ucciso.
(Fine seconda e ultima puntata)

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Fonte: www.lastampa.it

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