giovedì

chi ha ucciso Anna Mae?


“Gli anziani Sioux dicono che il vento ulula sempre quando viene spostato il corpo della vittima di un omicidio. Durante la veglia e i funerali tradizionali tenutisi per Anna Mae Aquash – violentata, uccisa e il suo cadavere privato delle mani - i venti di tempesta raggiunsero i 60 kilometri all’ora, battendo i campi desolati” 

(Johanna Brand – Vita e morte di Anna Mae Aquash)


Il 24 febbraio 1976, appena fuori dal villaggio di Wamblee, nel Sud Dakota, Roger Amiotte, approfittando del clima relativamente mite in quel periodo dell’anno, costruisce una cinta di delimitazione su una parte scoscesa del terreno del proprio ranch, all’interno della riserva indiana di Pine Ridge. Siamo sul confine nord orientale delle Badlands, le terre cattive dei Sioux Lakota, a due ore di auto dalle Black Hills le sacre colline dei nativi, a meno di un’ora di marcia da Wounded Knee dove nel 1890 centinaia di uomini, donne e bambini Sioux di Piede Grosso vennero massacrati dall’Esercito degli Stati Uniti. Sono le 14.00, il contadino a bordo del proprio pick-up percorre il letto di un torrente in secca in fondo ad un pendio, sul lato sinistro della striscia d’asfalto che collega la Highway 73, quando alla base dell’arido dirupo corroso dal vento scorge un corpo umano rannicchiato. Non lo tocca e corre ad avvertire le autorità a Pine Ridge, circa 160 km a sud. Nel giro di due ore sul posto accorrono vice sceriffi dalla vicina cittadina di Kadoka, poliziotti tribali indiani della riserva, nonché alcuni agenti dell’FBI. Si tratta di una giovane donna nativa semi congelata e semi decomposta, dall’apparente età di 25-30 anni, alta meno di un metro e sessanta, unghie lunghe, camicia di colore chiaro, giacca a vento rossa ed un braccialetto turchese al polso destro. Nessun documento di identità. L’autopsia sommaria e frettolosa del dottor Brown, volato apposta da Scottsbluff in Nebraska, referta la causa di morte da congelamento. Il medico, con una prassi del tutto inusuale, recide le due mani della ragazza consegnandole agli agenti dell’FBI, perché sul posto non si è in grado di rilevare le impronte digitali. Passato qualche giorno, non riuscendo ad accertarne l’identità, il cadavere viene seppellito nel cimitero dietro la chiesa cattolica del Santo Rosario, nei pressi di Pine Ridge. Una umile tomba senza nome. Il 6 marzo successivo l’FBI di Washington annuncia che le impronte digitali appartengono a Anna Mae Pictou Aquash, appartenente alla tribù MicMac della Nuova Scozia (Canada), nota attivista dell’AIM (American Indian Movement), amica intima dei leader latitanti del movimento Dennis Banks e Leonard Peltier, veterana dell’occupazione di Wounded Knee del 1973 e di molte delle successive azioni dell’AIM. La riesumazione del cadavere ed una nuova autopsia fissata per l’11 marzo, eseguita dal patologo Gary Peterson nominato dai parenti della ragazza e pagato da Candy Hamilton legale di un gruppo di sostegno dell’AIM, stabilisce che la giovane indiana non è morta assiderata, bensì uccisa con un colpo di pistola cal. 32 alla nuca sparato da distanza ravvicinata, dopo aver subito uno stupro e probabili percosse, verosimilmente 3-4 settimane prima del ritrovamento. Un vero e proprio giallo. La macchina della giustizia a questo punto si mette in moto davvero, emergono inefficienze e superficialità da parte di tutti i pubblici ufficiali protagonisti del ritrovamento e della prima autopsia. I mass media si interessano al caso e in quella parte di opinione pubblica un po’ più attenta ai fatti di cronaca nera e più sensibile agli accadimenti nelle riserve indiane si pongono diverse domande: chi è quella bella ragazza indiana e perché le è stata riservata una fine tanto orribile?


Anna Mae Pictou nasce il 27 marzo 1945 nella riserva degli indiani MicMac nella Nuova Scozia, appena fuori dal villaggio di Shubenacadie, in una delle tante comunità native squallide e devastate dalla povertà, dalla disoccupazione, dove la fame e le pessime condizioni sanitarie rappresentano la norma. Ultima di tre figli, Anna Mae cresce e studia in una scuola cattolica, dove l’unico contatto con il mondo tradizionale della tribù MicMac resta un vecchio libro di preghiere, nel quale i canti e le liturgie sono tradotte nell’antica lingua degli antenati. All’età di 11 anni è costretta a trasferirsi in una scuola residenziale fuori dalla riserva, vicino a New Glasgow, dove impara il sarcasmo e gli sbeffeggiamenti razzisti dei suoi compagni bianchi che la considerano appartenente ad un popolo pigro ed ubriacone. Lei d’altra parte, crescendo, impara il silenzio e l’indifferenza verso chi la insulta chiamandola Squaw, evitando ogni sorta di coinvolgimento, ben sapendo che agli occhi degli insegnanti la colpa di ogni contrasto viene attribuito ai ragazzi nativi, tra le risa degli altri scolari bianchi. Nell’estate del 1962, all’età di 17 anni, Anna Mae dice basta e se ne va, unendosi alla famiglia della sua amica Doris Paul nella migrazione di massa verso lo Stato americano del Maine, in cerca di lavoro stagionale. Dopo alcuni mesi come raccoglitrice di more nei quali lavora 15 ore per un dollaro al giorno, alloggiando in un letto di paglia senza acqua corrente e nell’assenza di servizi igienici di qualsiasi tipo, Anna Mae si trasferisce quindi a Boston trovando impiego come imballatrice in uno stabilimento. Stordita dalle attrazioni della metropoli americana, la ragazza sogna una vita migliore ma si ritrova presto incinta per ben due volte dell’amico MicMac Jake Maloney. La giovane coppia si impegna e riesce a stabilirsi in un appartamento, quasi una vita da bianchi, ma l’idillio dura poco e Anna Mae si ritrova sola, picchiata e tradita dal marito, con due bambine piccole in una grande città americana. La ragazza però non si dispera e si inserisce in una comunità di recupero per indiani colpiti da alcool e droga: il Boston Indian Council. Diventa parte attiva dello staff del progetto “Bicultural education school” (Tribes) e riscopre la bellezza delle proprie tradizioni, diventa insegnante di materie scolastiche nelle varie iniziative per i bambini indiani: arte, artigianato, musica e danza. Finalmente è parte di qualche cosa, finalmente si sente orgogliosa della propria cultura. Le sue bambine Denise e Deborah la seguono ovunque. Il 26 novembre 1970 la 25enne Anna Mae incontra per la prima volta i militanti dell’AIM, l’American Indian Movement, uno dei movimenti più radicali del momento al quale aderiscono anche i nativi della costa orientale come i Wampanoag, i Narraganset e i Passamaquoddy. In quell’occasione intravede Russel Means, uno dei leader del movimento, mentre con altri 200 militanti seppellisce simbolicamente la roccia di Plymouth sotto una tonnellata di sabbia, “una sepoltura simbolica della conquista dell’uomo bianco”. L’AIM è stata fondata da poco, a Minneapolis nel 1968, un periodo difficile per la storia americana: c’è la guerra fredda e impazzano le proteste studentesche, viene ucciso il senatore Robert Kennedy e le pantere nere tendono un’imboscata alla polizia di Oakland, i Vietcong lanciano l’offensiva del Tet su Saigon e giornalisti come Peter Arnett denunciano i metodi dell’establishment Yankee nel Vietnam. L’FBI, che fronteggia il dissenso su vari fronti e con molti mezzi spesso poco ortodossi, è particolarmente attenta a questi movimenti rivoluzionari, temendo che il diffondersi dei disordini minino ulteriormente la sicurezza nazionale. 


All’epoca il Presidente dell’AIM è John Trudell, cantante e poeta, tra i leaders storici figurano i telegenici Dennis Banks e Russell Means: trecce tradizionali, frange di camoscio e stivali da cowboy, poi divenuti anche attori in alcuni film di Hollywood (l’ultimo dei Mohicani) ritratti in un’occasione da Andy Warhol, personaggi carismatici e pressoché onnipresenti all’interno del movimento. Il Los Angeles Times all’epoca li definisce come "i due indiani più famosi dai tempi di Toro Seduto e Cavallo Pazzo". Diversi personaggi famosi simpatizzano per il movimento, tra loro Marlon Brando e Jane Fonda. Al di là dell’immagine, l’obiettivo dichiarato del Movimento è molto importante: tutelare gli indiani nei ghetti urbani dove da decenni sono sfollati dai programmi governativi, diventare il baluardo di salvaguardia della sovranità dei nativi americani, denunciare i numerosi episodi di molestie e di razzismo da parte della polizia ma soprattutto, almeno inizialmente, trattare temi come la spiritualità. Bisogna comprendere infatti che con il movimento l’antica religione indiana viene vissuta come segno di riscatto dalla cristianizzazione forzata, torna a vivere dopo essere stata vietata sin dai tempi di Franklin D. Roosvelt. Ancora negli anni ’60 i bambini vengono puniti se pregano alla maniera indiana, gli uomini incarcerati se praticano i bagni di sudore, le sacre pipe distrutte e i fardelli di medicina bruciati o consegnati ai musei. Grazie al movimento i missionari vengono allontanati da alcune comunità native, si torna all’uomo-medicina e si ripercorre la strada del peyote. La radicalizzazione ben presto si allarga alle riserve dell’Ovest, la stampa bianca riscopre il problema indiano ed il “red power”, anche grazie ad azioni dimostrative di vasta portata, come l’occupazione di Alcatraz del 1971. Nel novembre 1972 Anna Mae, il suo nuovo compagno Nogeeshik Aquash, un artista Chippewa originario dell’Ontario ed altri membri del Boston Indian Council partecipano all’occupazione dell’edificio del Bureau of Indian Affairs di Washington al termine della “Marcia dei Trattati Infranti” organizzata dall’AIM. Ma la svolta avviene nel febbraio del 1973, Anna Mae e Nogeeshik, lasciano le due bambine a Boston dalla sorella di lei e partono per unirsi al movimento nell’occupazione del minuscolo villaggio di Wounded Knee – simbolico luogo degli indiani Sioux, triste ricordo del massacro del 1890 – ad opera di circa 200 giovani militanti nativi i quali, dopo aver fatto irruzione nel trading post di Gildersleeve gestito da bianchi e aver preso in ostaggio per poco tempo 11 persone, si barricano attorno alla chiesetta cattolica del sacro cuore ed al museo, con lo scopo di attirare l’attenzione del mondo sulla situazione disperata della loro gente e protestare contro il regime oppressivo e corrotto del presidente tribale Wilson di Pine Ridge, che ha dalla sua parte una milizia indiana, i “goons”, vera e propria squadraccia armata che spadroneggia liberamente nella riserva. Appena Dennis Banks vede la nuova arrivata Anna Mae le dice di andare in cucina, a lavare i piatti. "Sig. Banks, " risponde Anna Mae " non sono venuta qui per lavare i piatti. Sono venuta qui per combattere. " Se è vero che Wounded Knee è il luogo ideale per i rivoltosi, viste anche le condizioni di Pine Ridge che registrano una disoccupazione del 54%, alcoolismo cronico e povertà diffusa, è anche vero che per il Governo i tempi ed i modi sono perfetti per giustificare una controffensiva assolutamente sproporzionata. Tutta l’area viene circondata da ingenti forze dell’ordine in assetto di guerra, vengono perfino schierati reparti dell’Esercito (nonostante le Leggi interne lo vietino). Si crea un assedio che dura 71 giorni nei quali le parti si scaricano addosso migliaia di proiettili, o meglio i rivoltosi reagiscono con i pochi proiettili che hanno all’immensa azione di fuoco, spesso solo dimostrativa, delle truppe assedianti: alla fine lo stallo si conclude grazie all’intervento del capo spirituale della riserva Lakota, Frank Fools Crow, che media la resa tra l’FBI, i Goons e Dennis Banks.


Nelle settimane di lotta si contano 2 indiani uccisi e diverse persone ferite, compresi alcuni agenti di polizia, 185 militanti sono trattenuti in stato di fermo. In questi 71 giorni Anna Mae sposa nel rito indiano il suo compagno e diventa una delle pochissime donne di spicco del movimento, si guadagna la stima e l’affetto di tutti, uomini e donne, ma soprattutto donne. Infatti mentre la parte femminile costituisce circa metà dei ranghi del movimento, Banks, Means e una manciata di uomini ricevono tutta l'attenzione. "Stavamo facendo quello che le donne indiane hanno fatto per migliaia di anni, stare dietro ai propri uomini e sostenerli" dice Mary Brave Bird, amica di Anna Mae e scrittrice dei discorsi per i leader dell’AIM. "Volevamo presentare un'immagine al mondo e l'uomo indiano arrabbiato era meglio della donna indiana arrabbiata. I guerrieri davano spettacolo." La fine dell’occupazione lascia però un clima avvelenato, il movimento non è più lo stesso: alcuni giovani piangono quando sanno che un altro trattato è stato firmato. “Soltanto un altro trattato da violare”. Disordini, aggressioni contro il movimento e omicidi spesso impuniti si susseguono a Pine Ridge (23 morti solo nel 1973) le indagini latitano quindi non si sa quanti crimini siano maturati all’interno del Movimento, quanti perpetrati dalle squadre di Wilson, o quanti addirittura provocati dagli agenti dell’FBI. La riserva diventa un vero e proprio regno del terrore. William Janklow, candidato per la carica di procuratore generale dello Stato del Sud Dakota, dichiara: "L'unico modo per affrontare il problema indiano nel South Dakota è quello di mettere una pistola alle teste dei leader AIM e premere il grilletto". La paura di infiltrati serpeggia per anni, fino al 1975 quando il responsabile della Sicurezza dell’AIM, Douglass Durnham, confessa di essere un agente provocatore inviato dall’FBI, una vera e propria spia operativa, incaricata di infangare il movimento costruendo ad hoc presunti contatti dello stesso con la CIA, in modo da disinnescarlo e screditarlo agli occhi della popolazione nativa. Il 12 marzo Durnham getta la maschera durante una conferenza stampa a Chicago. E’ il caos, i dirigenti dell’AIM si accusano a vicenda, il movimento è scosso dalle fondamenta. I mariti sospettano delle mogli, le sorelle dei fratelli. I vecchi amici che hanno combattuto insieme molte battaglie per i diritti civili cominciano a temersi a vicenda. Quelli incarcerati sospettano di chi viene rimesso in libertà. La strategia dell’Fbi si rivela vincente, i sospetti e le paranoie si acutizzano e coinvolgono anche Anna Mae. La ragazza, già dal 1974 viene lasciata dal marito ed inizia una relazione con Dennis Banks, divenendo (stranamente per gli osservatori) anche grande amica della giovanissima moglie del leader Darlene (Ka-mook). I sussurri, l’invidia ed il sospetto si sprecano: lei, un’indiana canadese, un’estranea a tutti gli effetti al popolo Sioux, come ha fatto a salire così in alto nel movimento? Ma Anna Mae tira dritto, va dalla sua amica Mary Brave Bird a Rosebud, studia la lingua Sioux e comincia a produrre artigianato nativo. Sa essere dura quando c’è da lottare, sensibile e ben disposta verso chiunque sia malato o disperato. Intanto le fazioni si fronteggiano, lo stesso Dennis Banks, Chippewa originario del Minnesota, viene contrapposto a Russell Means Lakota sangue puro.


Nel bel mezzo di tale situazione il 26 giugno succede l’irreparabile: i due agenti dell’FBI Ray Williams e Jack Coler entrano nella riserva cercando un certo Jimmi Eagle, responsabile di rissa e rapina avvenuta nei pressi di Oglala qualche sera prima. Nella proprietà di Jumping Bull si verifica uno scontro a fuoco, i particolari sono ancora oggi poco chiari, l’unica prova è data dall’allarme dato via radio dai due poliziotti che urlano di essere stati attaccati da alcuni uomini all’interno di un furgone rosso. L’allarme tuttavia, come prassi dell’epoca, non viene registrato su nastro. La versione è però confermata da un terzo agente Gary Adams, sopraggiunto nei minuti successivi alle fasi concitate dell’allarme. Quando le armi cessano di sparare i due agenti e un nativo di 24 anni, Joe Stunz, giacciono a terra morti. L’ira della polizia federale si scatena subito dopo, il ranch viene circondato e crivellato dai colpi di M16 delle squadre speciali, i lacrimogeni sommergono l’intera proprietà. Le indagini, sulle quali a tutt’oggi gravano diversi dubbi, incastrano tra gli altri Leonard Peltier (quest’ultimo membro dell’AIM e già ricercato dal 1972 per tentato omicidio, in possesso di un furgone simile a quello ricercato nonché di armi ritenute compatibili ai colpi rinvenuti) come uno dei 4 o 5 nativi che si trovavano verosimilmente a bordo del furgone incriminato. Lo stesso verrà arrestato mesi dopo in Canada e condannato a 2 ergastoli. Per la riserva di Pine Ridge ha inizio la lunga estate calda del 1975, per Anna Mae Pictou Aquash gli ultimi mesi di vita. La polizia rastrella tutta la zona alla ricerca degli assassini, anche Anna Mae, grande amica del latitante Peltier, viene fermata parecchie volte dall’FBI, interrogata e sempre rilasciata sotto minaccia di essere espulsa dagli Stati Uniti in quanto cittadina canadese. Questo suo entrare ed uscire dai posti di polizia fa si che i sospetti su di lei si acuiscano. La ragazza, d’altra parte, cerca di evitare ogni contatto al di fuori della riserva ben sapendo il clima che regna. Alla fine di luglio Anna Mae si reca con Dennis Banks ed alcune donne Oglala al Crow dog’s Paradise, nella vicina riserva di Rosebud, per presenziare all’annuale danza del sole. Là viene avvicinata da Leonard Crow Dog, presente forse anche il ricercato Leonard Peltier ed altri che l’accusano apertamente di essere una spia dell’FBI. Dennis Banks si affretta a precisare che la loro relazione sentimentale deve finire. Anna Mae, scossa ed in lacrime torna da sola a Pine Ridge e teme sempre più per la propria vita. Il suo proverbiale ottimismo crolla, è delusa e teme tutti: l’FBI, i Goons di Wilson, ma soprattutto l’ostilità crescente da parte del suo movimento, che per lei rappresenta la casa per cui ha dedicato la vita, rinunciando a crescere due figlie. Si confida con l’amica Mary, piange e pensa alle bambine lontane. Temendo che le sue figlie crescendo possano ritenerla una poco di buono, istruisce la sorella Rebecca, che ospita le bambine, a conservare le sue lettere “in modo che quando le mie figlie avranno l’età giusta potranno leggerle e sapere la verità … non smetterò di combattere per il mio Paese finché non morirò. E allora saranno le mie figlie a prendere il mio posto. Mi fa male il cuore ogni volta che penso alle mie bambine”. Il 18 luglio, ad un raduno nel Montana il leader AIM Vernon Bellecourt accusa apertamente sul palco l’amico Bernie Morning Gun di essere un informatore della polizia. Il sospetto reciproco tra i membri dell’AIM ha raggiunto l’apice. Nei primi di agosto Dennis Banks, condannato per alcuni fatti violenti accaduti nel ’72 nella cittadina di Custer, si dà alla latitanza. Alla fine di ottobre l’FBI di Portland (Oregon) diffonde le ricerche di un Camper Dodge Explorer con targa New Mexico di proprietà dell’attore Marlon Brando (amico e sostenitore dell’AIM) sospettando che a bordo ci possano essere i latitanti Dennis Banks e Leonard Peltier. Il mezzo viene fermato sulla Highway 80 nei pressi della cittadina di Ontario, a bordo ci sono un uomo con due ragazze: Anna Mae Aquash e Darlene Ka-mook Nichols Banks (incinta di 8 mesi) le quali scendono dal camper con le mani in alto. Il veicolo, con a bordo probabilmente Leonard Peltier, schizza via esplodendo un colpo di pistola verso la polizia prima di scomparire. Le due ragazze vengono nuovamente arrestate e rilasciate pochi giorni dopo su cauzione.


Per l’AIM è tutto chiaro, qualcuno ha dato la soffiata all’FBI circa gli spostamenti del camper. Ai primi di dicembre Anna Mae viene portata a Rapid City per essere interrogata dai membri dell’AIM sui fatti di ottobre. Ogni volta che le rivolgono domande lei scoppia a piangere. Non ci sono prove a suo carico e quindi viene ufficialmente rilasciata. Da quel momento la ragazza scompare. Solo una telefonata verso metà dicembre alla sua amica Paula Giese per dirle che a gennaio l’avrebbe raggiunta a Minneapolis. Non la raggiungerà mai. Il suo corpo verrà trovato, violentato e giustiziato sulle badlands il 24 febbraio 1976. Al suo funerale presenzia qualche famiglia della riserva, molte ragazze Oglala, due uomini-medicina che pregano ai quattro venti alla maniera Sioux, nonché le sorelle di Anna Mae: Mary Lafford e Rebecca Julian arrivate dal Canada. Le due bambine sono state lasciate a Halifax dal padre. Nessun leader dell’AIM è presente! La risposta paralizzata dell’AIM al funerale di Anna Mae dimostra quanto fosse stata efficace la campagna denigratoria che ha legato la giovane MicMac all’FBI. Molte donne, amiche di Anna Mae, si allontanano dal movimento, alcune di loro neanche provano a difenderla, temendo di essere a loro volta etichettate come informatrici della polizia. Le indagini non vengono archiviate ma proseguono in maniera blanda: le Autorità canadesi, sollecitate dai parenti, chiedono agli Stati Uniti notizie sugli sviluppi dei procedimenti, ma accettano distrattamente le comunicazioni formali che non portano a nulla. Gli anni passano, le udienze del 1976, 1982, 1994, sollecitate dai legali della famiglia, non evidenziano passi avanti, nell’indifferenza della comunità bianca e nell’omertà di quella nativa. Nell’opinione pubblica resta un solo ricordo di Anna Mae Pictou Aquash: “un’altra indiana uccisa”. Anni dopo, nel 1997, Paul DeMain un indiano Objiwa redattore del quotidiano indipendente “News from Indian Country” comincia a pubblicare articoli sul caso di Anna Mae, sostenendo di avere nuove testimonianze che possono dare una svolta al caso. Gli investigatori hanno infatti ripreso le indagini con nuovi elementi. Nel 2002 DeMain dichiara che Anna Mae e Darlene (Ka-mook) Nichols, le due ragazze mentre erano a bordo del camper di Marlon Brando in quell’ottobre del 1975, udirono Leonard Peltier confessare l’omicidio di uno dei due agenti dell’FBI: “implorava per la sua vita ma io l’ho giustiziato” avrebbe detto il latitante dell’AIM alle due giovani. Peltier dal carcere denuncia DeMain per diffamazione ma ormai il dado è tratto e le nuove informazioni, vere o false che siano, diventano di dominio pubblico. Il caso passa al procuratore Rod Oswald: la gola profonda è Darlene Ka-mook, la ex moglie bambina di Dennis Banks dal quale ha avuto 4 figli (all’epoca della relazione aveva 15 anni) che conferma le dichiarazioni del giornalista e confessa che, dopo l’omicidio dell’amica Anna Mae, si è allontanata da Banks e dal movimento accettando di collaborare con l’FBI e di indossare un microfono. 


Per anni Darlene frequenta e interroga sotto mentite spoglie almeno 10 testimoni degli ultimi giorni di vita di Anna Mae, registrando di nascosto dozzine di ore di conversazione. Vengono quindi sentiti nuovi testi. Darlene – che in quegli anni si sposa con un poliziotto indiano che segue il caso - parla anche con Arlo Looking Cloud, il fratello nullafacente di un membro dell’AIM. Questo è il riassunto dei fatti che emergono dall’infiltrazione di Darlene: il 10 dicembre 1975 Anna Mae viene portata in più luoghi dagli indiani membri dell’AIM Arlo Looking Cloud, John Graham e dalla nativa attivista Theda Nelson Clarke. Diverse persone tra le quali alcune donne proprietarie delle case sono testimoni di questi giorni di spostamenti della ragazza (una di queste donne è Candy Hamilton, giornalista nativa e attivista, che si rivelerà molto importante per il prosieguo delle indagini). Dopo un crudo interrogatorio Anna Mae viene caricata nel bagagliaio di un pick-up e portata per una nuova seduta inquisitoria a casa di Thelma Conroy Rios (altra attivista incriminata per responsabilità nell’omicidio) a Rapid City. Qui Anna Mae resta qualche giorno e viene violentata da Graham. Infine, in una gelida alba, la ragazza viene legata e trascinata da Arlo Looking Cloud e da John Graham nelle badlands, dove sarà giustiziata con un colpo cal. 32 alla testa. Durante l’udienza del 2004 Arlo Looking Cloud dichiara “la ragazza era in ginocchio, smise di piangere e pregò per le sue figlie. Poi Graham le sparò alla nuca”. Graham nega ma viene condannato all’ergastolo, per il reo confesso Arlo Lokking Cloud la pena viene ridotta a 20 anni. Il Pubblico Ministero non si accontenta, convinto che i due uomini siano solo le pedine e che i mandanti siano proprio i leaders dell’AIM. Impossibile che un membro importante come Anna Mae, la ex donna di Dennis Banks, venga uccisa in quel modo senza un ordine dall’alto. Le indagini sfiorano John Trudell che testimonia ammettendo che Arlo Looking Cloud gli aveva confessato l’omicidio di Anna Mae da parte di John Graham. Trudell getta ombre anche su Dennis Banks, sostenendo che questi nei giorni di febbraio 1976 gli avrebbe confermato che la ragazza morta era Anna Mae, ancora prima che il cadavere venisse identificato. Dennis Banks in tribunale rimanda al mittente le accuse sostenendo l’esatto opposto e incolpando Trudell. Restano i sospetti ma nessuna prova viene comunque formalizzata contro eventuali mandanti. Le due donne incriminate muoiono di malattia e gli unici incarcerati restano i due esecutori materiali del delitto. In un’intervista al New York Times Dennis Banks (deceduto nel 2017) alla domanda se fosse a conoscenza o meno dell’omicidio della sua ex ragazza, dichiara: “il Governo ha fatto di tutto per far credere a chiunque nel movimento che Anna Mae fosse un’informatrice dell’FBI … non ci sono segreti ne domande sospese. Se c’è una casa in fiamme, nessuno dà necessariamente l’ordine di spegnere il fuoco. Qualcuno và e lo fa.” Dal maggio 2012 per gli Stati Uniti d’America il caso Anna Mae Pictou Aquash è chiuso. Solamente le figlie Denise e Debbie – che hanno fatto traslare la salma di Anna Mae nella terra nativa in Nuova Scozia - continuano la loro battaglia dal Canada, convinte che i mandanti dell’omicidio della loro madre si celino tra i leaders dell’AIM. Negli ultimi anni hanno costituito l’associazione “Indigenous Women for Justice” fondata per sostenere giustizia per Anna Mae e per le altre donne native canadesi, oltraggiate e abusate all’interno delle proprie comunità. Tra le loro battaglie figura la ferma opposizione alla grazia per Leonard Peltier, pur essendo la stessa invocata invece da molte parti, compresa Amnesty International. Per Denise e Debbie egli era un grande amico di Anna Mae, deve per forza sapere e deve dire quello che sa sull’omicidio della loro madre. 


Nel 1992 il regista inglese Michael Apted gira il film Thunderheart – cuore di tuono, con l’attore protagonista Val Kilmer, inserendo liberamente la figura di Anna Mae Aquash nei panni cinematografici dell’insegnante attivista Maggie Eagle Bear. Nel lungometraggio recita anche John Trudell, ex presidente dell’AIM. 

“Una Nazione non è morta finché i cuori delle sue donne resistono” (antico proverbio Cheyenne) 

Sergio Amendolia 

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

Johanna Brand – Vita e morte di Anna Mae Aquash – Xenia; 

Mary Crow Dog – Donna Lakota – Est; 

Thomas E. Mails – Fools Crow capo cerimoniale dei Sioux Teton – Xenia; 

Philippe Jacquin – Storia degli indiani d’America – Mondadori. 

Sitografia






SERGIO AMENDOLIA

Nato 55 anni fa a Genova, sposato con 2 figli, 2 gatti e un cane, ho sempre guardato con stupore l'orizzonte e tutto ciò che quella linea rappresenta e contiene, convinto che dove il cielo finisce si celano sempre spazi e tempi lontani, spesso inesplorati o conosciuti poco e male. Forse per questo mi attira l'impostazione di questo blog ed i veli della Storia che gli articolisti provano spesso a sollevare, perché conoscere è importante e aiuta a capire ciò che siamo e come lo siamo diventati. Oltre alla nostra bella Italia ed alla sua impareggiabile ricchezza di arte e storia, mi affascinano molto gli scenari mozzafiato dell'Ovest Americano. In questi ultimi anni ne ho percorsi alcuni, ancora una volta cercando di varcare orizzonti i cui contorni sfuggono in continuazione, dimensioni che ho provato a malapena ad intuire nei volti dei nativi che ancora oggi si incontrano nelle riserve: a volte duri, scolpiti e aridi come i monoliti di arenaria rossa, probabilmente gli unici in grado di metabolizzare la sensazione di infinito che pervade quelle terre lontane. Per questo mi piace, quando il tempo libero me lo permette, collaborare con riviste e pagine web, tentando di approfondire le vicende che hanno caratterizzato la storia di quei popoli d'oltreoceano, in particolare l'epopea del West, con un occhio particolare agli uomini e alle donne che la vissero davvero, fuori dai luoghi comuni e dai grandi miti costruiti da Hollywood.

venerdì

i persuasori occulti, ieri e oggi

di Flavia Corso

Sono passati circa sessant’anni dalla pubblicazione del libro I persuasori occulti di Vance Packard. Era il 1957, e il giornalista e sociologo statunitense aveva deciso di prendere in esame i meccanismi che regolavano i consumi del popolo americano. 


A pochi anni dalla fine della guerra, ci si preparava infatti al boom economico che avrebbe caratterizzato gli anni ‘50. Il mutamento radicale della società aveva però messo in crisi gli esperti di comunicazione dell’epoca. Con l’avvento della produzione di massa, le aziende sentivano il bisogno di incrementare le vendite al fine di raggiungere un numero sempre maggiore di potenziali consumatori. La pubblicità, insomma, doveva trasformarsi. 

Il problema a cui dovevano principalmente far fronte i “persuasori occulti” (o, se vogliamo, i manipolatori sociali) era l’apparente irrazionalità del consumatore di fronte alla scelta di un prodotto. Questi persuasori si erano infatti accorti che non vi erano spiegazioni razionali alla base della decisione d’acquisto, ma le vere ragioni che portavano i consumatori a scegliere un prodotto piuttosto che un altro risiedevano nell’inconscio. 

Non era sufficiente fare un elenco delle caratteristiche di qualità che, razionalmente, avrebbero dovuto suscitare il bisogno di acquisto nel popolo americano. Spesso, anzi, questa tattica si era dimostrata controproducente, se non addirittura fallimentare, per moltissime aziende. Nemmeno i sondaggi riuscivano a far luce sui desideri inconsci dei consumatori: si era scoperto infatti che, nella maggior parte dei casi, le persone mentivano nel momento in cui veniva chiesto loro di esprimere un parere sincero su un qualsiasi tipo di merce ...


Per queste ragioni, le agenzie pubblicitarie si erano presto rese conto che, per vendere i loro prodotti, era necessario “attaccare l’inconscio” delle persone, facendo cinicamente leva sui bisogni segreti di ciascun individuo. Identificato questo intimo bisogno, “si prometteva al pubblico che l’unico modo di soddisfarlo era di acquistare questo o quel prodotto, dai condizionatori d’aria, alle miscele per dolci, ai motoscafi“.

Packard aveva individuato otto bisogni inconsci fondamentali che gli esperti di comunicazione utilizzavano per manipolare le scelte dei consumatori: la sicurezza emotiva (“il frigorifero rappresenta per molti la garanzia che in casa c’è sempre del cibo”), la stima e considerazione (“molte donne si sentono impegnate in una faticaccia per la quale non otterranno né compenso né riconoscimento morale.

Occorre quindi […] impostare la «pubblicità sulla nobiltà e l’importanza dei lavori domestici […]”), le esigenze dell’ego (“i manovratori si sentivano offesi e diminuiti dalle fotografie messe in circolazione dalla ditta, le quali davano il massimo risalto alla macchina a danno del manovratore, minuscola figura appena visibile nella cabina di comando”), gli impulsi creativi (“il giardinaggio è una «attività simile alla gravidanza», «cuocere una torta è un’azione sostitutiva del parto»), la speculazione sull’affetto (“gli agenti pubblicitari di Liberace, il celebre cantante-pianista della televisione, hanno giocato […] sul complesso edipico per «vendere» il loro divo alle donne che hanno oltrepassato l’età della maternità”), il senso di potenza (“questo bisogno di potenza, diffuso in special modo tra gli uomini, è stato individuato e sfruttato a fondo dalle industrie interessate al mercato delle imbarcazioni in America”), i legami familiari (“gli investigatori incaricati dell’inchiesta notarono che la gente, quando parla del vino, lo nomina spesso in relazione a riunioni di famiglia o altre occasioni festive”), e il bisogno di immortalità (“ciò che veramente attrae un uomo, nell’assicurazione a vita, accertarono gli psicologi, è l’implicita «prospettiva di immortalità attraverso il perpetuarsi della sua influenza”).


Gli sviluppi delle scienze sociali e della psicanalisi avevano fornito un terreno fertile per i manipolatori della mente: attraverso l’uso intrusivo di simboli, si denudava il consumatore delle sue barriere coscienti, quelle barriere che si frapponevano tra l’imperativo assoluto della vendita ad ogni costo e l’intima vulnerabilità delle persone, fatta di infantile narcisismo, senso di colpa e bisogno di prestigio. Si notava quindi che i riferimenti sessuali attraevano fortemente l’attenzione del pubblico (in particolare quello femminile), che la scelta dei colori giusti era indispensabile per raggiungere un determinato target di consumatori, che la grande automobile affascinava così tanto gli uomini perché donava loro un senso di virilità, e che anche le più radicate avversioni nei confronti di merci di un certo tipo potevano essere “curate”.

Ma il versante forse più inquietante di questo tipo di realtà riguardava la “psicoseduzione” dei bambini. Le grandi aziende davano una grandissima importanza alle nuove leve di consumatori, e avevano compreso che influenzare i bambini fin dalla più tenera età era una delle strategie più feconde per registrare un incremento delle vendite. Packard chiamava il reclutamento dei nuovi consumatori “allevamento di uomini”.

All’epoca, il libro di Packard veniva considerato fin troppo allarmista. 

Tuttavia, l’autore sapeva bene che il marketing occulto si sarebbe sviluppato nel corso dei decenni fino a raggiungere scenari impensabili per l’epoca in cui viveva. 

Nonostante in quegli anni molte aziende avessero annunciato di porre fine a questo tipo sleale di pubblicità, non è cessata l’intrusione nel nostro inconscio dei persuasori occulti; questi, nel nuovo Millennio, si chiamano “neuroscienziati”, e i loro metodi di persuasione “neuromarketing”. Non si tratta solamente di inserire messaggi subliminali dal contenuto inquietante nei cartoni animati destinati ai bambini, ma di creare un numero sempre maggiore di tecnologie in grado di far vacillare la nostre antiche certezze sul libero arbitrio. 

Oggi, molte grandi aziende fanno ricorso alla tecnologia di monitoraggio oculare (“eye tracking”): studiando il movimento delle pupille del consumatore, è possibile, ad esempio, sviluppare il confezionamento che attrae maggiormente l’attenzione del pubblico. Facebook, a giugno di quest’anno, ha sviluppato un brevetto per profilare gli utenti utilizzando messaggi subliminali nelle pubblicità, suoni non udibili dall’orecchio umano, che vengono prodotti dalla TV attivando così una registrazione audio ambientale. I neuroscienziati hanno voluto esprimere il loro parere anche in merito all’idea di un reddito di cittadinanza, passando così dalla persuasione del consumatore a quella del cittadino. In altre parole, le neuroscienze si stanno progressivamente avvicinando alla questione pubblica, non limitandosi solamente alla sfera dei consumi. Dal momento che, tramite queste suggestive tecniche, è infatti possibile rendere più attraente un prodotto agli occhi del pubblico, per quale motivo non mettere la “scienza” anche al servizio della politica? Ogni cosa, infondo, può diventare potenziale merce per gli esperti delle tecniche di persuasione subliminale, persino un’ideologia. È il trionfo del totalitarismo economico a scapito dell’etica politica, il rifiuto di rispondere alla domanda “perché no, se è possibile?”, o addirittura di porsela. Packard, tuttavia, questa domanda se l’era già posta molto tempo fa, e ad essa aveva anche dato una coraggiosa risposta.


“Il sopruso più grave che molti manipolatori commettono è, a mio avviso, il tentativo di insinuarsi nell’intimità della mente umana. È questo diritto alla intimità della mente – il diritto di essere, a piacere, razionali o irrazionali – che, io, credo, abbiamo il dovere di difendere” 
(Vance Packard).

Fonte: www.ereticamente.net

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.com/

lunedì

Andrea Matteucci, il serial killer di Aosta


Questa è la storia di un uomo come tanti, uno nato in una famiglia difficile, che al primo vagito ha respirato aria di difficoltà.
Andrea Matteucci nasce a Torino, il 24 aprile 1962. La sua è una famiglia operaia. Suo padre lavora in fabbrica, ma lo stipendio non basta. Ha precedenti penali per furto e ricettazione, ha sempre cercato di arrangiarsi anche in modi non leciti. Dopo pochi mesi dalla nascita del figlio scappa. Sparisce nel nulla lasciando nella disperazione la moglie e un neonato inconsapevole del fatto che tutta la sua vita sarà segnata.
Mamma Maria Pandiscia non ha molta scelta. Deve “campare”. Forse Andrea starà meglio a Foggia con una parente. Così il piccolo viene affidato a zia Lina, fino all’età di 5 anni. Il rapporto fra i due è sereno e felice. Lina è una mamma, dolce e gentile. Tutto procede bene, fino al giorno in cui una sconosciuta si presenta alla porta della loro casa a Foggia. Quella donna è la mamma di Andrea, ma lui non la conosce, non sa chi sia. Lo rivuole con sé e così, raccolte le sue cose, fra le lacrime, mamma e figlio vanno a vivere ad Aosta.
Poteva andare meglio? Forse sì, ma Andrea questo non lo saprà mai.
Viene messo in un istituto religioso, dove rimane fino ai 9 anni, quando cambia collegio. La mamma in casa fa la prostituta e lui lo sa.
Alla sera finita la scuola torna a casa a dormire, mal sopportato dalla madre e dal suo compagno, un uomo pieno di rabbia a violento. La donna lo vive come un peso e non come una gioia. Nel suo viso rivede il marito, il fallimento della sua vita. Inveisce spesso contro di lui, lo chiama coniglio, cagone, gli dice che è uguale a suo padre, senza futuro.
Andrea è frustrato dal lavoro della madre. Lei non fa nulla per nascondere ciò che fa, anzi lo costringe ad assistere ai suoi incontri, creando in lui un trauma insanabile. Da grande dirà: «faceva la prostituta e mi faceva assistere agli incontri con i suoi clienti. Io odio le donne che si fanno pagare per stare con gli uomini».
La violenza cresce attorno a lui e lui con essa. Mamma Maria si vanta spesso delle prodezze fatte durante l’esercizio del mestiere. Racconta al figlio di avere sparato ad un cliente, che aveva parlato male di lei, di averne ucciso un altro, e di averne evirato un terzo, perché si era rifiutato di pagarla.
Andrea ascolta, crede a tutto, infondo non ha motivo di non farlo. Respira degrado e violenza, umiliazioni e soprusi. Un giorno la madre gli racconta di aver ucciso il cane della vicina, solo perché le sta antipatica: lo ha impiccato a un albero del giardino. E la nonna? La mamma dice di averla uccisa, imbottendola di medicinali e la picchiandola sulla testa. Andrea la ricorda, anche lei piena di stranezze per lui incomprensibili: beveva l’aceto e aveva spesso allucinazioni durante le quali vedeva parlare i morti.
A 13 anni tutto cambia. Andrea ruba una bicicletta con un amico. Preso dal rimorso e dalla paura delle conseguenze decide di scambiarla con quello del suo compagno. Tornando a casa il patrigno lo vede e sapendo che quella bicicletta non gli appartiene, lo riempie di botte, lo porta in giro per il quartiere, urlando a tutti che è un ladro. L’umiliazione è forte. Andrea sente dentro di sé crescere una rabbia oscura, mai provata prima, sente nascere il desiderio di uccidere. La sua mente vacilla.
A 14 anni ne combina una grossa. Rapina la macelleria dove lavora. Ha una scacciacani in mano. Nessuno dei suoi colleghi lo prende sul serio, continuano a lavorare pensando a uno scherzo. Anche questa volta il rimorso è grande, quasi quanto la confusione nella sua testa. Si costituisce dopo una settimana. Forse allora Andrea è un bravo ragazzo. Il reato commesso non è grave, ma tanto basta perché sua madre e il compagno lo allontanino da casa. Aspettavano un pretesto.
Il tribunale non può far altro che metterlo in una comunità, dove rimane fino a 18 anni.
Quando esce torna a vivere con la mamma e il compagno. In casa rimane il meno possibile, il clima di disprezzo e ostilità attorno a lui non è cambiato. Lei continua ad insultarlo, accrescendo la sua rabbia, alimentando quel bisogno di uccidere, di vendicarsi, che sente sempre più forte dentro di sé.
Trova lavoro come meccanico, a Quart, comune vicino ad Aosta.
La sera del 30 aprile 1980 Andrea esce di casa. Incontra un uomo di nome Domenico Raso, di 50 anni, nella zona del Teatro Romano di Aosta. L’uomo è un commerciante, sposato, con due figli, segretamente omosessuale. Andrea gli piace. Lo avvicina e gli chiede se vuole appartarsi con lui, dietro all’Arco di Augusto. Il ragazzo accetta, senza pensare. Domenico gli chiede di fare l’amore. Adrea accetta di nuovo, ma quando gli si avvicina per baciarlo, il ragazzo gli sferra un pugno. L’uomo cade, faccia a terra, stordito, probabilmente sorpreso. In un attimo il ragazzo lo afferra per i capelli e lo colpisce alla schiena con un coltello che tiene alla cintura. La lama si incastra. Andrea si alza e se ne va, ma deve fermarsi, Domenico è solo ferito e ora urla forte, troppo forte, qualcuno potrebbe sentirlo. Pochi passi e riprende il coltello. Lo colpisce molte volte, mentre l’uomo resta morente a terra. Si allontana, sparendo nella notte, ancora sconvolto da quello che ha fatto, trafelato, sporco di sangue, pervaso da una sensazione mai provata prima. I giornali, giorni dopo, parlano dell’omicidio, commesso da persona ignota, in una città come Aosta, dove di omicidi non se ne vedono molti. I sensi di colpa lo raggiungono, condizionano i suoi sogni. Si ripromette di non farlo mai più.
Passano alcuni mesi. Arriva la chiamata al servizio militare. Andrea parte per Livorno, entra nella Folgore. Svolge tutto il servizio senza problemi, come barelliere. Si congeda un anno dopo con il grado di Caporalmaggiore. Pensa anche di “mettere la firma”, ma si congeda. Ci ripensa ma è troppo tardi.
Tornato ad Aosta conosce una ragazza, tramite un amico comune. È il 1983. Si sposano e vanno a vivere a Saint- Pierre. Si trasferiscono poi a Sarre e da lì a Villeneuve. Qui si stabiliscono e Andrea trova lavoro come commesso. Nel 1987 diventa padre. Tutto sembra andare bene, una famiglia normale, una vita normale. Il passato è lontano dimenticato. Almeno così sembra.
Un giorno Andrea si licenzia. Decide di diventare scalpellino. Prima va ad imparare il mestiere in una bottega, poi ne apre una sua ad Arvier, paese poco distante dal suo. Ma il lavoro non gira bene, non va come dovrebbe. E anche la vita con sua moglie diventa difficile. Non hanno più rapporti intimi, sono due estranei che litigano ogni giorno. In famiglia è un continuo tira e molla: un giorno insieme, uno distanti, con i suoceri sempre in mezzo a sostenere la figlia. Andrea sente crescere lo stress.
È il 1992. Una sera esce per andare a sfogarsi: vuole trovare una prostituta con cui fare l’amore, come fa da un po’ di tempo. Ha di nuovo litigato con sua moglie. Quella sensazione sopita da tanto rinasce dentro di lui in modo prepotente. In tasca ha una pistola che spara un pallettone, una di quelle usate per abbattere le mucche. Nel suo girovagare con il furgone passa da Brissone. Vede una ragazza che gli piace, bionda, minuta, con gli occhiali. Le chiede il nome: Daniela Zago, torinese di 30 anni. Si appartano, ma dopo un po’ comincia ad andare tutto storto. Lui non riesce a fare l’amore, è troppo stressato, arrabbiato. Lei ha fretta, vuole tornare indietro, ricominciare a lavorare. La riaccompagna. Fa un giro e poi ci ripensa. Torna da lei, le chiede di nuovo di salire e di riprovare. Lei accetta. Una volta sul furgone lui le domanda: “hai dei figli?”. Quando lei dice di noi, lui le spara alla nuca. Sangue dappertutto, ma Daniela non è morta è ferita. Chiede di essere portata in ospedale. Andrea acconsente, ma in realtà la conduce in un altro posto e le spara di nuovo: sta volta muore. Riparte per Arvier, si ferma vicino al suo laboratorio, scava una buca e la seppellisce. Torna a casa, più sereno, sollevato, per aver liberato il mondo da una persona “indegna”, volgare. Rientrato, regala alla moglie i gioielli che ha sottratto alla ragazza, per farsi perdonare delle incomprensioni di qualche ora prima. Quello che è accaduto gli resta in testa, per un mese, poi una notte torna dove ha seppellito Daniela, la dissotterra, la taglia a pezzi e poi la mette in un bidone. Le dà fuoco. Dopo qualche ora di lei non resta che cenere, che viene dispersa in una discarica.
Ad aprile del 1992 Andrea e la moglie si separano. Il bambino resta con la mamma. Lui va di nuovo a vivere Villeneuve, dove finalmente incontra il suo vero padre, quello che lo aveva abbandonato appena nato. L’uomo, scontati i suoi debiti con la giustizia, vorrebbe instaurare un rapporto con il figlio, farsi perdonare. Ha un lavoro in Puglia, una vita e vorrebbe che ora Andrea andasse con lui.
Il ragazzo accetta, ma ancora una volta le cose non sono come dovrebbero.
Il padre in realtà ha un magazzino dove ricetta camion rubati e convive con una donna che ha una figlia, Anna Maria. Andrea gli ha dato tutti i suoi risparmi, fidandosi di quell’uomo che infondo non conosce. Non può più tornare indietro, senza soldi. Così accetta di aiutarlo in questa attività illecita, mentre a poco a poco si innamora della figlia della compagna di suo padre.
Ma Andrea non è felice. Quella vita non fa per lui. Inizia a rubare furgoncini ad Aosta, dove va a vivere con Anna Maria, per poi portarli in Puglia dal padre, che li smonta e li rivende sul mercato nero. Di nuovo il rapporto con la sua ragazza va in crisi. Le liti continue lo stressano e anche quel frequente viaggiare non gli va giù. Ancora una volta la suocera si mette in mezzo e il loro rapporto finisce.
Nell’agosto del 1994, una sera che è particolarmente triste, esce di casa con la pistola in tasca. Sente il bisogno di sfogarsi. Cerca una prostituta con cui fare l’amore, come è solito fare negli ultimi tempi, in cerca di quella serenità smarrita da tempo. Comincia a girare quando, vicino a Chambave, vede una ragazza di colore che gli piace. Si chiama Clara Omarei Bee, ha 26 anni, è nigeriana. Accetta di salire con lui, non vede alcun pericolo in quel giovane con l’Ape Piaggio. Si appartano. La ragazza non è gentile, ha fretta, è scontrosa. Lui vorrebbe chiacchierare, ma lei non vuole, deve tornare sulla strada. Iniziano a litigare, volano parole, urla. Andrea le dà un pugno in faccia, poi tira fuori la pistola e le spara in testa. Aspetta un po’ di tempo, infila un preservativo, poi ha un rapporto sessuale con il corpo della ragazza. Riparte con l’Ape Piaggio, va a casa a Villeneuve, dove nel frattempo si è ritrasferito, la fa a pezzi con un coltello. Torna ad Arvier, con i resti insanguinati, li mette nel bidone usato anni prima e gli dà fuoco. Resta solo cenere, che Andrea conserva per una notte a casa. Il giorno dopo se ne disfa gettando tutto nella Dora Baltea. Si sente meglio.
Il 10 settembre, un mese dopo, è in giro con una Fiat Uno: sta andando a caccia. Sa quello che vuole fare. Incontra una prostituta di colore, Lucy Omon, vicino a Nus. Vanno a casa di lui, dove hanno un rapporto completo. Ne avranno un altro in auto, tornando verso la statale dove la ragazza lavora.
All’ultimo Andrea cambia strada, va ad Arvier, al solito posto. Improvvisamente quell’uomo gentile cerca di ucciderla, soffocandola con un cuscino che ha in auto. Non ci riesce. Ci riprova con uno straccio ma la ragazza riesce a fuggire.
Passano dei mesi, otto per l’esattezza. Andrea ha una nuova fidanzata, Anna. Con lei va tutto bene, ma quella sensazione dentro di lui non si assopisce più. Nell’aprile del 1995 viene condannato per furto d’auto. Non va in carcere, ha solo l’obbligo di firma a Saint- Pierre. Può continuare la sua vita. Il 12 maggio, con un furgone, va verso Arnauld in cerca di compagnia. Sulla strada vede una ragazza che gli piace. È albanese, si chiama Albana Dakovi, ha 20 anni. Si appartano e fanno sesso sul furgone. Lui la riporta al suo posto e se ne va. Alle 18 ci ripensa, torna da lei. Si appartano di nuovo, ma questa volta Andrea vuole solo parlare. Lei non capisce, comincia ad agitarsi, hanno una discussione durante la quale lui le dà uno schiaffo. L’uomo perde la testa. La spinge fuori dal furgone. La raggiunge con una chiave inglese in mano e la colpisce alla testa. Poi afferra un coltello, la pugnala più volte e le taglia la gola. La rimette nel furgone, per disfarsi del cadavere. Ma lungo il tragitto si ferma a fare benzina, non può permettersi di rimanere a secco. Decide di andare a Villeneuve. Porta Albana in casa, la mette in uno stanzino e si siede a pensare. Dopo sette ore decide di avere un altro rapporto sessuale con lei, con il preservativo. Il giorno dopo deve partire per la Puglia, deve portare un furgone a suo padre. Lascia la ragazza morta nello stanzino e se ne va. Il 17 maggio, al suo rientro, la fa a pezzi con il solito coltello, la porta ad Arvier, la mette nel bidone, lo stesso, e le dà fuoco. Butta le ceneri nella Dora. Di lei conserva una catenina d’oro, che Andrea pensa di regalare ad Anna.
Dopo un mese Andrea vien arrestato. Un testimone lo ha visto caricare sul furgone Albana, prima che lei sparisse. Trovano sul suo mezzo tracce di sangue della ragazza. È il 26 giugno 1995.
Andrea nega tutto, mente. La pressione è forte, sente aumentare lo stress. Il giorno dopo viene reinterrogato e ammette che è responsabile della morte della giovane, ma che è stato un tragico incidente. La sua versione non regge. Si contraddice. Tramite il confronto con vecchi casi irrisolti, fra cui quello di un omosessuale di Aosta avvenuto negli anni ’80 e quelli di due prostituire sparite nel ’92 e nel ’94, emergono collegamenti e prove a suo carico. Viene interrogata anche una giovane scampata ad un tentato omicidio, Lucy Oman, che lo riconosce come il suo aggressore. Andrea non ce la fa, crolla, ammette i delitti, l’aggressione. Ha ucciso 4 persone, ha compiuto atti di necrofilia, ha commesso atti di vilipendio sui cadevi e li ha distrutti.
Il 16 aprile 1996 la corte di Assise di Aosta dichiara Andrea Matteucci, un uomo all’apparenza normale, colpevole dell’omicidio di Albana e del tentato omicidio di Lucy. Per gli altri reati commessi resta la sua confessione ma non ci sono prove schiaccianti. La sua condizione mentale, refertata da esperti, fa accettare il ragionevole dubbio. Deve scontare 24 anni di carcere. Ma la sua vicenda non è finita qui. Al processo d’appello vien riconosciuto colpevole di tutti e 4 gli omicidi. La condanna è a 30 anni di carcere, tenuto conto del vizio parziale di mente.
Nel 2017, a 54 anni, Andrea Matteucci, il serial Killer di Aosta, torna in libertà. Ha passato gli ultimi anni in un ospedale psichiatrico a Reggio Emilia. Probabilmente continuerà la sua vita in una struttura sanitaria in Valle d’Aosta, ma questo noi non lo sappiamo, è tronato ad essere un uomo comune dal passato oscuro.

Rosella Reali

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia
Carlo Lucarelli, Massimo Picozzi - Serial Killer - 2003 - Oscar Mondadori 

http://www.serialkiller.it/serialkiller 

https://www.lastampa.it/2017/03/12/aosta/il-ritorno-a-casa-di-mister-hyde 

http://www.ansa.it/valledaosta/notizie/2017/03/10/serial-killer-aosta-tornato-in-liberta

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

martedì

Franceschetti: delitti rituali, se i killer agiscono come automi

«Ora è finita», dice il cannibale Jeffrey Dahmer ai suoi giudici. Si è arreso, il Mostro di Milwaukee, dopo aver ucciso, squartato e divorato 17 vittime. «Qui non si è mai trattato di cercare di essere liberato: non ho voluto mai la libertà, e oggi non chiedo attenuanti». Il serial killer dichiara ufficialmente di aspettarsi la pena capitale: sarebbe un sollievo, per lui. Confessa tutti i suoi delitti, ma precisa: «Non ho mai odiato nessuno. Sapevo di essere malato, o malvagio, o entrambe le cose. So quanto male ho causato, ma ora mi sento in pace: grazie a Dio, non potrò più fare del male». Si è convertito, Dahmer: «Credo che solo il Signore Gesù Cristo possa salvarmi dai miei peccati». E’ il 1992 quando viene condannato all’ergastolo. Due anni dopo, però, viene ucciso da un detenuto affetto da schizofrenia, il cui nome (Christopher Scarver) contiene, curiosamente, il riferimento a Cristo. Solo un caso? Chi lo sa. Certo è che, nei delitti anomali – cioè non scatenati da moventi ordinari (denaro, passione, vendetta) – ci si imbatte spesso in una mole impressionante di «coincidenze eccezionali». Lo sostiene Paolo Franceschetti, già avvocato delle Bestie di Satana e poi indagatore di casi intricatissimi come quello del Mostro di Firenze: una inquietante sequenza di omicidi rituali. Domanda: com’è possibile che si verifichino tutte quelle maledette coincidenze? Ed è credibile che una forza sconosciuta guidi la mano dei killer?
Franceschetti, buddista praticante e autore del saggio “Alla ricerca di Dio”, suggestiva indagine trasversale sulla spiritualità, esplorata “dalle religioni ai maestri contemporanei”, propende per una spiegazione occultistica: quella cioè di chi crede Occhiodavvero che la ritualità della cosiddetta magia possa produrre effetti concreti, pericolosamente tangibili e persino letali. A colpirlo è l’ineffabile ricorrere di troppe concatenazioni altamente simboliche e altrimenti inspiegabili, a suo parere: come se “l’invisibile” fosse una specie di lavagna, sulla quale poter imprimere precisi desideri. Dal canto suo, Franceschetti vanta anni di coraggiose ricerche condotte con rigore, partendo dalle carte giudiziarie. «Nei delitti delle Bestie di Satana – scrive, sul blog “Petali di Loto” – alcuni dei nomi dei ragazzi coinvolti sono, appunto, nomi di bestie: Volpe, Leoni, Zampollo (zampa di pollo)». La figura simbolica di Satana, nella tradizione cristiana, è sconfitta dell’arcangelo Michele: «E guarda caso, i due personaggi che in tutta la vicenda risultano la chiave per scoprire i delitti si chiamano Michele». Il primo è Michele Tollis, il padre di uno dei ragazzi assassinati, il cui cognome richiama la preghiera “qui tollis peccata mundi”. L’altro invece è un carabiniere, Michelangelo Segreto, all’epoca comandante della stazione di Somma Lombardo. «Michelangelo: qui non abbiamo solo Michele, ma anche l’angelo».
La Bestia dell’Apocalisse, sottolinea Franceschetti, in alcune raffigurazioni ha le zampe di pollo e la testa di leone: i “registi” dell’operazione Bestie di Satana, che ha coinvolto giovani sbandati (e spesso innocenti, sostiene il loro ex legale) era dunque una terribile, sanguinosa allegoria vivente, messa in scena per “rappresentare” l’Apocalisse di Giovanni? Franceschetti si concentra sulle coincidenze: Volpe sparò a Mariangela Pezzotta, colpendola alla gola. Come si chiama il luogo in cui avvenne il delitto? Golasecca. La vicenda delle Bestie di Satana, almeno per la versione ufficiale diffusa dalla stampa, finì il giorno che Volpe e Ballarin, dopo aver ucciso Mariangela, si schiantarono con l’auto presso la diga di Panperduto, dove poco dopo furono fermati. Traduzione simbologica: proprio a Panperduto, le Bestie di Satana “si perdono”. E il dio pagano Pan, aggiunge Franceschetti, nella tradizione cattolica era «una delle rappresentazioni di Satana», secondo la Chiesa medievale ancora Magia neraimpegnata a debellare il tenace paganesimo che resisteva nelle campagne. Qualcuno si è preso gioco di quei ragazzi, allestendo (a loro insaputa) una trama spaventosa?
Da Varese a Firenze, cambiano gli attori ma resta invariato l’affollamento di coincidenze anomale. Nei delitti del Mostro, le zone del delitto – se segnate su una mappa – disegnano un cerchio (magico) attorno a Firenze, rileva Franceschetti. Il capoluogo toscano «è per eccellenza la città di Dante, il poeta che mise per iscritto nella “Divina Commedia” il sapere templare e rosacrociano». In vari scritti, inclusi due saggi, Franceschetti attribuisce l’operazione “Mostro di Firenze” alla cosiddetta Rosa Rossa, potente setta formata da individui coltissimi e socialmente altolocati, passati dall’iniziale esoterismo alla degenerazione dell’occultismo più sanguinario, sulle orme del “mago nero” Aleister Crowley, teorico dei sacrifici umani a scopo propiziatorio. Il primo a mettere gli inquirenti sulla pista esoterica dei delitti rituali fu il criminologo Francesco Bruno, all’epoca consulente del Sisde. Più tardi, l’indicazione dei servizi segreti fu recepita dal super-poliziotto Michele Giuttari, commissario messo alla guida dell’unità investigativa speciale istituita a Firenze per venire finalmente a capo del giallo.
Giuttari però fu fermato a un passo dalla probabile risoluzione del caso: la pista “magica” l’ha narrata anni dopo, in romanzi divenuti bestseller, in cui l’eminenza grigia dell’organizzazione – nella fiction – risulta essere nientemeno che un prestigioso magistrato, il procuratore di Firenze. Titoli evocativi: “La loggia degli innocenti”, “Scarabeo”, “Le rose nere di Firenze”. Pedofilia, massoneria deviata, occultismo (e quel fiore, la rosa) all’ombra del potere. Lo stesso Franceschetti non ha esitato a puntare il dito contro l’allora capo della Procura fiorentina Piero Luigi Vigna, poi promosso procuratore nazionale antimafia. La moglie di Vigna, ha scritto Franceschetti, morì travolta da un’auto-pirata dopo aver denunciato il marito allo stesso Giuttari: era scossa dalla strana morte della moglie del farmacista di San Casciano, Francesco Calamandrei, deceduta in una struttura psichiatrica dopo aver dichiarato «Vigna spara, mio marito taglia». Giuttari si arrese quando scoprì che era stato Michele Giuttariviolato l’archivio d’indagine sul Mostro. Erano sparite le lettere anonime inviate anni prima agli inquirenti: buste contenenti anche resti umani, appartenenti alle vittime.
Grazie a quel misterioso furto nel quartier generale della polizia non fu possibile incrociare le impronte digitali sulle buste con quelle del medico perugino Francesco Narducci, dichiarato “annegato” nel Lago Trasimeno e citato in varie deposizioni dai “compagni di merende”, Pacciani e soci. A Perugia il pm Giuseppe Mignini fece riesumare il cadavere e scoprì che non era Narducci, il morto ripescato nel lago: prima del funerale c’era stata una clamorosa sostituzione della salma, perché la tomba riportò alla luce il vero Narducci – non annegato, ma vistosamente strangolato, sull’isoletta del Trasimeno che aveva raggiunto il 3 ottobre 1985, imbarcandosi in stato di forte agitazione, come se temesse l’appuntamento che lo attendeva. Giuttari ha ormai lasciato la polizia, dopo una sfolgorante carriera di detective antimafia, e ora affida ai romanzi la possibile verità sul Mostro di Firenze. Dal canto suo, Franceschetti insiste sui dettagli cifrati, simbologici: un codice fuori della portata di personaggi modestissimi come Pacciani, Vanni e Lotti. «Il primo delitto del Mostro è quello di Pasquale Gentilcore, e la “Vita Nova” di Dante si apre con il verso “a ciascun’alma presa e gentil core”. Più in generale la trama dei delitti richiama dal punto di vista simbolico la “Divina Commedia” e il quadro del Botticelli “La Primavera”, la cui allegoria sembra “contenere” tutti gli omicidi del Mostro.
Franceschetti cita persino il delitto Moro: la vicenda si apre in via Fani (Mario Fani, fondatore del circolo di Santa Rosa) e si chiude in via Caetani al numero 9 (cioè esattamente davanti al conservatorio di Santa Caterina della Rosa), dove viene parcheggiata la Renault rossa in cui c’era il cadavere del presidente della Dc. Per inciso: Michelangelo Caetani era uno stimato dantista, e – volendo stare al “gioco” dei simboli – le iniziali del binomio “Renault rossa” sono le stesse dell’invisibile Rosa Rossa. «Di recente – racconta sempre Franceschetti su “Petali di Loto” – mi ha abbastanza colpito il delitto avvenuto nella mia città», Viterbo (patrona: Santa Rosa), «il giorno in cui io aveva un’udienza per la vicenda del Mostro di Firenze», a causa della Il corpo di Moro in via Caetaniquerela presentata contro Franceschetti dal giornalista Mario Spezi. I fatti: duplice omicidio il 13 dicembre 2017, giorno di Santa Lucia, proprio in strada Santa Lucia. Al numero 26 (due volte 13, «ovverosia due volte il numero della morte», per certo esoterismo numerologico) vengono ritrovati uccisi due coniugi, e la donna si chiama Rosa Rita Franceschini.
In altre parole, ragiona Franceschetti, «il giorno in cui, a Viterbo, si celebra un processo che riguarda quello che io ho additato come uno dei principali esponenti della Rosa Rossa (organizzazione che ha la Rosa, e Santa Rita, tra i suoi simboli principali, e con cui firma i suoi delitti), viene uccisa una donna che ha nel nome di battesimo i simboli dell’organizzazione, e il cui cognome ha una certa assonanza con il mio». Difficile, per un simbologo, non notare la coincidenza. Quella volta furono addirittura i giornali a parlare di omicidio rituale, perché la coppia uccisa era disposta in un modo particolare sul letto, e il loro figlio (accusato del delitto) aveva appena finito di leggere il romanzo “Il grande Dio Pan” di Arthur Machen, che descrive una scena simile a quella dell’omicidio commesso a Viterbo. «Potrei andare avanti per ore», aggiunge Franceschetti, che al tema delle mattanze rituali ha dedicato centinaia di pagine. La domanda che si pone oggi è un’altra. Ovvero: come si creano, queste coincidenze così straordinarie?
Se si esclude il caso, Franceschetti non crede che un copione così complicato possa essere progettato a tavolino: scegliere i nomi delle vittime e stabilire in che data e a che ora ucciderle «richiederebbe anni di lavoro e sarebbe ad alto rischio di fallimento, a causa delle troppe variabili». Senza contare che «se dietro tutto questo ci fosse un’intelligenza umana, prima o poi – in qualche processo, in qualche atto parlamentare o in qualche libro – qualcuno ne darebbe testimonianza». Invece, solo per fare un esempio, nel delitto Moro «non risulta da nessuna parte che qualcuno abbia ordinato di acquistare proprio una Renault rossa, per poi andarla a depositare proprio al numero 9». Ed è qui che Franceschetti, per darsi una spiegazione, parla della magia. Non si limita a dire che gli assassini compiono rituali magici – cosa peraltro plausibile e confermabile. Franceschetti va oltre: per tentare di risolvere il rompicapo, ritiene che la stessa magia sia, esattamente, la spiegazione mancante. Il presupposto (purtroppo indimostrabile) sta nel credere che la pratica magica “funzioni” davvero, sul piano materiale. Paolo FranceschettiTradotto: compio un rito, e il rito scatena “forze occulte” così potenti da influire nella realtà, compresa quella di un omicidio, provvedendo anche al corredo “perfetto” delle coincidenze simboliche.
Lo stesso Franceschetti ha più volte rivelato che la magia – sempre ridicolizzata dai media – sia in realtà praticata dalle alte sfere del potere, insospettabilmente dedite all’occultismo e alla divinazione. Sempre secondo Franceschetti, alcuni delitti rituali vengono commessi con il concorso di una certa “magia”, che deve per forza “funzionare”. O meglio: «Mentre l’assassino o gli assassini agiscono sul piano materiale, un altro gruppo, o dei singoli, agiscono sul piano magico ed esoterico». Sempre sul terreno dell’indimostrabile, Franceschetti aggiunge che la cosiddetta “azione magica” potrebbe scatenare «l’azione di entità che si affiancano agli esseri umani per raggiungere il fine dell’operazione». Come se i killer agissero in una sorta di trance? «Alcune di queste entità prendono il possesso delle persone coinvolte, agendo al posto loro». Stati mentali alterati? «Un prete cattolico definirebbe queste persone “indemoniate”, mentre in gergo esoterico si dicono “parassitate”: si tratta infatti di veri e propri “parassiti psichici” che prendono il controllo, a lungo o per pochi attimi, di singole persone o addirittura di gruppi».
Inevitabile il riferimento a pratiche messe a punto da servizi segreti militari – i programmi Monarch e Mk-Ultra – per manipolare individui, trasformandoli in strumenti inconsapevoli. Franceschetti preferisce parlare del ruolo (intermedio) che sarebbe svolto da quelle che chiama “entità”. Secondo lui prendono vari nomi, a seconda delle tradizioni di riferimento: eggregore, “elementali”. «Corrado Malanga li chiamava “alieni”, e chiamava “addotti” coloro che erano sotto il controllo di queste entità. I preti li chiamano demoni e chiamano indemoniate le persone soggette a questi fenomeni. La psichiatria li chiama spesso schizofrenici» (quando il paziente “sente le voci”, la diagnosi parla infatti di psicosi). «Tutte le tradizioni magiche, di tutte le culture, e da sempre, si occupano di queste “entità” e del loro rapporto con gli esseri umani», osserva Jeffrey DahmerFranceschetti. Non è delirio paranoico, assicura: il fenomeno esiste. Ma di cosa si tratta, esattamente? Franceschetti propende per la sua tesi “spiritualistica”, ovvero: si tratterebbe di «entità non umane», anche se poi è il killer – una volta “riavutosi”, ad ammettere: «Non so perché l’ho fatto, so solo che dovevo farlo».
Lo stesso Dahmer, pentito, implorò i giudici: «Datemi il massimo della pena». Il cosiddetto Mostro di Foligno, Luigi Chiatti, ha chiesto perdono ai familiari delle sue vittime. Lo statunitense Jonh Wayne Gacy, soprannominato Killer Clown, che stuprò e assassinò decine di adolescenti, dichiarò al processo che a uccidere non era stato lui, ma il suo “doppio”. Altro dettaglio molto interessante, segnala Franceschetti, è che alcuni serial killer hanno raccontato agli inquirenti di esser stati avvicinati da persone eleganti e facoltose che si erano dichiarate “interessate alla loro attività”. «Sono molti i casi di persone che hanno ucciso e fatto vere e proprie stragi: erano persone normali, fino a un attimo prima; e poi, in pochi secondi, si sono trasformate in mostri». La causa? Franceschetti parla di “energia dell’eggregora” che scatenerebbe la furia omicida, dopo il presunto rito magico. Tornando invece al livello investigativo dell’analisi, troppe volte gli inquirenti hanno sottovalutato la matrice occultistica e rituale di un delitto, pur in presenza di segni simbolici estremamente evidenti. Jung le chiama “coincidenze significative”. Per Einstein, sono «Dio che passeggia in incognito». E il credente, si sa, ritiene che tutto venga dalla “divinità”, i cui piani sono ovviamente imperscrutabili – come il buio in cui naufragano troppe indagini.

fonte: http://www.libreidee.org/

Angela Romano di anni 9, fucilata dai bersaglieri


Castellammare del Golfo è una città di oltre 15.000 abitanti in provincia di Trapani. Sicilia. Oggi basa la sua economia sul turismo, sulla viticoltura e sulla pesca. La storia che voglio raccontarvi affonda le sue radici nelle immediatezze dell'Unità d'Italia. La proclamazione del Regno d'Italia fu l'atto formale che sancì la nascita del Regno d'Italia. Avvenne con un atto normativo del Regno di Sardegna con il quale Vittorio Emanuele II assunse per se e per i suoi successori il titolo di Re d'Italia. Il 17 marzo è ricordato annualmente come Anniversario dell'Unità d'Italia. Pochi mesi dopo, il 30 giugno del 1861, anche in Sicilia fu introdotta la leva obbligatoria, autorizzata sui nati nel 1840. La legge era odiata dai siciliani poiché, da un lato, non erano abituati all'arruolamento obbligatorio e, dall'altro, sotto il dominio dei Borbone non esisteva nessuna normativa che obbligava i giovani alla leva. Molti uomini scapparono. Per quanto concerne Castellammare del Golfo, molti giovani si rifugiarono sulle montagne, venendo meno all'obbligo voluto dal nuovo Re d'Italia. La protesta reazionaria contro la coscrizione obbligatoria si manifestò anche nelle province del Regno di Napoli, ma in maniera meno vigorosa rispetto alla Sicilia.


Per meglio comprendere quanto avvenne, affidiamoci agli scritti di G. De Sivo – Storia delle Due Sicilia dal 1847 al 1861 – che narrano di quei terribili momenti: «…..in molte parti corse sangue: a Castellammare stracciarono i decreti dalle mura; a Licata il dì del sorteggio scagliaronsi sugli uffiziali municipali, e alcuni ne morirono; Canicattì tumultuò sul finir d'agosto 1861, sedato con sangue da accorsi soldati. Non passava dì che non cadessero soldati piemontesi». Malgrado la reazione della politica, i tumulti non si placarono. Nel dicembre del 1861 si verificarono nuovi disordini a Palermo, Adernò, Paternò, Sciacca e Mazara del Vallo. Cui seguirono il primo gennaio del 1862 le dimostrazioni di Catania e Messina. Il giorno successivo insorse anche Castellammare del Golfo. Quattrocento giovani, capeggiati da Francesco Frazzitta e Vincenzo Ghiofalo, entrarono in paese ed assalirono l'abitazione del Commissario di leva e l'abitazione del Comandante della Guardia Nazionale. Le cronache ricordano che il tutto avvenne innalzando una bandiera rossa. I rivoltosi trucidarono i commissari governativi e bruciarono le loro case. Ancora una volta ci affidiamo agli scritti di G. De Sivo: «…..A Castellammare del Golfo, comune di tredicimil'anime, l'anarchia agitando gli spiriti infuriò. Già da' cantoni aveano stracciati i primi decreti per la leva; al censimento della popolazione si fremè; ma quando in dicembre si videro strappare i figli, s'esaltarono l'ire. Al capo d'anno 1862 radunatisi armati in molti al villaggio Fraginesi, s'accostarono sul vespro alla città tirando in aria, e gridando: Abbasso la leva, Fuori Vittorio Abbasso i pagnottisti, Viva la repubblica! Il giudice s'ascose; ma il delegato di polizia Gaspare Fundarò, il comandante Francesco Borruso e certi uffiziali nazionali fecero resistenza; morì il comandante con la figlia e due uffiziali, arse loro case, quelle del medico Calandra e d'Asaro. I sollevati altri uccisero, altri percossero, presero i denari al precettore de'dazii, arsero le carte comunali, del delegato, del giudicato e de' doganieri, strapparono le bandiere e l'arme di Savoia, tolsero a' carabinieri le divise, e inermi li scacciarono via. La dimane, sentendo la necessità d'avere un capo, vollero Pietro Lombardo ottimo cittadino, che non volente, pure accettò, a patto si cessasse ogni delitto; sl ebbero grazia il delegato di polizia e il sindaco, sul punto che al grido di morte a liberali erano immolati. Poscia cantarono il Te Deum per la repubblica. Accostandosi soldati da Alcamo li affrontarono; uccisero Antonino Varvaro comandante i militi a cavallo, un Bocchini sergente, e sei altri; presero feriti un tenente di linea Cesaroni e altri quindici soldati, fugarono il resto».


A questo punto le autorità della Sicilia chiesero aiuti. Il governo inviò nell'isola le truppe della brigata Alpi al comando di Pietro Quintini, generale dei bersaglieri e famoso per i suoi metodi spicci. Il 3 gennaio giunse, via mare, nella zona di Castellammare del Golfo. Dopo aver subito alcune perdite tra gli ufficiali ed i soldati, riuscì, grazie al supporto dell'artiglieria delle navi, a reprimere i tumulti sia a Castellammare del Golfo che a Marsala. A Castellammare del Golfo, le scarne cronache riportano che diversi cittadini furono passati per le armi. La cieca violenza dei bersaglieri di Quintini si abbatté su handicappati e bambini. Vi riporto l'elenco delle vittime di Castellammare del Golfo: Marco Randisi, storpio ed analfabeta, di anni 45. Angela Catalano, zoppa ed analfabeta, di anni 50. Benedetto Palermo, sacerdote, di anni 46. Mariana Crociata, cieca ed analfabeta, di anni 30. Antonino Corona, handicappato, di anni 70. Angela Calamia, handicappata ed analfabeta, di anni 70. Angela Romano, di anni 9.
Angela Romano 9 anni, fucilata dai bersaglieri del generale Pietro Quintini.
Dall'elenco dei caduti per mano del valoroso esercito piemontese, possiamo comprendere che Quintini trovò unicamente persone completamente estranee alle vicende, che – probabilmente – si erano appartate in campagna per non essere confuse con i rivoltosi. E – sempre probabilmente – non trovando nessuno su cui sfogare la rabbia, i bersaglieri uccisero ciechi, handicappati, un prete ed una bambina di nove anni.
Dove non riuscì l'uomo, riuscì la natura. 
Pietro Quintini generale dei bersaglieri morì a Terni il giorno 8 febbraio del 1865 in seguito ad una caduta da cavallo.


Vorrei ricordare che Angelina, come gli altri fucilati, non comprendeva la lingua dei soldati che gli puntarono il fucile. 
Vorrei ricordare che Angelina, come gli altri fucilati, non comprendeva le ragioni per le quali i rivoltosi erano scesi in piazza. 
Erano tutte persone con problemi fisici ed età avanzata, per cui esentate dall'obbligo di leva. 
Eppure i bersaglieri fecero fuoco.
Eppure i bersaglieri presero la bambina, la strattonarono, la tirarono ed infine l'appoggiarono al muro.
In seguito fecero fuoco.
Fecero fuoco su una bambini di 9 anni, del tutto estranea alle motivazioni per le quali i bersaglieri, comandati da Pietro Quintini, giunsero in Sicilia.
Questa è una delle tante storie che appartengono a tutti noi.
Angelina Romano vive nel ricordo di molte persone.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

G. Oddo, Il Brigantaggio o la dittatura dopo Garibaldi, 1865 

G. De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, 1868 

Cesare Cesari, Il Brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano dal 1860 al 1870, 1920 

Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, 1969

Gaetano Cingari, Brigantaggio, proprietari e contadini nel Sud (1799-1900), Reggio Calabria, Editori Riuniti, 1976


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.