martedì

la bestia di Cusago, la lupa che divenne antropofaga


Correva l'anno 1728 e per le strade di Milano circolava uno strano manifesto, ad opera di Gaetano Bianchi, con la seguente didascalia: “ritratto della Fiera Bestia veduta sul contado di Novara dove ha fatto e sta facendo strage di uomini e donne di ogni età, particolarmente nel territorio di Olegio, di Ghemine, di Momo e di Barengho, già come si è ragguagliato da lettere e notizie riportate nella pubblica Gazzetta di Milano numero 26 del 30 giugno 1728”. La popolazione di Milano, sgomenta ed impaurita, pensava a quei poveri contadini delle terre novaresi, tutti i paesi citati dal Bianchi si trovavano nella pianura in provincia di Novara, sbranati da una bestia che sembrava uscita dai peggiori incubi. La fiera bestia aveva la testa di cinghiale ed il corpo di cane, e le dimensioni potevano essere quelle di un vitello o di un torello. 
Tra la fine del medioevo e l'inizio dell'epoca moderna nacque la leggenda del porcocane, animale leggendario che trovò in quei secoli la giusta collocazione dopo aver subito infinite trasformazioni nel corso dei secoli. Il porcocane fu il risultato finale di un incubo ricorrente nella mente delle popolazioni. La fiera bestia nasceva, in epoca medievale, come un animale gigantesco munito di grandi corna, grandi creste e pelle corazzata a squame 
Vassalli, analizzò questa figura leggendaria nel libro la Chimera. Lo scrittore, tra il serio ed il faceto, concluse l'analisi sottolineando che “noi oggi possiamo riderne, ma all'epoca della nostra storia, cioè i primi anni del seicento, la fiera bestia faceva ancora veri danni con vere vittime”. (Sebastiano Vassalli, la Chimera, capitolo XIX). 
Purtroppo gli avvistamenti e le morti che ne seguirono non furono isolate alla pianura novarese. Un caso scosse le coscienze dell'Italia Settentrionale nel settecento: la bestia di Cusago. La bestia, in milanese bèstia de Cusagh, fu una lupa attiva durante l'estate del 1792 nel bosco di Cusago nel Ducato di Milano. L'animale era divenuto antropofago e uccise, divorandole, diverse vittime, sempre bambini. 
Proviamo a ricostruire gli eventi partendo dal 5 luglio del 1792. La prima vittima umana della fiera bestia fu Giuseppe Antonio Gaudenzio di Cusago. Secondo i resoconti dell'epoca, il giorno precedente il ragazzo condusse le vacche, unica ricchezza della famiglia, a pascolare nel bosco di Cusago, villaggio posto tra Milano e Novara. Purtroppo ne perse una facendo ritorno a casa senza l'animale. Il padre, severo, lo riprese e lo mandò nel bosco a cercarla. Al mattino, non vedendolo rincasare, decise di andarlo a cercare. Trovò la vacca ma non il ragazzo. Alcuni giorni dopo furono rinvenuti dei calzoncini lordi di sangue, un cappello ed alcuni avanzi del corpo di un fanciullo divorato. Furono accusati i lupi di aver attaccato e smembrato il corpo del piccolo. Le notizie dell'aggressione al piccolo Giuseppe ancora non erano giunte a Milano quando, il giorno 9 di luglio del 1792, pervenne la segnalazione di ciò era accaduto a Limbiate, paese non lontano da Cusago. Alcuni ragazzi, di ambo i sessi, stavano curando le vacche delle famiglie quando, sul fare della sera, videro avvicinarsi una bestia simile ad un grosso cane. Non sapendo come affrontare l'animale decisero di salire sugli alberi gridando con quanto fiato avessero in corpo. Lontano i contadini non udirono le tremende urla. Dopo alcune ore i ragazzi decisero di scendere dagli alberi. Appena i fanciulli toccarono il suolo la bestia, che si era celata, sbucò dalla macchia. Uno di loro fu afferrato, Carlo Oca di otto anni, per il collo e trascinato nel bosco. I restanti ragazzi riuscirono a raggiungere il villaggio. I contadini iniziarono le ricerche del piccolo Carlo, trovandolo in parte divorato. Furono accusati i lupi dell'aggressione anche se i ragazzi diedero una descrizione dettagliata della fiera bestia che s'allontanava dalla figura del lupo. I contadini attribuirono tale raffigurazione alla spaventata immaginazione. Quando le notizie giunsero a Milano qualcuno ripensò a Bartolomeo Cappellini ed alle sue iene che aveva portato in città rinchiuse in una gabbia di legno e ferro per esporle alla pubblica curiosità. Alcuni osservarono che le gabbie non erano in buono stato e che gli animali avrebbero tranquillamente potuto evadere dalla prigionia umana. Crebbe maggiormente il sospetto quando i milanesi seppero che il Cappellini si trovava a Cremona con una sola iena in gabbia. Quando fu interrogato sulla scomparsa della seconda iena abbozzò risposte vaghe. Bartolomeo Cappellini, vedendo crescere intorno a se l'inchiesta e venuto a conoscenza delle stragi, decise d'abbandonare il milanese per trovare rifugio in Veneto, dove non dimorò a lungo. 
L'opinione che fosse una iena la fiera bestia del milanese scatenò la fantasia di intagliatori in legno, stampatori e naturalisti. Tutti diedero un ritratto della bestia, e le raffigurazioni si vendevano ad ogni angolo di strada. 
Il giorno 12 di luglio, sempre del 1792, a Milano giunse la notizia che a Corbetta, non distante da Limbiate, una fiera bestia aveva rapito ed in parte divorata la piccola Giuseppa Suracchi di anni sei. Il rapimento avvenne quando la fanciulla era in compagnia della sorella maggiore sulla strada che da Corbetta conduceva a Cassina Pobbia. Le sorelle, intente a pascolare gli animali, furono aggredite da una bestia che, veloce, sbucò dalle siepi. La sorella maggiore, impaurita e distrutta per il rapimento della piccola Giuseppa, corse in direzione dei parenti. I contadini accorsero velocemente e trovarono, dopo lunghe ricerche, il corpo della piccola sbranato. Tra le persone crebbe e si consolidò l'idea che la bestia altro non fosse che una iena. I milanesi si convinsero sulla base dei resoconti delle aggressioni che ricordavano che la bestia scannava le vittime partendo dalla gola, quasi a volerne bere il sangue. Altri continuarono ad attribuire ai lupi le insidie ed i mali che colpivano la pianura tra Milano e Novara. 
Per qualche giorno la bestia si acquietò, nutrendosi di polli. Forse di qualche carcassa di cavallo. Nel frattempo la bestia fu veduta in un campo nei pressi di Cesano, non lontano da Milano, sulla strada comasina. Quando i contadini furono avvertiti dell'avvistamento, si armarono e si diressero verso il campo. Per lunghe ore non accadde nulla poi, all'improvviso, la bestia, a grandi balzi, corse nella direzione opposta a quella degli uomini armati, che non ebbero nemmeno il tempo di sparare un colpo di fucile. Gli stessi avvenimenti furono narrati da un gruppo di cacciatori di Cusago. 
Il 14 di luglio fu promulgato dalla Conferenza Governativa il seguente avviso: In questo momento giunge alla notizia della Conferenza Governativa, che la Campagna di questo Ducato trovasi infestata da una feroce Bestia di color cenericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso cane, e dalla quale furono già sbranati due fanciulli. Premurosa la medesima Conferenza di dare tutti li più solleciti provvedimenti, che servir possano a liberare la provincia dalla detta infestazione, ha disposto che debba essere subito combinata una generale Caccia con tutti gli Uomini d' armi delle Comunità, col satellizio di tutte le Curie, e colle guardie di Finanza. Al tempo stesso rende inoltre noto, che da questa Tesoreria Camerale verrà pagato il premio di cinquanta Zecchini effettivi a chiunque, o nell'atto della suddetta generale Caccia, o in altra occasione avrà uccisa la predetta Bestia feroce: somma che verrà subito sborsata dal Regio Cassiere Don Giuseppe Porta, in vista del certificato, che rilascierà il Regio delegato della Provincia, nel di cui Territorio la suddetta Bestia sarà stata ammazzata. Milano li 14 Luglio 1792. 
Quando l'avviso fu distribuito crebbe, notevolmente, il numero di cacciatori che aspiravano al premio, ma soprattutto all'onore di aver liberato l'Insubria da tale feroce nemico. 
Il giorno 19 di luglio fu eseguita una caccia generale tramite gli uomini d'armi, ossia contadini della Comunità della Lombardia austriaca che, grazie ad alcuni privilegi, godevano del diritto di tenere presso la propria abitazione un fucile e le relative munizioni e del dovere di servire, all'occorrenza, il Regio Cancelliere del distretto. Gli uomini d'armi percorsero le campagne dove la bestia era solita aggredire i bambini. La caccia generale fu inutile poiché nessuno vide la fiera bestia. Fu allora deciso d'utilizzare gli uomini d'armi come sentinelle, accoppiandoli ai ragazzi che conducevano il bestiame al pascolo. 
La Conferenza Governativa emanò un secondo avviso: Per vieppiù animare gli Uomini d' armi, li Cacciatori, e qualunque altra persona a far ogni tentativo per distruggere la Bestia feroce, che infesta alcuni distretti di questo Ducato, la Conferenza Governativa ha determinato di aumentare fino a cento cinquanta Zecchini il premio, che verrà corrisposto a chi avrà uccisa la Bestia predetta. Tale premio sarà corrisposto nel modo, che nell' avviso del 14 andante fu indicato per quello di cinquanta Zecchini, trovato equitativo in allora, che si ordinava pure una generale Caccia, e che ignorandosi per anche l' agilità, e la velocità della stessa Bestia, era da supporsi meno difficile il poterla uccidere. Milano 24 Luglio 1792. 
La bestia, incurante degli avvisi, uccise un'altra vittima il 1 agosto del 1792. La belva feroce attaccò un gruppo dei ragazzi presso Senago, uccidendo la bambina Antonia Maria Berretta, di anni otto. Il giorno 3 di agosto fu ucciso, e parzialmente divorato, Domenico Cattaneo. Il giorno 4 fu uccisa, ad Arluno, Giovanna Sada, bambina di anni dieci. Gli attacchi alle porte di Milano crearono un'isteria collettiva, diffondendo la superstizione che fossero segni di sventura e collegandoli all'intervento austriaco nella Rivoluzione francese. Furono distribuiti fucili e baionette a chiunque si offrisse volontario nella caccia alla bestia. Tutti questi sforzi risultarono vani. Il 16 agosto fu uccisa presso Barlassina Anna Maria Borghi, di anni tredici. Il 21 agosto fu rinvenuto il cadavere di Giuseppina Re presso il bosco di Chiappa Grande. Il giorno seguente la bestia uccise Maria Antonia Rimoldi presso Terrazzano. Il 24 agosto fu approvato un piano, messo a punto dai preti Filippo Rapazzini e Giuseppe Comerio, in cui la bestia avrebbe potuto essere catturata attraverso lo scavo di buche mimetizzate e recintate, con una sola apertura a vista davanti alla quale sarebbero stati posti come esca degli animali. Il 24 settembre 1792, fu annunciata la cattura e l'abbattimento di un lupo caduto in una fossa scavata presso Cascina Pobbia. La carcassa fu mostrata ai superstiti dei suoi attacchi e identificata, sebbene alcuni fossero dubbiosi. Un esame dettagliato del lupo dimostrò che si trattava di una femmina affetta da numerose cicatrici sugli arti, e con canini superiori particolarmente consumati. Siccome non vi furono ulteriori segnalazioni di aggressioni dopo la morte del lupo, il 5 ottobre 1792 fu annunciato ufficialmente che si trattava infatti della bestia di Cusago. La carcassa fu successivamente imbalsamata ed esposta nei locali presso Piazza del Duomo, per poi essere venduta al prezzo di 12 zecchini al museo di storia naturale dell'Università di Pavia. 

Fabio Casalini

Bibliografia

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Comincini, M. (2002), L'uomo e la "bestia antropofaga": storia del lupo nell'Italia settentrionale dal XV al XIX secolo, Edizioni Unicopli

Giornale circostanziato di quanto ha fatto la bestia feroce nell'Alto Milanese dai primi di Luglio dell'anno 1792  sino al giorno 18 Settembre p. p. In Milano, A spesa dello Stampatore Bolzani, [1792]


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

sabato

"Macerata bene"...

STORIE DI RITUALI A BASE DI SESSO E SANGUE





Nelle Marche negli ultimi decenni sono scomparse ufficialmente almeno 567 persone, molti tra questi ragazzini e minori, di alcuni di loro non si sono mai trovati i corpi, mentre di altri sono stati talvolta ritrovati i resti seppelliti in zone franche al riparo da occhi indiscreti e pronti ad essere riesumati per ricattare alcuni ambienti di potere e per strumentalizzare a fini politici attraverso messaggi in codice sviluppati su omicidi e mattanze rituali determinate persone che hanno facoltà di tradurre la grammatica sacrificale.
I livelli rituali degli omicidi, dei rapimenti spesso per fini pedofili e delle violenze sono i seguenti:
1- Zone "magiche" vengono scelte da ambienti particolari per rapire bambini, ragazzi, persone
2- Ambienti particolari che ospitano persone altolocate, militari, uomini di chiesa, massoni, facoltosi imprenditori e uomini di potere, attraverso personale mafioso, mercenari, rapiscono persone per abusarne sessualmente e , talvolta, per torturarle fino alla morte.
3- Ambienti della magistratura collusa, ambienti magici e reparti esoterici dei Servizi Segreti, avranno il compito di creare fake-news per depistare i terribili crimini e, soprattutto, ricattare ambienti, persone, ogni volta che il MACRO MONDO necessita di fare svolte politiche. Dovranno anche COMUNICARE iniziative di "gestione del potere" della sovrastruttura attraverso messaggi che utilizzeranno appunto i fatti di cronaca di cui sopra.


Da questo semplice e rodato schema criminale sacrificale si evince come il POTERE si muova e come gestisca l'informazione, i media che dovranno necessariamente depistare spostando il BERSAGLIO su comodi capri espiatori, o semplici fattorini del crimine, ieri i PACCIANI di turno, oggi gli stranieri di turno.
Pamela è stata MACERATA BENE, e prima di lei altre ragazze, uccise da questo mondo cattivo sempre affamato di sangue sacrificale.
Quindi esistono due realtà criminali, una di stampo puramente magico orgiastico che spesso culmina con la morte della vittima, perpetrato da ambienti verosimilmente simili a quelli descritti dal Fratello Kubrick in EYES WIDE SHUT, popolato dalle gerarchie del sistema e dell'alta società, e SOPRA di esso, una sovragestione che strumentalizza e manipola questo mondo per infilarci politici e vip del sistema per ricattarli, plasmarli e sigillarli. Questi saranno i loro araldi per sempre, fedeli esecutori di agende del Potere Costituito, kapo' e servi con lingue lunghe pronti a firmare qualsiasi legge impopolare, illiberale e distopica venga a loro ordinata.
Ultimamente abbiamo assistito al rituale della povera PAMELA, vittima sezionata e lasciata in bella vista dentro due valigie presso la villa MONTI in provincia di Macerata, vittima probabilmente di questi ambienti e strumentalizzata dalla SOVRAGESTIONE che, dopo aver indicato i soliti capri espiatori o semplici fattorini del crimine (nigeriani), attraverso i media collusi ha mandato multi-messaggi (sottili e meno sottili) a chi di dovere riguardo la politica interna (elezioni, vittoria, utilizzatore della vittoria) ed a quella estera.
Lo stesso schema accade in quasi tutti i paesi del mondo con le dovute differenze culturale, ma il sacrificio per ingraziarsi gli Dei è uno schema ancestrale che riguarda tutto il mondo e tutte le culture "civilizzate".
Dopo le elezioni, una volta che sono stati scelti e puniti i capri, sono venute fuori notizie che avrebbero meritato più rispetto ed attenzione da parte dei media e degli inquirenti, ovvero, del ritrovamento di resti di scheletri ed ossa, presumibilmente di bambini e ragazzi nelle zone limitrofe a Porto Recanati e Macerata, notizie apparse e poi sparite, quasi a significare: " Attenzione, possiamo tirare fuori scheletri dall'armadio". Notizie che avrebbero dovuto mobilitare media ed opinione pubblica per capire i legami tra le tante sparizioni e il curioso ritrovamento di resti.
Non solo, pochi giorni fa, mentre i nostri nuovi condottieri giocavano a NON fare il nuovo governo in attesa del RISOLUTORE FINALE (Governissimo, Governo del Presidente, Governo Tecnico), sempre i n punta di piedi, trapelava dai media una notizia a dir poco clamorosa, sempre a MACERATA, a questo punto terra dannata dagli Dei...
La notizia terribile in questione è venuta a galla per merito di una denuncia rimasta inascoltata.
Una ragazza dal nome di fantasia “Selvaggia” è stata intervistata da Angela Caponnetto per RaiNews 24.
Pare sia emerso un giro di prostituzione minorile e droga in cui sarebbero coinvolte persone della cosiddetta “Macerata bene” che utilizzano come manovalanza gruppi di immigrati, in particolare nigeriani.
Gente insospettabile e ranghi della buona borghesia ed aristocrazia italica che partecipa a festini a luci rosse dove vengono drogate, abusate e talvolta uccise giovani vittime, episodi che sarebbero stati denunciati alle autorità di polizia, senza però che ne siano seguite indagini: di qui l’accusa di “insabbiamento”.
Interpellata telefonicamente in merito, la Questura al momento non ha ritenuto di commentare.

-La ragazza racconta in maniera dettagliata e credibile che circa 10 anni fa, quando era un'adolescente minorenne, fu obbligata dal fidanzato che aveva allora ad entrare in un giro di baby squillo. 
Parla di una vera e propria organizzazione con al centro i notabili della zona: avvocati, professionisti, massoni, politici, imprenditori e addirittura noti esponenti della Polizia di Stato che si ritrovavano in un casale nelle campagne maceratesi che potrebbe essere una villa nella frazione Sant'Egidio di Montecassiano.
Lì, prosegue, si incontravano molti noti esponenti della borghesia locale per intrattenersi con ragazzine giovanissime, molte delle quali, come nel suo caso, minorenni e organizzare festini a base di sesso e droga in contatto con esponenti della mafia nigeriana che procacciava sia lo stupefacente che le giovani, in genere loro clienti tossicodipendenti.
Sostiene, insieme ai genitori, di aver denunciato ben due volte alla procura di Macerata quello che avrebbe subito, ma che tutto fu messo sotto silenzio. Quelle denunce sono state insabbiate dalla Procura.
Parla apertamente di una vera e propria 'loggia massonica' che coprirebbe questi loschi giri al punto da far chiudere tutti e due gli occhi alla locale magistratura. 
Sempre secondo le sue accuse, infatti, il primo esposto fatto dai suoi genitori venne insabbiato per un anno, fino a quando fu 'riesumato da una seconda denuncia che però portò il Gip, su richiesta dei pubblici ministeri, ad archiviarle entrambe.

fonte: http://maestrodidietrologia.blogspot.com/



martedì

il delitto di Sarzana e il risarcimento di Mussolini


4 gennaio 1937. È sera. Nel Collegio delle Missioni di Sarzana, in provincia della Spezia, il silenzio si aggira indisturbato per i bui corridoi. Tutti gli studenti sono nelle loro camere, qualcuno studia, qualcuno chiacchiera, qualcuno fuma di nascosto dai sorveglianti una sigaretta, in attesa della cena.
Sono le 18.18 quando 4 colpi di pistola squarciano improvvisi il silenzio. Due studenti che sono nel corridoio, per andare da un’ala all’altra dell’edificio, sentono i colpi, si guardano stupiti, si interrogano, accorrono all’ufficio di don Umberto Bernardelli, rettore del collegio per capire cosa sia successo. È da lì che gli spari sembrano arrivare. Mentre stanno arrivando in prossimità della stanza, un uomo, dal volto coperto con una sciarpa e con un grosso cappello sulla testa, li vede e non esista a sparare anche contro di loro. Uno cade a terra, ferito gravemente a un fianco. È Leonardo Bassano. L’altro, Alfredo Collini, rimane incolume. La fuga dell’uomo continua, mentre nei corrodi si diffonde il panico. Arrivato alla portineria incontra don Andrea Bruno, coadiutore del collegio. Lo sconosciuto incappucciato, nuovamente senza esitazione, esplode due colpi in direzione dell’uomo, che cade a terra ferito a morte. Fugge indisturbato con un bottino di L. 15.500, mentre urla e voci concitate sostituiscono il silenzio di pochi minuti prima.
Arrivano i soccorritori. Il rettore giace nel suo ufficio, riverso sulla scrivania senza vita. C’è sangue dappertutto. Lo studente ferito è subito soccorso, così come don Andrea, che ancora vivo, sostiene di aver riconosciuto il criminale ma di non ricordarne il nome. Durante il trasporto in ospedale perde conoscenza e dopo pochi minuti muore.


Cominciano le indagini, la stessa sera. Chi può essere entrato senza destare sospetti all’interno del collegio? A chi si riferiva don Andrea in punto di morte?
Nel frattempo a Sarzana si parla del delitto. Ognuno dice la sua. Al bar, per strada, in piazza davanti alla chiesa all’orecchio del vicino perché “spettegolare non sta bene, non si fa”, riuniti davanti al fuoco, a cena. Si parla molto e fra le tante cose dette, una su tutta risulta molto interessante per gli investigatori.
Sembra che il gentile ed irreprensibile don Bernardelli, il rettore, in realtà avesse una doppia vita. Se ci pensiamo, nulla di eccezionale per la cronaca di oggi, ma per quel tempo sicuramente un modus vivendi scandaloso. L’uomo tutto d’un pezzo di giorno, di sera non disdegna la compagnia femminile. Una donna per alcuni, per altri molte, con altrettanti mariti gelosi.
Ma le voci si sa, spesso non portano a nulla. La sola cosa che con certezza si può dire su quell’uomo, è che ha contribuito a rendere grande il collegio, triplicando il numero degli iscritti in pochi anni. Ecco allora che gli inquirenti decidono di far partire le indagini dalle ultime ore di vita del rettore. Scoprono che le ha passate in compagnia di due persone, don Andolfatto, parroco di Castelnuovo Piano, e Vincenzo Montepagani.
Vincenzo è uno studente di ingegneria di 24 anni, non molto capace, che cerca di guadagnare qualche soldo per poter convolare a nozze con la sua fidanzata. Il rettore, mosso forse da buone intenzioni, decide di assumerlo per fare ripetizioni pomeridiane di matematica agli studenti del collegio. Ma il ragazzo ha bisogno di aiuto, così chiede ad una professoressa sua amica per preparare le lezioni insieme a lui. Don Umberto lo scopre e rimprovera aspramente il giovane, più di una volta, e tra i due si crea una situazione di tensione.


Inoltre Vincenzo è altro e robusto come l’uomo che è stato visto sulla scena del crimine. La pista sembra portare a lui. Si difende, giura di non c’entrare nulla con i delitti, che la sera del duplice omicidio, dopo essere uscito dall’ufficio del rettore, è andato a casa per restarci, ma non ha testimoni che possano confermare le sue parole. Tre settimane dopo i tragici fatti, gli investigatori lo accusano ufficialmente di duplice omicidio.
Caso risolto?
Vincenzo Montepagani finisce alla sbarra degli imputati. Il processo inizia 18 mesi dopo il suo arresto. Spuntano dei testimoni a suo favore e grazie all’intervento dell’avvocato difensore Tamburi di Sarzana, il giovane viene assolto per “non aver commesso il fatto”. Interviene direttamente Benito Mussolini che decide di risarcirlo per il carcere scontato con un assegno di L. 25.000 e per mettere a tacere le voci che insistenti accusano gli investigatori di negligenza e inesperienza.
Ricominciano le indagini.
Tutto è rimesso in discussione quando a Ghiaia di Falcinello, vicino a Sarzana, il 2 agosto 1938, all’alba, sono ritrovati due cadaveri. Sono Livio Delfini, 20 anni di professione barbiere, e Bruno Veneziani, 35 anni di professione taxista. I due uomini sono ritrovati morti accanto al taxi del Veneziani, crivellati di colpi da due rivoltelle diverse, un calibro 9 e una 6.5. Ad occuparsi del caso è il commissario Paolo Cozzi, che segue la pista politico sovversiva, su consiglio del Duce, desideroso di chiudere il caso al più presto. Il Cozzi obbedisce, ma segue anche un’altra pista, una sua idea personale che mette in relazione questo duplice omicidio con quello dei sacerdoti del collegio di Sarzana di 2 anni prima. Secondo lui si tratta dell’operato di un killer isolato.
Le indagini continuano, per mesi, ma non portano risultati concreti fino al 29 dicembre 1939, quando viene chiamato all’Ufficio del Registro di Sarzana dal direttore, che all’apertura quella mattina ha trovato il custode, Giuseppe Bernardini, con un’ascia piantata in mezzo alla fronte. Il commissario accorre e nota alcune cose insolite. L’impugnatura dell’ascia è appiccicosa, come se chi l’avesse afferrata non si fosse reso conto di avere le mani sporche, inoltre la cassaforte è aperta, vuota ma non scassinata. Il direttore, Guido Vizzardelli è sconvolto, anche perché è l’unico ad avere la chiave per aprirla.


Come mai? Il direttore è un uomo giusto, retto onesto, non è di Sarzana, ma tutti lo conoscono, lo apprezzano. Non si può sospettare di un uomo così. Il commissario si fa consegnare le chiavi della cassaforte e con grande sorpresasi accorge che sono appiccicose, proprio come il manico dell’ascia usata per il delitto. Come mai?
I sospetti nascono spontaneamente. Cozzi da ordine ai suoi uomini di perquisire l’abitazione del Vizzardelli. Le stanze sono controllate scrupolosamente, ma nulla. Finalmente in cantina un indizio. Su uno scaffale ci sono delle bottiglie vuote, appiccicose. Il proprietario di casa si giustifica dicendo che sono del figlio, che per passatempo distilla liquore. Partono le indagini. Il commissario investiga sul giovane Vizzardelli e scopre cose molto interessanti. Innanzi tutto frequenta l’avviamento commerciale proprio al Collegio delle Missioni. Coincidenza? Inoltre, nel 1936, preso dalla foga giovanile, ha danneggiato proprio all’interno della scuola un ritratto del Re e uno di Benito Mussolini. Azione riprovevole prontamente punita da don Bernardelli. Che fosse nata dell’acredine fra i due?
Il ragazzo viene convocato per un interrogatorio. Nato a Francavilla nel 1922, Giorgio William Vizzardelli, risiede a Sarzana. Lo interrogano per poche ore e finalmente confessa. Ha ucciso don Bernardelli, per vendetta, non sopportava quel rimprovero. Durante la fuga ha pensato solo a mettersi in salvo, ha sparato senza riflettere, senza paura delle conseguenze o di lasciare a terra altre vittime. E Livio Delfini? Casualmente l’uomo ha saputo della sua colpevolezza e lo ha ricattato. Con una scusa il giovane assassino gli dà appuntamento fuori citta, dove lo uccide insieme al taxista, testimone casuale, che lo ha accompagnato.
La sua mente folle, ottenebrata da sogni grandiosi e irrealizzabili, lo spinge a rubare le chiavi della cassaforte del padre, per prendere i soldi contenuti che gli sarebbero serviti per fuggire negli Stati Uniti.
Inizia un nuovo processo. Giorgio William Vizzardelli, nel gennaio 1941 è condannato al carcere a vita. La sua giovane età lo risparmia dalla pena di morte, con grande disappunto del Duce che avrebbe voluto una punizione esemplare. La famiglia sconvolta dagli avvenimenti, si trasferisce. Resterà in custodia per 27 anni, fino al 1968 quando l’allora presidente della repubblica Saragat, gli concederà la grazia.
L’uomo che esce dalla prigione non ha più i sogni della gioventù, non riconosce quell’Italia che nel frattempo è tanto cambiata. Andrà a vivere dalla sorella a Carrara, dove nell’estate del 1973, incapace di ritornare alla vita di tutti i giorni, si toglierà la vita.

Rosella Reali

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia




Annali della Casa della Missione di Sarzana 

L. delle Pere - La Casa della Missione di Sarzana e il Convitto dei Chierici 

L. Chierotti - Il delitto di Sarzana 26 anni dopo 

"Vita Cristiana” – Bollettino per le famiglie - Dicembre 1933


ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

giovedì

la strage del treno 8017, un disastro ferroviario dimenticato


Alle tre del mattino del 3 marzo 1944 un telegrafista di turno a Potenza trascrisse un messaggio: Tren0 8017 fermo in linea tra Balvano e Bella-Muro per insufficienza forza trazione, attende soccorso.
Sono le prime scarne informazioni di quello che diventerà il più grande disastro ferroviario della storia italiana. Una sciagura che pochi ricordano, accerchiata e vinta dalle notizie riguardanti gli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale.
Ricostruiamo i fatti per comprendere cosa sia accaduto al treno 8017.
Il 2 marzo, nel pomeriggio, il treno merci 8017, creato per caricare legname da utilizzare nella ricostruzione dei ponti distrutti dal secondo conflitto mondiale, partì da Napoli con destinazione Potenza. Il treno era molto lungo, motivo per cui fu dotato di una locomotiva elettrica del gruppo E.626 che fu sostituita, a Salerno, da due locomotive a vapore poste in testa al treno. Le due locomotive a vapore furono necessarie per percorrere il tratto dopo Battipaglia, che all'epoca dei fatti non era elettrificato. Il treno giunse a Battipaglia poco dopo le sei del pomeriggio. La linea che conduceva i treni da Napoli a Potenza era utilizzata dai campani per giungere in Basilicata, in fuga dalla fame. Erano i mesi insanguinati dalla battaglia di Cassino, dalla borsa nera e dalla paura. Il tratto che dalla Campania conduceva in Basilicata era percorso sia dai treni passeggeri che dal treno 8017, destinato al trasporto di materiali per la ricostruzione. Il treno 8017 non viaggiava in giorni stabiliti, come i treni passeggeri che partivano due volte la settimana da Napoli in direzione Potenza. Il treno merci viaggiava ad orario libero. Partiva quando vi era occorrenza dei materiali che trasportava. 



Il treno 8017 partì vuoto da Napoli per caricare i materiali destinati alla ricostruzione delle infrastrutture distrutte dai bombardamenti. Nessuno sarebbe dovuto salire su quel treno. Nelle stazioni intermedie, Salerno ma soprattutto Battipaglia, fu preso d'assalto da persone che volevano trasportare beni da scambiare al mercato nero. Il treno ripartì da Battipaglia con il suo carico umano e di merci alle 19.00. Era composto da 47 carri merce ed aveva la ragguardevole massa di 520 tonnellate. La seconda locomotiva, non prevista in origine, fu necessaria per spostare il treno dalla Campania a Potenza, soprattutto per rendere più facile il valico tra Baragiano e Tito. Come tutte le locomotive delle Ferrovie dello Stato di quell'epoca le macchine avevano una cabina aperta ed un equipaggio formato da due persone: il macchinista per la conduzione ed un fuochista per spalare il carbone. Ad Eboli salirono altre 100 persone, tra cui un professore dell'Università di Bari che cercava di fare ritorno verso casa con una decina di studenti. Alla stazione di Romagnano salirono molte altre persone, tanto che il treno contava oltre 600 passeggeri. Molti di questi erano ragazzi provenienti dai grandi centri del napoletano che trasportavano beni, dal caffè ai maglioni, per scambiarli con zucchero, farina e pane al mercato nero di Potenza. Il treno giunse alla stazione di Balvano-Ricigliano verso la mezzanotte. La partenza fu ritardata di oltre mezzora per manutenzione alle locomotive. Il treno 8017 ripartì dieci minuti prima della una del 3 marzo del 1944. Il tratto dalla stazione di Balvano-Ricigliano alla successiva di Bella-Muro prevedeva una notevole pendenza con gallerie molto strette e poco aerate. Il treno 8017 avrebbe dovuto compiere quel tragitto in circa 20 minuti. Alle due e trenta del mattino non era ancora segnalato alla stazione di Bella-Muro. 



Cos'era accaduto tra le due stazioni?
Nella galleria chiamata delle Armi, a causa dell'eccessiva umidità, le ruote iniziarono a slittare. Il treno perse aderenza, rallentando sino a rimanere bloccato. La galleria delle Armi è lunga poco meno di 2 km con un pendenza media di quasi il 13%. Il treno si arrestò 800 metri dopo l'ingresso. Solo gli ultimi due vagoni non erano entrati in galleria. Dato che poco prima un altro treno era transitato su quel percorso, all'interno della galleria, dotata di scarsissima aerazione, vi era una significativa concentrazione di monossido di carbonio. Gli sforzi delle locomotive per riprendere la marcia svilupparono grandi quantità di monossido di carbonio, facendo perdere i sensi al personale in cabina. In brevissimo tempo anche la maggioranza dei passeggeri, che stava riposando, fu asfissiata dai gas tossici che non potevano uscire dalla stretta galleria se non attraverso un piccolo condotto di aerazione. Il fuochista che sopravvisse alla disgrazia, Luigi Ronga, dichiarò che il macchinista, prima di svenire, tentò di dare potenza per superare lo stallo e trascinare il treno, con tutto il suo carico umano, fuori dalla galleria. Luigi Cozzolino, che dormiva accanto al figli dodicenne, si svegliò per le urla e si accorse che il ragazzo era morto. Il diciannovenne Ciro Pernace si addormentò sotto una mantella militare, svegliandosi all'ospedale di Potenza. 



Molti altri non furono così fortunati. Alcuni passeggeri morirono senza rendersene conto. Altri cercando di scaraventarsi fuori dalle carrozze. Altri ancora schiacciati dalla folla impazzita. Gli operatori della seconda locomotiva, Matteo Gigliano ed il fuochista Rosario Barbaro, cercarono di invertire la marcia per retrocedere. Nel momento critico i due macchinisti agirono in modo opposto: il primo cercò di avanzare e il secondo di tornare indietro. Inoltre, a complicare ulteriormente la situazione, accadde che il frenatore del carro di coda, Giuseppe De Venuto, rimasto fuori dalla galleria, applicò alla lettera il regolamento che gli imponeva di manovrare il freno manuale per bloccare la marcia. Il frenatore, insieme al fuochista della locomotiva di testa, si salvò e camminando lungo i binari riuscì ad avvisare, alle 5.10 del mattino, il capostazione di Balvano che nella galleria delle Armi era presente un treno con numerosi cadaveri a bordo. Il capostazione di Balvano, alle 5.25, fece sganciare la locomotiva del treno 8025 e dispose una ricognizione alla galleria indicata. I soccorsi appena giunti sul posto si resero conto della gravità della disgrazia. Riuscirono a soccorrere 90 superstiti delle vetture più arretrare, tutti recanti sintomi di intossicazione da monossido di carbonio. Alle 8.40, con l'arrivo di uno seconda squadra di soccorsi, la linea fu liberata e il treno recuperato. 



Il bilancio della tragedia fu impossibile da accertare con chiarezza, e fu oggetto di controversie: la stima ufficiale parlava di 501 passeggeri, 8 militari e 7 ferrovieri morti; alcune ipotesi considerano oltre 600 le vittime del disastro. Non tutti i passeggeri furono riconosciuti. I cadaveri furono allineati sulla banchina della stazione di Balvano e sepolti, senza funerali, nel cimitero del paese, in quattro fosse comuni. Gli agenti ferroviari furono sepolti a Salerno. Molti dei sopravvissuti riportano lesioni psichiche e neurologiche.
La disgrazia del treno 8017 è la più grave sciagura ferroviaria italiana ed una delle più gravi al mondo.
Nell'immediatezza degli eventi, come fu raccontata la sciagura?
Il Corriere della Sera parlò “500 italiani periti per asfissia e 49 superstiti in ospedale”. Il consiglio dei Ministri, riunitosi a Salerno, parlò di 517 morti. Aggiunse: “Tutto il personale addetto al treno è deceduto, all'infuori di un fuochista. Tutti gli altri erano viaggiatori di frodo”. Lo stesso consiglio dei Ministri azzardò che la disgrazia era da “attribuirsi alla pessima qualità del carbone fornito dagli alleati”. Anche gli anglo-americani fecero un'inchiesta concludendo che le persone erano decedute a causa di un “avvelenamento da combustione di carbone di pessima qualità”. La Stampa di Torino, pubblicata in quella che ancora era la Repubblica di Salò, scrisse: “le notizie, finora trasmesse con il contagocce dagli inglesi, bastano ad inquadrare il tragico episodio nei sistemi usati dai liberatori nei riguardi dei nostri disgraziati connazionali caduti sotto il loro dominio”.



Molti dei parenti delle vittime intentarono causa alle Ferrovie dello Stato, le quali declinarono ogni responsabilità, sostenendo che su quel treno non avrebbero dovuto trovarsi passeggeri di alcun tipo. Le Ferrovie dello Stato dissero inoltre che non era nemmeno possibile risalire a chi avesse responsabilità della gestione della tratta nella quale si era consumata l'orrenda tragedia.
Per spegnere sul nascere le proteste dei familiari, che avrebbero potuto causare una vertenza che si sarebbe trascinata per anni, il Ministero del Tesoro sancì l'emissione di un risarcimento come se si trattasse di vittime di guerra.
Il risarcimento fu erogato dopo oltre 15 anni dalla tragedia.
Nel 1951 la rivista americana Time scrisse: “il governo alleato si sforzò di occultare l'incidente per evitare l'effetto deprimente sul morale degli italiani”.



Alla fine quello che conta è quanto riportato nella lapide scolpita nel cimitero di Balvano, ovvero che la disgrazia causò 509 morti, 408 uomini e 101 donne.
Forse 509 morti.
Forse furono oltre 600, molti dei quali senza nome, senza possibilità che qualcuno possa un giorno ricordarsi di loro.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

Gianluca Barneschi, Balvano 1944. Indagine su un disastro rimosso, Gorizia, LEG Libreria Editrice Goriziana, 2014

Salvio Esposito, Galleria delle Armi, Napoli, Marotta & Cafiero, 2012

Vincenzo Esposito, 3 marzo'44. Storia orale e corale di una comunità affettiva del ricordo, Salerno/Milano, Oèdipus edizioni, 2014

Gigi Di Fiore, Il treno della morte, Focus storia, Storie d'Italia

Gennaro Francione, Calabuscia, Roma, Aetas Internazionale, 1994

Gordon Gaskill, La misteriosa catastrofe del treno 8017, in Le 33 storie che hanno commosso il mondo, XXIX, nº 166, Selezione dal Reader’s Digest, luglio 1962 

Alessandro Perissinotto, Treno 8017, Palermo, Sellerio Editore, 2003

Patrizia Reso, Senza ritorno. Balvano '44, le vittime del treno della speranza, Maiori, Terra del Sole, 2013


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

lunedì

amami stanotte

Love Me Tonight, è un film del 1932 diretto da Rouben Mamoulian.

Il film è un adattamento dell'omonima opera teatrale di Paul Armont e Léopold Marchand. Nel film compaiono alcune delle classiche musiche di Richard Rodgers e Lorenz Hart, come Love Me Tonight, Isn't it Romantic?, Mimi e Lover.

Nel 1990 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, in quanto film di particolare importanza storica, culturale ed estetica.

Trama

Maurice Courtelin è un giovane e affascinante sarto parigino. Uno dei suoi clienti, il visconte Gilbert de Varèze, gli deve 40000 franchi, decide perciò di seguirlo nel castello di famiglia. Qui il visconte Gilbert vive con un gruppo di parenti che conducono una vita secondo i modi della nobiltà di un tempo. Tutti dipendono economicamente dal patriarca, il duca d'Artelines.

Quando Maurice arriva al castello, il visconte Gilbert, per non dover spiegare il debito allo zio duca, lo presenta come il barone Courtelin. Maurice inizialmente vuole sottrarsi alla messa in scena e prendere il denaro che gli spetta, ma cambia idea quando vede la principessa Jeanette, di cui subito s'innamora. Maurice sfodera modi affascinanti e galanti con tutta la famiglia, di cui diventa il beniamino, in particolar modo del duca, e dopo vari tentativi il suo amore viene ricambiato dalla principessa Jeanette.

Sorge però il problema di confessare la sua vera identità e soprattutto le sue non nobili origini, che infatti vengono accolte con sorpresa dalla principessa Jeanette e con scandalo dal resto della famiglia. Proprio mentre Maurice è già sconsolato sul treno per tornare a Parigi, la principessa Jeanette decide di raggiungerlo e di dichiarare senza remore il suo amore.

fonte: Wikipedia

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venerdì

il controllo della mente è reale

il brevetto statunitense conferma che il sistema nervoso può essere manipolato attraverso i campi elettromagnetici

Il controllo della mente è stato inizialmente considerato come semplice teoria della cospirazione. Il pensiero umano sappiamo che in molti (non funziona con tutti) può essere “manipolato” attraverso la diffusione di messaggi propagandistici per adattarsi alle persone già predisposte di suo a riceverli in quanto in linea con il proprio credo, che li diffondono a loro volta. Anche i media possono incorniciare una notizia è spingere le persone a pensare in una certa direzione. Con il costante bombardamento di un determinato messaggio o di un’idea specifica per esempio, nel corso del tempo, le persone lo accettano come realtà. Naturalmente, se questo accade, significa che le facoltà di pensiero delle persone sono state alterate.
Tuttavia, dopo alcune rivelazioni sconvolgenti, il controllo della mente è passato da semplici messaggi di comunicazione a qualcosa di più elaborato. Nel 1999 lo psicologo forense Dick Anthony ha rivelato che l’agenzia di intelligence centrale degli Stati Uniti (CIA) ha ideato tecniche dannose come il lavaggio del cervello contro il comunismo durante la guerra in Corea. Più tardi è emerso che il governo degli Stati Uniti aveva sperimentato come controllare la mente umana subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nel 1945, il governo ha reclutato segretamente molti scienziati nazisti, alcuni dei quali sono stati perseguiti come criminali di guerra durante il processo di Norimberga. L’assunzione è stata denominata Operation Paperclip. L’obiettivo dell’operazione Paperclip era quello di sfruttare la conoscenza di questi scienziati nazisti. I nazisti hanno accettato e lavorato per il governo degli Stati Uniti in cambio della loro “protezione” durante il processo, anche se di tale protezione oggi non rimane nessuna prova.
Dopo averli reclutati negli Stati Uniti, il governo ha usato i nazisti in molti esperimenti del tutto clandestini. Uno di questi esperimenti è stato come controllare la mente umana attraverso la tecnologia e la scienza. Con l’aiuto dei nazisti, negli anni Cinquanta, la CIA e il Dipartimento della Difesa hanno condotto una ricerca segreta codenamed MKULTRA. Il progetto è stato successivamente rinominato Project ARTICHOKE. Lo scopo era quello di studiare il controllo delle menti, l’interrogazione, la modifica del comportamento e argomenti correlati.
Quando questi segreti sono stati resi pubblici, la CIA non li ha mai contestati, salvo per dire che ha interrotto i programmi riguardo il controllo mentale. Ma la grande domanda qui è: possiamo fidarci della CIA?
Nel 2013, la BBC ha pubblicato un articolo intitolato “Siamo vicino a rendere il controllo mentale umano una realtà? “ Nell’articolo, è stato detto che Rajesh Raoa, ricercatore presso l’Università di Washington, era riuscito a giocare a un gioco per computer solo utilizzando la sua mente, senza usare controllore fisico.
L’invenzione di Raoa ha convinto molti ricercatori che il controllo mentale non è più una teoria di cospirazione, ma è reale. Alcuni ricercatori hanno espresso seri preoccupazioni circa l’invenzione di Raoa, dichiarando che potrebbe portare ad un’apocalisse di Zombie.
“Se possiamo controllare attraverso gli impulsi elettrici del cervello qualcosa come un robot, allora possiamo affermare che ci sono seri problemi”, ha detto il dottor Ian Pearson, un futurologo con un background scientifico e ingegneristico.
Sulla rete è possibile trovare tutto sulla ricerca scientifica a riguardo, basta scrivere su qualsiasi motore di ricerca il codice del brevetto US 6506148 B2 . È intitolato “Manipolazione del sistema nervoso da campi elettromagnetici dai monitor”.
L’estratto del lavoro: “Gli effetti fisiologici sono stati osservati in un soggetto umano in risposta alla stimolazione della pelle con campi elettromagnetici deboli che sono pulsati con determinate frequenze vicino a ½ Hz o 2,4 Hz, in modo da eccitare una risonanza sensoriale. Molti monitor di computer e tubi TV, quando visualizzano immagini pulsate, emettono campi elettromagnetici pulsati ad ampiezze sufficienti per causare tale eccitazione. È quindi possibile manipolare il sistema nervoso di un soggetto pulsando le immagini visualizzate su un monitor di computer o da un televisore nelle vicinanze. Per quest’ultimo, l’impulso dell’immagine può essere incorporato nel materiale del programma o può essere sovrapposto modificando un flusso video, sia come segnale RF che come segnale video. L’immagine visualizzata su un monitor di computer può essere impulsata in modo efficace da un semplice programma di computer.
Secondo la pubblicazione su Google , Hendricus G. Loos è il proprietario del lavoro. Ha presentato il lavoro nel giugno 2001, ma è stato pubblicato nel gennaio 2003. Quando abbiamo cercato di trovare ulteriori dettagli su Mr Loos, abbiamo capito che non è popolare su Internet, nemmeno menzionato in Wikipedia. Sono stati scritti pochi articoli su di lui . Quello che abbiamo trovato, tuttavia, è il suo lavoro sulla manipolazione del sistema nervoso con dispositivi elettronici avviati nel 1978, pubblicando nove opere da allora.
Ora, per mettere il lavoro in un contesto semplice, consideriamo una semplice definizione del sistema nervoso. Secondo i neuroscienziati, il sistema nervoso umano controlla tutto dal respiro e dalla produzione di enzimi digestivi, alla memoria e all’intelligenza. Infatti, la parte centrale del sistema nervoso è il cervello .
Se il brevetto US 6506148 B2 afferma che il sistema nervoso può essere manipolato da campi elettromagnetici da monitor, non è giusto dirvi che la mente è manipolata con i monitor?
Soprattutto i televisori, sono diventati delle armi a doppio taglio. Dalla recente pubblicazione di WikiLeaks Vault 7, infatti è emerso che la CIA ha utilizzato Samsung smart TV Samsungper spiare la gente.
Non vi è alcun dubbio, il governo degli Stati Uniti (e non solo) usa tecnologie segrete. Le tecnologie segrete sono sempre più incorporate nella maggior parte delle tecnologie che usiamo ogni giorno. Questo aiuta a mantenere la sua egemonia su ogni essere umano di questo pianeta. La conoscenza segreta che i nazisti avevano sotto Adolf Hitler è ora nelle mani degli Stati Uniti e viene messa in uso.

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/