lunedì

Andrea Matteucci, il serial killer di Aosta


Questa è la storia di un uomo come tanti, uno nato in una famiglia difficile, che al primo vagito ha respirato aria di difficoltà.
Andrea Matteucci nasce a Torino, il 24 aprile 1962. La sua è una famiglia operaia. Suo padre lavora in fabbrica, ma lo stipendio non basta. Ha precedenti penali per furto e ricettazione, ha sempre cercato di arrangiarsi anche in modi non leciti. Dopo pochi mesi dalla nascita del figlio scappa. Sparisce nel nulla lasciando nella disperazione la moglie e un neonato inconsapevole del fatto che tutta la sua vita sarà segnata.
Mamma Maria Pandiscia non ha molta scelta. Deve “campare”. Forse Andrea starà meglio a Foggia con una parente. Così il piccolo viene affidato a zia Lina, fino all’età di 5 anni. Il rapporto fra i due è sereno e felice. Lina è una mamma, dolce e gentile. Tutto procede bene, fino al giorno in cui una sconosciuta si presenta alla porta della loro casa a Foggia. Quella donna è la mamma di Andrea, ma lui non la conosce, non sa chi sia. Lo rivuole con sé e così, raccolte le sue cose, fra le lacrime, mamma e figlio vanno a vivere ad Aosta.
Poteva andare meglio? Forse sì, ma Andrea questo non lo saprà mai.
Viene messo in un istituto religioso, dove rimane fino ai 9 anni, quando cambia collegio. La mamma in casa fa la prostituta e lui lo sa.
Alla sera finita la scuola torna a casa a dormire, mal sopportato dalla madre e dal suo compagno, un uomo pieno di rabbia a violento. La donna lo vive come un peso e non come una gioia. Nel suo viso rivede il marito, il fallimento della sua vita. Inveisce spesso contro di lui, lo chiama coniglio, cagone, gli dice che è uguale a suo padre, senza futuro.
Andrea è frustrato dal lavoro della madre. Lei non fa nulla per nascondere ciò che fa, anzi lo costringe ad assistere ai suoi incontri, creando in lui un trauma insanabile. Da grande dirà: «faceva la prostituta e mi faceva assistere agli incontri con i suoi clienti. Io odio le donne che si fanno pagare per stare con gli uomini».
La violenza cresce attorno a lui e lui con essa. Mamma Maria si vanta spesso delle prodezze fatte durante l’esercizio del mestiere. Racconta al figlio di avere sparato ad un cliente, che aveva parlato male di lei, di averne ucciso un altro, e di averne evirato un terzo, perché si era rifiutato di pagarla.
Andrea ascolta, crede a tutto, infondo non ha motivo di non farlo. Respira degrado e violenza, umiliazioni e soprusi. Un giorno la madre gli racconta di aver ucciso il cane della vicina, solo perché le sta antipatica: lo ha impiccato a un albero del giardino. E la nonna? La mamma dice di averla uccisa, imbottendola di medicinali e la picchiandola sulla testa. Andrea la ricorda, anche lei piena di stranezze per lui incomprensibili: beveva l’aceto e aveva spesso allucinazioni durante le quali vedeva parlare i morti.
A 13 anni tutto cambia. Andrea ruba una bicicletta con un amico. Preso dal rimorso e dalla paura delle conseguenze decide di scambiarla con quello del suo compagno. Tornando a casa il patrigno lo vede e sapendo che quella bicicletta non gli appartiene, lo riempie di botte, lo porta in giro per il quartiere, urlando a tutti che è un ladro. L’umiliazione è forte. Andrea sente dentro di sé crescere una rabbia oscura, mai provata prima, sente nascere il desiderio di uccidere. La sua mente vacilla.
A 14 anni ne combina una grossa. Rapina la macelleria dove lavora. Ha una scacciacani in mano. Nessuno dei suoi colleghi lo prende sul serio, continuano a lavorare pensando a uno scherzo. Anche questa volta il rimorso è grande, quasi quanto la confusione nella sua testa. Si costituisce dopo una settimana. Forse allora Andrea è un bravo ragazzo. Il reato commesso non è grave, ma tanto basta perché sua madre e il compagno lo allontanino da casa. Aspettavano un pretesto.
Il tribunale non può far altro che metterlo in una comunità, dove rimane fino a 18 anni.
Quando esce torna a vivere con la mamma e il compagno. In casa rimane il meno possibile, il clima di disprezzo e ostilità attorno a lui non è cambiato. Lei continua ad insultarlo, accrescendo la sua rabbia, alimentando quel bisogno di uccidere, di vendicarsi, che sente sempre più forte dentro di sé.
Trova lavoro come meccanico, a Quart, comune vicino ad Aosta.
La sera del 30 aprile 1980 Andrea esce di casa. Incontra un uomo di nome Domenico Raso, di 50 anni, nella zona del Teatro Romano di Aosta. L’uomo è un commerciante, sposato, con due figli, segretamente omosessuale. Andrea gli piace. Lo avvicina e gli chiede se vuole appartarsi con lui, dietro all’Arco di Augusto. Il ragazzo accetta, senza pensare. Domenico gli chiede di fare l’amore. Adrea accetta di nuovo, ma quando gli si avvicina per baciarlo, il ragazzo gli sferra un pugno. L’uomo cade, faccia a terra, stordito, probabilmente sorpreso. In un attimo il ragazzo lo afferra per i capelli e lo colpisce alla schiena con un coltello che tiene alla cintura. La lama si incastra. Andrea si alza e se ne va, ma deve fermarsi, Domenico è solo ferito e ora urla forte, troppo forte, qualcuno potrebbe sentirlo. Pochi passi e riprende il coltello. Lo colpisce molte volte, mentre l’uomo resta morente a terra. Si allontana, sparendo nella notte, ancora sconvolto da quello che ha fatto, trafelato, sporco di sangue, pervaso da una sensazione mai provata prima. I giornali, giorni dopo, parlano dell’omicidio, commesso da persona ignota, in una città come Aosta, dove di omicidi non se ne vedono molti. I sensi di colpa lo raggiungono, condizionano i suoi sogni. Si ripromette di non farlo mai più.
Passano alcuni mesi. Arriva la chiamata al servizio militare. Andrea parte per Livorno, entra nella Folgore. Svolge tutto il servizio senza problemi, come barelliere. Si congeda un anno dopo con il grado di Caporalmaggiore. Pensa anche di “mettere la firma”, ma si congeda. Ci ripensa ma è troppo tardi.
Tornato ad Aosta conosce una ragazza, tramite un amico comune. È il 1983. Si sposano e vanno a vivere a Saint- Pierre. Si trasferiscono poi a Sarre e da lì a Villeneuve. Qui si stabiliscono e Andrea trova lavoro come commesso. Nel 1987 diventa padre. Tutto sembra andare bene, una famiglia normale, una vita normale. Il passato è lontano dimenticato. Almeno così sembra.
Un giorno Andrea si licenzia. Decide di diventare scalpellino. Prima va ad imparare il mestiere in una bottega, poi ne apre una sua ad Arvier, paese poco distante dal suo. Ma il lavoro non gira bene, non va come dovrebbe. E anche la vita con sua moglie diventa difficile. Non hanno più rapporti intimi, sono due estranei che litigano ogni giorno. In famiglia è un continuo tira e molla: un giorno insieme, uno distanti, con i suoceri sempre in mezzo a sostenere la figlia. Andrea sente crescere lo stress.
È il 1992. Una sera esce per andare a sfogarsi: vuole trovare una prostituta con cui fare l’amore, come fa da un po’ di tempo. Ha di nuovo litigato con sua moglie. Quella sensazione sopita da tanto rinasce dentro di lui in modo prepotente. In tasca ha una pistola che spara un pallettone, una di quelle usate per abbattere le mucche. Nel suo girovagare con il furgone passa da Brissone. Vede una ragazza che gli piace, bionda, minuta, con gli occhiali. Le chiede il nome: Daniela Zago, torinese di 30 anni. Si appartano, ma dopo un po’ comincia ad andare tutto storto. Lui non riesce a fare l’amore, è troppo stressato, arrabbiato. Lei ha fretta, vuole tornare indietro, ricominciare a lavorare. La riaccompagna. Fa un giro e poi ci ripensa. Torna da lei, le chiede di nuovo di salire e di riprovare. Lei accetta. Una volta sul furgone lui le domanda: “hai dei figli?”. Quando lei dice di noi, lui le spara alla nuca. Sangue dappertutto, ma Daniela non è morta è ferita. Chiede di essere portata in ospedale. Andrea acconsente, ma in realtà la conduce in un altro posto e le spara di nuovo: sta volta muore. Riparte per Arvier, si ferma vicino al suo laboratorio, scava una buca e la seppellisce. Torna a casa, più sereno, sollevato, per aver liberato il mondo da una persona “indegna”, volgare. Rientrato, regala alla moglie i gioielli che ha sottratto alla ragazza, per farsi perdonare delle incomprensioni di qualche ora prima. Quello che è accaduto gli resta in testa, per un mese, poi una notte torna dove ha seppellito Daniela, la dissotterra, la taglia a pezzi e poi la mette in un bidone. Le dà fuoco. Dopo qualche ora di lei non resta che cenere, che viene dispersa in una discarica.
Ad aprile del 1992 Andrea e la moglie si separano. Il bambino resta con la mamma. Lui va di nuovo a vivere Villeneuve, dove finalmente incontra il suo vero padre, quello che lo aveva abbandonato appena nato. L’uomo, scontati i suoi debiti con la giustizia, vorrebbe instaurare un rapporto con il figlio, farsi perdonare. Ha un lavoro in Puglia, una vita e vorrebbe che ora Andrea andasse con lui.
Il ragazzo accetta, ma ancora una volta le cose non sono come dovrebbero.
Il padre in realtà ha un magazzino dove ricetta camion rubati e convive con una donna che ha una figlia, Anna Maria. Andrea gli ha dato tutti i suoi risparmi, fidandosi di quell’uomo che infondo non conosce. Non può più tornare indietro, senza soldi. Così accetta di aiutarlo in questa attività illecita, mentre a poco a poco si innamora della figlia della compagna di suo padre.
Ma Andrea non è felice. Quella vita non fa per lui. Inizia a rubare furgoncini ad Aosta, dove va a vivere con Anna Maria, per poi portarli in Puglia dal padre, che li smonta e li rivende sul mercato nero. Di nuovo il rapporto con la sua ragazza va in crisi. Le liti continue lo stressano e anche quel frequente viaggiare non gli va giù. Ancora una volta la suocera si mette in mezzo e il loro rapporto finisce.
Nell’agosto del 1994, una sera che è particolarmente triste, esce di casa con la pistola in tasca. Sente il bisogno di sfogarsi. Cerca una prostituta con cui fare l’amore, come è solito fare negli ultimi tempi, in cerca di quella serenità smarrita da tempo. Comincia a girare quando, vicino a Chambave, vede una ragazza di colore che gli piace. Si chiama Clara Omarei Bee, ha 26 anni, è nigeriana. Accetta di salire con lui, non vede alcun pericolo in quel giovane con l’Ape Piaggio. Si appartano. La ragazza non è gentile, ha fretta, è scontrosa. Lui vorrebbe chiacchierare, ma lei non vuole, deve tornare sulla strada. Iniziano a litigare, volano parole, urla. Andrea le dà un pugno in faccia, poi tira fuori la pistola e le spara in testa. Aspetta un po’ di tempo, infila un preservativo, poi ha un rapporto sessuale con il corpo della ragazza. Riparte con l’Ape Piaggio, va a casa a Villeneuve, dove nel frattempo si è ritrasferito, la fa a pezzi con un coltello. Torna ad Arvier, con i resti insanguinati, li mette nel bidone usato anni prima e gli dà fuoco. Resta solo cenere, che Andrea conserva per una notte a casa. Il giorno dopo se ne disfa gettando tutto nella Dora Baltea. Si sente meglio.
Il 10 settembre, un mese dopo, è in giro con una Fiat Uno: sta andando a caccia. Sa quello che vuole fare. Incontra una prostituta di colore, Lucy Omon, vicino a Nus. Vanno a casa di lui, dove hanno un rapporto completo. Ne avranno un altro in auto, tornando verso la statale dove la ragazza lavora.
All’ultimo Andrea cambia strada, va ad Arvier, al solito posto. Improvvisamente quell’uomo gentile cerca di ucciderla, soffocandola con un cuscino che ha in auto. Non ci riesce. Ci riprova con uno straccio ma la ragazza riesce a fuggire.
Passano dei mesi, otto per l’esattezza. Andrea ha una nuova fidanzata, Anna. Con lei va tutto bene, ma quella sensazione dentro di lui non si assopisce più. Nell’aprile del 1995 viene condannato per furto d’auto. Non va in carcere, ha solo l’obbligo di firma a Saint- Pierre. Può continuare la sua vita. Il 12 maggio, con un furgone, va verso Arnauld in cerca di compagnia. Sulla strada vede una ragazza che gli piace. È albanese, si chiama Albana Dakovi, ha 20 anni. Si appartano e fanno sesso sul furgone. Lui la riporta al suo posto e se ne va. Alle 18 ci ripensa, torna da lei. Si appartano di nuovo, ma questa volta Andrea vuole solo parlare. Lei non capisce, comincia ad agitarsi, hanno una discussione durante la quale lui le dà uno schiaffo. L’uomo perde la testa. La spinge fuori dal furgone. La raggiunge con una chiave inglese in mano e la colpisce alla testa. Poi afferra un coltello, la pugnala più volte e le taglia la gola. La rimette nel furgone, per disfarsi del cadavere. Ma lungo il tragitto si ferma a fare benzina, non può permettersi di rimanere a secco. Decide di andare a Villeneuve. Porta Albana in casa, la mette in uno stanzino e si siede a pensare. Dopo sette ore decide di avere un altro rapporto sessuale con lei, con il preservativo. Il giorno dopo deve partire per la Puglia, deve portare un furgone a suo padre. Lascia la ragazza morta nello stanzino e se ne va. Il 17 maggio, al suo rientro, la fa a pezzi con il solito coltello, la porta ad Arvier, la mette nel bidone, lo stesso, e le dà fuoco. Butta le ceneri nella Dora. Di lei conserva una catenina d’oro, che Andrea pensa di regalare ad Anna.
Dopo un mese Andrea vien arrestato. Un testimone lo ha visto caricare sul furgone Albana, prima che lei sparisse. Trovano sul suo mezzo tracce di sangue della ragazza. È il 26 giugno 1995.
Andrea nega tutto, mente. La pressione è forte, sente aumentare lo stress. Il giorno dopo viene reinterrogato e ammette che è responsabile della morte della giovane, ma che è stato un tragico incidente. La sua versione non regge. Si contraddice. Tramite il confronto con vecchi casi irrisolti, fra cui quello di un omosessuale di Aosta avvenuto negli anni ’80 e quelli di due prostituire sparite nel ’92 e nel ’94, emergono collegamenti e prove a suo carico. Viene interrogata anche una giovane scampata ad un tentato omicidio, Lucy Oman, che lo riconosce come il suo aggressore. Andrea non ce la fa, crolla, ammette i delitti, l’aggressione. Ha ucciso 4 persone, ha compiuto atti di necrofilia, ha commesso atti di vilipendio sui cadevi e li ha distrutti.
Il 16 aprile 1996 la corte di Assise di Aosta dichiara Andrea Matteucci, un uomo all’apparenza normale, colpevole dell’omicidio di Albana e del tentato omicidio di Lucy. Per gli altri reati commessi resta la sua confessione ma non ci sono prove schiaccianti. La sua condizione mentale, refertata da esperti, fa accettare il ragionevole dubbio. Deve scontare 24 anni di carcere. Ma la sua vicenda non è finita qui. Al processo d’appello vien riconosciuto colpevole di tutti e 4 gli omicidi. La condanna è a 30 anni di carcere, tenuto conto del vizio parziale di mente.
Nel 2017, a 54 anni, Andrea Matteucci, il serial Killer di Aosta, torna in libertà. Ha passato gli ultimi anni in un ospedale psichiatrico a Reggio Emilia. Probabilmente continuerà la sua vita in una struttura sanitaria in Valle d’Aosta, ma questo noi non lo sappiamo, è tronato ad essere un uomo comune dal passato oscuro.

Rosella Reali

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia
Carlo Lucarelli, Massimo Picozzi - Serial Killer - 2003 - Oscar Mondadori 

http://www.serialkiller.it/serialkiller 

https://www.lastampa.it/2017/03/12/aosta/il-ritorno-a-casa-di-mister-hyde 

http://www.ansa.it/valledaosta/notizie/2017/03/10/serial-killer-aosta-tornato-in-liberta

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

martedì

Franceschetti: delitti rituali, se i killer agiscono come automi

«Ora è finita», dice il cannibale Jeffrey Dahmer ai suoi giudici. Si è arreso, il Mostro di Milwaukee, dopo aver ucciso, squartato e divorato 17 vittime. «Qui non si è mai trattato di cercare di essere liberato: non ho voluto mai la libertà, e oggi non chiedo attenuanti». Il serial killer dichiara ufficialmente di aspettarsi la pena capitale: sarebbe un sollievo, per lui. Confessa tutti i suoi delitti, ma precisa: «Non ho mai odiato nessuno. Sapevo di essere malato, o malvagio, o entrambe le cose. So quanto male ho causato, ma ora mi sento in pace: grazie a Dio, non potrò più fare del male». Si è convertito, Dahmer: «Credo che solo il Signore Gesù Cristo possa salvarmi dai miei peccati». E’ il 1992 quando viene condannato all’ergastolo. Due anni dopo, però, viene ucciso da un detenuto affetto da schizofrenia, il cui nome (Christopher Scarver) contiene, curiosamente, il riferimento a Cristo. Solo un caso? Chi lo sa. Certo è che, nei delitti anomali – cioè non scatenati da moventi ordinari (denaro, passione, vendetta) – ci si imbatte spesso in una mole impressionante di «coincidenze eccezionali». Lo sostiene Paolo Franceschetti, già avvocato delle Bestie di Satana e poi indagatore di casi intricatissimi come quello del Mostro di Firenze: una inquietante sequenza di omicidi rituali. Domanda: com’è possibile che si verifichino tutte quelle maledette coincidenze? Ed è credibile che una forza sconosciuta guidi la mano dei killer?
Franceschetti, buddista praticante e autore del saggio “Alla ricerca di Dio”, suggestiva indagine trasversale sulla spiritualità, esplorata “dalle religioni ai maestri contemporanei”, propende per una spiegazione occultistica: quella cioè di chi crede Occhiodavvero che la ritualità della cosiddetta magia possa produrre effetti concreti, pericolosamente tangibili e persino letali. A colpirlo è l’ineffabile ricorrere di troppe concatenazioni altamente simboliche e altrimenti inspiegabili, a suo parere: come se “l’invisibile” fosse una specie di lavagna, sulla quale poter imprimere precisi desideri. Dal canto suo, Franceschetti vanta anni di coraggiose ricerche condotte con rigore, partendo dalle carte giudiziarie. «Nei delitti delle Bestie di Satana – scrive, sul blog “Petali di Loto” – alcuni dei nomi dei ragazzi coinvolti sono, appunto, nomi di bestie: Volpe, Leoni, Zampollo (zampa di pollo)». La figura simbolica di Satana, nella tradizione cristiana, è sconfitta dell’arcangelo Michele: «E guarda caso, i due personaggi che in tutta la vicenda risultano la chiave per scoprire i delitti si chiamano Michele». Il primo è Michele Tollis, il padre di uno dei ragazzi assassinati, il cui cognome richiama la preghiera “qui tollis peccata mundi”. L’altro invece è un carabiniere, Michelangelo Segreto, all’epoca comandante della stazione di Somma Lombardo. «Michelangelo: qui non abbiamo solo Michele, ma anche l’angelo».
La Bestia dell’Apocalisse, sottolinea Franceschetti, in alcune raffigurazioni ha le zampe di pollo e la testa di leone: i “registi” dell’operazione Bestie di Satana, che ha coinvolto giovani sbandati (e spesso innocenti, sostiene il loro ex legale) era dunque una terribile, sanguinosa allegoria vivente, messa in scena per “rappresentare” l’Apocalisse di Giovanni? Franceschetti si concentra sulle coincidenze: Volpe sparò a Mariangela Pezzotta, colpendola alla gola. Come si chiama il luogo in cui avvenne il delitto? Golasecca. La vicenda delle Bestie di Satana, almeno per la versione ufficiale diffusa dalla stampa, finì il giorno che Volpe e Ballarin, dopo aver ucciso Mariangela, si schiantarono con l’auto presso la diga di Panperduto, dove poco dopo furono fermati. Traduzione simbologica: proprio a Panperduto, le Bestie di Satana “si perdono”. E il dio pagano Pan, aggiunge Franceschetti, nella tradizione cattolica era «una delle rappresentazioni di Satana», secondo la Chiesa medievale ancora Magia neraimpegnata a debellare il tenace paganesimo che resisteva nelle campagne. Qualcuno si è preso gioco di quei ragazzi, allestendo (a loro insaputa) una trama spaventosa?
Da Varese a Firenze, cambiano gli attori ma resta invariato l’affollamento di coincidenze anomale. Nei delitti del Mostro, le zone del delitto – se segnate su una mappa – disegnano un cerchio (magico) attorno a Firenze, rileva Franceschetti. Il capoluogo toscano «è per eccellenza la città di Dante, il poeta che mise per iscritto nella “Divina Commedia” il sapere templare e rosacrociano». In vari scritti, inclusi due saggi, Franceschetti attribuisce l’operazione “Mostro di Firenze” alla cosiddetta Rosa Rossa, potente setta formata da individui coltissimi e socialmente altolocati, passati dall’iniziale esoterismo alla degenerazione dell’occultismo più sanguinario, sulle orme del “mago nero” Aleister Crowley, teorico dei sacrifici umani a scopo propiziatorio. Il primo a mettere gli inquirenti sulla pista esoterica dei delitti rituali fu il criminologo Francesco Bruno, all’epoca consulente del Sisde. Più tardi, l’indicazione dei servizi segreti fu recepita dal super-poliziotto Michele Giuttari, commissario messo alla guida dell’unità investigativa speciale istituita a Firenze per venire finalmente a capo del giallo.
Giuttari però fu fermato a un passo dalla probabile risoluzione del caso: la pista “magica” l’ha narrata anni dopo, in romanzi divenuti bestseller, in cui l’eminenza grigia dell’organizzazione – nella fiction – risulta essere nientemeno che un prestigioso magistrato, il procuratore di Firenze. Titoli evocativi: “La loggia degli innocenti”, “Scarabeo”, “Le rose nere di Firenze”. Pedofilia, massoneria deviata, occultismo (e quel fiore, la rosa) all’ombra del potere. Lo stesso Franceschetti non ha esitato a puntare il dito contro l’allora capo della Procura fiorentina Piero Luigi Vigna, poi promosso procuratore nazionale antimafia. La moglie di Vigna, ha scritto Franceschetti, morì travolta da un’auto-pirata dopo aver denunciato il marito allo stesso Giuttari: era scossa dalla strana morte della moglie del farmacista di San Casciano, Francesco Calamandrei, deceduta in una struttura psichiatrica dopo aver dichiarato «Vigna spara, mio marito taglia». Giuttari si arrese quando scoprì che era stato Michele Giuttariviolato l’archivio d’indagine sul Mostro. Erano sparite le lettere anonime inviate anni prima agli inquirenti: buste contenenti anche resti umani, appartenenti alle vittime.
Grazie a quel misterioso furto nel quartier generale della polizia non fu possibile incrociare le impronte digitali sulle buste con quelle del medico perugino Francesco Narducci, dichiarato “annegato” nel Lago Trasimeno e citato in varie deposizioni dai “compagni di merende”, Pacciani e soci. A Perugia il pm Giuseppe Mignini fece riesumare il cadavere e scoprì che non era Narducci, il morto ripescato nel lago: prima del funerale c’era stata una clamorosa sostituzione della salma, perché la tomba riportò alla luce il vero Narducci – non annegato, ma vistosamente strangolato, sull’isoletta del Trasimeno che aveva raggiunto il 3 ottobre 1985, imbarcandosi in stato di forte agitazione, come se temesse l’appuntamento che lo attendeva. Giuttari ha ormai lasciato la polizia, dopo una sfolgorante carriera di detective antimafia, e ora affida ai romanzi la possibile verità sul Mostro di Firenze. Dal canto suo, Franceschetti insiste sui dettagli cifrati, simbologici: un codice fuori della portata di personaggi modestissimi come Pacciani, Vanni e Lotti. «Il primo delitto del Mostro è quello di Pasquale Gentilcore, e la “Vita Nova” di Dante si apre con il verso “a ciascun’alma presa e gentil core”. Più in generale la trama dei delitti richiama dal punto di vista simbolico la “Divina Commedia” e il quadro del Botticelli “La Primavera”, la cui allegoria sembra “contenere” tutti gli omicidi del Mostro.
Franceschetti cita persino il delitto Moro: la vicenda si apre in via Fani (Mario Fani, fondatore del circolo di Santa Rosa) e si chiude in via Caetani al numero 9 (cioè esattamente davanti al conservatorio di Santa Caterina della Rosa), dove viene parcheggiata la Renault rossa in cui c’era il cadavere del presidente della Dc. Per inciso: Michelangelo Caetani era uno stimato dantista, e – volendo stare al “gioco” dei simboli – le iniziali del binomio “Renault rossa” sono le stesse dell’invisibile Rosa Rossa. «Di recente – racconta sempre Franceschetti su “Petali di Loto” – mi ha abbastanza colpito il delitto avvenuto nella mia città», Viterbo (patrona: Santa Rosa), «il giorno in cui io aveva un’udienza per la vicenda del Mostro di Firenze», a causa della Il corpo di Moro in via Caetaniquerela presentata contro Franceschetti dal giornalista Mario Spezi. I fatti: duplice omicidio il 13 dicembre 2017, giorno di Santa Lucia, proprio in strada Santa Lucia. Al numero 26 (due volte 13, «ovverosia due volte il numero della morte», per certo esoterismo numerologico) vengono ritrovati uccisi due coniugi, e la donna si chiama Rosa Rita Franceschini.
In altre parole, ragiona Franceschetti, «il giorno in cui, a Viterbo, si celebra un processo che riguarda quello che io ho additato come uno dei principali esponenti della Rosa Rossa (organizzazione che ha la Rosa, e Santa Rita, tra i suoi simboli principali, e con cui firma i suoi delitti), viene uccisa una donna che ha nel nome di battesimo i simboli dell’organizzazione, e il cui cognome ha una certa assonanza con il mio». Difficile, per un simbologo, non notare la coincidenza. Quella volta furono addirittura i giornali a parlare di omicidio rituale, perché la coppia uccisa era disposta in un modo particolare sul letto, e il loro figlio (accusato del delitto) aveva appena finito di leggere il romanzo “Il grande Dio Pan” di Arthur Machen, che descrive una scena simile a quella dell’omicidio commesso a Viterbo. «Potrei andare avanti per ore», aggiunge Franceschetti, che al tema delle mattanze rituali ha dedicato centinaia di pagine. La domanda che si pone oggi è un’altra. Ovvero: come si creano, queste coincidenze così straordinarie?
Se si esclude il caso, Franceschetti non crede che un copione così complicato possa essere progettato a tavolino: scegliere i nomi delle vittime e stabilire in che data e a che ora ucciderle «richiederebbe anni di lavoro e sarebbe ad alto rischio di fallimento, a causa delle troppe variabili». Senza contare che «se dietro tutto questo ci fosse un’intelligenza umana, prima o poi – in qualche processo, in qualche atto parlamentare o in qualche libro – qualcuno ne darebbe testimonianza». Invece, solo per fare un esempio, nel delitto Moro «non risulta da nessuna parte che qualcuno abbia ordinato di acquistare proprio una Renault rossa, per poi andarla a depositare proprio al numero 9». Ed è qui che Franceschetti, per darsi una spiegazione, parla della magia. Non si limita a dire che gli assassini compiono rituali magici – cosa peraltro plausibile e confermabile. Franceschetti va oltre: per tentare di risolvere il rompicapo, ritiene che la stessa magia sia, esattamente, la spiegazione mancante. Il presupposto (purtroppo indimostrabile) sta nel credere che la pratica magica “funzioni” davvero, sul piano materiale. Paolo FranceschettiTradotto: compio un rito, e il rito scatena “forze occulte” così potenti da influire nella realtà, compresa quella di un omicidio, provvedendo anche al corredo “perfetto” delle coincidenze simboliche.
Lo stesso Franceschetti ha più volte rivelato che la magia – sempre ridicolizzata dai media – sia in realtà praticata dalle alte sfere del potere, insospettabilmente dedite all’occultismo e alla divinazione. Sempre secondo Franceschetti, alcuni delitti rituali vengono commessi con il concorso di una certa “magia”, che deve per forza “funzionare”. O meglio: «Mentre l’assassino o gli assassini agiscono sul piano materiale, un altro gruppo, o dei singoli, agiscono sul piano magico ed esoterico». Sempre sul terreno dell’indimostrabile, Franceschetti aggiunge che la cosiddetta “azione magica” potrebbe scatenare «l’azione di entità che si affiancano agli esseri umani per raggiungere il fine dell’operazione». Come se i killer agissero in una sorta di trance? «Alcune di queste entità prendono il possesso delle persone coinvolte, agendo al posto loro». Stati mentali alterati? «Un prete cattolico definirebbe queste persone “indemoniate”, mentre in gergo esoterico si dicono “parassitate”: si tratta infatti di veri e propri “parassiti psichici” che prendono il controllo, a lungo o per pochi attimi, di singole persone o addirittura di gruppi».
Inevitabile il riferimento a pratiche messe a punto da servizi segreti militari – i programmi Monarch e Mk-Ultra – per manipolare individui, trasformandoli in strumenti inconsapevoli. Franceschetti preferisce parlare del ruolo (intermedio) che sarebbe svolto da quelle che chiama “entità”. Secondo lui prendono vari nomi, a seconda delle tradizioni di riferimento: eggregore, “elementali”. «Corrado Malanga li chiamava “alieni”, e chiamava “addotti” coloro che erano sotto il controllo di queste entità. I preti li chiamano demoni e chiamano indemoniate le persone soggette a questi fenomeni. La psichiatria li chiama spesso schizofrenici» (quando il paziente “sente le voci”, la diagnosi parla infatti di psicosi). «Tutte le tradizioni magiche, di tutte le culture, e da sempre, si occupano di queste “entità” e del loro rapporto con gli esseri umani», osserva Jeffrey DahmerFranceschetti. Non è delirio paranoico, assicura: il fenomeno esiste. Ma di cosa si tratta, esattamente? Franceschetti propende per la sua tesi “spiritualistica”, ovvero: si tratterebbe di «entità non umane», anche se poi è il killer – una volta “riavutosi”, ad ammettere: «Non so perché l’ho fatto, so solo che dovevo farlo».
Lo stesso Dahmer, pentito, implorò i giudici: «Datemi il massimo della pena». Il cosiddetto Mostro di Foligno, Luigi Chiatti, ha chiesto perdono ai familiari delle sue vittime. Lo statunitense Jonh Wayne Gacy, soprannominato Killer Clown, che stuprò e assassinò decine di adolescenti, dichiarò al processo che a uccidere non era stato lui, ma il suo “doppio”. Altro dettaglio molto interessante, segnala Franceschetti, è che alcuni serial killer hanno raccontato agli inquirenti di esser stati avvicinati da persone eleganti e facoltose che si erano dichiarate “interessate alla loro attività”. «Sono molti i casi di persone che hanno ucciso e fatto vere e proprie stragi: erano persone normali, fino a un attimo prima; e poi, in pochi secondi, si sono trasformate in mostri». La causa? Franceschetti parla di “energia dell’eggregora” che scatenerebbe la furia omicida, dopo il presunto rito magico. Tornando invece al livello investigativo dell’analisi, troppe volte gli inquirenti hanno sottovalutato la matrice occultistica e rituale di un delitto, pur in presenza di segni simbolici estremamente evidenti. Jung le chiama “coincidenze significative”. Per Einstein, sono «Dio che passeggia in incognito». E il credente, si sa, ritiene che tutto venga dalla “divinità”, i cui piani sono ovviamente imperscrutabili – come il buio in cui naufragano troppe indagini.

fonte: http://www.libreidee.org/

Angela Romano di anni 9, fucilata dai bersaglieri


Castellammare del Golfo è una città di oltre 15.000 abitanti in provincia di Trapani. Sicilia. Oggi basa la sua economia sul turismo, sulla viticoltura e sulla pesca. La storia che voglio raccontarvi affonda le sue radici nelle immediatezze dell'Unità d'Italia. La proclamazione del Regno d'Italia fu l'atto formale che sancì la nascita del Regno d'Italia. Avvenne con un atto normativo del Regno di Sardegna con il quale Vittorio Emanuele II assunse per se e per i suoi successori il titolo di Re d'Italia. Il 17 marzo è ricordato annualmente come Anniversario dell'Unità d'Italia. Pochi mesi dopo, il 30 giugno del 1861, anche in Sicilia fu introdotta la leva obbligatoria, autorizzata sui nati nel 1840. La legge era odiata dai siciliani poiché, da un lato, non erano abituati all'arruolamento obbligatorio e, dall'altro, sotto il dominio dei Borbone non esisteva nessuna normativa che obbligava i giovani alla leva. Molti uomini scapparono. Per quanto concerne Castellammare del Golfo, molti giovani si rifugiarono sulle montagne, venendo meno all'obbligo voluto dal nuovo Re d'Italia. La protesta reazionaria contro la coscrizione obbligatoria si manifestò anche nelle province del Regno di Napoli, ma in maniera meno vigorosa rispetto alla Sicilia.


Per meglio comprendere quanto avvenne, affidiamoci agli scritti di G. De Sivo – Storia delle Due Sicilia dal 1847 al 1861 – che narrano di quei terribili momenti: «…..in molte parti corse sangue: a Castellammare stracciarono i decreti dalle mura; a Licata il dì del sorteggio scagliaronsi sugli uffiziali municipali, e alcuni ne morirono; Canicattì tumultuò sul finir d'agosto 1861, sedato con sangue da accorsi soldati. Non passava dì che non cadessero soldati piemontesi». Malgrado la reazione della politica, i tumulti non si placarono. Nel dicembre del 1861 si verificarono nuovi disordini a Palermo, Adernò, Paternò, Sciacca e Mazara del Vallo. Cui seguirono il primo gennaio del 1862 le dimostrazioni di Catania e Messina. Il giorno successivo insorse anche Castellammare del Golfo. Quattrocento giovani, capeggiati da Francesco Frazzitta e Vincenzo Ghiofalo, entrarono in paese ed assalirono l'abitazione del Commissario di leva e l'abitazione del Comandante della Guardia Nazionale. Le cronache ricordano che il tutto avvenne innalzando una bandiera rossa. I rivoltosi trucidarono i commissari governativi e bruciarono le loro case. Ancora una volta ci affidiamo agli scritti di G. De Sivo: «…..A Castellammare del Golfo, comune di tredicimil'anime, l'anarchia agitando gli spiriti infuriò. Già da' cantoni aveano stracciati i primi decreti per la leva; al censimento della popolazione si fremè; ma quando in dicembre si videro strappare i figli, s'esaltarono l'ire. Al capo d'anno 1862 radunatisi armati in molti al villaggio Fraginesi, s'accostarono sul vespro alla città tirando in aria, e gridando: Abbasso la leva, Fuori Vittorio Abbasso i pagnottisti, Viva la repubblica! Il giudice s'ascose; ma il delegato di polizia Gaspare Fundarò, il comandante Francesco Borruso e certi uffiziali nazionali fecero resistenza; morì il comandante con la figlia e due uffiziali, arse loro case, quelle del medico Calandra e d'Asaro. I sollevati altri uccisero, altri percossero, presero i denari al precettore de'dazii, arsero le carte comunali, del delegato, del giudicato e de' doganieri, strapparono le bandiere e l'arme di Savoia, tolsero a' carabinieri le divise, e inermi li scacciarono via. La dimane, sentendo la necessità d'avere un capo, vollero Pietro Lombardo ottimo cittadino, che non volente, pure accettò, a patto si cessasse ogni delitto; sl ebbero grazia il delegato di polizia e il sindaco, sul punto che al grido di morte a liberali erano immolati. Poscia cantarono il Te Deum per la repubblica. Accostandosi soldati da Alcamo li affrontarono; uccisero Antonino Varvaro comandante i militi a cavallo, un Bocchini sergente, e sei altri; presero feriti un tenente di linea Cesaroni e altri quindici soldati, fugarono il resto».


A questo punto le autorità della Sicilia chiesero aiuti. Il governo inviò nell'isola le truppe della brigata Alpi al comando di Pietro Quintini, generale dei bersaglieri e famoso per i suoi metodi spicci. Il 3 gennaio giunse, via mare, nella zona di Castellammare del Golfo. Dopo aver subito alcune perdite tra gli ufficiali ed i soldati, riuscì, grazie al supporto dell'artiglieria delle navi, a reprimere i tumulti sia a Castellammare del Golfo che a Marsala. A Castellammare del Golfo, le scarne cronache riportano che diversi cittadini furono passati per le armi. La cieca violenza dei bersaglieri di Quintini si abbatté su handicappati e bambini. Vi riporto l'elenco delle vittime di Castellammare del Golfo: Marco Randisi, storpio ed analfabeta, di anni 45. Angela Catalano, zoppa ed analfabeta, di anni 50. Benedetto Palermo, sacerdote, di anni 46. Mariana Crociata, cieca ed analfabeta, di anni 30. Antonino Corona, handicappato, di anni 70. Angela Calamia, handicappata ed analfabeta, di anni 70. Angela Romano, di anni 9.
Angela Romano 9 anni, fucilata dai bersaglieri del generale Pietro Quintini.
Dall'elenco dei caduti per mano del valoroso esercito piemontese, possiamo comprendere che Quintini trovò unicamente persone completamente estranee alle vicende, che – probabilmente – si erano appartate in campagna per non essere confuse con i rivoltosi. E – sempre probabilmente – non trovando nessuno su cui sfogare la rabbia, i bersaglieri uccisero ciechi, handicappati, un prete ed una bambina di nove anni.
Dove non riuscì l'uomo, riuscì la natura. 
Pietro Quintini generale dei bersaglieri morì a Terni il giorno 8 febbraio del 1865 in seguito ad una caduta da cavallo.


Vorrei ricordare che Angelina, come gli altri fucilati, non comprendeva la lingua dei soldati che gli puntarono il fucile. 
Vorrei ricordare che Angelina, come gli altri fucilati, non comprendeva le ragioni per le quali i rivoltosi erano scesi in piazza. 
Erano tutte persone con problemi fisici ed età avanzata, per cui esentate dall'obbligo di leva. 
Eppure i bersaglieri fecero fuoco.
Eppure i bersaglieri presero la bambina, la strattonarono, la tirarono ed infine l'appoggiarono al muro.
In seguito fecero fuoco.
Fecero fuoco su una bambini di 9 anni, del tutto estranea alle motivazioni per le quali i bersaglieri, comandati da Pietro Quintini, giunsero in Sicilia.
Questa è una delle tante storie che appartengono a tutti noi.
Angelina Romano vive nel ricordo di molte persone.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

G. Oddo, Il Brigantaggio o la dittatura dopo Garibaldi, 1865 

G. De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, 1868 

Cesare Cesari, Il Brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano dal 1860 al 1870, 1920 

Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, 1969

Gaetano Cingari, Brigantaggio, proprietari e contadini nel Sud (1799-1900), Reggio Calabria, Editori Riuniti, 1976


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

venerdì

e se la teoria dei microbi fosse sbagliata?


Uno dei padri fondatori della “Teoria dei Germi della Malattia” fu il chimico francese (e non medico) Louis Pasteur. (foto a destra)

Il concetto da lui codificato, e cioè che i batteri sono la causa di malattie specifiche, è stato ufficialmente accettato come il fondamento della medicina allopatica e della microbiologia verso la fine del 1800 in Europa e poi nel mondo intero. 

Tale teoria ovviamente fu accolta a braccia aperte dall’establishment medico-scientifico e dal nascente cartello farmaceutico che si stava organizzando attorno all’Associazione dei medici americani (A.M.A.), perché diede origine non solo alle vaccinazioni di massa ma anche allo sviluppo dei farmaci di sintesi.
Analizzando l’evoluzione delle teoria microbica è doveroso inquadrala nella sua giusta prospettiva filosofica e porla nel contesto di filosofia biologica che dominava in quel periodo. Il XIX° fu infatti il secolo del grande sviluppo scientifico, nel quale avvenne il grande capovolgimento delle idee sulla malattia, la salute, la guarigione, la biologia stessa. Fu il secolo per esempio della teoria evoluzionistica di Charles Darwin. Di conseguenza quando il francese Louis Pasteur e il tedesco Robert Koch fecero la loro comparsa con la teoria dei microbi, avvenne la perfetta fusione con la filosofia biologica: nacque il germe maligno che invadeva il corpo, annientava le difese, si moltiplicava nei tessuti, proliferava, causava infezioni, malattie e distruggeva alla fine l’organismo. Cosa può desiderare di più una medicina sintomatica basata su una velenosa e tossica farmacopea, sempre più nelle mani delle lobbies? ...



E le case farmaceutiche possono desiderare qualcosa di meglio, di malattie provocate da un “essere” non visibile ad occhio umano che può essere ucciso solo da veleni chimici?

Secondo la batteriologia moderna, i microbi sono ovunque, onnipresenti, vivono costantemente assieme a noi e dentro di noi. Viviamo tra loro, siamo totalmente e completamente dipendenti dai batteri.
Sono con noi dalla nascita alla morte.

Se analizzassimo al microscopio una qualsiasi sezione del corpo, la pelle, le membrane mucose, le cavità, ecc. vedremmo milioni di questi microrganismi: il tratto gastrointestinale del neonato, per esempio, non presenta batteri, ma nel giro di qualche ora se ne riempie. Quindi i batteri costituiscono una realtà positiva e non possono essere la causa della malattia, almeno non nel senso convenzionale del termine: possono complicare certamente le malattie, ma non ne sono la causa! La vita senza batteri sarebbe impossibile su questo pianeta: agiscono infatti da “spazzini” riducendo la struttura molecolare complessa in una più semplice, operano fenomeni di scissione.

Nel terreno i batteri fissano l’azoto presente nell’aria e lo convertono in nitrato necessario per l’assorbimento delle piante che poi grazie a questo potranno fornire le importantissime proteine vegetali… 

L’essere umano assimila le sostanze nutritive (vitamine, minerali, oligoelementi) che sono alla base della vita, contenute negli alimenti, perché il nostro intestino contiene circa 120000 miliardi di microrganismi (la cosiddetta “flora batterica”). 

I batteri, come è stato detto prima, fungono da veri e propri “spazzini” che riducono i tessuti morti o malati e non hanno alcuna influenza invece sui tessuti e sulle cellule vive! Il fatto che i microbi siano incapaci di penetrare i tessuti sani dovrebbe illuminarci sul fatto che qualunque sia il ruolo che giocano i batteri nella produzione di alcuni tipi di malattia, sono sempre fattori secondari e mai primari. Non possono annidarsi nell’organismo, se non quando questo è stato sufficientemente alterato da altre cause per permettere questa intrusione.

Non sono la causa della malattia, anche perché dal punto di vista igienistico, la malattia non è qualcosa che arriva dall’esterno o che è provocata da qualcosa, è un processo biologico che viene messo in atto dal corpo stesso, con l’obiettivo di eliminare le tossine che stanno inquinando pericolosamente l’organismo stesso. 

Tutto questo lo aveva scoperto un contemporaneo di Pasteur, il francese Antoine Béchamp (foto). Questo batteriologo fece delle scoperte così straordinarie che “giustamente” vennero dimenticate dalla scienza proprio perché quest’ultima ha appoggiato in toto Pasteur. 

Béchamp ha spiegato il processo della fermentazione per quello che è: un processo di digestione di microrganismi; è stato il primo a descrivere il sangue non come liquido ma come tessuto fluente. Béchamp ha scoperto i microzimi (chiamati anche somatidi) e che i germi, sicuramente sono il risultato e non la causa della malattia. 

Ma nelle Università si studia Pasteur e non Béchamp…

(Foto: pleoformismo batteri)

I microbi mutanti

Intorno agli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, il dottor Royal Raymond Rife con il microscopio che prese il suo nome, ha dimostrato che i germi sono il risultato delle malattie e non la causa.

Ma non si limitò a questo, perché riuscì a dimostrare la capacità dei microrganismi di modificarsi dal livello (o forma) di batterio a quello di fungo per giungere all’ultimo stadio: la muffa. 

Il dottor Rife identificò ben 10 famiglie nello spettro dei microrganismi, all’interno delle quali, un membro qualsiasi poteva trasformarsi in qualcos’altro a seconda del terreno biologico. Quindi i batteri sono in grado di operare mutazioni in presenza di talune condizioni interne dell’organismo e infatti, ricerche scientifiche hanno dimostrato che cambia prima l’organismo e secondariamente i batteri. In Scozia nell’Università di Edimburgo per esempio, attraverso l’osservazione di pazienti è stato dimostrato che la flora batterica cambiava nel giro di poche ore parallelamente allo stato di salute del paziente stesso. Nel giro di minuti o qualche ora i batteri dentro e sul corpo si trasformavano proprio per il cambiamento verificatosi all’interno dell’organismo.

Dai somatidi ai virus?

Dal punto di vista biologico i virus non soddisfano i requisiti che deve possedere un organismo vivente: non respirano, non digeriscono e non hanno alcun metabolismo. Sono semplicemente delle molecole di DNA (informazione) ricoperte da una membrana proteica. Quindi biologicamente parlando i virus non sono esseri viventi, non possono interagire con le cellule vive, ma solo con quelle morte.

Parlare quindi di “virus vivo” o di “virus morto” è un falso biologico. Quando invece sentite parlare di “virus attenuati” (come nel caso dei vaccini) sappiate che l’attenuazione si ottiene ricoprendo la proteina tossica (cioè il virus) di formaldeide che è già di per sé una sostanza cancerogena. 

Con il suo microscopio il dottor Rife dimostrò che nel sangue di ogni essere vivente vi sono dei piccoli puntini chiamati “somatidi” o “microzimi”. I somatidi sono microscopiche forme di vita subcellulare in grado di riprodursi. Se l’ambiente che circonda le cellule, cioè il terreno biologico, diventa acido, inquinato dalle tossine, questi puntini si legano tra loro e si modificano in virus, batteri o funghi a seconda della situazione. Il loro lavoro, come abbiamo visto, è quello di ripulire il terreno dai tessuti morti e inquinati. Se invece il terreno biologico è alcalino, i somatidi non si trasformano e i batteri non possono proliferare.

Dr. Claudio Colombo

Fonte: www.medicinapiccoledosi.it

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.com/

Alcuni articoli correlati:

La ricerca dimenticata del Dr. Rife: Le frequenze che curano "l'incurabile"

domenica

le vere cause del debito pubblico italiano



Un grande Nino Galloni, uno dei migliori economisti in circolazione, ci spiega in questo video quali soluzioni pragmatiche servirebbero per uscire dal mantra dell'austerity che ha distrutto l'Italia.
Partiamo da 2 dati oggettivi che sono sempre stati occultati dai media e dalle Università, in quanto espressioni delle lobby di potere.
L'Italia ha circa la metà dei dipendenti pubblici nelle amministrazioni in proporzione alla popolazione ed è il paese in Europa che sfrutta maggiormente i lavoratori ai salari più infami.
Non solo, cosa è successo nell'81???


A partire dal 1981 la Banca d’Italia ha “divorziato” dal Tesoro e non è più intervenuta nell’acquisto di titoli di Stato. Ciò che non viene detto, però, è che quella lontana decisione contribuì a produrre non solo l’enorme debito pubblico ma anche il primo attacco ai salari.
L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994.
Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della Ue e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca.
Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%.
Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano?
Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa.
Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%.

Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della Ue.
La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia.
Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale.
Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare. Insomma, non solo Steltzner ha torto riguardo alla Banca d’Italia, ma è il principio stesso dell’“autonomia” della Banca centrale, da lui tanto tenacemente difeso, ad aver dato per trent’anni in Italia gli stessi risultati negativi che ora sta producendo nell’eurozona.

Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale fu la ragione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro.
Ce lo spiega il suo autore, l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta.
Uno degli obiettivi era quello di abbattere i salari, imponendo una deflazione che desse la possibilità di annullare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”. Infatti, nel 1984 con gli accordi di San Valentino la scala mobile fu indebolita e nel 1992 definitivamente eliminata. Anche oggi, come allora, le presunte “necessità” di bilancio pubblico sono la leva attraverso cui ridurre il salario, in Italia e in Europa. Con la differenza che oggi l’attacco si estende al salario indiretto, cioè al welfare.

giovedì

il mostro di Ravenna, tra mito e leggenda


“Al dì 8 marzo. Come in Ravenna è nato di una monica et un frate un mamolo a questo che te scrivo. Haveva la testa grossa, coon un corno nella fronte et una bocca grande; nel petto tre lettere come vedi qua: YXV, con tre peli allo petto una gamba pelosa con una zampa de diavolo, l’altra gamba de homo con un occhio in mezzo alla gamba; mai homo se recorda simile cosa. Lo governatore della terra mandàne nella carta a papa Iulio secondo."
Ravenna otto marzo 1512, un bambino “mostruoso” viene messo al mondo da una monaca gravida di un frate.  L’aspetto del fanciullo incute terrore e sgomento tra i testimoni.  Papa Giulio II, ordina che venga subito abbandonato nel bosco, e che la sua sorte sia lasciata in mano a Dio.  La notizia sfugge da Ravenna ed in poco tempo raggiunge le più importanti corti europee, iniziano a girare rappresentazioni, disegni ed iconografie della creatura, giungono studiosi, e nascono nuove descrizioni; al mostro vengono aggiunte caratteristiche diverse, giunte da ogni parte del vecchio continente. 


Un farmacista noto di Firenze, Luca Landucci, descrive così la bestia: “Dove sono le poppe aveva dal lato ritto un fio, e dall’altro aveva una croce più in giù, nella cintola, due serpe, e dov’è la natura era di femmina e di maschio.” 
Questi tipi di nascita, in epoca passata, erano fonte di credenza della manifestazione del divino nelle vicende dell’uomo, esse erano presagi di sventura, annunciavano l’inizio di un periodo di forti travolgimenti, di crisi o di crolli di imperi, teste e corone. 
In questo caso, la nascita di quella creatura segnò l’inizio di una delle guerre più cruente e sanguinarie della storia. 
L’undici aprile del 1512, nel giorno di Pasqua, nei pressi di Ravenna l’esercito francese, guidato dal condottiero Gaston de Foix, sfidò le truppe della Lega Santa, comandata dal viceré di Napoli Raimondo de Cardona e da Pietro Navarro. 


Alla sanguinosa battaglia, dove caddero all’incirca 20 mila uomini, fu utilizzata per la prima volta nella storia l’artiglieria da campo, che rivoluzionò il tradizionale metodo di combattimento medioevale, basato sulla difesa e fortificazioni ma soprattutto dalla nobile etica della cavalleria; le armi d’artiglieria colpivano indistintamente uomini, donne, bambini e soldati. 
Alla guerra parteciparono i più grandi condottieri d’Europa: Antonio di Leyva, Fabrizio I Colonna, Fernando d’Avalos Marchese di Pescara, Ettore Fieramosca, Romanello da Forlì, Giovanni Capoccio, Raffaele de’ Pazzi, Francisco de Carvajal, Fanfulla da Lodi nell’esercito della Lega Santa; Carlo III di Borbone, Teodoro Trivulzio, il cavalier Baiardo, Odet de Foix, Federico Gonzaga, Jacques de La Palice, Yves d’Alegre, Alfonso I d’Este, Gaston de Foix da parte francese. 


L’esito della battaglia fu devastante a livello umano, i Francesi ottennero la vittoria insieme ad Alfonso d’Este, Ravenna indifesa segnò la resa senza condizioni, ma brutalmente fu presa d’assalto. 
Fu saccheggiata dei suoi tesori, furono rubati i suoi ori sacri, le chiese vennero spogliate delle loro opere artistiche, le donne furono violentate, gli uomini uccisi. 
Una barbaria indescrivibile pulsò in quegli uomini privi di ogni limite. 
Più di 2000 civili persero la vita. 
Sebastiano Menzocchi descrive così questa atrocità: “…l’esercito francese e il marchese di Ferrara dette l’assalto et batteria a Ravenna et la prese, entrano dentro ed mese tutta la terra a sacho, ammazzando gente asai peggio dei Turchi tolsero le mogli a loro mariti, et le figlie a padri et alle dolenti et afflitte madri, che, peggio che più nanzi non esplicare, le suddette mogli et figlie eran condutte in presenza et vista delli mariti et padri a svergognarle et violarle, ligando li mariti spogliava nude le innocente et infelice donne operando in loro ogni disonestà et scelleratezza, poi eseguiti gli effetti inhumani et bestiali, ammazzavano lì mariti et le donne svergognate le menavano di poi al campo, quando non havean facultà né denari da pagare le taglie, et anche rescosse le trattava come prima senza avere rispetto né a Dio né ai Santi…”. 
Testimoni oculari dicono di aver avvistato tra le mura violentate di Ravenna, la creatura demoniaca gioire e ridere nel vedere morire la città che l’aveva condannata alla morte in un bosco. 
Il giovane condottiero Francese Gaston de Foix morì sul campo di battaglia trafitto da una picca. 
A soli 22 anni, entrò nella storia come un dei più grandi generali mai esistiti. 


Il suo feretro fu trasportato fino a Milano, dove il suo corpo fu sepolto nel Duomo della città. 
La monumentale tomba fu affidata allo sculture Agostino Busti detto il Bambaia che mai terminò. 

Il Vasari descrive così l’opera non compiuta: «ell'è tale quest'opera che mirandola con stupore stetti un pezzo pensando se è possibile che si facciano con mano e con ferri sì sottili e maravigliose opere, veggendosi in questa sepoltura, fatti con stupendissimo intaglio, fregiature di trofei, d'arme di tutte le sorti, carri, artiglierie e molti altri instrumenti da guerra, e finalmente il corpo di quel signore armato e grande quanto il vivo, quasi tutto lieto nel sembiante così morto, per le vittorie avute. E certo è un peccato che quest'opera, la quale è degnissima di essere annoverata fra le più stupende dell'arte, sia imperfetta e lasciata stare per terra in pezzi, senza essere in alcun luogo murata, onde non mi maraviglio che ne siano state rubate alcune figure e poi vendute e poste in altri luoghi.»

Simone De Bernardin

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Simone De Bernardin nasce a Verbania sul Lago Maggiore il due settembre 1989. Fin dalla tenera età, dimostra di essere un bambino molto introspettivo, riflessivo e creativo, passa le sue giornate a inventare, osservare, riflettere e a domandarsi i perché dell’esistenza e tutto ciò che riguarda la vita e la natura. Verso la fine delle scuole elementari, comincia a scrivere appunti, riflessioni e poesie su ciò che gli accade e su ciò che lo circonda raccogliendole tutte in un grosso raccoglitore dove continua tutt’oggi a scrivere. Il primo anno di scuola media riceve la sua prima macchina fotografica con la quale comincia a scattare e a sperimentare la fotografia e da subito s’innamora del bianco e nero per la sua capacità espressiva di cogliere l’essenza delle cose.Studia fotografia e comincia a realizzare immagini e poesie che toccano temi tipici del Romanticismo di cui egli si sente attratto e che ne condivide i principi quali, il tema dell’infinito, il sentimento, il mistero, l’inconscio, la natura e il rapporto tra vita e morte. Nel 2012, realizza la sua prima mostra fotografica, presso il Comune di Verbania, e successivamente partecipa al concorso Il Segno dove viene segnalato come giovane artista, esponendo le sue opere a Venezia presso Palazzo Zenobio e successivamente a Milano presso la Galleria Zamenhof. Nel 2013 raccoglie un'insieme di sue poesie in un libriccino dal titolo Animam Meam. Nel 2014 termina il suo primo romanzo Lettere.