venerdì

i bimbi gettati nel Tevere


L'infanzia nel Medioevo fu caratterizzata da tenerezza ed affetto, ma anche da pratiche spesso crudeli. Le condizioni ambientali, le infermità, il tentativo di controllo delle nascite ed i problemi di divisione del patrimonio furono le cause che impedirono quella cura che le famiglie moderne dedicano ai figli. La soluzione a tali problemi esulava dai codici scritti da dotti uomini di città, attingendo nelle antiche radici delle popolazioni europee. 
Una delle pratiche più utilizzate fu quella dell'esposizione dei bambini in luoghi di difficile accesso, evento che conduceva alla morte del neonato. Solo nel Trecento furono istituiti gli Ospizi dei Trovatelli, dove fece la sua comparsa la ruota. Le altre soluzioni variavano dalla cessione dei bambini alla Chiesa all'uccisione degli stessi. 
La tradizione dell'infanticidio era molto più sviluppata di quello che potremmo pensare: in alcuni paesi scandinavi sopravvisse per diversi secoli anche dopo l'introduzione e la conversione alla religione cristiana. L'infanticidio rappresentava nel Medioevo, forse in tutte le epoche, un modo comodo di eliminare il neonato che avrebbe potuto mettere in pericolo l'equilibrio, in molti casi già precario, economico delle famiglie. Un secondo fattore alla base di questo fenomeno potrebbe risalire al fatto che la nascita di un bambino avrebbe rivelato una condotta poco compatibile con le idee sociali e religiose di un determinato gruppo di persone. 


Quali possono essere i fattori alla base dell'accettazione di tale, cruenta, pratica? 
Da una parte l'infanticidio era un reato, sempre che fosse considerato tale in una determinata società, facilmente occultabile, non esclusivamente per la facilità di abbandono nei campi o nei boschi del neonato, ma anche per l'elevato tasso di mortalità infantile del Medioevo. Delort, autore del libro La vita quotidiana nel Medioevo, scrive che il calcolo statistico conduce ad un tasso di mortalità infantile spaventoso. 
Un secondo fattore da prendere in considerazione per l'accettazione dell'infanticidio era relativo all'interpretazione secondo cui tale pratica rappresentava l'unico mezzo di controllo delle nascite. 
Un terzo ed ultimo fattore che permette di comprendere la sopravvivenza di tale pratica era da ricercare nell'atteggiamento delle famiglie nei confronti dell'infanzia, più vicino alle società arcaiche precristiane che alla visione moderna. Con il trascorrere dei secoli e l'affermazione del Cristianesimo, l'infanticidio diviene, durante il periodo medievale, oggetto dell'attenzione della legislazione ecclesiastica. Le accuse di bambini annegati, bruciati alla nascita o esposti, erano diffuse in tutte Europa, così come l'abbandono alla nascita nei brefotrofi. 


Una delle accuse che maggiormente fu indirizzata ai genitori dagli ecclesiastici d'allora era quella relativa all'aver causato la morte del neonato per soffocamento nel sonno, accidentalmente o volontariamente. I sermoni ecclesiastici ed i testi normativi, anche laici, dimostrano che l'infanticidio inquietava i responsabili dell'ordine sociale e civile del periodo medievale. Gli scritti medievali si rifacevano a testi più antichi: Rabano Mauro riporta nel suo penitenziale in materia d'infanticidio e di aborto i canoni di Ancira, Lerida ed Elvira dove venivano comminate penitenze di sette anni per le donne abortiste e infanticide. 
Un dato appare incontrovertibile: nei penitenziali medievali emerge con forza il passaggio delle responsabilità dell'infanticidio dal maschio alla femmina. Nel Medioevo avvenne un cambiamento ed un passaggio di responsabilità: nei secoli precedenti era il padre che prendeva la decisione di accettare o meno un figlio, nel periodo medievale divenne la madre, in piena autonomia, a decidere la sorte del neonato. Il passaggio delle responsabilità di fatto coincise con la trasformazione della responsabilità legale, idea che ritroviamo nelle parole diBurcardo di Worms: “Se una donna mette il bambino presso il camino e un'altra persona viene a mettere sul fuoco un calderone d'acqua bollente, e questa si riversa sul bambino e l'uccide, la madre faccia penitenza per la sua negligenza e l'altra persona sia considerata innocente”. 
Un elemento aggiuntivo traspare dalla drammaticità dei penitenziali, acuita dai frati predicatori che lamentavano non solo la violenza ma anche la dissolutezza dei costumi, causa di gravidanze indesiderate e, di conseguenza, di aborti ed infanticidi. Uno di questi frati predicatori, Olivier Maillard, in una predicazione quaresimale si lasciò andare ad una vivida descrizione dei gemiti di infanti annegati per liberarsi dai frutti del peccato. Questi gemiti, secondo le parole del frate, provenivano da latrine, stagni e fiumi. Tale accusa si diffuse rapidamente negli strati ecclesiastici tanto da influenzare anche l'arte pittorica. Non solo influenza, ma una vera e propria accusa della maternità come quella che fu fatta dipingere da papa Sisto IV sulle pareti dell'Ospedale Santo Spirito a Roma. 


La realizzazione dell'opera avvenne sul finire del XV secolo, nel momento di passaggio dal medioevo all'epoca moderna. Sulle mura dell'ospedale di Santo Spirito furono raffigurate diverse scene: nella prima fu rappresentato un parto con la madre distesa nel letto ed assistita da una donna che tiene in braccio un bambino. Nella seconda scena fu raffigurata la madre nell'atto di gettare il piccolo nel fiume. Nella terza scena le reti dei pescatori portano alla luce i cadaveri dei piccoli annegati. Secondo Erberto Petoia, autore del libro Storia segreta del medioevo, la fonte d'ispirazione della Pesca nel Tevere fu la cronaca di Jakob Twinger von Konigshofen, vissuto circa un secolo prima della rappresentazione sulle mura dell'Ospedale Santo Spirito di Roma. Le cronache di von Konigshofen furono seguite da rappresentazioni all'interno di un codice miniato dell'ospedale Santo Spirito di Digione. Quale può essere la fonte delle cronache e delle successive rappresentazioni? Probabilmente si deve risalire all'epoca di Innocenzo III. Il Papa, per sensibilizzare il clero al celibato, cercò di porre fine alle occulte relazioni amorose i cui frutti, i bambini, spesso li costringevano all'infanticidio o all'aborto. Con il trascorrere del tempo, Innocenzo III visse a cavallo tra il XII ed il XIII secolo, il messaggio di condanna finì per colpire solo le donne, in questo caso le madri sciagurate. 
Verso la fine del Medioevo mutò il clima generale a causa della scomparsa dell'iniziale tolleranza verso questo delitto. L'epoca della comprensione lasciò il posto a crudeli punizioni, come la sepoltura da viva della madre infanticida o la messa al rogo con la condanna di portare al collo il corpo del bimbo ucciso nel percorso dal carcere al patibolo. 
La politica misogina della Chiesa finì per modificare il messaggio iniziale di Innocenzo III, e le accuse divennero condanne solo per le donne. 

Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI


Bibliografia

Dean Mitchell, The Malthus Effect: population and the liberal government of life, Economy and Society, 2015

Petoia Erberto, Storia segreta del Medioevo, Newton Compton editori, 2018

Prosperi Adriano, Dare l'anima. Storia di un infanticidio, Einaudi, 2005

Robert Delort, La vita quotidiana nel Medioevo, Laterza, 1997

Jean-Baptist Thiers, Traité de l'exposition du Sain Sacrament de l'autel, Louis Chambeau, Avignone, 1977


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

domenica

chemtrails: i veleni che ci piovono dal cielo. Avvelenamento globale



Le scie chimiche, le famigerate chemtrails

Contengono sostanze chimiche molto dannose per la salute umana
e per l’ambiente, creano nuove malattie

Scie Chimiche. Milioni di persone ogni giorno guardano distrattamente il cielo e non si accorgono che sta accadendo un qualcosa di strano sopra le loro teste. La maggior parte della gente è troppo occupata o a scrivere e leggere sms o a chattare sui loro telefoni cellulari o semplicemente perché non conosce ciò che stiamo per spiegarvi. Eppure, a partire dalla metà degli anni 1990, quasi senza interruzione, qualcosa di incomprensibile si sta verificando nell’aria. Prima di allora, il cielo era bello e luminoso, di un blu profondo, con nuvole eleganti e con un sole splendente. I giovani sotto i 30 anni tutto questa meraviglia della natura possono solo immaginarla o, rare volte, anche a vederla.
Da qualche anno, il cielo perde spesso il suo azzurro naturale e piglia il colore bianco grigiastro che offusca la luminosità del sole. Se fossimo stati più attenti e informati, avremmo visto prima degli aerei lasciare lunghe sottili linee bianche che in breve tempo, allargandosi, si espanderanno e poi si fonderanno fra loro annebbiando il cielo e velando in modo insolito il sole.
Abituiamoci a guardare spesso il cielo perché, nel momento in cui si verificano questi strani fenomeni, dobbiamo sapere che quegli aerei non sono normali aerei ma apparecchi di morte che disperdono nell’aria sostanze chimiche potenzialmente molto dannose per la salute umana e per l’ambiente. Queste linee bianche, irregolari e che spesso s’incrociano, si chiamano SCIE CHIMICHE, le cosiddette “chemtrails”.
C’è di tutto, persino sangue essiccato
Attraverso queste operazioni di “aerosol”, i velivoli scaricano nel cielo diversi composti chimici la cui natura è ufficialmente sconosciuta. Le analisi che si effettuano da anni sui territori coinvolti dal fenomeno riscontrano però, di volta in volta, la presenza di bario, di nano alluminio rivestito in fibra di vetro (conosciuto come “chaff” per confondere i radar), di torio radioattivo, di cadmio, di cromo, di nichel, di ioduro d’argento, di calcio, di magnesio e di titanio. A volte è stato pure rinvenuto sangue essiccato, spore di muffe, micotossine, bromuro di etilene e fibre polimeriche.
Gli esperti affermano che il pH atmosferico si sta velocemente modificando e ciò sarebbe dovuto anche per i residui di bario utilizzato durante questi raid aerei. Il bario, favorendo la formazione di nubi anche a umidità estremamente bassa, laddove le nubi naturali non possono formarsi, facilita i progetti di modifica del clima (sia a scopo sperimentale sia a scopi militari e segreti).
I libri di chimica sostengono che il bario, superato il livello minimo di sicurezza, è altamente tossico per gli esseri umani. Una presenza elevata di bario nelle acque potabili può causare difficoltà nella respirazione, cambiamenti nel ritmo cardiaco, aumento della pressione sanguigna, irritazione dello stomaco e dell’intestino, aumento di volume del cervello, debolezza muscolare, dolori articolari. Quando gli aerei abbandonano nell’atmosfera umida il bario, questo reagisce con l’acqua e forma l’idrossido di bario che causa molto calore. Ciò potrebbe allora spiegare perché, quando dovrebbero esserci temperature invernali o primaverili, lamentiamo invece un caldo anomalo.
Nuove malattie e cambiamento climatico
L’effetto serra è incrementato segretamente dalle cosiddette scie chimiche? Difficile da rispondere. Negli anni, e oggi cominciano a trapelare alcune indiscrezioni, i governi mondiali hanno esposto consapevolmente le popolazioni a sostanze radioattive che hanno poi cagionato gravi patologie (come l’Alzheimer e il Parkinson) o nascite di bambini malformati. Le scie chimiche, dopo alcune ore, coprendo il cielo di nuvole, determinano altresì una diminuzione dell’irraggiamento del sole e ciò non favorisce la fotosintesi clorofilliana che è un processo biochimico molto importante e vitale alla sopravvivenza della pianta stessa.
Secondo alcuni scienziati vi sarebbero delle multinazionali agro alimentari che, favoriti dai cambiamenti climatici, stanno sperimentando nuove sementi ogm adatte per ogni situazione climatica, da sostituire alle colture tradizionali. Ed è per questo che, segretamente, nel territorio della Sicilia centrale si stanno testando nuove coltivazioni mai viste prima a danno del grano duro che da millenni si coltiva nell’Ennese.
La maggior parte delle persone continua purtroppo a essere disinformata sul fenomeno delle “chemtrail” e magari, quando alza lo sguardo verso l’alto, resta meravigliata nel vedere aerei che scorrazzano nel cielo lasciando lunghe linee che si trasformeranno poi in spettacolari nuvole bianche a ciuffi che somigliano a piume delicate. Somigliano ai cirri ma non sono quelli naturali perché, una volta generati dalle famigerate scie chimiche (di cui sono una graduale trasformazione), si trovano nel posto sbagliato insieme alle nuvole normali come i cirrocumuli.
I cirri, infatti, sono nuvole che si trovano generalmente fra gli 8.000 ei 12.000 metri d’altezza, mentre i cirrocumuli sono presenti fra i 5.000 e i 7.000 metri di quota (nella fascia temperata). Com’è possibile quindi che dei cirri, come accade durante l’operazione aerea delle scie chimiche, siano sempre e comunque più bassi dei cirrocumuli? La verità è che, a prima vista, sembrano cirri ma, in realtà, sono nuvole artificiali e altamente tossiche.
A questo punto, è doveroso fare una precisazione. Non tutte le scie bianche abbandonate in cielo dagli aerei si chiamano “chemtrail” (nome tecnico che identifica le scie chimiche) ma, nella normalità dei casi, esse caratterizzano le scie di condensazione: le “contrails”. Quest’ultime sono rettilinee, durano pochi minuti e poi scompaiono lasciando un cielo bello limpido e azzurro. Sono costituite dal vapore acqueo immesso nell’atmosfera (a quota oltre gli ottomila metri) dagli scarichi caldi del motore quando vengono a contatto con l’aria fredda (inferiore ai -40°C) in una percentuale di umidità superiore al 70%.
Le scie chimiche, viceversa, allargandosi, persistono per parecchie ore e alla fine trasformano il cielo da sereno a nuvoloso. Vengono prodotte a quote inferiori agli ottomila metri da velivoli non meglio identificati che a volte si muovono seguendo strani percorsi irregolari e a forma di disegni. Le “chemtrail” scaricano nell’ambiente, a secondo dell’effetto desiderato, sostanze chimiche tra cui il “trimethylaluminum”(solfato di alluminio), sali di bario (le cui caratteristiche igroscopiche mirano a catturare l’umidità presente nell’aria), ioduro d’argento, calcio, magnesio, titanio e altre sostanze chimiche potenzialmente dannose sia per l’uomo sia per l’ecosistema perché sul terreno finiscono, tra l’altro, anche microrganismi che normalmente vivono negli alti strati dell’atmosfera.
Haarp e scie chimiche, unico progetto
A cosa mirerebbe il fenomeno delle scie chimiche che sta interessando anche le zone in cui abitiamo? Uno dei principali obiettivi di questi esperimenti sarebbe la modificazione del clima (per far piovere al verificarsi di scarse precipitazioni o, diversamente, per far prolungare una siccità) con la finalità di arrivare a controllarlo e gestirlo per scopi militari e strategici. Le antenne Haarp e le chemtrail (o scie chimiche) farebbero parte di un unico inquietante progetto gestito segretamente dagli U.S.A.
Cominciato nel 1996 negli Stati Uniti, proseguito nel Canada, il fenomeno delle scie chimiche ha interessato anche il Nord America, l’Europa, l’Australia, la Nuova Zelanda e tutti i paesi della Nato. In Italia le prime testimonianze risalgono alla primavera del 1999 e da allora, come denunciò Tom Bosco, direttore di Nexus, «è stato un crescendo inarrestabile, con segnalazioni da ogni zona del nostro paese». In realtà, è dal 1940 che le forze armate degli Stati Uniti d’America, le “United States Army”, hanno iniziato a spruzzare sulle popolazioni civili armi chimiche e biologiche nei test all’aria aperta. Li chiamarono spudoratamente “test di vulnerabilità”.
Per finanziare queste costosissime operazioni occorre investire parecchio denaro perché bisogna utilizzare velivoli particolari, piloti altamente specializzati, carburanti e soprattutto i componenti chimici da sparpagliare continuamente in atmosfera. Se le istituzioni nazionali, europee e internazionali sono a conoscenza di queste misteriose e frequenti incursioni aeree, perché non intervengono? Ci sono accordi militari segreti fra gli Stati della Nato e le Forze armate statunitensi? Chi aiuteranno questi sperimenti, come e perché? La popolazione, frattanto, è tenuta all’oscuro (se non addirittura fuorviata) sulle verità delle “chemtrail” e sul come e sul perché ci ammaliamo, anche di nuovi morbi.
Se le scie chimiche portassero veramente, come afferma qualcuno, grossi vantaggi per la popolazione (causare, ad esempio, le piogge per ricolmare le dighe vuote) perché allora non informare di queste lodevoli iniziative i cittadini che, a loro volta, ringrazierebbero di cuore, questi novelli benefattori per una così tanta generosità elargita?

venerdì

Svezia: dal 1 Gennaio criticare l’ideologia gender è reato

Il 1 ° gennaio e` stata introdotta la cosiddetta “protezione giurisdizionale estesa delle persone transgender”, il che significa che “motivi di identità o espressione transgender” si aggiungono al crimine di incitamento all’odio, riferisce Fria Tider.
Alla fine dello scorso anno, il governo svedese ha presentato una proposta di legge al Parlamento con proposte di “rafforzare la protezione delle persone transgender nel diritto penale”.
“Le modifiche legislative proposte dal governo significano che le persone transgender saranno completamente protette dalla legislazione sui reati di odio. Oggi i regolamenti includono, ad esempio, il colore della pelle, il credo e l’orientamento sessuale “, riferisce il governo.
Il disegno di legge propone di aggiungere “l’identità o espressione transgender” ai regolamenti sull’incitamento all’odio.
Ora i cambiamenti sono implementati e la legge è quindi ulteriormente ampliata. Il cosiddetto “odio” contro le persone transgender è vietato.
Dal 1 ° gennaio 2019 al capitolo 16 si applica quanto segue:
“Chiunque, in una dichiarazione o in un altro messaggio condiviso, minaccia o esprime disprezzo per una comunità o altro gruppo di persone sulla base della razza, del colore della pelle, dell’origine nazionale o etnica, del credo, dell’orientamento sessuale o dell’identità o dell’espressione transgender , è condannato per incitamento all’odio fino a un massimo di due anni o, se il reato è minore, a una multa.
“Se il reato è grave, l’autore del reato è condannato per istigazione aggravata all’odio fino alla reclusione per un minimo di sei mesi e un massimo di quattro anni”.

giovedì

misteri italiani

gli strani accadimenti del 1967 a Sassari. La strategia della tensione e l’Operazione Sirio.



Nel 1967 a Sassari operò una strana banda di malviventi capeggiata da due pregiudicati, pastori. Da qualche tempo deputati, avvocati, commercianti e industriali, ricevevano lettere anonime, ingiunzioni a versare denaro per aver salva la vita. Chi contava qualcosa, a Sassari, riceveva la lettera, anche l'ex presidente della repubblica Antonio Segni. Spesso, i ricattati ricevevano dalla questura l'offerta di una scorta personale prima ancora che la lettera estorsiva arrivasse.
A metà agosto La Nuova Sardegna informò che la pericolosa banda era stata finalmente fermata, o quasi. La Mobile aveva arrestato un autista disoccupato, Mario Pisano, un altro autista, Archelao Demartis, un pastore, un infermiere, Graziano Bitti e suo padre, il vecchio Sisinnio Bitti, di anni 65, noto alle carceri locali, e uno studente in giurisprudenza, incensurato, Antonio Setzi. Fuori della rete però erano rimasti i due “pezzi grossi”, Pasquale Coccone, pastore, e soprattutto Umberto Cossa, anch’egli pastore, entrambi pregiudicati. Fu il vice questore in persona, Giovanni Grappone, a dare la notizia dell'operazione di polizia ai giornalisti convocati in questura, raccontando come si era svolta. All'alba del 14 agosto gli uomini della Mobile sassarese, comandati dallo stesso dottor Grappone, avevano circondato l'ovile dove il pregiudicato Cossa stava radunando le sue pecore. Gli fu intimato l'altolà, ma estratta una pistola, il Cossa incominciò a far fuoco sui poliziotti. Per fortuna la pistola al secondo colpo si inceppò, e il bandito la lasciò cadere a terra.  La polizia la esibì davanti ai giornalisti come prova. Il pastore era però riuscito a fuggire “lanciandosi con una folle corsa giù per un impervio costone”. I cronisti si guardarono tra loro stupiti: perché mai i poliziotti non avevano inseguito l’uomo? “A noi quel Cossa serve vivo!” chiarì il dottor Grappone.
Fu letta la fedina penale del Cossa: nel 1958, ancora giovanissimo, era stato sorpreso dai carabinieri nelle campagne di Urì, mentre spingeva avanti a sé un gregge di nove pecore rubate all'allora ministro dell'Agricoltura, on. Antonio Segni. All'intimazione dell’ Alt il Cossa aveva reagito sparando. Catturato, processato e condannato a sette anni e otto mesi di prigione li aveva scontati interamente. Fu poi mostrata ai giornalisti l'armeria dei banditi: mazze di ferro, martelli di gomma, pistole e fucili, piedi di porco, grimaldelli, chiavi false. Dai primi interrogatori si ebbe la sensazione che la banda fosse ancora allo stadio dei progetti. Iniziarono tuttavia le prime confessioni. Il 22 luglio 1967 la banda aveva rapinato a faccia scoperta, pistole in pugno, la gioielleria del signor Salvatore Spanu in via Sorso. Uno dei banditi aveva colpito con il calcio della pistola il vecchio gioielliere, era partito accidentalmente un colpo che si era conficcato nella parete. A questo punto i banditi erano fuggiti via spaventati. Di lì a pochi giorni, verso le tre del mattino, due banditi si erano presentati all’Hotel Lybissonis, alle porte della città, pistola in pugno. Il portiere li aveva avvertiti che di là nel bar, c'era gente. I rapinatori se l’erano data a gambe saltando su una “Giulia” che li aspettava fuori a motore acceso. Il Lybissonis trascurò di fare la denuncia, ma i banditi confessarono l’episodio in questura, in quell’agosto del 1967. La banda confessò anche di aver spedito lettere di ricatto all’industriale, Francesco Nulli. Dai giornali che riportarono la confessione dei malviventi, Nulli apprese che i banditi avevano in animo di rapirgli il figlio quindicenne. Nel calendario dei delitti progettati, la banda confessò due sequestri di persona e l'assalto ad una banca. Nella sede della banca abitava la sorella di quel Cossa, latitante, che per poco non aveva colpito con la sua pistola il dottor Grappone, il commissario Elio Juliano, capo della Mobile, il vice commissario Giuseppe Balsamo, suo collaboratore, andati il 14 agosto ad arrestarlo nell'ovile. Su questo Cossa emersero altri particolari inquietanti: la polizia lo credeva colpevole di due omicidi commessi a Porto Torres nel 1958 e a Osilo nel 1959, rimasti impuniti. Il fascicolo di questi due casi insoluti sarà riaperto, annunciarono i giornali.
E’ la sera dell'8 settembre 1967, quando nella redazione de’ La Nuova Sardegna si presenta un giovane elegante sventolando una carta d'identità: “Sono Umberto Cossa, il pericoloso fuorilegge…”.
L’uomo desidera costituirsi, e prega di avvertire i carabinieri.  I carabinieri, insiste, non la polizia “perché con quella non voglio avere a che fare”.
Il discorso con i giornalisti cade subito sul conflitto a fuoco nel corso del quale il pastore, secondo la questura, avrebbe cercato di uccidere gli uomini della polizia arrivati per arrestarlo. Il Cossa racconta la sua versione: «Quella mattina stavo radunando le pecore per la mungitura quando in lontananza notai delle persone. Le additai al fratello del mio principale, il signor Solinas, che però mi disse di star tranquillo, così proseguii verso una casa campestre diroccata. Giunto ad una quarantina di metri dalla casupola vedo che all'interno ci sono delle persone, altre due sono all'esterno. Da un buco del muro vedo spuntare la canna di un mitra. Sento un ordine secco: “Fuoco!” e cominciano a spararmi addosso. “Ma siete pazzi?” grido io, agitando la mano e avanzando un passo o due verso di loro. Quelli continuano a sparare. Di fronte alla morte, che si fa? Si fugge. E sono fuggito, mentre le pallottole si conficcavano nel terreno intorno a me, sollevando un polverone che mi accecava! Ho corso una sessantina di metri. Poi mi sono gettato a terra, dietro un muretto a secco. Quelli smettono di sparare. Allora, visto che non mi inseguivano, mi sono allontanato dalla zona». Gli spiegano che la polizia aveva mostrato la sua pistola in conferenza stampa. «Ma che arma? Non avevo addosso nemmeno uno spillo! Sfido la polizia a dimostrarmi che su quella pistola ci sono le mie impronte digitali!» E il progettato colpo alla banca? Il pastore Cossa nega che un'idea simile gli sia mai passata per la testa. E gli omicidi irrisolti del 1958 e del 1959? «Per fortuna a quell'epoca ero in prigione!» Il Cossa dice di avere i suoi testimoni, i suoi alibi. Ma quanto valgono le sue parole? Lui ribadisce di essersi presentato proprio perché innocente di tutto. Ora, se davvero conflitto a fuoco non c’era stato quel 14 agosto del 1967, tutto si rovesciava. Era tutto il contrario: se il Cossa non aveva tentato di uccidere gli uomini della polizia, era la polizia che aveva tentato di uccidere il Cossa. Ai giornalisti corre un brivido lungo la schiena. Domandano all’uomo che ne pensa dei complici che in questura, sembra, abbiano confessato. Lui risponde che, tranne uno o due, non li ha mai visti né conosciuti. Al bar Mokador, indicato come sede della banda, dice di non mettere piede da mesi perché ha litigato con la padrona. In conclusione il Cossa dice di essere fuggito «perché mi hanno sparato addosso; se mi avessero detto che erano della polizia mi sarei fermato; che cosa avevo da temere? Non ho commesso né furti, né estorsioni, né rapine! Dovevo sposarmi, mettevo in disparte i miei risparmi: che devo fare, il delinquente? Ditemelo un po' voi!»
Allo scoccare della mezzanotte Umberto Cossa entra nelle carceri di Sassari, scortato da un alto ufficiale dei carabinieri. A questo punto della vicenda succedono cose strane. Uno degli arrestati della “banda di ferragosto”, l'autista Mario Pisano, interrogato dal giudice istruttore, mostra le labbra tumefatte e bruciacchiate. Racconta di essere stato sottoposto ad un interrogatorio in un sotterraneo della questura. Racconta di essere stato legato a pancia in su sopra un pancaccio corto, la testa e le gambe penzoloni. Lo avrebbero costretto a confessare tenendogli le mascelle spalancate e facendogli ingerire acqua salata, cinque o sei litri, versata con un mestolo. Il giudice istruttore Pietro Fiore si consulta con il sostituto procuratore della Repubblica e ordina una perizia medico-legale. Pisano confessa di aver commesso dei furti di automobili in sosta, istigato da due sconosciuti, due strani personaggi mai visti prima d'allora a Sassari, che si facevano chiamare “Gianni” e “Franco” e che parlavano con l'accento partenopeo. Il giudice istruttore ordina ai carabinieri di indagare. E i carabinieri scoprono che i due napoletani esistono e si sono imbarcati dalla Sardegna proprio a ferragosto, accompagnati al molo dall'automobile della questura. La cabina, per uno dei due, è stata prenotata al nome di Gigliotti, e stranamente Gigliotti è il brigadiere della squadra mobile che ha compiuto l'operazione.
Ma chi è Il vice questore Giovanni Grappone che ha coordinato tutta l’operazione del 14 agosto 1967? Viene da Milano dove negli anni che seguono la legge Merlin, si distingue alla guida della squadra della buon costume. Anche il commissario Elio Juliano è un valente e ambizioso investigatore; primo della classe nei concorsi, un fuori classe nel lavoro di ricerca dei criminali. Ha iniziato a Napoli, dove s'è costruito un archivio criminale tutto personale, con centinaia di nomi di pregiudicati, ciascuno con la sua scheda sempre aggiornata: le note caratteristiche, il campo di lavoro, le tendenze, gli amici, i nemici, il soprannome e l'indirizzo.
Il giudice istruttore pensa che proprio Juliano oppure il suo diretto superiore Grappone, oppure l'immediato inferiore Balsamo siano gli uomini più indicati per svelare il mistero dei due napoletani giunti in Sardegna a far comunella con i giovanotti della banda di ferragosto, e poi partiti il giorno in cui la banda era stata arrestata. Ma i tre funzionari, e anche il brigadiere Gigliotti oppongono il segreto d'ufficio: non sono tenuti a rivelare il nome degli informatori della polizia. Il giudice osserva che si tratta di malviventi, ma gli uomini della polizia tacciono. Il magistrato allora spicca tre mandati di cattura per il commissario Juliano, per il vice commissario Balsamo, per il brigadiere Gigliotti. Le accuse sono di lesioni personali, abuso di autorità, violenza privata, falso ideologico in atto pubblico (il verbale di confessione del Pisano), calunnia.
Ai primi d'ottobre il magistrato spicca i mandati di cattura. L'incarico di eseguirli è affidato ad un ufficiale dei carabinieri che però prende tempo, si consulta con i suoi superiori e alla fine gira il malloppo alla questura. Nella notte tra il 4 e il 5 ottobre un deputato monarchico sassarese, l'avvocato Dino MiIlia, indirizza alla presidenza della Camera un'interrogazione urgente per sapere se il governo conosce il motivo per cui i tre uomini della questura che dovrebbero essere già in prigione si trovano invece ancora in libertà. Un'ondata di interpellanze e di interrogazioni investe palazzo Montecitorio e palazzo Madama.
Nel frattempo Juliano, Balsamo e Gigliotti, si presentano al giudice e passano alle carceri per la registrazione dei nomi. Trascorreranno i pochi giorni di detenzione nell'infermeria dell'ospedale militare di Cagliari.

 “Si sfascia lo Stato!” titola il Secolo d'Italia del MSI. In effetti la struttura portante del Potere, è sotto accusa. Il mandato di cattura allora è preso in attenta considerazione: è legittimo? Erano stati avvertiti i superiori gerarchici dei presunti imputabili e il capo della polizia? Il prefetto, il procuratore generale, il ministro di Grazia e Giustizia, la Suprema Corte, erano stati informati? E’ possibile che due oscuri magistrati di provincia abbiano potuto spiccare il mandato di cattura per tre servitori dello Stato, senza chiedere il permesso a nessuno? S'invoca il ripristino della vecchia “autorizzazione a procedere” per i funzionari di polizia, oltre che per i deputati e senatori che già ne godono.
La radio e la televisione tacciono, i giornali non informano o informano con mezze notizie. Si sa poi che tutti i delinquenti accusano la polizia di averli maltrattati o picchiati durante gli interrogatori. “Spinte, schiaffi, occhi pesti sono una specie di reato professionale per la polizia” (L'Europeo), e i commissari sono stati incriminati “per qualche cosa che attiene alla lotta contro il banditismo, e non per debolezza o per omissione, si badi, ma per zelo, o per eccesso di zelo?” (Il Tempo). Che cosa sono questi atteggiamenti ultralegalitari dei magistrati? Dovrebbe forse la polizia “prendere per oro colato gli alibi dei ladri di bestiame”? (Il Messaggero).
Forse in Sardegna è scoppiata una specie di rivolta contro i poteri dello Stato?
“La Magistratura ha incriminato alcuni elementi delle forze dell'ordine. Dov'è lo scandalo?”, domanda il vice segretario della DC Flaminio Piccoli. Ma è una voce isolata. Il 23 gennaio 1970 presso il tribunale di Perugia, in sede d'appello, i “fatti di Sassari” saranno così liquidati: Pasqualino Coccone: 5 anni e 3 mesi (12 anni nel primo giudizio);
Mario Pisano: 4 anni e 6 mesi (7 anni e 6 mesi nel primo giudizio);
Umberto Cossa: 4 anni (7 anni e 6 mesi nel primo giudizio);
Monne: 4 anni e 10 mesi (7 anni e 6 mesi nel primo giudizio);
ai confidenti della polizia:
Biagio Marullo: 7 anni e 6 mesi (3 anni nel primo giudizio);
Vittorio Rovani: assolto per insufficienza di prove;
ai funzionari di polizia:
vice questore Grappone: assolto perché il fatto non sussiste;
commissario di p.s. Juliano: 1 anno con la condizionale;
brigadiere di p.s. Gigliotti: 6 mesi con la condizionale;
guardia di p.s. Cinellu: 6 mesi con la condizionale.
Ora, è proprio nel 1967 che nasce l'«ossessione separatista», e quella che il centro di controspionaggio di Cagliari chiamerà in codice ‘Azione Sirio’. Tutto nasce da una confidenza raccolta dall'allora controverso capo sei servizi in Sardegna, il maggiore Massimo Pugliese. L'informazione è riportata in un appunto del 1972, nel quale compare la firma del generale Gian Adelio Maletti, diventato un anno prima responsabile del reparto D del Sid. Nel 1967 una gola profonda informa Pugliese che Feltrinelli è sbarcato in Sardegna e ha incontrato i più pericolosi latitanti dell'isola con il proposito di strumentalizzare il banditismo, con lo scopo di sorreggere l'ideologia separatista. Nei servizi il sospetto diventa una certezza.
Inizia una lunga e torbida stagione nella quale i complotti separatisti si materializzano in inchieste e processi, per poi inabissarsi misteriosamente. Storie opache dietro le quali, più di una volta, si intuisce l'ombra di una regia occulta degli 007. Fu Pugliese, monarchico e massone (era iscritto con la tessera numero alla loggia P2 di Licio Gelli, come il suo capo Gian Adelio Maletti) colui che insufflò nel mondo dei servizi segreti l'ossessione dei complotti separatisti. I rapporti di Pugliese su Feltrinelli e il suo viaggio in Sardegna, redatti dal capocentro del Sid di Cagliari, si erano infatti arenati in un primo momento nello scetticismo. Una nota interna del servizio segreto recita: «Il centro Cs (controspionaggio ndr) di Cagliari, prima tramite il capitano Baita e successivamente tramite lo stesso maggiore Coppola ha manifestato il convincimento che non è il caso di riprendere le indagini sulla vicenda, in quanto i piani dell'editore non erano seri». Una posizione condivisa anche dal Sid a Roma. Anche la polizia e i carabinieri accolgono con molta freddezza le informazioni 'passate" da Pugliese, inizialmente.
Poi, qualcosa cambia dopo la misteriosa morte di Feltrinelli, avvenuta a Segrate il 15 marzo del 1972. Pugliese, che ormai non è più responsabile della stazione del servizio segreto militare di Cagliari, torna in Sardegna nascondendosi dietro il nome in codice Polluce. Le indagini su Feltrinelli e il suo viaggio in Sardegna registrano un nuovo impulso.
Affiorano informazioni sempre più dettagliate, come il programma militare del gruppo dei separatisti capeggiati da Feltrinelli: lo sbarco nell'isola di Tavolara per «distruggere impianti militari» (la base di intercettazione della Us Navy). L'attacco al poligono interforze del Salto di Quirra, agli impianti della polizia di Stato di Abbasanta, al centro di addestramento per mezzi corazzati di Teulada. Assalti a caserme, boicottaggi a dighe e a impianti industriali.
.Emergono depositi clandestini di armi e progetti di paracadutare armi di fabbricazione cecoslovacca nel Supramonte di Orgosolo.
Polluce (alias Pugliese) non rivela la fonte di tutte queste notizie. Ma afferma che tra le idee di Feltrinelli c'era quella di affidare le truppe ribelli sarde a Graziano Mesina, allora latitante. Ricordiamo che Graziano Mesina è stato il più famoso bandito sardo del dopoguerra. Conosciuto per le numerose evasioni (ventidue, di cui dieci riuscite) e per il suo ruolo di mediatore nel sequestro del piccolo Farouk Kassam. Pugliese parla anche di infiltrati nei movimenti indipendentisti, in Lotta Continua e di un giornalista cagliaritano (di cui fa il nome) che collabora col Sid. Il 29 giugno 1974, si materializza finalmente il complotto separatista: la polizia arresta un giovane studente universitario cagliaritano, Luigi Pilia, definito «noto simpatizzante di movimenti della sinistra exatraparlamentare». Nella sua auto trovano quattro candelotti di dinamite, una pistola e un foglio dattiloscritto nel quale sono fissati gli accordi con alcune persone (indicate solo con le iniziali) per organizzare attentati dinamitardi contro le sedi della Dc e del Psdi e il sequestro di due politici e di un industriale. Pilia non tarda a collaborare. Racconta tutti i dettagli della cospirazione facendo i nomi dei suoi complici e viene rimesso, incredibilmente, in libertà. Finiscono in carcere quattordici persone, due si danno alla latitanza. Siamo nel 1974, l’anno delle stragi di Piazza della Loggia e dell'Italicus, in piena strategia della tensione.
Il 19 giugno 1975 arriva la sentenza: solo Pilia e un altro imputato vengono condannati. Gli altri tutti assolti. E' la bocciatura dell'«Azione Sirio» costruita dai servizi segreti.  Il 'caso Pilia" approda in Parlamento con un'interrogazione firmata dai comunisti Cardia, Berlinguer, Marras e Pani. Il sottosegretario alla Giustizia Dell'Andro si degna di rispondere dieci mesi dopo, il 7 ottobre 1975. E’ Umberto Cardia che risponde in aula a Dell'Andro. Cardia che, in una sua nota segreta, Pugliese aveva definito, «ambiguo». Cardia è durissimo con la procura della Repubblica di Cagliari guidata in quegli anni da Giuseppe Villasanta proprio quel Villasanta che aveva autorizzato l'incontro in carcere tra Pugliese e Graziano Mesina.
Banditi, rapinatori, polizia, carabinieri, servizi segreti. Nella storia italiana strani intrecci che si ripetono nel tempo. A presto Igor il Russo……………….

sabato

l'incendio della fabbrica Triangle di New York


La fabbrica della Triangle Waist Company occupava l’ottavo, il nono ed il decimo piano dell’Asch Building di New York nell’area del Greenwich Village. L’azienda, di proprietà di Max Blanck ed Isaac Harris, produceva camicette da donna. Normalmente la fabbrica impiegava circa 500 dipendenti, in maggioranza giovani donne immigrate, che lavoravano 9 ore al giorno, nei giorni feriali, e 7 ore il sabato, guadagnando, per le 52 ore di lavoro settimanali, tra 7 e 12 $, l’equivalente di una cifra compresa tra i 171$ ed i 293$ del 2016. 


Verso le ore 16 e 40 di sabato 25 marzo 1911, mentre la giornata lavorativa stava terminando, un fuoco improvvisò divampò in un cestino di rottami di sotto ad uno dei tavoli dell’angolo nord-est dell’ottavo piano. Le condizioni della fabbrica erano quelle tipiche del tempo: i tessuti infiammabili erano immagazzinati per tutto l’edificio, gli scarti di tessuto erano sparsi sul pavimento e gli operai che lavoravano come tagliatori a volte fumavano durante il turno di lavoro. Inoltre l’illuminazione era fornita da luci a gas e c’erano pochi secchi d’acqua per spegnere gli incendi. Il primo allarme antincendio fu lanciato da un passante alle ore 16 e 45. In tre minuti le scale divennero inutilizzabili, in entrambe le direzioni, e gli impiegati terrorizzati si affollarono sull'unica scala antincendio esterna. La via di fuga era una struttura di ferro fragile e ben presto si contorse e crollò a causa del calore e del sovraccarico, provocando la morte di circa 20 persone che caddero da un’altezza di 30 metri sul pavimento di cemento sottostante. Gli operatori degli ascensori, J. Zito e G. Mortillalo, salvarono molte vite viaggiando tre volte sino al nono piano per caricare i lavoratori. Purtroppo dopo questi tre viaggi furono costretti a rinunciare poiché le rotaie dell’ascensore si piegarono a causa del calore sprigionato dal fuoco. Alcune persone dei piani interessati dall'incendio riuscirono ad aprire le porte dell’ascensore e saltarono nel vuoto cercando di aggrapparsi ai cavi. W. G. Shepard, reporter della tragedia, disse: “Quel giorno imparai un nuovo suono, un suono più orribile di quanto possa narrare la descrizione ovvero il tonfo di un corpo vivente che sbatte su un pavimento di pietra”.


Una grande folla si radunò per strada, giusto il tempo di assistere alla morte di oltre 60 persone che si lanciarono dall'edificio in fiamme. Il resto dei lavoratori attese l’arrivo dei pompieri, ma fu sopraffatta da fuoco e fumo. I vigili del fioco giunsero rapidamente, ma non furono in grado di fermare le fiamme poiché non vi erano scale disponibili in grado di raggiungere il sesto piano. Inoltre i corpi delle vittime cadute, o gettatesi nel vuoto, resero complesso l’intervento di spegnimento dell’incendio. 
L’incendio uccise 146 operai di entrambi i sessi. 
La maggioranza delle vittime era composta da giovani donne italiane o ebree dell’Europa Orientale. 


I proprietari della fabbrica, che al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano, si misero in salvo lasciando morire donne ed uomini rimasti intrappolati.
Perché loro si salvarono ed i lavoratori perirono nell’incendio?
Blanck ed Harris, proprietari dell’azienda, tenevano chiusi a chiave gli operai per paura che rubassero o facessero troppo pause durante i massacranti turni di lavoro. 
Il processo che seguì li assolse e l’assicurazione pagò loro 60.000 $ per i danni subiti, corrispondenti a circa 400 $ per ogni defunto. 
Il risarcimento alle famiglie fu di 75 dollari.
Ai funerali assistettero diverse migliaia di persone. 


L’incendio della fabbrica Triangle, fu il più grave incidente industriale della storia di New York. L’evento ebbe un forte eco sociale e politico tanto che, in seguito alla disgrazia, furono varate nuove leggi sulla sicurezza sul lavoro. Inoltre crebbero notevolmente le adesioni all’International Ladies Garment Workers Union, oggi uno dei più importanti sindacati degli Stati Uniti. 


L’incendio avvenuto il 25 marzo del 1911 è, spesso, uno degli eventi ricordati per la nascita della Giornata internazionale della donna. Non è da questo, come erroneamente riportato da diverse fonti, che trae origine la commemorazione. La connotazione politica della Giornata della Donna, l’isolamento politico della Russia e le vicende della Seconda guerra mondiale contribuirono alla perdita della memoria storica delle reali origini della manifestazione e, nel dopoguerra, iniziarono a circolari fantasiose versioni secondo le quali la commemorazione dell’otto marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia d’operaie di un’inesistente fabbrica di camicie Cotton avvenuto nel 1908 a New York, creando confusione con l’orribile disgrazia della fabbrica di camicie.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

Argersinger, Jo Ann E. ed. The Triangle Fire: A Brief History with Documents (Macmillan, 2009)

Stein, Leon (1962). The Triangle Fire. Cornell University Press

von Drehle, David (2003). Triangle: The Fire That Changed America. New York: Atlantic Monthly Press


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.