sabato

SUL VOLO GERMANWINGS 4U9525CI CI SONO DELLE COSE CHE NON TORNANO E VI SPIEGO QUALI

DI MC BELT
Alcune interessanti considerazioni raccolte in ordine sparso sull’incidente del volo Germanwings 4U9525
Non ho letto il topic, ma vorrei dire ora che mi attengo rigidamente ai fatti. Ho avuto un brevetto di volo su aereo, e almeno dalla fine degli anni 80 seguo le vicende relative agli incidenti aerei. Vorrei invitare chi legge queste righe ad essere molto molto prudente su quanto accaduto ieri l’altro in Francia, perché ci sono delle cose che non tornano e vi spiegherò quali. Mai fatto dietrologia nel mio lavoro, mai nella mia vita mi bastano e avanzano i fatti.
Oggi, con una velocità davvero sorprendente, ci hanno spiegato del copilota che è rimasto solo nella cabina di pilotaggio e avrebbe deliberatamente schiantato l’aereo. Io dico che teoricamente è possibile, ma c’è qualcosa che non va. Non va il fatto che in un anno e mezzo appena si sono verificati almeno quattro incidenti assolutamente analoghi e misteriosi nelle modalità, vale a dire : 1) interruzione dei collegamenti radio senza motivo; 2) nessun mayday nessun codice di allarme sul trasponder, nemmeno quelli automatici; 3) pochi minuti dopo l’aereo inizia a deviare in qualche modo senza motivo da rotta o quota o entrambe; 3) nessun segno di vita dalla cabina di pilotaggio. In passato mai si era visto nulla di simile.
Ma i conti tornano ancora meno se si considera una ulteriore circostanza. I primi due disastri si verificano su voli della medesima compagnia malese, di uno non si troverà più niente, salvo la certezza che è caduto sull’oceano fuori rotta senza carburante, dell’altro si trova quasi tutto, ma nulla di serio o attendibile sulla causa. Tutte due gli aerei avevano una certa rotta, non identica ma vicina. Poi cosa succede? Veniamo a sapere a causa del disastro in Francia che un volo Lufthansa del novembre scorso si salva all’ultimo, e guarda caso stava succedendo qualcosa di inspiegabile. Viene detto che sulla medesima rotta fra Spagna e Germania, stessa compagnia, un aereo inizia una discesa senza che i piloti ne sappiano nulla. Cercano di fermarla ma non ci riescono sull’aereo non funziona pù nulla, dopo molte migliaia di piedi perse con un riavvio dei computer riescono infine a riprendere i comandi. La tesi dei sensori surgelati non ha nessun senso, come è noto a chiunque opera nel settore. La tesi che i computer erano andati in crisi e l’aereo era ingovernabile per questo anche, è semplicemente impossibile…in questa forma.
Allora riepiloghiamo: in un anno e mezzo quattro volte si verifica un evento in volo con caratteristiche identiche, in tre finisce in tragedia, in un caso invece tutto viene risolto, ma le motivazioni date sono semplicemente assurde. Non solo, ma due incidenti sono su rotte molto vicini tra loro e della stessa compagnia malese, due altri incidenti (gli ultimi due) guarda caso sono della medesima compagnia Lufthansa e guarda caso su rotte vicinissime.
Le coincidenze sono eccessive, tanto più che si verifica un altro fatto anomalo: dopo l’incidente francese, quello di due giorni fa, un buon numero di piloti e personale di bordo della compagnia aerea più sicura del mondo guarda caso decidono di non salire più sui propri aerei, cosa che non mi risulta abbia precedenti. Evidentemente sanno almeno quello che so anche io, e sanno che c’è un pericolo non governabile, o forse neppure chiarito del tutto. Anche oggi molti voli sono stati cancellati.
E guarda caso con una velocità senza precedenti ascoltano la scatola nera che registra le conversazioni di bordo, e viene fuori che un pilota è impazzito. Certo se fosse stato il solo incidente con queste modalità potrei crederlo, ma ci sono tutte le altre cose di cui sopra, questa fretta mai vista prima di dare una spiegazione rassicurante ai piloti in Germania, ci sono diverse cose che non vanno
…Vi è poi un ulteriore elemento curioso, senza precedenti moderni, che caratterizza i quattro eventi. Non solo dalla cabina di pilotaggio non c’ è alcun messaggio di allarme, ma dai passeggeri non arriva nulla, un sms, una chiamata. Ora, è vero, in questi ultimi due casi si può spiegare, perché la discesa era lenta ma qualcuno che si è accorto che si stava scendendo ci sarà stato…e poi il Comandante che non riesce ad entrare non attira l’attenzione dei passeggeri, almeno dei più vicini?
Ma gli altri due incidenti, quelli della compagnia malese, prevedono un volo che si prolunga per molto tempo. SI parla di ore ed ore di volo. Ma nessun passeggero manda alcun tipo di segnale come i piloti. E’ difficile questo da spiegare, molto difficile.
…Fabio..dire “aveva avuto un severo stato depressivo” fa molto comodo alla stampa.
ma è concetto che può voler dir tutto e voler dir nulla.
ci sono dei parametri ben precisi per far diagnosi di depressione…ma in linea generale servono a differenziarla dal classico “periodo no” che ognuno di noi può avere nella propria vita.
detto questo… ci sono forme latenti e ce ne sono di altre che sono difficilmente diagnosticabili… oltretutto, parlando in linea generale, è un caso specifico quello dell’ individuo che per lavoro o per altri motivi (esempio? adozione) venga sottoposto obbligatoriamente a questo tipo di colloqui. Perché in tali casi è richiesto anche un ben diverso profilo per l’esaminatore, rispetto a magari quello del medico di famiglia che ti molla il tranquillante e sta bene così.
tu parti dal presupposto, nella tua analisi, che questo avesse una depressione con istinti suicidi. Non so se nel pomeriggio ci siano stati aggiornamenti, ma leggevo dopo pranzo che la notizia era stata diffusa dalla madre di una sua amica di infanzia che bla bla bla..
anche questo..può significar tutto o niente… ma che ne sappiamo? uno può beccarsi una depressione perché perde un figlio, la mamma, il papà… ha bisogno di aiuto (tecnico e non), ma non vuol dire che per questo debba essergli precluso il ritorno alla sua vita normale. e siccome il parametro per sancire l’ok a questa cosa (perché, ovviamente, risulta nello stesso modo corretto il fatto di non poter essere leggeri soprattutto quando la vita normale significa responsabilità di vita altrui) è il test psicologico, e il copilota pare che l’avesse superato, non possiamo aggiungere nulla.
ma i casi sono infiniti.
pensa alle forze dell’ordine… hanno una depressione… ritornano in servizio (se mai l’avessero lasciato) e hanno la responsabilità di un’arma. e se impazziscono e sparano?
pensa, ripeto l’esempio, al chirurgo… e se gli salta la brocca mentre sta operando?
oppure un qualsiasi autista.
…Io capisco che sia difficile ma ci provo ancora. Non credete a me, andate a leggere quello che hanno dichiarato i piloti tedeschi sul precedente incidente. Lì ci sono cose vere, o verosimili, e qualcuna un po’ meno, ma leggendo quelle forse capite di cosa sto parlando. Loro dicono che sull’aereo non funzionava nulla, loro dicono che hanno dovuto fare manovre informatiche lunghe per rientrare in possesso di ogni comando. L’aereo stava scendendo da solo senza che nessuno dei piloti lo avesse deciso. Andate a leggere, poi ne riparliamo. Non è il pilota automatico.
Io una mia idea di massima c’è l’ho ma è inutile dirla o scriverla. Perché non ne sono certo anche io, non ho abbastanza elementi per dirlo, e allora tutti quelli tesi a vedere imperfezioni nei miei dubbi, e a non vedere o sospettare balle che vengono probabilmente raccontate a fin di bene, si scatenerebbero con qualche ragione stavolta. Io non sono un dietrologo, vedo fatti, conosco ciò di cui scrivo, e mi vengono dei dubbi, che certamente non ho solo io.
Se uno non conosce come funziona la sicurezza aerea per esempio non sa che se l’ipotesi che ho fatto è fondata certamente la scatola nera e il suo contenuto reale non vengono pubblicate. La sicurezza aerea è internazionale in mano a poche persone. È una insieme di organizzazioni unite a livello mondiale, totalmente uniformate in nome della sicurezza. Solo i vertici politici, i vertici, non i Parlamenti, forse sono a conoscenza di qualcosa di più preciso oltre naturalmente alle autorità preposte alla sicurezza. Se si diffondesse un dubbio sulla sicurezza dei voli avete idea dei danni che creerebbe? La magistratura non ascolta la scatola nera, deve fidarsi dei verbali che vengono fatti. Punto.
…Bisognerebbe capire anzitutto quanto quello che dicono gli unici testimoni di questi incidente raccontano è vero. Io non sono in grado di dirlo, nel senso che capisco che se quello che dicono è vero, è di una gravità assoluta. Un aereo passeggeri totalmente fuori controllo che inizia una discesa che dura minuti. Già solo questo dovrebbe far venire dubbi a chi crede alla versione del pilota pazzo, perché allora forse i pazzi sarebbero più di uno…Tendo a pensare o ritenere invece probabile che i piloti non siano in sé ad un certo punto della vicenda, perché altrimenti tutti i silenzi non si spiegano, non c’è modo di spiegarli. Certo a meno di non ritenere probabile in meno di un anno e mezzo quattro incidenti di questo tipo con piloti criminali suicidi ed omicidi che tra l’altro fanno cose che non sono troppo coerenti con questa tesi. E che in fretta riescono a drogare tutti i passeggeri e gli assistenti. Non regge questa spiegazione
…questo per dire che aver avuto dei precedenti in tal senso non significa poi non essere più idonei (meglio: riuscire a vivere di nuovo sereni e “normali”) a svolgere nuovamente il proprio lavoro. va valutato caso per caso.
è OVVIO, mi ripeto, che venendo appunto valutato caso per caso poi si vada ogni volta a considerare la situazione specifica…ma ci sono diversi gradi di patologia, diverse patologie e si presuppone che (ho detto prima che eventuali negligenze possono sempre esistere, ci mancherebbe) chi ha il potere di decidere che un uomo possa essere responsabile della vita di 160 persone (oltre alla sua) non venga messo lì a caso e sappia fare il proprio lavoro
…Poi altra anomalia: mai vista prima una scatola nera recuperata un giorno precedente al mattino in cui usciranno indiscrezioni sul contenuto della stessa. Sul piano scientifico è anche scorretto, perché le due scatole nere devono essere analizzate congiuntamente, e ci vuole del tempo. Ad esempio ci hanno detto che il pilota rimasto chiuso nella cabina era cosciente fino alla fine, sulla base del respiro? Oppure perché si sentono dei suoi movimenti, oppure perché azioma dei comandi di volo sino all’ultimo? Questo cè lo può dire solo l’analisi congiunta con l’ altra scatola nera quella sui parametri dei comandi aziomat
…È vero, non solo la presenza anomala di tre capi di stato, ma tutta questa vicenda non lascia presagire nulla di buono.
Vedo così se riesco a rispondere anche a Glauco: io penso che la cosa più probabile sia che ci siano azioni che definirei prudentemente di “sabotaggio”, o in alternativa meno probabile, qualche grosso e nuovo imprevisto tecnico, che mette gravemente a rischio la sicurezza dei voli. Penso che di fronte ad una questione siffatta si stia lavorando per prendere contromisure, ma penso anche che ancora queste contromisure non sono sufficienti, tant’è che la gente muore. Non so neppure se totalmente l’analisi dei problemi o dei punti di vulnerabilità sia compiuta. Provate ad ipotizzare uno scenario di questo tipo: secondo voi le autorità tecniche che si occupano di sicurezza aerea, avendo questo scenario di fronte, i massimi leader politici, lo renderebbero pubblico? Ma riuscite ad immaginare le conseguenze devastanti su economia, politica di uno scenario di questo tipo? Nessuno sano di mente le renderebbe pubblico. Uno degli errori che impedisce a tanti di capire quello che è successo deriva da non conoscenza di tante cose, ma soprattutto che il contenuto di una scatola nera così delicata non viene estratta da persone qualsiasi, magistrati, politici di medio livello, o altro, ma passa anzi tutto al vaglio di un nucleo ristrettissimo di persone che sono in grado di confezionare una versione dei fatti, che magari non è neppure detto che sia del tutto falsa, ma che certamente non è interamente vera. È ovvio che fuori di qui molte persone questo lo hanno capito, lo hanno intuito. È chiaro anche che al prossimo incidente, spero di sbagliare, succede
ra un problema molto grosso, e non basterà leggere a tempo di record una scatola nera, giungere ad una conclusione peraltro infondata certamente in alcune parti, per rasserenare il clima. È una corsa contro il tempo, bisogna vedere che arriva per primo.
Quando io me la prendo un po’ con quello che leggo, è perché a volte le cose sono così evidenti da accecare letteralmente. Cioè fatte finta che io od altri non abbiamo scritto niente sinora. Considerate solo questo ( ma nessuno ne scrive qui, accecati) : sei mesi fa due piloti sullo stesso tipo di aereo, sulla stessa rotta, hanno avuto un incidente analogo, e pubblicamente hanno spiegato cosa è successo. Hanno cambiato i sensori, ma se questa fosse stata la causa evidentemente questo incidente ultimo non ci sarebbe stato, senza parlare poi che con un minimo di conoscenza delle cose è impossibile che sensori ghiacciati provochino quegli effetti devastanti descritti dai due piloti . E poi guarda caso malgrado questo aereo sia diffusissimo solo in una compagnia e su una rotta succedono queste cose. Come potete considerarla una coincidenza una cosa del genere?
…Ipotizziamo un terrorismo o altri che in qualche modo mettono a punto una nuovo sistema di attacco al sistema di volo. Prima di tutto, noi non sappiamo niente, niente, di eventuali rivendicazioni, perché magari non a mezzo stampa qualcuno può avere rivendicato qualcosa solo a determinati ambienti e persone. Oppure possono anche non avere rivendicato nulla. Magari stanno facendo delle prove, e non vogliono dare l’allarme prima di un evento più grave. Ma è così difficile immaginarlo? Io sono basito, senza un minimo di creatività, nulla. O magari non rivendicheranno nulla perché tanto non c’è nulla da rivendicare. Andando avanti così l’effetto terroristico sarebbe devastante come mai prima d’ora alcun attentato. Veramente alcuni qui sono come quelli che vedono gli alberi ma non la foresta. Anzi sono talmente presi da ogni difetto di ogni possibile albero che vedono “due” alberi.
Fonte: http://orologi.forumfree.it
26/27.03.2015

fonte: https://comedonchisciotte.org/

venerdì

la senora, molto prima dei Rothschild







Ha-Gevereth, che tutti gli ebrei da Lisbona al Mar Rosso chiamavano La Señora, era fuggita ancora adolescente, nel 1492, dalla persecuzione in Spagna, riparando in Portogallo. Cinque anni dopo era stata costretta ad accettare il battesimo. Prese il nome di Beatrice de Luna e sposò un ebreo convertito, un mediatore di spezie e banchiere di nome Francisco Mendes/Benveniste che aveva vaste relazioni d’affari con Anversa.  Benveniste, erano una famiglia ebrea antica, nobile, ricca e erudita presente a Narbona in Francia e nella Spagna settentrionale fin dall'XI secolo. La famiglia era presente tra l'XI e il XV secolo anche in Provenza, a Barcellona, ​​Aragona e Castiglia. I Benveniste erano membri dell'amministrazione del regno di Aragona e Castiglia. Erano il Baillie ("Bayle") - l'ufficiale delle tasse e il tesoriere, Alfaquim - consigliere senior del re e medico reale a Barcellona e Aragona nei secoli XII e XIII. Detennero il titolo di "Nasi" (principe in ebraico), poiché erano e sono considerati dalla tradizione ebraica come discendenti del re David e membri della Casa del David. Tra di loro ci furono anche importanti leader religiosi e laici tra l’XI e il XIV secolo. Nel XIV e XV secolo detennero il titolo di "Benveniste de la Cavalleria" - "dei cavalieri" (un nome dato dai Cavalieri Templari ai loro tesorieri e esattori delle tasse) e Don - una persona nobile- in Aragona e Castiglia. All'indomani dei grandi massacri di ebrei iniziati in Spagna il 6 giugno 1391, alcuni tra di loro come la famiglia di Cartagena si convertirono al cristianesimo e divennero potenti conversos a Burgos. Dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 i non convertiti furono dispersi principalmente in Portogallo, in Grecia - Salonicco in altre parti dell'impero turco e nei paesi del Nord Africa. In Portogallo furono costretti a convertirsi al cristianesimo nel 1497 e divennero alcuni dei commercianti e banchieri più ricchi (la famiglia  Mendes) d'Europa. La Señora, sposata Mendes/Benveniste, rimase vedova nel 1539 e si stabilì nei Paesi Bassi prendendo il posto del marito nella direzione della banca di famiglia. Il suo tempo lo passava tra la finanza internazionale e l’organizzazione dell’emigrazione di coloro che come lei erano stati costretti alla conversione, avviandoli nei possedimenti tolleranti del sultano di Costantinopoli. Nel 1545 decise di prendere come base del suo lavoro il ghetto di Venezia che si trovava a metà strada per Costantinopoli,  il commercio con l’impero ottomano da lì era molto più rapido. Ma fu denunciata dalla sorella come giudaizzante e dovette riparare a Ferrara, dove il cugino di padre Francisco Borgia e la moglie offrivano rifugio a protestanti ed ebrei. L’Inquisizione però era alle calcagna della Señora che nel 1553 raggiunse Costantinopoli. All’epoca, il maschio della famiglia era il nipote Giuseppe, il cui padre Samuel, convertito sotto costrizione, aveva assunto il nome di Miguez poi semplificato in Micas. Samuel era stato un medico, e pur costretto al battesimo, aveva praticato in segreto la fede antica, esattamente come i Moriscos spagnoli. Tutti sapevano, in Spagna, che il giorno di sabato neppure uno sbuffo usciva dai loro camini. Samuel, assieme al figlio Giuseppe, si era trasferito nei Paesi Bassi dove era entrato a corte come medico di Carlo V. Anche Giuseppe fu battezzato. Alla corte cosmopolita e tollerante di Carlo V, il giovane figlio di Samuel fu il benvenuto per le sue qualità personali ma soprattutto per la prodigiosa ricchezza della zia: La Señora. Giuseppe giocava a dadi e a carte con Massimiliano II d'Asburgo, nipote di Carlo V e futuro Imperatore. Aveva fama di ottimo giostratore, e durante una visita ad Anversa Carlo V lo nominò cavaliere. Quando La Señora lasciò Anversa per Venezia, affidò la sua banca Mendes proprio al nipote Giuseppe che come finanziere si fece poi un nome internazionale, viaggiando anche in Inghilterra da dove gli ebrei praticanti erano stati espulsi fin dal tempo di Edoardo I. Giuseppe Micas concesse grandi prestiti alla corona francese, trattò direttamente con i potenti d’Europa, acquistando una profonda conoscenza delle realtà politiche europee. Organizzò un ampio giro di corrispondenti, persone che professavano il cattolicesimo o il protestantesimo, ma che non potevano dimenticare la loro stirpe. Il servizio informativo privato che faceva capo a Giuseppe Micas è stato paragonato a quello dei Rothschild, grandi banchieri dell’Ottocento. Intanto, La Señora, giunta a Costantinopoli tornò pubblicamente al giudaismo e riassunse il nome che il battesimo le aveva tolto da bambina: Gracia Nasi. Ordinò poi al nipote Giuseppe di raggiungerla. Giuseppe Micas, gentiluomo esperto d’armi, erudito e banchiere internazionale, attraversò i Balcani in gran pompa con venti servitori in livrea e una guardia del corpo di due giannizzeri. Nell’aprile del 1554 si fece circoncidere a Galata, il vecchio quartiere ebraico all’estremità del Corno d’Oro. Poi sposò la cugina Reyna, figlia della zia Gracia Nasi La Señora, per mantenere in famiglia la dote di 90.000 ducati. Il giorno delle nozze, l’ambasciatore francese d’Armon attraversò il Corno d’Oro per recarsi al Belvedere, il palazzo di Gracia Nasi, a presentare le felicitazioni agli sposi. Giuseppe Micas era tenuto in gran conto dal sultano, come grande conoscitore delle cose politiche europee, ma anche come finanziatore. Fu proprio attraverso la banca Mendes di Giuseppe Micas che il sultano ebbe accesso a un sistema bancario moderno. Mai prima di allora Costantinopoli aveva avuto un mercato finanziario. Non esistevano cambiali neppure con Venezia, prima controparte in affari dei turchi. Tutte le transazioni erano concluse in contanti. Tramite la banca Mendes di Giuseppe Micas, il sultano poteva ora spiccare cambiali su altre banche, in una rete che si estendeva da Salonicco, Valona e Venezia fino a Siviglia, Lisbona, Anversa, all’epoca il più grande centro finanziario dell’Europa settentrionale. Giuseppe Micas ebbe dal sultano il monopolio nel commercio di vino proveniente dalle isole greche da poco conquistate da Costantinopoli. Vino vietato dalla religione mussulmana, e si arricchì  con l’appalto delle tasse: anticipava al governo del sultano tutto l’ammontare delle tasse, e lo recuperava nel tempo dai contribuenti traendovi enorme profitto. Micas divenne così potente a Costantinopoli che gli ambasciatori stranieri al loro arrivo lo visitavano e gli offrivano doni. E capitava anche che Micas facesse loro prestiti senza interesse. Il trattato commerciale franco-turco del 1569 non fu compilato né in francese né in turco, ma in ebraico. Ma tutto questo potere e tutto il denaro erano per Giuseppe Micas come per la zia Gracia Nasi, solo un mezzo per una più grande meta.
Nel 1516 Selim I il Crudele sottrasse la Palestina ai Mamelucchi egiziani. Un gruppetto di ebrei che fuggivano dall’Europa occidentale decise di stabilirsi proprio in Palestina, che benché territorio ottomano loro consideravano la terra dei padri. Gracia Nasi, l’importante zia di Giuseppe Micas, era in contatto con una cerchia di mistici ebrei, studiosi e cabalisti, che si erano ritirati nella Palestina settentrionale, a Safed (Zefat), nei pressi della semidistrutta città di Tiberiade. La Nasi ottenne dalle autorità turche di affittare la città per un canone annuo di mille ducati, e nel 1561 Giuseppe Micas ebbe dal sultano Solimano la concessione di Tiberiade e dei vicini sette villaggi arabi. Tiberiade divenne una città rifugio, per proteggerla dagli arabi fu circondata con un quadrato di mura di circa 500 metri di lato. Furono rimesse in efficienza le saune e furono piantati gelsi. Per i suoi primi inquilini La Señora fece arrivare per mare telai e lana spagnola di prima qualità. Mise a disposizione modelli ed essi iniziarono a tessere abili imitazioni di stoffe veneziane che venivano vendute a prezzi convenienti sul mercato ottomano. Quando gli ebrei di Venezia e Roma versarono in seri pericoli, Tiberiade fu pronta ad accoglierli. Quando nel 1567 Pio V rese loro la vita impossibile, 300 ebrei lasciarono Roma per Tiberiade. Tuttavia questi antenati dei sionisti non misero mai radici, per ragioni ancora tutte da studiare e che si possono solo congetturare. Forse La Señora e il nipote Giuseppe Micas osarono troppo, in una terra comunque ostile. La società islamica tollerava gli ebrei, ma essi nella pratica dovevano accontentarsi di essere cittadini di seconda classe. Gli Arabi del luogo, timorosi di essere messi da parte, non smettevano le ostilità. I rabbini già esistenti a Safed, ben presto furono in disaccordo con i nuovi arrivati. Fatto sta che allo scadere del secolo l’esperienza di Tiberiade era già esaurita e cinquant’anni dopo nemmeno un ebreo viveva più da quelle parti. Con la sconfitta dei turchi a Lepanto nel 1570, crollò il potere e l’influenza di Giuseppe Micas sul sultano ottomano. Morì a Costantinopoli nel 1579. La zia più famosa e ricca, Gracia Nasi, era morta nel 1569 a Istanbul, alla vigilia di Lepanto.
New York City ha designato un Dona Gracia Day nel giugno 2010, seguito da un proclama simile a Philadelphia un anno dopo. I leader politici israeliani l'hanno onorata per la prima volta nell'ottobre 2010. Un sito web a lei dedicato è stato lanciato nel 2011. Ora ha anche una pagina Facebook.Il governo turco ha sponsorizzato una serata Dona Gracia a New York City e ha anche sponsorizzato una mostra a Lisbona. Ci sono state conferenze, articoli e festival in suo onore in tutta Europa. Un vino bianco italiano ha preso il suo nome. Il governo israeliano ha prodotto una medaglia commemorativa. Ora Gracia Nasi ha un museo a Tiberiade dedicato alla sua vita e alle sue azioni. È idolatrata dai discendenti dei conversi che ha salvato, che ora vivono nell'Italia meridionale, nel Centro e nel Sud America e negli Stati Uniti. Nella serie TV Muhteşem Yüzyıl, Gracia Mendes Nasi è interpretata dall'attrice turca Dolunay Soysert. Oggi esiste una Bank Mendes Gans (BMG), è una banca olandese specializzata in servizi internazionali di gestione della liquidità. Fondata nel 1883 e situata nel centro di Amsterdam, nei Paesi Bassi, BMG è una controllata indipendente del Gruppo ING (come parte del Commercial Banking. All'epoca in cui Julius Gans, nato ad Amsterdam, fondò la sua società di intermediazione Gans & Co. nel 1883, commerciava principalmente in azioni estere.  Sei anni dopo, il 23 maggio 1889, Isaak Mendes (di origine ebraica portoghese) si unì alla compagnia. Di conseguenza, il nome della società di intermediazione è cambiato in Mendes Gans & Co. Nel 1911 Mendes Gans & Co. cambiò in una banca autorizzata (sotto la supervisione e la licenza della Banca centrale olandese "De Nederlandsche Bank"). All’epoca la società era principalmente coinvolta nella gestione del portafoglio di investimenti di facoltosi cittadini olandesi. Dopo la prima guerra mondiale la banca si trasferì a Herengracht 619, una residenza signorile costruita nel 1667 per ordine di Jan Six (1618), ex sindaco di Amsterdam. L'edificio è stato progettato dall'architetto Adriaan Dortsman. La banca si trova ancora in questi locali. Con la guida della compagnia americana e azionista Dow Chemical, Mendes Gans si è concentrato sulla gestione della liquidità negli anni sessanta. Questo, di conseguenza, dopo aver ceduto l'attività di intermediazione (a ING), ha portato all'ulteriore specializzazione come banca di gestione della liquidità. Come risultato dell'occupazione nazista dei Paesi Bassi, Isaak Mendes fuggì durante le frenetiche "giornate di maggio" del 1940 nel sud della Francia, dove morì in povertà a 70 anni prima della fine della guerra. Il socio e co-fondatore Julius Gans morì nel 1928 all'età di 65 anni.

fonte: Lara Pavanetto

lunedì

l'ostetrica demone del Giappone


La parola giapponese mabiki ha il significato di estrarre le piante da un giardino sovraffollato. Nel Giappone medievale tale termine assunse, nel gergo comune, il significato di infanticidio. Il metodo tipico era quello di soffocare la vittima premendo della carta bagnata sulla bocca e sul naso del bambino. Con il trascorrere del tempo divenne comune come metodo di controllo delle nascite. Gli agricoltori spesso uccidevano il secondo o terzo figlio, mentre le figlie erano risparmiate poiché potevano sposarsi o, in alternativa, essere vendute come serve o prostitute. Qualora ci fosse stata la possibilità potevano diventare geishe, ovvero donne che intrattenevano attraverso l'esecuzione delle antiche tradizioni artistiche, quali la danza o il canto. Il mabiki persistette per tutto il XIX ed il X secolo. La pratica dell'infanticidio si diradò con il trascorrere del tempo. Attualmente in Giappone vi sono circa due milioni di nascite all'anno e, secondo il professor Wesley Pommerenke, dell'Università di Rochester , un aborto per ogni parto vivo. Secondo Pommerenke si tratta del più alto tasso di aborto al mondo, anche se non è possibile stabilirlo con esattezza scientifica. Ho introdotto il termine mabiki per narrare le vicende storiche di Miyuki Ishikawa, l'ostetrica demone del Giappone. La Ishikawa fu la più prolifica serial killer giapponese. Durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale uccise tra gli 85 ed i 169 neonati in un ospedale. La stima generale delle autorità fu di almeno 103 omicidi.
Miyuki Ishikawa nacque a Miyazaki, la capitale della prefettura omonima sull'isola di Kyushu, nel 1897. Alla fine del suo percorso di studi si laureò all'università di Tokyo. Poco tempo dopo si sposò con Takeshi Ishikawa, da cui non ebbe mai figli. Nel frattempo ottenne un impiego come ostetrica, ed in seguito direttrice, nel centro di maternità di Kotobuki. 



Con il trascorrere del tempo Miyuki Ishikawa si accorse, aiutata dalla scarsa volontà delle famiglie di crescere i bambini, che i genitori dei neonati, appartenenti alle ultime classi sociali del Giappone, non erano in grado di crescere al meglio i propri figli. Decise di rivolgersi agli enti di assistenza per chiedere aiuto per le famiglie più disagiate. Tutti gli enti rifiutarono di aiutare l'ostetrica in questa personale battaglia. Questi rifiuti influirono sulla mente della Ishikawa, tanto da spingerla ad uccidere i neonati per risolvere i problemi finanziari delle famiglie che si rivolgevano a lei ed al suo ospedale.  
Da quel momento iniziarono a morire decine di bambini all'ospedale di Kotobuki. 
L'ostetrica non ammazzò personalmente i bimbi, li lasciò deperire. 



I neonati morivano di sete e di fame. Tutti gli omicidi avvennero nel periodo compreso tra il 1944 ed il 1948. Malgrado l'enorme numero di morti, nessuno sospettò dell'ostetrica. Questa mancanza di attenzione da parte delle autorità civili dell'ospedale permise alla donna di agire indisturbata. La disattenzione, o colpa, non deve ricadere solo sulle autorità civili, poiché anche le forze dell'ordine non presero mai in considerazione la situazione che si era creata all'interno dell'ospedale. La Ishikawa non operò in solitudine: fu aiutata da un medico, Nakayama, e dal suo assistente, Kishi, che l'aiutarono a falsificare i certificati di morte. Nel suo diabolico agire fu coinvolto anche il marito, Takeshi. L'ostetrica, non paga del supporto che secondo lei regalava alle famiglie, decise di guadagnare dagli infanticidi. Iniziò a chiedere del denaro in cambio della morte del neonato: inizialmente chiese delle cifre comprese tra i 4000 ed i 5000 yen. La cifra, secondo la Ishikawa, era inferiore a quanto le famiglie avrebbero sostenuto nella vita per far crescere decentemente il bimbo, da lei ritenuto un inutile fardello. Agli inizi del 1948, finalmente, le forze dell'ordine si insospettirono dell'incremento del tasso di mortalità infantile dell'ospedale nel quale lavorava l'ostetrica. Il 12 gennaio due agenti della locale stazione di polizia trovarono i resti di cinque bimbi. 



Le autopsie dimostrarono che le morti non erano accidentali ma volontarie. La Ishikawa fu arrestata, insieme al marito Takeshi, il 15 gennaio del 1948 mentre si trovava alla stazione di Waseda. L'arresto dell'ostetrica diabolica, e del marito sciacallo, interruppe la catena di infanticidi. Inizialmente le autorità attribuirono alla coppia 160 omicidi premeditati. Si procedette alla riesumazione di molti cadaveri ed allo svolgimento di decine di autopsie. Furono riscontrati segni di deperimento fisico e la totale assenza di cibo e latte nello stomaco. Le autorità compresero che le morti non furono accidentali ma intenzionali. Gli inquirenti accertarono 85 omicidi. Essendo la cifra troppo misera rispetto ai 169 omicidi dei quali era imputata, decisero di alzare la cifra degli infanticidi a 103.
I responsabili furono processati dal tribunale distrettuale di Tokyo. 



Takeshi ed i medici furono giudicati colpevoli di complicità in omicidio.
Miyuki Ishikawa fu ritenuta responsabile di tutti gli infanticidi, malgrado si fosse giustificata incolpando i genitori di irresponsabilità. Tale difesa, che a noi sembra assurda, riuscì a trovare parzialmente d'accordo una parte del folto pubblico che si interessò alla vicenda.
A causa di un vuoto giuridico della legislazione giapponese di allora, tutti gli imputati non furono condannati a morte.
Takeshi ed i medici furono condannati a 4 anni di carcere.
La donna a soli 8 anni di prigionia.
Nel 1952 tutti gli imputati fecero appello contro la sentenza riuscendo ad ottenere uno sconto di pena che ridusse della metà gli anni da trascorrere in prigione.
Da allora della coppia non si seppe più nulla.
Gli infanticidi commessi dalla Ishikawa sono considerati il motivo principale per cui il governo giapponese iniziò a considerare la legalizzazione dell'aborto. Una delle ragioni, forse la più importante in quel contesto storico, che fu ritenuta la scintilla per questi incredibili avvenimenti fu l'incremento del numero di bambini indesiderati nati in Giappone. Il 24 giugno del 1949 fu legalizzato in Giappone l'aborto per motivi economici.
Casi analoghi, che non raggiunsero le cifre dell'ostetrica diabolica, si verificarono negli anni precedenti gli avvenimenti narrati: nel 1930 ad Itabashi si verificarono 41 infanticidi di bimbi adottivi. Nel 1933 Hatsutaro Kawamata fu arrestato per aver ucciso 25 bambini adottivi.
Il governo giapponese era pienamente consapevole dei problemi del paese ma non fece nulla per migliorare la situazione.
Vorrei ricordare che sino al 1907 in Giappone l'infanticidio da parte di un genitore era considerato come un reato di lesioni personali. 


Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

Bibliografia


Shiono, Hiroshi; Atoyo Maya; Noriko Tabata; Masataka Fujiwara; Jun-ich Azumi; Mashahiko Morita (1986). "Medicolegal aspects of infanticide in Hokkaido District, Japan". American Journal of Forensic Medicine and Pathology

Vaux, Kenneth (1989). Birth Ethics. NY



FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

venerdì

Pippo, la bestia assassina di bambini

L’odore del sangue, il rumore della carne lacerata, le grida, le lacrime dei bambini, il dolore. I suoi occhi freddi, profondi come l’abisso, non hanno mai avuto un attimo di esitazione. 142 sono le sue vittime accertate, ma il pozzo nero della sua anima racchiude ben altri segreti, che forse non conosceremo mai. 
Luís Alfredo Garavito Cubillos è nato il 25 gennaio 1957 in Colombia, a Génova, una graziosa cittadina nel dipartimento di Quindío. I suoi amici lo conoscono come Trivilín, Pippo, l’amico di Topolino, a causa della sua andatura ciondolante, dovuta ad un difetto congenito ad una gamba che lo costringe a zoppicare. Dopo il suo arresto sarà ricordato come “la bestia”. 
La sua non è una famiglia di quelle del Mulino Bianco, non c’è una grossa tavola imbandita attorno alla quale riunirsi, non ci sono feste e risate e soprattutto manca l’affetto dei genitori. Ha 6 fratelli più piccoli. Il padre lo maltratta fin dalla tenera età, non lesinando botte e violenze di ogni genere. È un bambino intelligente, che va bene a scuola; la frequenta fino alla quinta elementare, poi il clima politico generale nel paese costringe tutta la famiglia al trasferimento a Ceilàn, nella valle del Cauca. Il papà è sempre più violento, con tutti, arrivando ad accoltellare la madre di Luís Alfredo mentre è incinta durante una lite scoppiata per futili motivi. Ma al peggio non c’è mai fine. Violenza chiama violenza e le persone che frequentano casa sua non sono certo raccomandabili. La sua visione negativa della vita diventa ancor più nera il giorno in cui un amico del padre, che abita vicino a loro, lo rapisce, lo lega al letto e lo violenta sottoponendolo a incidibili sevizie. Luis Alfredo non parla, è sconvolto. Si sente umiliato e ha paura. Il suo silenzio dà via libera a quell’aguzzino che frequenta casa sua regolarmente, che beve birra con suo padre sulla veranda nelle sere d’estate. Le molestie continuano per due anni, fino al giorno in cui la famiglia si trasferisce nuovamente, andando a vivere a Trujillo. La prospettiva di un nuovo inizio lo aiuta per qualche tempo, ma sembra quasi che il destino si accanisca con lui, o forse, chi sta attorno a lui, percepisce lo stato di abbandono e violenza in cui i bambini sono costretti a crescere. Viene nuovamente stuprato. Questo ennesimo sopruso cambia nel profondo il suo carattere e il suo essere. Inizia a rivolgere le sue attenzioni verso i bambini, cadendo in una spirale di orrore che lo accompagnerà per tutta la vita. 
Durante l’adolescenza viene arrestato. Un giorno passando nei pressi di una stazione, un bambino che sta giocando attira la sua attenzione. Un impulso incontrollabile lo spinge a rapirlo e a cercare di abusare di lui. Luís Alfredo sente il bisogno di possederlo, ma il bambino si divincola, urla, piange. Alcuni passanti si accorgono di quello che sta accadendo e chiamano la polizia, che interviene subito e lo porta in carcere. 
Risolta la questione con la legge il ragazzo torna casa, ma trova la porta chiusa. Il padre lo allontana, non vuole più saperne di lui e delle sue follie. Comincia così la sua vita da solo. Trova lavoro come bracciante agricolo, guadagna abbastanza per permettersi una casa e forse una stabilità. Ma le sue pulsioni notturne, quelle inconfessabili, arrivano con il calare del sole, con l’alcol di cui abusa. Gli piace appartarsi con i ragazzini che si prostituiscono per strada per pochi soldi; si sente appagato, padrone della situazione, forte. Sente allontanarsi il ricordo di ciò che era stato lui, una vittima impaurita degli abusi peggiori, della violenza fuori e dentro casa. Cerca disperatamente la normalità, una donna che lo aspetta la sera, una famiglia che lo riempia di quell’affetto che da bambino non ha conosciuto. 
Conosce una ragazza, Luz Mary. Per un po’ Luís Alfredo crede che tutto possa cambiare, che stando accanto a lei potrà risolvere i suoi problemi, quelli di cui non parla a nessuno. Vanno a vivere insieme, ma il sesso non funziona, non va proprio. Non riescono ad avere un rapporto completo, lui non ce la fa. Nonostante tutto restano insieme diversi anni. Dopo qualche tempo si trasferiscono ad Armenia, nel Quindío, una grande città con oltre 200.000 abitanti. Un territorio di caccia infinito per lui, per la sua fame più nera. 
Trova lavoro in un supermercato. Ogni giorno entra in contatto con un numero considerevole di potenziali vittime, tutte minorenni. Li osserva, li ascolta ridere, chiacchierare, li avvicina senza parlare, annusa il loro odore, sfiora la loro mano dando il resto in denaro o porgendo una cosa. Gli gira intorno come fa un predatore, assaporando il momento in cui sferrerà il suo l’attacco. Sente crescere la pulsione verso di loro a tal punto che durante la pausa va a caccia di bambini, nelle cittadine vicine. 
Il suo agire è sempre lo stesso: li avvicina con il suo aspetto rassicurante, li convince a salire in auto con una promessa, li rapisce e li porta in un luogo isolato, dove li lega e li violenta, certo del loro silenzio, lo stesso che lui aveva mantenuto molti anni prima. 
Nel 1980 Luís Alfredo ha 23 anni. All’apparenza “Pippo” è uno come tanti. Quel suo lato oscuro è ben nascosto dalla vergogna delle sue vittime. Ma la sua evoluzione continua. Giorno per giorno si trasforma nel mostro che poi conosceremo dopo l’arresto. Inizia a sentire delle “voci” che guidano le sue azioni. 
Al rapimento e al brutale stupro, si aggiungono sevizie e torture di vario genere, inferte con vari attrezzi: candele, lamette, accendini, corde… lo scenario si complica, la violenza cresce incontrollata. Secondo le indagini svolte, un bambino al mese sarebbe finito nelle mani di Garavito dal 1980 al 1992. Un numero impressionante di vittime. Il passare del tempo fa maturare in lui un sopito istinto omicida. 
Una sera, mentre si aggira ubriaco in un giardino pubblico di Jamundì, posa lo sguardo da predatore su un bambino di nome Juan Carlos. Decide in un attimo che deve essere suo. Lo avvicina, con la solita aria rassicurante, nonostante la puzza di alcol del suo fiato, gli offre dei soldi in regalo. I due i appartano in un luogo isolato e la ferocia dell’assassino viene a galla. Lo violenta con brutalità, lo sevizia e poi lo accoltella. 
La sua vera natura si è compiuta, da quel giorno indossa i panni del killer spietato, meticoloso, metodico, organizzato. 
Dopo pochi giorni colpisce di nuovo, a Tulùa. Attende il calare della sera, assume alcolici fino a stordirsi, avvicina un bambino, lo porta in un luogo isolato, lo fa bere e inizia il suo rituale di sesso e morte. 
Tagliare le sue vittime gli piace, gli dà grande soddisfazione. Impara a praticare un’incisione verticale nell’addome dei piccoli, talmente profonda da lasciare scoperte le viscere., ma non abbastanza da uccidere subito. La coscienza della morte che sopraggiunge negli occhi dei bambini lo fa sentire forte, quella fiammella che si spegne lentamente, che lo fa sentire padrone della loro vita. Muoiano dissanguati, fra le lacrime e il fetore della paura. 
Il suo agire a volte cambia; si spinge a sperimentare torture nuove. Otto delle sue vittime saranno trovate senza dita. Finita l’ebrezza del momento, cessate le voci che lo guidano, Luís Alfredo piange. Il rimorso lo assale, si ripromette di non farlo più. Recita la Bibbia, implorando perdono a Dio. Fino alla prossima volta, magari fino a domani. Passano 6 anni. L’assassino perfetto, che si sposta, di città in città, di regione in regione, invisibile, imprendibile. La mappa dei suoi spostamenti è considerevole. Tracce del suo passaggio sono ritrovate in 51 posti differenti. 
Tra i suoi luoghi preferiti c’è Pereira ed è proprio lì che le autorità trovano le fosse comuni utilizzate da Luís Alfredo: affiorano dalla terra i resti di 42 bambini, scomparsi dalle strade invase da droga e prostituzione. Mischiato fra la gente comune che cerca di dimenticare ogni sera le proprie miserie, Garavito è un cacciatore capace, silenzioso e discreto. E le sue prede sono come lui, fantasmi fra tanti, bambini senza volto che se spariscono nessuno rimpiange. Molti vivono per strada di espedienti, chiedendo l’elemosina, vendendo il proprio corpo per sopravvivere o per procurarsi la dose quotidiana. 
Solo il ritrovamento delle fosse comuni di Pereira smuove la situazione. A farsi delle domande per primo è il medico forense che esamina i resti ritrovati: il dottor Carlos Hernàn Herrera riconosce una mano comune. Individua un filo conduttore che gli permette di tracciare un profilo: la violenza sessuale, le sevizie, le ferite con armi da taglio e un colpo finale alla gola, che separa la testa dal resto del corpo. 
Finalmente partono le indagini, non più solo per sparizione di minore, ma per omicidio. I primi ad essere presi in esame sono i violentatori di bambini. Sbuca un nuovo cadavere. Herrera, chiamato sul posto trova, oltre al cadavere, alcuni indumenti che si presume siano dell’assassino. Qualcosa lo ha disturbato, costringendolo a lasciare sul luogo dell’aggressione, occhiali, pettine, scarpe e pantaloni. Il patologo aggiunge elementi al suo profilo: è un uomo, magro, probabilmente zoppo, alto circa m. 1,65. Le indagini portano a due possibili sospetti, uno è Luís Alfredo, schedato per un precedente arresto a Tunja. In quel caso è fermato con l’accusa di aver stuprato, decapitato ed evirato un ragazzino. Nonostante i sospetti, Garavito ottiene, grazie al suo aspetto innocuo, l’appoggio della comunità intera, che crede che sia finito per caso nei guai. Le porte del carcere per lui si aprono, il predatore è libero di continuare ad uccidere gli invisibili delle strade delle Colombia. 
Questa volta è diverso. Il profilo porta a lui, le autorità vogliono vederci chiaro e vanno a casa del sospettato. 
È l’aprile del 1998. Bussano alla porta, forte. Apre una donna, la sua convivente. Le spiegano perché sono lì, quali sono le accuse che contestano al suo compagno. Il suo viso tradisce un sincero stupore: Luís Alfredo un assassino stupratore? Non è possibile che quell’uomo con cui vive come un fratello, che mai ha dato segno di squilibrio, sia un sadico assassino di bambini, non ci può credere. Iniziano la perquisizione e trovano quello che non speravano: appunti di viaggio, biglietti del bus, ricevute di banca, ritagli di giornale. Luz Mary dice che è normale, il suo compagno viaggia per lavoro, come possono sospettare di un uomo buono come il suo Luís Alfredo? 
Ma la fortuna lo assiste ancora, e le attenzioni si spostano su un altro sospettato. 
È ora di traslocare, così la famiglia Garavito torna a Génova nel giugno del 1998, dove tutta la vita ruota attorno alla coltivazione del caffè di montagna colombiano. 
A lavorare nei campi sono i spesso i bambini, da soli, prede a portata di mano del cacciatore. Nessuno fa caso se sparisce qualche bambino, è già capitato in passato. Pochi giorni e cominciano a comparire le prime vittime. Fra le piante di caffè vengono rinvenuti i corpi di tre ragazzini di 9,12 e 13 anni. Sono stati torturati e smembrati. Dopo un esame più attento emergono i segni della violenza sessuale. Gli inquirenti indagano, cercano collegamenti con altri crimini simili e arrivano a Garavito. Ancora una volta nessuno lo arresta, infondo le precedenti indagini non hanno portato a nulla, e il suo aspetto inoffensivo non lo rende un pericolo agli occhi della gente. Ma prima o poi Pippo commetterà un errore. 
Quel momento arriva il 22 aprile 1999. Fa molto caldo, la giornata è afosa. La strada di Luís Alfredo si incrocia con quella di un ragazzo di 16 anni di nome Brand. Il giovane fa lo sfasciacarrozze a Villavicencio, è in pausa pranzo e si apparta dalla sede di lavoro per fumare una canna lontano da occhi indiscreti. Improvvisamente sente delle urla, forti, di terrore, di dolore. Corre verso l’origine di quel grido straziante e vede un uomo chinato su un ragazzino nudo, legato mani e piedi. Il piccolo si chiama John Ivàn, ha 12 anni e il volto segnato dalle lacrime. Brand si avvicina, capisce subito che qualcosa non va, che quello che sta vedendo è sbagliato. Luís Alfredo lo rassicura, gli dice che è solo un gioco fra amici e nel farlo taglia la fune che lega i piedi del bambino. Appena libero, il piccolo e il suo inconsapevole salvatore scappano per i campi, senza mai voltarsi, corrono fino a raggiungere le prime case. Ai soccorritori racconta di essere stato avvicinato da un uomo sconosciuto, zoppicante, mentre vendeva i biglietti della lotteria nella piazza del paese. In un attimo si è ritrovato nei campi, nudo, legato, in balia di un mostro. Le forze dell’ordine si mobilitano. Comincia una caccia all’uomo che deve portare a un colpevole. Garavito è fermato mentre sta cercando di fuggire, approfittando della notte. John Ivàn lo riconosce subito. Luís Alfredo nega tutto, ma lo zaino che si porta dietro lo inchioda: nel suo interno ci sono un coltello, un tubetto di vaselina, una corda. I dubbi si dissipano in un attimo. La folla che si è radunata attorno a loro vuole giustizia subito, la polizia deve intervenire per impedire il linciaggio. 
A capo delle indagini c’è il sergente Pedro Babatita. Le accuse che vengono rivolte al Garavito sono pesanti: gli contestano 118 omicidi. Lui ascolta, calmo, distaccato, stupito di quelle accuse. 
Poi, dopo l’ennesimo interrogatorio, crolla, scoperchiando l’abisso che si nasconde dentro di lui. Racconta del suo passato violento, di come adesca i bambini per avere rapporti sessuali con loro, delle sevizie, ripetute a volte per ore, della lenta agonia a cui li sottopone per vedere la vita scivolare via: un colpo sotto al cuore, il taglio lento in verticale, due tagli sulle natiche, poi sulle mani e attorno alle costole. Dopo il dissanguamento, la decapitazione. E di nuovo “Pippo la bestia piange”, si dispera. Poi si calma e riprende a parlare. Racconta della sua agenda, quella su cui ha annotato tutti gli omicidi commessi, in ordine cronologico, con data, luogo. 142… un numero impressionante. Seguono 7 ore di confessione. Un fiume di sangue. 
Ed ora Luís Alfredo che fine ha fatto? In Colombia la pena più pesante che si possa comminare è di 40 anni di reclusione, cioè circa 102 giorno per ogni vittima. 
Vengono ritrovati altri cadaveri, ma Luís Alfredo non si attribuisce questi omicidi. Nessun nuovo processo a suo carico può essere istituito senza prove concrete. Nel frattempo il suo comportamento irreprensibile lo aiuta ad avere uno sconto di pena. 24 anni è il tempo totale che lo separa dalla libertà, circa 62 giorni di carcere per ogni vita rubata. Vive in isolamento, periodicamente è trasferito, quando gli altri detenuti vengono a sapere chi è: tutti lo vogliono morto, i bambini non si toccano. Diverse organizzazioni in Colombia si sono mobilitate per impedire la sua scarcerazione, raccogliendo nuove prove, mentre lui dal carcere afferma, con convinzione, che una volta uscito diventerà pastore della chiesa evangelica e girerà tutte le strade della Colombia per diffondere il Vangelo. Riprenderà la caccia da dove l’ha interrotta…. 

Rosella Reali

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

Bibliografia
"172 niños víctimas de Luis Alfredo Garavito" (in Spanish). Fiscalía General de la Nación. Archived from the original on 28 September 2007. 

Blanco, Juan Ignacio. "Luis Alfredo Garavito". murderpedia.org. 

"Man admits killing 140 children in Colombia"CNN. 30 October 1999. Archived from the original on 7 September 2005. 

"Pirry entrevista a Luis Alfredo Garavito"Universia (in Spanish). 7 June 2006. Archived from the original on 7 July 2011.

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

mercoledì

gli asili per lunatici


Lunatico è un termine obsoleto che si riferisce ad una persona affetta da epilessia; per estensione, essendo l’epilessia equiparata ad una forma di possessione diabolica o di follia, assume il significato di pazzo o invasato ciclicamente. Nel tempo, il termine lunatico, iniziò ad indicare le persone affette da frequenti cambiamenti caratteriali e da irascibilità. Il termine lunatico deriva dalla parola latina lunaticus che, originariamente si riferiva principalmente all’epilessia ed alla pazzia siccome tali malattie si pensavano generate dalla Luna. Filosofi come Aristotele e Plinio il Vecchio sostenevano che la Luna piena induceva la follia in alcuni individui, probabilmente affetti da disturbo bipolare, fornendo luce durante la notte che altrimenti sarebbe stata buia. Inoltre, la luce della luna piena, colpiva individui sensibili privandoli del sonno. 


Nel IV e nel V secolo gli astrologi utilizzavano comunemente tale termine quando si riferivano a persone affette da malattie neurologiche e psichiatriche. Sino al XVIII secolo era credenza comune che la luna influenzasse gli individui causando febbre, reumatismi o episodi d’epilessia. La storia delle istituzioni psichiatriche racconta della nascita e dello sviluppo degli asili per lunatici, della graduale trasformazione in manicomi e della sostituzione di tali enti con gli ospedali psichiatrici. Lo sviluppo e l’evoluzione di tali istituzioni, spiega e chiarisce l’ascesa della psichiatria organizzata e riconosciuta ufficialmente come branca della medicina. Lo sviluppo delle istituzioni psichiatriche comportò l’accettazione, da parte della maggioranza della popolazione, che l’istituzionalizzazione in determinati luoghi delle persone affette da disturbi psichici fosse la soluzione più corretta per trattare tali problematiche. 


La nascita degli asili per lunatici fu preceduta dallo sviluppo d’altri istituti, per esempio le case per matti, nei quali erano ricoverati i vagabondi, le prostitute, i visionari e tutti quegli individui etichettati come anomali. Nel corso del XIX secolo, periodo di gran fermento e cambiamenti, furono internati negli asili le persone affette da cretinismo, da idiozia, i poveri e le vedove che non avevano alcun mezzo di sostentamento. Nel corso della seconda metà dell’ottocento, si sviluppò l’internamento anche per gli invertiti sessuali, le persone colpite dalla sindrome di Down ed i soggetti colpiti da malattie a trasmissione sessuale. Durante quel periodo l’istituzionalizzazione dei malati fu largamente accettata come soluzione al di fuori delle famiglie e delle piccole e ristrette comunità locali. Prima del XIX secolo la follia fu considerata principalmente come un problema domestico; le famiglie e le autorità parrocchiali erano tenute alla cura ed alla tutela delle vite degli insani. In casi eccezionali qualora un giudice avesse ritenuto il malato particolarmente violento, la persona considerata insana di mente poteva essere confinata in case di correzione o, addirittura, destinata ai lavori forzati. 


Il livello di specializzazione delle istituzioni per la cura ed il controllo di tali problematiche rimase limitato sino al XVII secolo, quando il modello iniziò a cambiare. L’asilo per pazzi iniziò a proliferare ed ampliare le proprie dimensioni. Nel 1632 il Bethlem di Londra era composto di un salotto, una cucina, due dispense e 21 stanze dove potevano essere ricoverati le persone distratte o ritrovate in stato confusionale. Nel piano superiore erano previste otto stanze per gli assistenti. Il Bethlem londinese rimase per lungo tempo un “luogo aperto” malgrado alcuni soggetti, definiti pericolosi o turbativi, potevano essere incatenati. Nel 1676 il Bethlem londinese si espanse a tal punto da raggiungere una capacità ricettiva di oltre 120 internati. Una seconda istituzione pubblica fu aperta a Norwich nel 1713; si trattava di una piccola struttura che poteva ospitare circa 30 internati. A queste prime due ne seguirono molte altre: a Londra fu aperto il Saint Luke Hospital for Lunatics del 1751 ed a Manchester il Lunatic Hospital inaugurato nel 1766. L’ultimo asilo per lunatici inaugurato, in ordine di tempo, fu quello di Liverpool del 1797. Un’espansione simile avvenne anche nelle colonie americane: il Pennsylvania Hospital fu fondato nel 1751 ed i primi pazienti furono ammessi l’anno successivo. Proprio in quelli che diventeranno gli Stati Uniti d’America fu fondato il primo istituto per malati mentali: era l’Eastem State Hospital di Williamsburg e fu aperto nel 1773. 


Philippe Pinel è accreditato come il primo europeo ad aver introdotto metodi più umani nel trattamento dei malati di mente: ricopriva il ruolo di sovrintendente dell’asilo di Bicetre a Parigi. In realtà fu un dipendente dello stesso asilo, Jean-Baptiste Pussin, il primo a rimuovere le restrizioni ai pazienti. I metodi di Pussin influenzarono Pinel ed entrambi contribuirono a diffondere diverse riforme nel trattamento dei malati di mente, tra le quali la classificazione dei disturbi, l’osservazione dei pazienti ed il dialogo con loro. In Italia fu Vincenzo Chiarugi ad avere la geniale idea di promuovere un nuovo e diverso atteggiamento medico si assistenza ai malati di mente. Ispirato da una cultura di riferimento improntata sull’umanità e la razionalità varcò i limiti della superstizione, che definivano la pazzia come un’attività tanto viziosa quanto criminale, che credevano che la febbre e l’ubriachezza potevano causare la follia. Alla pari del medico scozzese William Cullen fu il primo a sostenere che la nevrosi è dovuta ad alterazioni del sistema nervoso. Il trattamento dei pazienti nei primi istituti, definiti asili per lunatici, era a volte brutale e focalizzato sul contenimento e sulla moderazione del comportamento. Le successive e graduali riforme, che introdussero trattamenti più umani ed efficaci, portarono alla nascita dei moderni ospedali psichiatrici ove si tenta, per quanto possibile, di aiutare i pazienti per facilitare la vita nel mondo esterno, quello che per tutti noi è quotidianità. 

Fabio Casalini

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI

Bibliografia
Harold George Koenig, Faith and mental health: religious resources for healing, Templeton Foundation Press, 2005 

Anne Digby, Madness, morality, and medicine: a study of the York Retreat, 1796-1914, Cambridge, Cambridge University Press, 1985 

Roy Porter, Madmen: A Social History of Madhouses, Mad-Doctors & Lunatics. Tempus. 2004

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.